Poeta, slam performer, editore, melomane. Nii Ayikwei Parkes si
destreggia tra una doppia cultura ghanese e inglese, un padre jazzista e
consulente industriale, che lo lasciava da bimbo solo sulle piazze dei
paesini rurali, dove ascoltava storie e racconti tradizionali.
Padroneggia quattro lingue, tra cui i dialetti Twi e Fante e l’inglese,
ma usa il pidgin (lingua vernacolare dell’Africa Occidentale) come
lingua a sé. L’humour è la caratteristica della sua scrittura acuta e
palpitante come un rap. Dopo aver preferito la scrittura (alle botte),
studiato scienze e girato in lungo e largo l’Inghilterra con le sue
performance di slam poetry, si mette alla prova con la finzione e Tail
of the Blue Bird, il suo primo romanzo, finalista al Commonwealth Book
Prize, uscirà a breve in Italia per Stampa Alternativa. L’abbiamo
incontrato nella primavera scorsa nel suo rifugio italiano, nello
splendido castello-residenza di Civitella Ranieri per artisti
internazionali, dove scrittori, scultori, pittori, poeti, e coreografi,
trovano il silenzio e la fantasia delle contaminazioni con gli altri per
creare.
Come e quando hai iniziato a scrivere?
Sono un sognatore, adoro le storie e raccontarle, in mezzo alla gente.
Sono cresciuto in Ghana, dove da bambino trascorrevo il tempo a giocare a
calcio, ma a differenza degli altri ragazzi, dopo la partita tornavo a
casa e leggevo fino al calare del sole. Sono cresciuto a calcio e
racconti. Avevo un carattere terribile, ero manesco, facevo di continuo a
pugni a scuola. Mio padre ha allora fatto un patto con me,
costringendomi a scrivere sui ragazzi che mi davano noia; se dopo averli
descritti, continuavo a voler litigare, allora avrebbe scelto la mia
parte. Ed è cosi che ho iniziato a scrivere! Ho scoperto che mi piaceva
di più scrivere che fare a botte. A dieci anni circa, ho fatto leggere
qualcosa a mio padre che mi ha detto: «è poesia»! Era la prima volta che
potevo nominare quello che combinavo.
Qual è stata la tua formazione in Ghana?
Durante le medie, un compagno di classe che usciva contemporaneamente
con tre ragazze, si era accorto che avevamo la stessa calligrafia, mi
chiese di scrivere bigliettini d’amore per le sue tresche. Man mano mi
sono messo a scriverne pure il contenuto, e in cambio di soldi sono
finito per scrivere le lettere d’amore dei miei coetani! Poi ho scritto
alcuni poesie per l’Università, durante un breve soggiorno Erasmus in
Francia, e a Manchester. Con la morte di mio padre, non sentivo più
nulla, scrivere mi rendeva vivo. Di ritorno in Ghana, ho iniziato a
lavorare come scienziato per una grande multinazionale, ma mi annoiavo,
mi perturbava la mancanza di etica, quindi dopo il lavoro scrivevo ore
per sentirmi meglio. Alcuni editori inglesi hanno risposto alle mie
prime poesie, ho deciso di emigrare in Gran Bretagna; lì ho svolto tutti
i mestieri per sopravvivere, poetry slam, numerose performance che mi
permettevano di andare in giro. Poi Courttia Newland mi chiese una
short-fiction e me la ha rimandata indietro completamente bocciata: per
sfida decisi di padroneggiare quel genere.
Il personaggio di Kayo in «Tail of the Blue Bird» sembra autobiografico.
Come vivi questa dualità tra cultura ghanese e cultura coloniale?
Non ho mai vissuto quel conflitto, che esiste in tanti paesi con un
passato coloniale e dove due culture vivono una accanto all’altra. Ho
avuto genitori educati al livello universitario, da sempre siamo stati
immersi in questa doppia cultura. Il personaggio di Kayo però
impersonifica il dilemma della mia generazione in Africa Occidentale,
che avendo conosciuto in primis il modello di educazione coloniale, ha
avuto problemi nell’incontro con la cultura tradizionale. Ma è un
conflitto interessante, se non scegli una parte o respingi l’altra, hai
una possibilità di maggiore compassione e empatia verso il mondo.
Cosa simbolizza la coda dell’uccello azzurro che la donna insegue all’inizio del tuo racconto?
Nasco come poeta e la mia scrittura è ricca di metafore. L’uccello
azzurro è un bee-eater un uccello che mangia le mosche, che consuma
quello che ferisce gli altri. La storia inizia con questa immagine di
una donna che insegue l’uccello. Senza di lui, non ci sarebbe la storia,
è l’eterna questione filosofica dell’origine. E poi è una piuma, blu
come l’inchiostro: ci sono tanti livelli di analogia con la scrittura.
Devo divertirmi io per primo mentre scrivo.
E chi è il vecchio Yao Poku, quel vecchio del paese che conosce le regole invisibili del mondo rurale?
Il vecchio Yao Poku rappresenta una verità nella verità. La storia del
paese è ispirata ad un fatto di cronaca, la scoperta alcuni anni fa di
una comunità indigena totalmente isolata in Amazzonia, poi annessa al
Brasile, pensavo a questi indigeni che di colpo sarebbero diventati
soggetti di un passato portoghese senza conoscere la propria storia. La
colonizzazione si diffondeva spesso solo in superficie, sulle coste e
non nell’interno dei paesi colonizzati. L’idea di essere parte di un
tutto senza veramente esserne parte, mi ha ispirato la storia del
villaggio di Sonokrom. Yao Poku è la voce di quel paese, che ha le
proprie regole, non rigetta il cambiamento ma l’imposizione
dall’esterno, come invece vogliono fare i poliziotti e la scientifica.
Con quale effetto voluto usi il Pidgin?
Per riflettere la città, le strade di Accra, rendere il suono della
città. Passiamo costantamente da una lingua all’altra, qualche volta
usiamo fino a quattro lingue diverse: il pidgin fa parte delle nostre
esistenze. Se scrivi romanzi e devi essere fedele alla realtà, o se ci
vuoi conoscere devi leggere pidgin. La scrittura poi è in primis musica,
guida la scelta delle parole; di sicuro la mia mente è diversa da
quella di uno educato a Oxford e che parla solo academic English!
Si sente un ritmo molto particolare nella tua scrittura, ascolti musica mentre scrivi?
Si sempre. Questi giorni mentre scrivo una storia ambientata su un’isola
nei Caraibi, ascolto rumba e salsa cubana. Per la mia prima fiction
Tail of a blue bird, ascoltavo il musicista Egya Koo Nimo, che suona la
chitarra tradizionale sopranominata «Palm wine guitar». Faccio anche
molto uso di immagini. Sul muro del mio studio campeggia la foto
inventata dell’isola imaginaria. Ho anche insegnato durante il mio
servizio militare in un paese del profondo Nord Ghana. Tutto quello che
evoca è riusato.
Cosa pensi della creolizzazione?
Succede, semplicemente, come nella vita. La lingua si trasforma
prendendo in prestito parole da altre lingue. Ho solo messo giù questa
lingua, il pidgin, che è molto vitale e evolve costantamente. Quando
torni in Ghana ci vuole sempre un momento di adattamento, perché nuove
parole sono comparse e le devi imparare. É fantastico, svela la
trasformazione costante. È gioia, la vita è breve, la gioia può essere
minuscola come scoprire una nuova parola.
Ti riconosci nella definizione di «Afropolitan» coniata da Taiye Selasi?
È un concetto interessante ma errato, anche se non ho alcuna forma di
rifiuto emotivo del concetto. Sottintenderebbe che se sei africano non
sei cosmopolita. In realtà l’Africa è cosmopolita dalle origini e ha il
suo proprio melting pot. Accra per esempio è una città di mercanti,
traders, somali, ucraini, cinesi, indiani, un mio antenato era persino
scozzese. Prima della colonizzazione potorghese e olandese la cultura
ashanti, regnava da una una costa all’altra fino al MedioOriente. Per me
quindi è superfluo aggiungere la parola «afro» a «cosmopolita» e se si
vuole limitare il cosmopolitismo all’Ovest è un loro problema. La mia
realtà è diversa. Sono cosmopolita non perché «emigrato» ma perché sono
di Accra!
Il razzismo è di ritorno al livello globale, cosa ne pensi?
È diffuso da politici che cercano capri espiatori. Dipende dalla idea
che uno si fa della vita, se pensi che la devi controllare. Poi c’è
un’escalation esasperata dovuta alla crisi economica. L’esito dipenderà
da quanti esprimeranno violenza o meno.
L’odierna gestione della crisi migratoria non rivela un subdolo neoloconialismo?
Si è tremendo. Ma la nostra discussione è possibile solo perché c’è
stato un colonialismo precedente gli accordi economici, come i Bank
loans, che costringono i paesi africani a negoziare. Ogni volta che
incontro migranti, mi dicono che vorrebbero migrare per cercare quello
di cui hanno bisogno e poi tornare a casa (come d’altronde altri Europei
che emigrano in Uk per lavoro). Ma se ostacoli i migranti africani e li
combatti durante il viaggio, gli fai perdere troppo, il prezzo pagato è
allora troppo alto, per tornare indietro con meno di quello che hanno
perso. Allora li costringi a rimanere in Europa, li intrappoli. Quei
politici contribuiscono alla stessa situazione che vorrebbero
combattere.
Come mai hai scelto la forma del giallo in «Tail of the blue bird»?
Nell’infanzia leggevo tanta pulp fiction, avventure, escapade, gang,
sex. Più avanti, ho letto tanti gialli. Volevo scegliere questa cornice
per rendere omaggio, a quel genere e alla mia città. Kayo non esisteva
all’inizio. Ho cercato di non fare annoiare il lettore. Il giallo dà la
struttura ma anche realismo su Accra, un senso di musica, cibo, ecc… io
amo divertirmi. Devo ridere. In arte, l’humour è sottostimato come una
delle qualità fra le forme artistiche. Mentre in realtà esso permette a
delle idee di viaggiare sotto nella corrente: l’humour per me è vitale.
Anche nella più cruda scena di morte, puoi scovarlo. Persino in un
funerale, dovresti cercarlo nonostante la perdita di una persona cara.
Se non ce l’hai nella vita, la depressione ti aspetta.
[Flore Murard Yovanovitch 31/12/2016]
Questo blog accoglie la nuova avventura di quelli di Sguardi d’Altrove, e il Reverendo Dogdson, con i suoi dubbi sulla realtà, si aggiunge al nostro olimpo di numi tutelari. Non dimentichiamo gli autori che più spesso ci hanno accompagnati nel viaggio di Sguardi d’Altrove, anzi, da loro ripartiamo. Quindi, un pensiero affettuoso e ammirato, in particolare, ad Alan Bennet a alla sua Sovrana Lettrice, mantenendo ben fermo il principio che ragguagliare non è leggere.
lunedì 2 gennaio 2017
Lisetta Carmi
Il silenzio è prezioso. È un privilegio per Lisetta Carmi (Genova 1924), come la solitudine. Nella sua casa, nel centro storico di Cisternino – in cima a una ripida scalinata che lei sale e scende con agilità, malgrado il bastone e l’età – vive da sola. Mangia poco, ma legge tanto e risponde a tutte le lettere che le arrivano. Bisogna avvicinarsi e parlarle ad alta voce, perché non ci sente bene. Ma mettere l’apparecchio non le interessa affatto, anzi in fondo un po’ di sordità la preserva da tante inutili chiacchiere. Dopo anni ha dato le dimissioni dal comitato direttivo dell’ashram Bhole Baba (che ha fondato nel 1979) – «vado alle cerimonie e anche a parlare con i ragazzi, ma voglio essere libera. Voglio occuparmi solo della mia persona», afferma. In questi ultimi anni si è dedicata soprattutto allo studio della pittura calligrafica cinese e ai bambini: «Ho la coscienza che i bambini sanno tutto. Gli unici maestri sono loro, come dice Giuliano Scabia». Quanto all’archivio fotografico (è in una stanza al piano di sopra), ad occuparsene è Gian Battista Martini che ha curato anche la sua mostra nell’ambito della IV edizione di Castelnuovo Fotografia. Gli occhi azzurrissimi di Lisetta sono vivaci, come la sua lingua è ironica. Ci sediamo intorno al tavolino rotondo al centro del piccolo soggiorno su cui si apre la minuscola cucina, lo studio (a un gradino di distanza), la camera da letto e l’orgoglio della casa: il bagno. «L’ho voluto come in India – spiega – dove il water è separato dal lavandino».
C’è tutto un mondo in quel bagno, oltre agli ordinatissimi barattoli di creme, le foto d’epoca dei genitori, una statua di Budda, un bellissimo tappeto orientale, ma soprattutto – attraversando l’anti bagno – non si può non essere attratti dalla combinazione della statua della Madonna in una nicchia, sotto una bella di Babaji (il guru indiano che le ha dato il nome spirituale di Janki Rani) e, in cima alla libreria, il candelabro a sette braccia. È stato proprio Babaji a decodificare le cinque vite di Lisetta Carmi, nel disegno appeso ad una parete del salotto.
«Fotografavo per conoscermi»: questa è un’affermazione che ti appartiene….
Quando mi chiedono chi mi ha insegnato a fotografare, rispondo sempre la vita. Non ho mai fotografato per essere una brava fotografa. Non me ne fregava niente. Volevo capire. Capire gli altri e capire me stessa. Tutto lì. E, in diciotto anni – dal 1960 (realizza le prime fotografie con un’Agfa Silette acquistata in occasione del viaggio in Puglia, a San Nicandro Garganico, quando accompagna l’amico etnomusicologo Leo Levi che andava a registrare i canti ebraici di un gruppo legato a Donato Manduzio, ndr) al 1978 – ho fatto quello che altri fotografi facevano in cinquanta o sessant’anni, perché lavoravo diciotto ore al giorno. Stampavo tutto da me, preparavo le didascalie, scrivevo l’articolo. Ho sempre dato voce ai poveri. Sempre! Sono ebrea e so cosa vuol dire essere discriminati. Avevo 14 anni, quando mi hanno buttata fuori dalle scuole. Mi piaceva andare a scuola, mi divertivo con le mie amiche. Ero bravissima, poi di colpo è finito tutto. Eravamo in vacanza in Val Martello, nel nostro albergo c’era anche Ardito Desio. Lo conosci? Un porco! Ci metteva sul tavolo la rivista La difesa della razza per farci vedere cosa ci sarebbe successo. Infatti, quando tornammo a Genova, entrarono in vigore le leggi razziali. I miei fratelli Eugenio e Marcello in quindici giorni partirono per la Svizzera, ma io ero la femmina e dovevo rimanere a casa. Ero tutta triste, non ridevo più. Allora la mamma disse che avrebbero mandato anche me in Svizzera e scrisse una lettera al maestro di pianoforte Alfredo They, di cui ero la migliore allieva. Lui quando, la lesse, la strappò e disse che non se ne parlava neanche. Così non partii. Quando poi, nel 1943, con papà e mamma sono partita per la Svizzera passando il confine attraverso le montagne, con i tedeschi che potevano prenderci, portavo la mamma sottobraccio e dall’altra parte avevo i due volumi del Clavicembalo ben temperato di Bach. Quando arrivammo lì e ci dissero che eravamo salvi, ricordo ancora che c’era una luna piccola nel cielo e la mamma la guardava, seduta su una valigia, e le venivano giù le lacrime dagli occhi. In Svizzera, dove siamo stati per un anno e mezzo, sono entrata subito al Conservatorio. Ma anche lì ho avuto delle esperienze molto tristi. Sembravo allegra, ridevo sempre, però ero molto sensibile. «Peccato che non m’hanno presa i tedeschi», dicevo a mio padre. «Ma che figlia matta, ci siamo salvati in Svizzera!», mi rispondeva lui. Sì, perché se mi avessero presa o sarei morta o avrei potuto aiutare gli altri.
Tra i tuoi amici c’era lo psicoanalista Elvio Fachinelli, autore di una nota nel tuo libro sui travestiti…
Quello dei travestiti è un lavoro bello e molto importante. Pensa che ho lavorato sei anni con i travestiti, mica un giorno! Un mio amico carissimo, Mauro Gasperini, mi disse che quella sera ci sarebbe stata una grande festa dei travestiti e mi chiese se ci volessi andare con lui. Gli dissi di sì, andai e feci un po’ di fotografie. Infatti, nel libro ci sono anche le fotografie della festa di capodanno 1965. Io non davo giudizi e loro si sono lasciati fotografare. Guardavo tutto per capire. A quel tempo mi sentivo un po’ donna e un po’ uomo. Mi chiedevo perché dovevo essere una donna. Quando ero piccola volevo essere un maschio, come i miei fratelli. Mi tagliavo i capelli. Alla fine del lavoro con i travestiti ho capito che non esistono gli uomini e le donne, esistono solo gli esseri umani. Uno ha il corpo da donna e l’altro da uomo, ma sono solo esseri umani. Dopo due o tre giorni tornai con le stampe delle loro fotografie che regalai ad ognuno. Così è cominciata questa amicizia. La polizia, se avesse potuto, mi avrebbe arrestato, ma ero di una famiglia molto perbene di Genova. Mio padre si vergognava tantissimo che andavo a fotografarli. La mamma no, era tutta entusiasta, mi diceva «che belle queste fotografie dei travestiti». Io allora ero andata via di casa e stavo vicino a Via del Campo, dove loro lavoravano. Hanno capito che li amavo, la Morena (musa della canzone Via del Campo di De André, ndr) – una delle protagoniste – dopo tantissimi anni mi mandò a chiamare, perché voleva salutarmi prima di morire. Quando andai da lei mi mostrò il mio libro. «Vedi, ce l’ho ancora», mi disse. Ad ognuno avevo regalato una copia. La Gitana, invece, che da giovane era stata il ragazzo di De Pisis, era il capo di tutti. Era bellissima. Era lei che avrei voluto mettere in copertina, ma avevo qualche timore a chiederglielo. Ricordo che andammo in un bar, le parlai tanto del libro che stavo facendo e del desiderio che anche lei ci fosse. Fu lei stessa a dirmi che accettava purché la mettessi in copertina. Infatti, è lì!
In una fase successiva della vita, hai incontrato Babaji…
Babaji è con me, non mi abbandona mai, neanche un momento. È stato lui, in un modo molto misterioso, a chiamami. È il mio maestro, un’incarnazione divina sulla terra, anche se c’è stato solo 14 anni. La prima foto che gli ho fatto è una fotografia vivente, perché lui ha un occhio che ride e l’altro serio. Se sei buono ti sorride, se invece fai una cosa brutta ha una faccia molto severa. Dopo averlo conosciuto andavo tutti gli anni in India, a Herakhan, e ci stavo per due e tre mesi. Credo in una forza universale che non conosciamo e Babaji è questa forza universale. Era incredibile! Lui mi ha dato il compito di fare l’ashram e anche di portare mia mamma da Genova a Cisternino, in un trullo, quando aveva 95 anni. «Se lo dice Babaji, vengo», mi disse lei ed è venuta. Ha vissuto lì per cinque anni. Quando è morta l’ho portata in chiesa, con tutti i paesani che venivano ad abbracciarci. Eugenio, mio fratello, mi ha detto, «ma sei matta? Noi siamo ebrei!». A lui, poi, non piaceva troppo essere baciato e toccato dai paesani, ma a me ha fatto piacere.
La tua famiglia ti ha sempre accettata, anche nelle tue stranezze?
Eh sì, è logico. Il papà e la mamma erano molto intelligenti. Papà, anche quando eravamo piccoli, diceva «chi non lavora non mangia». Lui aveva cominciato a lavorare a 15 anni, faceva l’assicuratore. Era molto severo, ma anche molto buono. Ho avuto la fortuna di ereditare da lui tutta la parte pratica e da mia madre tutta quella spirituale. Però ero anche molto ribelle!
[Manuela De Leonardis 31/12/2016]
domenica 1 gennaio 2017
sabato 24 dicembre 2016
giovedì 22 dicembre 2016
il cuoco, Harry Kressing
Figura misteriosa di scrittore, di Harry Kressing si sa pochissimo e
quel poco che si conosce non è nemmeno sicuro. Americano, originario del
Minnesota, pare abbia vissuto anche in Irlanda e in Inghilterra. Sembra
scrivesse un romanzo ogni due anni, anche se sono giunti alla
pubblicazione soltanto due racconti lunghi, riuniti in un unico libro, e
un romanzo, Il cuoco (pp. 255, euro 16,
traduzione di Liliana Coïsson Gambi) che ora, a oltre cinquant’anni
dalla sua uscita le edizioni e/o rimandano in libreria.
Libro davvero particolare, affascinante e
perturbante come pochi, il testo di Kressing, oltre ad avvincere
chiunque lo prenda in mano, si presta, come pochi altri, a diversi
livelli di interpretazione, sfuggendo sempre, però, a qualunque
tentativo di ingabbiarlo in un qualsiasi genere. Comunque lo si tenti di
definire – favola oscura, romanzo gotico, apologo nero – la storia del
cuoco Conrad Venn eccede ogni tentativo di definizione, costringendo il
lettore attento a porsi sempre nuove domande.
Il protagonista, alto, «estremamente
emaciato, quasi cadaverico», dai lineamenti grifagni e il naso a becco,
dalle orbite incavate e gli occhi penetranti – quasi una sorta di
Mefistotele – giunge un giorno nella cittadina di Cobb e prende servizio
come cuoco, appunto, presso la ricca famiglia degli Hill. Da quel
momento in poi la vita dei suoi datori di lavoro, dell’altra potente
famiglia, i Vale, una volta rivali e ora amici degli Hill, e di tutto il
piccolo paese cambierà inesorabilmente. Utilizzando innanzitutto la sua
abilità culinaria – facendo ingrassare o dimagrire le persone,
rendendole felici o sottomesse – ma anche la sua determinazione e la sua
capacità di colpire chiunque nel suo punto debole, Conrad sconvolgerà
la vita di tutti, portando a compimento il suo misterioso progetto.
Con un inizio che sembra richiamarsi a Mary Poppins,
ma una Mary Poppins virata in nero, con l’arrivo di un nuovo componente
della servitù che muterà la vita di tutti in famiglia. Un epilogo a
metà tra l’inferno dantesco ed Helzapoppin, il romanzo di
Kressing può forse essere letto anche e soprattutto come una riflessione
sul potere, nella sua accezione più larga e negativa. Come capacità, da
un lato, di manipolare le persone, influenzare comportamenti e
convinzioni, ma anche dall’altro, facendo emergere la sotterranea
pulsione che genera piacere nel servire, nel sottomettersi, nell’essere
dominato. E viene in mente, a tale proposito un capolavoro come lo Jakob von Gunten di Robert Walser.
Emergono, inoltre, gli impulsi più
devastanti e autodistruttivi del dominio, quelli in cui la festa
interminabile si lega alla visione infernale e in cui il potere mostra
la sua faccia forse più feroce, portando al progressivo annichilimento
chi pensa di detenerlo insieme all’intero mondo circostante. E come non
pensare allora a La mascherata della morte rossa di Edgar Allan Poe?
[Mauro Trotta 22/12/2016]
Mi piace camminare sui tetti, Marco Franzoso
Gli ultimi due romanzi di Marco Franzoso, Il bambino indaco in particolare, ma anche Gli invincibili
(entrambi pubblicati per Einaudi), hanno indicato un percorso inedito
per il narratore veneziano, un salto in parte ancora sospeso all’interno
delle dinamiche famigliari. Un discorso intimo e pubblico tutto
italiano che nel suo ultimo poderoso lavoro, Mi piace camminare sui tetti
(Rizzoli, pp. 348, euro 19) sembra risolversi con un taglio che per
certi versi ribalta la retorica famigliare denunciandone sì i soffocanti
confini, ma liberandola – finalmente – di quell’ottundimento tutto
novecentesco che poco rilievo e forma ha oggi nella società italiana.
La famiglia è nella narrazione di Marco
Franzoso l’assente perenne, l’ostacolo invisibile capace di tramutare
relazioni e dinamiche amorose in un luogo indicibile, segnato dalla
scomparsa come filo conduttore di un’esistenza che da inquieta si fa
piatta.
Ed è partendo dalla vita dei due figli,
con continui slittamenti temporali e spostamenti quasi da macchina
cinematografica, che Franzoso realizza una brillante congiunzione fra
passato e presente ricostruendo con sapienza il senso più profondo di
una contemporaneità che vive le tracce del tempo con un dominio spesso
assoluto della nostalgia. Un romanzo sociale per una presunta epoca
post-ideologica che sconta a tratti il limite di contorni e di
definizioni troppo rigide per una liquidità impalpabile.
Alle volte la costruzione dei personaggi
risente di un’eccessiva bidimensionalità che già si poteva ritrovare
nei romanzi precedenti. La differenza, e non da poco, in Mi piace camminare sui tetti
la fa il tempo che viene a completare finemente la struttura narrativa
donandole nuovo slancio. Un tempo che si fa protagonista e non più
semplicemente sfondo o banale luogo degli accadimenti. Un vero e proprio
oggetto percettivo ad uso dei personaggi.
Marco Franzoso innova brillantemente il
concetto di famiglia, senza cadere nei tranelli di un Novecento oggi
improponibile se non in forma macchiettistica o peggio ancora cercando
di imitare dinamiche storiche che spesso hanno infestato una letteratura
italiana troppo debole per camminare sulle proprie gambe e quindi
bisognosa spesso di pezze d’appoggio.
Siamo nel 1980 il benessere non è più
un’aspirazione, ma una necessità, una strada obbligata che tutto
attraversa comprese le fragilità relazionali. Siamo alla vigilia di un
mondo in disfacimento che però nonostante le mille avvisaglie si crede
fortemente legato ad un’idea progressiva di successo e di ovvia
felicità. Un tempo però compreso istintivamente proprio dai corpi che da
assenti si fanno compulsivamente presenti con il loro malessere. Marco
Franzoso ricostruisce le linee di un’intima inquietudine che diviene
affettiva e poi sociale. Un’espansione che tracima nella quotidianità di
gesti che divengono antiquati e inadatti al tempo stesso.
La famiglia finisce così sullo sfondo
mentre a permanere è un sentimento agrodolce di vicinanza. Ciò che resta
è l’incapacità di stare uniti su quello che sembra sempre più una barca
alla deriva. Un naufragio contemporaneo in cui i legami perdono la
forma consueta e si liberano da nomi desueti e ormai privi di senso.
Romanzo nodale che affronta il disfacimento intimo e sociale del nostro
tempo non nelle sue conseguenze ancora ben lungi dall’essere del tutto
rivelate, ma nel suo movimento, una corsa emotivamente vibrante che
Franzoso persegue con mestiere e godibile semplicità.
[Giacomo Giossi 22/12/2016]
martedì 20 dicembre 2016
La miseria intorno
È arrivato il momento di chiedersi sul piano personale se
sappiamo cosa sia la povertà. Sarà che sono cresciuto in montagna, in
una zona priva di industrie, la povertà l’ho sempre vista molto
prossima, quasi uno spauracchio familiare. Sia nel paese dove ho fatto
le elementari, Collegiove, che a Collalto, dove ho frequentato le medie
in provincia di Rieti, molti dei miei compagni di classe non
appartenevano di certo alla categoria dei ricchi, ma non erano poveri,
qualcuno forse sì, in silenzio, quasi di nascosto.
Ad Avezzano, in Abruzzo, nel collegio del Don Orione dove ho vissuto un anno e mezzo, c’erano invece ragazzi poverissimi, veri diseredati. Poi a Roma, a Pietralata, dove ho vissuto 25 anni. Anche li di poveri ce n’erano, vite grame in famiglie sfarinate da tutti i tipi di disagio, dispersione scolastica al 30%, disoccupazione cronica. Ma rarissime volte ho visto persone dormire a terra o chiedere l’elemosina, a dire il vero alla stazione Tiburtina sì. Da pochi anni mi sono trasferito in zona San Giovanni, un bel quartiere medioborghese. Qui ho intercettato un paio di prof. con i quali ho fatto qualche esame a Lettere e Filosofia. Alcuni giorni fa, prima del fatidico referendum, compravo in edicola uno degli ultimi numeri di MicroMega affascinato dal titolo «Ritorno alla realtà o fughe metafisiche?» e un signore che prendeva il giornale mi ha detto: «Mi fa piacere che lei compri questa rivista». Era Paolo Flores D’Arcais, un incontro piacevole. Ma non ci sono soltanto prof da queste parti. Ci sono molti «bangla», con i loro negozi alimentari, uno lavora al forno Ceccacci, tre o quattro alle bancarelle di vestiti; molti gli arabi che hanno una sorta di “monopolio” delle frutterie; i cinesi che hanno cartolerie e parrucchieri. È gente che lavora tante ore, come mia madre fin da quando, ventenne, era emigrante in Svizzera, o mio padre che lavorava anche 18 ore al giorno, e non era cinese.
Queste persone sono povere? Non so, certamente lavorano allo sfinimento per non esserlo. Ma intorno al «Mercato Latino» non è raro vedere pensionati italianissimi che raccolgono scarti di frutta e verdura. Un giorno li ho fotografati, una signora mi ha visto, così ho cancellato le foto, vergognandomi. Sempre più spesso in giro in questo bel quartiere ci sono persone che chiedono l’elemosina, non solo migranti, ma anche “indigeni”, italiani doc. L’altro ieri, davanti la farmacia Etruria, in via Britannia, una signora distinta, ben vestita e ordinata mi si è avvicinata: mi perdoni, potrei chiederle qualche spicciolo? Avevo ancora in mano il resto dell’acquisto di un farmaco, due euro, e glieli ho lasciati con gesto irriflesso. Lei li ha guardati incredula e si è messa a piangere. Mi sono sentito una merda, perché magari l’ho aiutata ma l’ho anche umiliata in un qualche modo che mi sfugge. Ecco, temo che quella donna fosse povera. Non mi piace fare l’elemosina, ho un rapporto conflittuale con le pratiche “caritatevoli”, ho sempre pensato che contribuiscano a perpetuare la condizione miserevole delle persone che la ricevono… in teoria. In pratica anche la ragazza africana che staziona davanti al bar De Montis, in via Satrico, vive d’elemosina, magari ha un figlio, penso, quindi fanculo la teoria.
Man mano che ho imparato a conoscere questa zona, piena tra l’altro di ragazzotti ben rasati che incollano ovunque manifesti «virili e quadrati», ho imparato a guardare oltre le facce dei possibili “colleghi” che fanno cinema, dei vecchi prof. o dei negozianti che vengono ogni giorno dalle zone popolari e sono le persone più simpatiche del posto. Così ho cominciato a vedere quelle dei molti giovani che tentano invano di lavorare all’università, assistenti “a gratis”, che non possono permettersi nemmeno il cinema. Come giornalisti cosiddetti “precari”, aspiranti attori e attrici in perenne attesa, che stazionano in bar e baretti senza prendere niente, o si siedono sulla sedia che Stefano, il pizzaiolo, ha messo generosamente fuori dal suo locale.
I primi tempi, quando mi sono trasferito qui, non percepivo tanta povertà. Avevo invece la sensazione di essere in un luogo ricco, al confronto Pietralata mi sembrava una periferia estrema. Ma lentamente la povertà che si annida nelle pieghe dei palazzotti medio-borghesi, è emersa prepotentemente. C’è una povertà che non è facile vedere. Due o tre settimane fa, dopo aver preso il caffè da De Montis (un bravo pasticcere), ho salutato un uomo che conosco di vista, con lui c’era un trentenne riccioluto, molto preparato, uno che ha studiato. Dopo qualche mattina l’ho di nuovo incontrato sotto le Mura Aureliane e abbiamo parlato un po’ di più. Guadagna 600 euro al mese, scrive di tutto per riviste on-line, ma non percepisce alcun reddito con questa attività giornalistica, pochi spiccioli. E come campi? Faccio il commesso part-time in un negozio «fai-da-te». Interessante, dico, ma quando scrivi? Di notte. Ma perché scrivi così tanto senza percepire un reddito? Perché quello è il mio vero lavoro, non voglio fare il commesso per sempre, o l’operaio, il mio mondo è il giornalismo.
Chiunque al mondo vorrebbe genitori così. E ce ne sono in Italia, mantengono i figli più che trentenni magari non disoccupati, ma con un reddito insufficiente. Questi non più giovani sono poveri, diciamocelo per favore, ma le loro famiglie “calmierano” la loro povertà. Poi arrivano i moralisti un tanto al chilo e li definiscono «mammoni». Che dire poi delle persone che lavorano 10 ore al giorno sette giorni su sette, per 8 o 900 euro, che vengono a lavorare nei baretti qua intorno da fuori Roma tutti i giorni, sempre con l’acqua alla gola per bollette e tasse scolastiche. Poveri, di sicuro.
Molti di questi nuovi poveri hanno studiato, magari hanno genitori appartenenti alla (ex) classe media, quindi non sentono di appartenere al «proletariato», non vogliono, come il riccioluto aspirante giornalista. Milioni di famiglie della classe media hanno educato i figli a sentirsi fuori dal «proletariato», con un piede fuori dalla cacca. Perché «proletario» è una definizione svilente, superata, ce la possono fare da soli, loro. Una tragedia.
Grazie a questo insegnamento nei miei 15/20 anni di precarietà «vera» non mi sono mai sentito perduto, ho fatto ogni tipo di attività. Anche quel ragazzo riccioluto non sta fermo a piangersi addosso, lavora, ma non vuole essere un lavoratore, lui è un giornalista, vuole appartenere a un mondo, che come quello del cinema è minuscolo. Un mondo, tra l’altro, non solo di vincenti, ma sempre di più anche di «fallenti».
L’incontro con questo ragazzo mi ha psicanalizzato, e sono andato a casa con la coda tra le gambe, a scriverne. Ha fatto riemergere in me prepotentemente quel ventennio di difficoltà e fatica esistenziale. Mi sono chiesto: ma che ci fa lui qua? E io che ci faccio? Questo però, è un periodo così, nessuno è dove dovrebbe o vorrebbe essere, e nessuno è ciò che vorrebbe essere. Ecco forse perché, anche quando si è effettivamente poveri, se capita la disgrazia di esserlo, non lo si accetta. Eppure (dice il gruppettaro che è in me) se lo ammettessimo, e se poi lo gridassimo, altri poveri ci sentirebbero, e un povero da solo è un uomo in pericolo ma tanti poveri insieme possono diventare un pericolo per chi prospera sulla povertà.
È una questione percettiva, percepirsi per quello che si è, può essere un punto di partenza, magari per sentirsi meno soli, non dico (per carità!) per ribellarsi, visto che sembra una cosa difficile da farsi. Se dovesse diventare facile, però, ne vedremmo delle belle.
[Daniele Vicari 20/12/2016]
Ad Avezzano, in Abruzzo, nel collegio del Don Orione dove ho vissuto un anno e mezzo, c’erano invece ragazzi poverissimi, veri diseredati. Poi a Roma, a Pietralata, dove ho vissuto 25 anni. Anche li di poveri ce n’erano, vite grame in famiglie sfarinate da tutti i tipi di disagio, dispersione scolastica al 30%, disoccupazione cronica. Ma rarissime volte ho visto persone dormire a terra o chiedere l’elemosina, a dire il vero alla stazione Tiburtina sì. Da pochi anni mi sono trasferito in zona San Giovanni, un bel quartiere medioborghese. Qui ho intercettato un paio di prof. con i quali ho fatto qualche esame a Lettere e Filosofia. Alcuni giorni fa, prima del fatidico referendum, compravo in edicola uno degli ultimi numeri di MicroMega affascinato dal titolo «Ritorno alla realtà o fughe metafisiche?» e un signore che prendeva il giornale mi ha detto: «Mi fa piacere che lei compri questa rivista». Era Paolo Flores D’Arcais, un incontro piacevole. Ma non ci sono soltanto prof da queste parti. Ci sono molti «bangla», con i loro negozi alimentari, uno lavora al forno Ceccacci, tre o quattro alle bancarelle di vestiti; molti gli arabi che hanno una sorta di “monopolio” delle frutterie; i cinesi che hanno cartolerie e parrucchieri. È gente che lavora tante ore, come mia madre fin da quando, ventenne, era emigrante in Svizzera, o mio padre che lavorava anche 18 ore al giorno, e non era cinese.
Queste persone sono povere? Non so, certamente lavorano allo sfinimento per non esserlo. Ma intorno al «Mercato Latino» non è raro vedere pensionati italianissimi che raccolgono scarti di frutta e verdura. Un giorno li ho fotografati, una signora mi ha visto, così ho cancellato le foto, vergognandomi. Sempre più spesso in giro in questo bel quartiere ci sono persone che chiedono l’elemosina, non solo migranti, ma anche “indigeni”, italiani doc. L’altro ieri, davanti la farmacia Etruria, in via Britannia, una signora distinta, ben vestita e ordinata mi si è avvicinata: mi perdoni, potrei chiederle qualche spicciolo? Avevo ancora in mano il resto dell’acquisto di un farmaco, due euro, e glieli ho lasciati con gesto irriflesso. Lei li ha guardati incredula e si è messa a piangere. Mi sono sentito una merda, perché magari l’ho aiutata ma l’ho anche umiliata in un qualche modo che mi sfugge. Ecco, temo che quella donna fosse povera. Non mi piace fare l’elemosina, ho un rapporto conflittuale con le pratiche “caritatevoli”, ho sempre pensato che contribuiscano a perpetuare la condizione miserevole delle persone che la ricevono… in teoria. In pratica anche la ragazza africana che staziona davanti al bar De Montis, in via Satrico, vive d’elemosina, magari ha un figlio, penso, quindi fanculo la teoria.
Man mano che ho imparato a conoscere questa zona, piena tra l’altro di ragazzotti ben rasati che incollano ovunque manifesti «virili e quadrati», ho imparato a guardare oltre le facce dei possibili “colleghi” che fanno cinema, dei vecchi prof. o dei negozianti che vengono ogni giorno dalle zone popolari e sono le persone più simpatiche del posto. Così ho cominciato a vedere quelle dei molti giovani che tentano invano di lavorare all’università, assistenti “a gratis”, che non possono permettersi nemmeno il cinema. Come giornalisti cosiddetti “precari”, aspiranti attori e attrici in perenne attesa, che stazionano in bar e baretti senza prendere niente, o si siedono sulla sedia che Stefano, il pizzaiolo, ha messo generosamente fuori dal suo locale.
I primi tempi, quando mi sono trasferito qui, non percepivo tanta povertà. Avevo invece la sensazione di essere in un luogo ricco, al confronto Pietralata mi sembrava una periferia estrema. Ma lentamente la povertà che si annida nelle pieghe dei palazzotti medio-borghesi, è emersa prepotentemente. C’è una povertà che non è facile vedere. Due o tre settimane fa, dopo aver preso il caffè da De Montis (un bravo pasticcere), ho salutato un uomo che conosco di vista, con lui c’era un trentenne riccioluto, molto preparato, uno che ha studiato. Dopo qualche mattina l’ho di nuovo incontrato sotto le Mura Aureliane e abbiamo parlato un po’ di più. Guadagna 600 euro al mese, scrive di tutto per riviste on-line, ma non percepisce alcun reddito con questa attività giornalistica, pochi spiccioli. E come campi? Faccio il commesso part-time in un negozio «fai-da-te». Interessante, dico, ma quando scrivi? Di notte. Ma perché scrivi così tanto senza percepire un reddito? Perché quello è il mio vero lavoro, non voglio fare il commesso per sempre, o l’operaio, il mio mondo è il giornalismo.
Molti di questi nuovi poveri hanno studiato, magari hanno genitori appartenenti alla (ex) classe media, quindi non sentono di appartenere al «proletariato», non voglionoUn proletario a tempo, scherzo. Ma no, papà è un impiegato figlio di impiegati, da me le fabbriche non ci sono. Si è risentito, il termine proletario non gli piace, è chiaro. Ha una famiglia monoreddito che vive in una media città del sud, madre casalinga padre impiegato, spendono poco, hanno casa, e ciò che avanza lo danno al figlio unico emigrato a Roma.
Chiunque al mondo vorrebbe genitori così. E ce ne sono in Italia, mantengono i figli più che trentenni magari non disoccupati, ma con un reddito insufficiente. Questi non più giovani sono poveri, diciamocelo per favore, ma le loro famiglie “calmierano” la loro povertà. Poi arrivano i moralisti un tanto al chilo e li definiscono «mammoni». Che dire poi delle persone che lavorano 10 ore al giorno sette giorni su sette, per 8 o 900 euro, che vengono a lavorare nei baretti qua intorno da fuori Roma tutti i giorni, sempre con l’acqua alla gola per bollette e tasse scolastiche. Poveri, di sicuro.
Molti di questi nuovi poveri hanno studiato, magari hanno genitori appartenenti alla (ex) classe media, quindi non sentono di appartenere al «proletariato», non vogliono, come il riccioluto aspirante giornalista. Milioni di famiglie della classe media hanno educato i figli a sentirsi fuori dal «proletariato», con un piede fuori dalla cacca. Perché «proletario» è una definizione svilente, superata, ce la possono fare da soli, loro. Una tragedia.
…quando si è effettivamente poveri, se capita la disgrazia di esserlo, non lo si accetta. Eppure (dice il gruppettaro che è in me) se lo ammettessimo, e se poi lo gridassimo, altri poveri ci sentirebbero, e un povero da solo è un uomo in pericolo ma tanti poveri insieme possono diventare un pericolo per chi prospera sulla povertàQuando rifletto su queste cose, mi trovo a ringraziare il mio povero padre, morto di mesotelioma pleurico (il cancro dell’amianto), che mi ha insegnato a fare il muratore, il pittore, il contadino, e mia madre che mi ha insegnato a cucinare. Grazie a loro sono e sarò sempre un lavoratore, qualunque mestiere faccia per vivere, al massimo un mezzo anarchico che fa cinema, finché posso.
Grazie a questo insegnamento nei miei 15/20 anni di precarietà «vera» non mi sono mai sentito perduto, ho fatto ogni tipo di attività. Anche quel ragazzo riccioluto non sta fermo a piangersi addosso, lavora, ma non vuole essere un lavoratore, lui è un giornalista, vuole appartenere a un mondo, che come quello del cinema è minuscolo. Un mondo, tra l’altro, non solo di vincenti, ma sempre di più anche di «fallenti».
L’incontro con questo ragazzo mi ha psicanalizzato, e sono andato a casa con la coda tra le gambe, a scriverne. Ha fatto riemergere in me prepotentemente quel ventennio di difficoltà e fatica esistenziale. Mi sono chiesto: ma che ci fa lui qua? E io che ci faccio? Questo però, è un periodo così, nessuno è dove dovrebbe o vorrebbe essere, e nessuno è ciò che vorrebbe essere. Ecco forse perché, anche quando si è effettivamente poveri, se capita la disgrazia di esserlo, non lo si accetta. Eppure (dice il gruppettaro che è in me) se lo ammettessimo, e se poi lo gridassimo, altri poveri ci sentirebbero, e un povero da solo è un uomo in pericolo ma tanti poveri insieme possono diventare un pericolo per chi prospera sulla povertà.
È una questione percettiva, percepirsi per quello che si è, può essere un punto di partenza, magari per sentirsi meno soli, non dico (per carità!) per ribellarsi, visto che sembra una cosa difficile da farsi. Se dovesse diventare facile, però, ne vedremmo delle belle.
[Daniele Vicari 20/12/2016]
Francesco d’Assisi. La storia negata, Chiara Mercuri
quando una biografia diventa agiografia si apre uno spazio per gli
storici. Lo sanno bene i tanti studiosi che si sono cimentati con la
complessa figura di Francesco d’Assisi, personalità rivoluzionaria nella
storia della Chiesa, per secoli punto di riferimento dei movimenti di
riforma e oggi del pontificato di papa Bergoglio. Con il suo Francesco d’Assisi. La storia negata
(Laterza, pp.228, euro 16) Chiara Mercuri ci restituisce sulla base
degli studi e delle fonti la dimensione autentica del «poverello
d’Assisi», quella di uomo che fu reso meno pericoloso una volta
trasfigurato in un santo.
Una storia appassionante che si snoda dal XIII secolo alla fine del XIX, quando Paul Sabatier, storico allievo di Ernest Renan, ritrovò tra i codici della biblioteca Mazarine le tracce della biografia di Francesco scritta da frate Leone del nucleo originario della Porziuncola.
UNA STORIA DI PERSECUZIONE e di resistenza, raccontata con le doti di una grande narratrice che fa sentire al lettore l’odore acre delle stanze mal riscaldate, la passione di un gruppo di giovani benestanti che avevano abbandonato tutto (ricchezza, affetti e famiglia) per dedicarsi alla causa, e da ultimo il dolore di coloro che dopo la morte della loro guida si sentiranno defraudati della sua memoria.
LE VICENDE STORICHE di Francesco e del francescanesimo sono oggi note grazie a una ricchissima mole di studi che ha riempito le biblioteche del mondo. Mercuri prende le mosse dagli ultimi momenti della vita del frate, di cui le autorità comunali sorvegliavano l’agonia con l’intento di non farsi privare del cadavere. Siamo nell’ottobre 1226 e la canonizzazione arriverà appena due anni dopo per volontà di papa Gregorio IX.
Dietro a questa decisione c’era però anche la volontà di porre fine alle dispute che si erano aperte nell’Ordine e che vedevano contrapporsi i frati che volevano restare fedeli al suo insegnamento e quella componente lontana geograficamente e spiritualmente da Assisi che interpretava in modo più blando la parola d’ordine «povertà».
Rientrano in questo processo di «normalizzazione» la decisione del papa di far costruire una grandiosa basilica destinata a divenire la nuova tomba del santo e, soprattutto, l’incarico affidato a frate Tommaso da Celano di scrivere la Vita del padre fondatore. Il risultato sarà deludente per tutti, tanto per i compagni di Francesco, che non si potevano riconoscere in una rappresentazione sincera, ma letteraria e stereotipata, quanto per il committente che si aspettava un santo adornato di molti miracoli per mettere a tacere i detrattori della canonizzazione. In ogni caso – prosegue Mercuri – la biografia Tommaso rimarrà per anni la sola ufficiale conoscendo un’ampia diffusione e, nello stesso tempo, alimentando il bisogno di mantenere viva una memoria alternativa.
ARRIVIAMO COSÌ al momento chiave di questa storia: l’avvio dell’inchiesta del promossa dal generale dell’Ordine, Crescenzio da Iesi, la seconda commissione a Tommaso e la decisione di tre dei compagni più stretti di Francesco, uno dei quali era il suo confessore, nonché «segretario», frate Leone, di inviare il materiale richiesto accompagnato da una lettera, datata Greccio 1246, con la quale venivano presentati alcuni materiali ritenuti utili per scrivere una storia meno miracolistica e più autentica.
Si trattava probabilmente di due testi, uno dei quali era la Leggenda dei tre compagni che si concentrava soprattutto sulla giovinezza di Francesco. Il secondo, andato perduto nella sua forma originale, è in larga parte confluito nella Compilazione di Assisi e sarà questo il testo di cui faticosamente Sabatier ritroverà le tracce; un testo caratterizzato da una forma volutamente scarna ed essenziale che diventerà il principale obiettivo della campagna repressiva del generale Bonaventura da Bagnoregio, che nel 1266 imporrà di radunare e distruggere tutte le precedenti biografie, appunti e notizie.
SULLA BASE DEI DUE documenti sopra citati Mercuri ricostruisce gli snodi principali della vita di Francesco e della sua comunità, sostanzialmente rimossi o radicalmente modificati nella «biografia ufficiale» sistematizzata da Bonaventura nella Leggenda Maggiore. Tra gli elementi più interessanti l’autrice menziona e analizza: l’estrazione elevata e il buon livello culturale dei giovani compagni di Assisi attratti dal carisma di Francesco; lo stretto rapporto con Chiara, le sue sorelle e le altre donne che entreranno a far parte del gruppo, a loro volta alla ricerca di un via d’uscita dall’oppressione del sistema patriarcale; l’organizzazione dal basso di una comunità che rifiutava il denaro, ma non il corpo con le sue esigenze e i suoi appetiti.
Dalla ricostruzione emerge quindi il profilo di un gruppo di sperimentatori che lentamente si dà una forma vitae povera e per i poveri e, come noto, nel percorso si confronta e scontra con l’autorità ecclesiastica e con le correnti interne che si vanno sviluppando lontano da Assisi e contestano la Regola originaria.
La ricostruzione si chiude con la malattia di Francesco, stremato dallo scontro che non si aspettava, e con la dettatura del Cantico e del Testamento. La resistenza del gruppo originario continuerà clandestina, talvolta individualmente nei conventi «senza fare né lite né questione», come aveva raccomandato Francesco, ma anche nella disobbedienza della scrittura per mantenere viva la memoria, per lasciare un messaggio firmato semplicemente «Noi che fummo con lui».
[Alessandro Santagata 20/12/2016]
Una storia appassionante che si snoda dal XIII secolo alla fine del XIX, quando Paul Sabatier, storico allievo di Ernest Renan, ritrovò tra i codici della biblioteca Mazarine le tracce della biografia di Francesco scritta da frate Leone del nucleo originario della Porziuncola.
UNA STORIA DI PERSECUZIONE e di resistenza, raccontata con le doti di una grande narratrice che fa sentire al lettore l’odore acre delle stanze mal riscaldate, la passione di un gruppo di giovani benestanti che avevano abbandonato tutto (ricchezza, affetti e famiglia) per dedicarsi alla causa, e da ultimo il dolore di coloro che dopo la morte della loro guida si sentiranno defraudati della sua memoria.
LE VICENDE STORICHE di Francesco e del francescanesimo sono oggi note grazie a una ricchissima mole di studi che ha riempito le biblioteche del mondo. Mercuri prende le mosse dagli ultimi momenti della vita del frate, di cui le autorità comunali sorvegliavano l’agonia con l’intento di non farsi privare del cadavere. Siamo nell’ottobre 1226 e la canonizzazione arriverà appena due anni dopo per volontà di papa Gregorio IX.
Dietro a questa decisione c’era però anche la volontà di porre fine alle dispute che si erano aperte nell’Ordine e che vedevano contrapporsi i frati che volevano restare fedeli al suo insegnamento e quella componente lontana geograficamente e spiritualmente da Assisi che interpretava in modo più blando la parola d’ordine «povertà».
Rientrano in questo processo di «normalizzazione» la decisione del papa di far costruire una grandiosa basilica destinata a divenire la nuova tomba del santo e, soprattutto, l’incarico affidato a frate Tommaso da Celano di scrivere la Vita del padre fondatore. Il risultato sarà deludente per tutti, tanto per i compagni di Francesco, che non si potevano riconoscere in una rappresentazione sincera, ma letteraria e stereotipata, quanto per il committente che si aspettava un santo adornato di molti miracoli per mettere a tacere i detrattori della canonizzazione. In ogni caso – prosegue Mercuri – la biografia Tommaso rimarrà per anni la sola ufficiale conoscendo un’ampia diffusione e, nello stesso tempo, alimentando il bisogno di mantenere viva una memoria alternativa.
ARRIVIAMO COSÌ al momento chiave di questa storia: l’avvio dell’inchiesta del promossa dal generale dell’Ordine, Crescenzio da Iesi, la seconda commissione a Tommaso e la decisione di tre dei compagni più stretti di Francesco, uno dei quali era il suo confessore, nonché «segretario», frate Leone, di inviare il materiale richiesto accompagnato da una lettera, datata Greccio 1246, con la quale venivano presentati alcuni materiali ritenuti utili per scrivere una storia meno miracolistica e più autentica.
Si trattava probabilmente di due testi, uno dei quali era la Leggenda dei tre compagni che si concentrava soprattutto sulla giovinezza di Francesco. Il secondo, andato perduto nella sua forma originale, è in larga parte confluito nella Compilazione di Assisi e sarà questo il testo di cui faticosamente Sabatier ritroverà le tracce; un testo caratterizzato da una forma volutamente scarna ed essenziale che diventerà il principale obiettivo della campagna repressiva del generale Bonaventura da Bagnoregio, che nel 1266 imporrà di radunare e distruggere tutte le precedenti biografie, appunti e notizie.
SULLA BASE DEI DUE documenti sopra citati Mercuri ricostruisce gli snodi principali della vita di Francesco e della sua comunità, sostanzialmente rimossi o radicalmente modificati nella «biografia ufficiale» sistematizzata da Bonaventura nella Leggenda Maggiore. Tra gli elementi più interessanti l’autrice menziona e analizza: l’estrazione elevata e il buon livello culturale dei giovani compagni di Assisi attratti dal carisma di Francesco; lo stretto rapporto con Chiara, le sue sorelle e le altre donne che entreranno a far parte del gruppo, a loro volta alla ricerca di un via d’uscita dall’oppressione del sistema patriarcale; l’organizzazione dal basso di una comunità che rifiutava il denaro, ma non il corpo con le sue esigenze e i suoi appetiti.
Dalla ricostruzione emerge quindi il profilo di un gruppo di sperimentatori che lentamente si dà una forma vitae povera e per i poveri e, come noto, nel percorso si confronta e scontra con l’autorità ecclesiastica e con le correnti interne che si vanno sviluppando lontano da Assisi e contestano la Regola originaria.
La ricostruzione si chiude con la malattia di Francesco, stremato dallo scontro che non si aspettava, e con la dettatura del Cantico e del Testamento. La resistenza del gruppo originario continuerà clandestina, talvolta individualmente nei conventi «senza fare né lite né questione», come aveva raccomandato Francesco, ma anche nella disobbedienza della scrittura per mantenere viva la memoria, per lasciare un messaggio firmato semplicemente «Noi che fummo con lui».
[Alessandro Santagata 20/12/2016]
martedì 13 dicembre 2016
Un gioco da bambini, James Ballard
PROSSIMO INCONTRO 19 DICEMBRE
Carissim*,
per prepararci in modo appropriato al Natale, leggeremo UN GIOCO DA BAMBINI,
di James Ballard, scelto da Francesca. Il libro è breve (92 pagine),ed
economico (Feltrinelli ) ma denso e sicuramente origine di stimolante
discussione.
Puntiamo alla metà di dicembre. Fatemi sapere le date vietate e, Francesca, quelle proposte.
A presto
Silvia
http://www.fantascienza.com/439/conoscere-james-g-ballardbr
martedì 6 dicembre 2016
Più libri più liberi
Più libri più liberi è la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria e si svolge a Roma, nel Palazzo dei Congressi dell’Eur, dal 7 all’11 dicembre 2016. Giunta alla sua quindicesima edizione, #plpl è l’unica fiera al mondo dedicata esclusivamente all’editoria indipendente dove ogni anno oltre 400 editori, provenienti da tutta Italia, presentano al pubblico le novità ed il proprio catalogo. Cinque giorni e più di 300 eventi in cui incontrare gli autori, assistere a reading e performance musicali, ascoltare dibattiti sulle tematiche di settore.
Il progetto
Più libri più liberi nasce nel dicembre del 2002 da un’idea del Gruppo Piccoli Editori dell’Associazione Italiana Editori. L’obiettivo è quello di offrire al maggior numero possibile di piccole case editrici uno spazio per portare in primo piano la propria produzione, spesso “oscurata” da quella delle imprese più grandi, garantendogli la vetrina che meritano. Una vetrina d’eccezione, al centro di Roma e durante il periodo natalizio.Ma #plpl non è solo questo, il vero cuore della fiera è il programma culturale: incontri con gli autori, reading, dibattiti su temi di attualità, iniziative per la promozione della lettura, musica e performance live scandiscono le cinque giornate della manifestazione in una successione continua di eventi per tutti i gusti.
Più libri più liberi è anche un luogo di incontro per gli operatori professionali, dove discutere le problematiche del settore e dove individuare le strategie da sviluppare.
http://www.plpl.it/eventi/
lunedì 5 dicembre 2016
Storia di Sima, Bijan Zarmandili
«Con Storia di Sima volevo raccontare una storia d’amore.
Una di quelle che rovesciano i canoni tradizionali del romanzo di
genere». Bijan Zarmandili esplicita così le intenzioni narrative della
sua ultima opera (Nottetempo, pp. 164, euro 13), che presenterà a Roma
il 10 dicembre, nell’ambito del festival dedicato alla piccola e media
editoria Più Libri. Più Liberi.
Definire romance questo lavoro sarebbe probabilmente inappropriato: l’opera ha più le caratteristiche di un romanzo di formazione, che non si limita alla descrizione delle tappe evolutive del personaggio. Sima è un’iraniana nata e cresciuta nella city di Londra; circondata dai crucci borghesi dei suoi genitori, espatriati in Inghilterra per cercare fortuna. L’anaffettività del padre – mista all’ossessione per il consenso da parte dell’ospite inglese – e la depressione della madre la spingono sempre più lontana dalla vita statica e inquietante che si è costruita nell’esilio londinese.
Sima cerca rifugio in Italia, tra le braccia di Stefano – giovane e brillante architetto conosciuto all’università – e di suo figlio Dario che, con l’arrivo dell’adolescenza si trasforma in un’ossessione proibita: un ribaltamento del dramma di Sofocle, Edipo Re. È una messa in scena teatrale in cui sradicamento identitario e desiderio incestuoso originano dal raffreddamento del «senso dell’io» di Sima: forestiera in casa propria.
Tra le pagine del romanzo si percepisce che Sima vive in un perenne stato di insoddisfazione e disadattamento. ..
Sima era una «straniera, un’aliena nell’anima», come diceva di lei suo marito Stefano. Io dico che è una donna «senza patria». E con questa espressione non intendo solo in senso geografico. Penso a una patria dell’anima: le è mancato il principio vitale. Non è riuscita a trovare le sue radici a Londra. E neppure a Roma. Così prova a cercare una nuova appartenenza tra l’umanità invisibile, i senzatetto e i clochards, come se fosse lo svolgimento del destino.
Sima non ha nulla a che fare con i giovani iraniani che espatriano in cerca di un futuro migliore. È una figlia della «seconda generazione»?
Proprio così: è nata a Londra da madre e padre iraniani. Non ha mai conosciuto l’Iran, se non attraverso i tormentosi rapporti con i genitori. Incarna perfettamente il prototipo della seconda generazione, figlia di una borghesia cosmopolita iraniana che ha lasciato il paese dopo la rivoluzione islamica. La tappa italiana, più che ricerca di cambiamento, è una fuga dalla vita famigliare asfittica e problematica. Sima vive una profonda crisi d’identità, che spesso accomuna i giovani della seconda generazione di immigrati. Poco importa la loro condizione economica: il padre è un facoltoso finanziere nella city londinese.
Sentirsi stranieri sempre e comunque è una condizione diffusa. Ancora di più in questo momento storico. C’è – seppur in minima parte – una matrice autobiografica?
Nulla di quello che c’è in Storia di Sima appartiene al mio vissuto personale. Ciò non vuol dire che la storia perda di realismo: con modalità, forme e intensità differenti, la perdita della «patria dell’anima» è un fenomeno frequente. La causa è semplice: gli spostamenti di milioni di persone dal sud al nord del mondo provocano mutamenti culturali, psicologici e antropologici. Gli effetti di tali modificazioni non sono immediatamente percepibili. Sima rappresenta il riassunto di queste trasformazioni.
A proposito di migrazioni: a un anno dall’accordo sul nucleare, il destino di molti iraniani non sembra essere mutato né di profila all’orizzonte la sperata rinascita. Cosa ne pensa?
Vista la complessità degli accordi, probabilmente un anno non è sufficiente per la verifica dei risultati. Le tappe intermedie, prima della vera rinascita, erano moltissime, andavano negoziati decine di protocolli. Spero che l’Iran e i suoi interlocutori occidentali l’abbiano fatto. La prospettiva, dopo l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, sarà certamente più complicata, ma bisogna vedere fin dove gli americani sono tenuti a rispettare i patti precedentemente siglati. Non dobbiamo poi dimenticare che anche l’Unione europea è partner dell’Iran e non dovrà necessariamente mantenere la stessa linea di Washington. Renzi ha già firmato accordi miliardari con Teheran e Pier Carlo Padoan verrà in visita nella capitale.
Ma gli Usa restano una grande incognita: il tycoon potrebbe far saltare il tavolo?
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca non è in ballo solo l’intesa sul nucleare, ma il ruolo di Teheran sullo scacchiere mediorientale: l’Iran rischia di perdere il riconoscimento dello status di «potenza regionale». Fin qui, le dichiarazioni di Trump hanno fatto pensare a una limitazione dell’influenza iraniana per ostacolarne il peso economico, a vantaggio di Israele. A differenza dell’amministrazione Obama, quella di Trump tornerà a sostenere prevalentemente esigenze e posizioni israeliane, senza contare che il Medioriente è radicalmente mutato rispetto a 15 anni fa. Ma ogni previsione in politica estera è vincolata alle condizioni obiettive e alla capacità di gestione della diplomazia.
Il futuro dell’Iran dipende anche dalle sue prossime presidenziali. Molti danno per vincente Rohani, ma l’ipotesi di un duello tra il presidente uscente e Ahmadinejad si fa sempre più concreta. Cosa dobbiamo aspettarci?
Manco da tanti anni dall’Iran e non vorrei azzardare giudizi insensati. Ma è lecito immaginare questo: con Trump mancherà all’Iran un interlocutore come Obama, e certamente i rivali di Rohani proveranno a sfruttare la situazione per sottolineare le difficoltà della sua politica di apertura verso l’Occidente. Non vanno sottovalutate le attese della popolazione – in maggioranza a favore della fine dell’embargo – e, in ultima analisi, il ruolo della Guida: l’ayatollah Khamenei.
Nonostante Rohani si sia sempre dichiarato un moderato, in Iran la censura continua a mietere vittime: basti pensare all’arresto del regista Keywan Karimi….
Purtroppo non basta un moderato come Rohani a trascinare l’Iran verso un modello di democrazia e rispetto dei diritti di stampo occidentale. Non ci è riuscito neppure Khatami, che era un riformista. L’esecutivo di Rohani deve costantemente fare i conti con il potere giudiziario, controllato in prevalenza dagli integralisti, con gli apparati di sicurezza e con l’ayatollah Khamenei. La secolarizzazione, come tutti i meccanismi che riguardano le società, è un processo lento, che non è in grado di soddisfare le attese di giovani e donne. Di una società civile avanzata come quella iraniana.
Nelle pagine di «Storia di Sima» si parla soltanto una volta di fede. Ha a che fare con l’ideologia del personaggio?
I temi che riguardano la religione non sono indispensabili per descrivere un personaggio come Sima. Spero che ad emergere siano altri aspetti: quello psicologico e introspettivo. Quello delle difficoltà e dei disagi. La religione è un fattore marginale, se non inesistente. E malgrado i suoi aspetti tragici, qui il fanatismo è un fenomeno minoritario nel contesto complessivo delle religioni.
[Francesca del Vecchio 5/12/2016]
Definire romance questo lavoro sarebbe probabilmente inappropriato: l’opera ha più le caratteristiche di un romanzo di formazione, che non si limita alla descrizione delle tappe evolutive del personaggio. Sima è un’iraniana nata e cresciuta nella city di Londra; circondata dai crucci borghesi dei suoi genitori, espatriati in Inghilterra per cercare fortuna. L’anaffettività del padre – mista all’ossessione per il consenso da parte dell’ospite inglese – e la depressione della madre la spingono sempre più lontana dalla vita statica e inquietante che si è costruita nell’esilio londinese.
Sima cerca rifugio in Italia, tra le braccia di Stefano – giovane e brillante architetto conosciuto all’università – e di suo figlio Dario che, con l’arrivo dell’adolescenza si trasforma in un’ossessione proibita: un ribaltamento del dramma di Sofocle, Edipo Re. È una messa in scena teatrale in cui sradicamento identitario e desiderio incestuoso originano dal raffreddamento del «senso dell’io» di Sima: forestiera in casa propria.
Tra le pagine del romanzo si percepisce che Sima vive in un perenne stato di insoddisfazione e disadattamento. ..
Sima era una «straniera, un’aliena nell’anima», come diceva di lei suo marito Stefano. Io dico che è una donna «senza patria». E con questa espressione non intendo solo in senso geografico. Penso a una patria dell’anima: le è mancato il principio vitale. Non è riuscita a trovare le sue radici a Londra. E neppure a Roma. Così prova a cercare una nuova appartenenza tra l’umanità invisibile, i senzatetto e i clochards, come se fosse lo svolgimento del destino.
Sima non ha nulla a che fare con i giovani iraniani che espatriano in cerca di un futuro migliore. È una figlia della «seconda generazione»?
Proprio così: è nata a Londra da madre e padre iraniani. Non ha mai conosciuto l’Iran, se non attraverso i tormentosi rapporti con i genitori. Incarna perfettamente il prototipo della seconda generazione, figlia di una borghesia cosmopolita iraniana che ha lasciato il paese dopo la rivoluzione islamica. La tappa italiana, più che ricerca di cambiamento, è una fuga dalla vita famigliare asfittica e problematica. Sima vive una profonda crisi d’identità, che spesso accomuna i giovani della seconda generazione di immigrati. Poco importa la loro condizione economica: il padre è un facoltoso finanziere nella city londinese.
Sentirsi stranieri sempre e comunque è una condizione diffusa. Ancora di più in questo momento storico. C’è – seppur in minima parte – una matrice autobiografica?
Nulla di quello che c’è in Storia di Sima appartiene al mio vissuto personale. Ciò non vuol dire che la storia perda di realismo: con modalità, forme e intensità differenti, la perdita della «patria dell’anima» è un fenomeno frequente. La causa è semplice: gli spostamenti di milioni di persone dal sud al nord del mondo provocano mutamenti culturali, psicologici e antropologici. Gli effetti di tali modificazioni non sono immediatamente percepibili. Sima rappresenta il riassunto di queste trasformazioni.
A proposito di migrazioni: a un anno dall’accordo sul nucleare, il destino di molti iraniani non sembra essere mutato né di profila all’orizzonte la sperata rinascita. Cosa ne pensa?
Vista la complessità degli accordi, probabilmente un anno non è sufficiente per la verifica dei risultati. Le tappe intermedie, prima della vera rinascita, erano moltissime, andavano negoziati decine di protocolli. Spero che l’Iran e i suoi interlocutori occidentali l’abbiano fatto. La prospettiva, dopo l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, sarà certamente più complicata, ma bisogna vedere fin dove gli americani sono tenuti a rispettare i patti precedentemente siglati. Non dobbiamo poi dimenticare che anche l’Unione europea è partner dell’Iran e non dovrà necessariamente mantenere la stessa linea di Washington. Renzi ha già firmato accordi miliardari con Teheran e Pier Carlo Padoan verrà in visita nella capitale.
Ma gli Usa restano una grande incognita: il tycoon potrebbe far saltare il tavolo?
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca non è in ballo solo l’intesa sul nucleare, ma il ruolo di Teheran sullo scacchiere mediorientale: l’Iran rischia di perdere il riconoscimento dello status di «potenza regionale». Fin qui, le dichiarazioni di Trump hanno fatto pensare a una limitazione dell’influenza iraniana per ostacolarne il peso economico, a vantaggio di Israele. A differenza dell’amministrazione Obama, quella di Trump tornerà a sostenere prevalentemente esigenze e posizioni israeliane, senza contare che il Medioriente è radicalmente mutato rispetto a 15 anni fa. Ma ogni previsione in politica estera è vincolata alle condizioni obiettive e alla capacità di gestione della diplomazia.
Il futuro dell’Iran dipende anche dalle sue prossime presidenziali. Molti danno per vincente Rohani, ma l’ipotesi di un duello tra il presidente uscente e Ahmadinejad si fa sempre più concreta. Cosa dobbiamo aspettarci?
Manco da tanti anni dall’Iran e non vorrei azzardare giudizi insensati. Ma è lecito immaginare questo: con Trump mancherà all’Iran un interlocutore come Obama, e certamente i rivali di Rohani proveranno a sfruttare la situazione per sottolineare le difficoltà della sua politica di apertura verso l’Occidente. Non vanno sottovalutate le attese della popolazione – in maggioranza a favore della fine dell’embargo – e, in ultima analisi, il ruolo della Guida: l’ayatollah Khamenei.
Nonostante Rohani si sia sempre dichiarato un moderato, in Iran la censura continua a mietere vittime: basti pensare all’arresto del regista Keywan Karimi….
Purtroppo non basta un moderato come Rohani a trascinare l’Iran verso un modello di democrazia e rispetto dei diritti di stampo occidentale. Non ci è riuscito neppure Khatami, che era un riformista. L’esecutivo di Rohani deve costantemente fare i conti con il potere giudiziario, controllato in prevalenza dagli integralisti, con gli apparati di sicurezza e con l’ayatollah Khamenei. La secolarizzazione, come tutti i meccanismi che riguardano le società, è un processo lento, che non è in grado di soddisfare le attese di giovani e donne. Di una società civile avanzata come quella iraniana.
Nelle pagine di «Storia di Sima» si parla soltanto una volta di fede. Ha a che fare con l’ideologia del personaggio?
I temi che riguardano la religione non sono indispensabili per descrivere un personaggio come Sima. Spero che ad emergere siano altri aspetti: quello psicologico e introspettivo. Quello delle difficoltà e dei disagi. La religione è un fattore marginale, se non inesistente. E malgrado i suoi aspetti tragici, qui il fanatismo è un fenomeno minoritario nel contesto complessivo delle religioni.
[Francesca del Vecchio 5/12/2016]
sabato 3 dicembre 2016
Gatta con gli stivali, Beatrix Potter
Amava i funghi, sapeva tutto al riguardo e conosceva alla
perfezione anche le erbe selvatiche. Osservava ogni bestiola dei boschi e
delle fattorie, coltivando una spiccata predilezione per i conigli e,
soprattutto, era una combattente nata, non si arrendeva mai. L’inglese
Beatrix Potter, fin da piccola, da quando passava le sue vacanze estive
nella regione dei laghi (la stessa di cui poi acquisterà terreni su
terreni per salvaguardare l’ambiente), sognava di diventare una
naturalista. Però era donna: né la sua famiglia né la società le
permisero di diventare botanica, mal accettavano quel carattere
indipendente, da imprenditrice di se stessa.
Ma
lei, Beatrix Potter, indomita ragazza nata a Londra nel 1866, cresciuta
in piena epoca vittoriana, aveva il suo asso nella manica: disegnava
meravigliosamente e aveva il dono della parola. Sapeva raccontare, come
Esopo e i fratelli Grimm – autori che aveva divorato in letture
solitarie. Narrava con la medesima semplicità, solo con più ironia e una
sana birbanteria che spuntava fra le righe. Per esercitare la fantasia,
scriveva lettere ai figli della sua governante che le leggevano tutte
d’un fiato, scoprendovi strane famiglie conigliesche.
Svettava su tutti,
Peter the rabbit. Che da quando vide la luce nel 1902 in Inghilterra
grazie all’illuminato editore Norman Warne (per Beatrix fu anche un
amore finito tragicamente, dato che lui morì prima che si sposassero per
una leucemia fulminante), circolò per il mondo in più di ottanta
milioni di copie e, ancora oggi, è uno dei primissimi amici dei bambini
inglesi.
Nel centocinquantesimo anniversario della scrittrice, l’editrice
della Penguin Random House, Jo Hanks si è messa a frugare negli archivi
del Victoria and Albert Museum (che conserva illustrazioni, taccuini,
manoscritti, fotografie e documenti di Beatrix Potter), inseguendo la
suggestione di una lettera del 1914 dove l’autrice faceva riferimento a
un «kitty» nero.
Una storia mai pubblicata, probabilmente incompiuta, rimasta a dormire in qualche cassetto per un intero secolo. Si trattava di una Gatta con gli stivali, con le smanie da bracconiera di notte, che si metteva baldanzosamente nei guai, imbracciando il suo fucile e sparando all’impazzata. La signorina Catherine St Quintin (così voleva essere chiamata la micia), beneducata di mattina e anticonformista al calar della sera, vestita con una giacca di tweed da uomo arriva in Italia con la traduzione di Angela Ragusa e i disegni di Quentin Blake, per Mondadori (pp.69, euro 18). E Blake, ignaro delle motivazioni che spinsero la scrittrice a non prendere i colori (esiste solo uno schizzo di sua mano), confessa felice di «accarezzare talvolta l’idea che lo abbia tenuto da parte per me». Insieme a questo albo, sugli scaffali delle feste si può trovare anche Il Natale di Peter Coniglio (sempre per Mondadori). Non l’ha scritto Beatrix Potter, ma è ispirato alle sue storie e la «penna» è quella di Emma Thompson, l’attrice e sceneggiatrice britannica cui è stato concesso di continuare la saga avventurosa. Qui Peter e il cugino Benjamin dovranno escogitare un piano per evitare che il loro amico tacchino William finisca sulla tavola dei coniugi McGregor.
[Arianna di Genova 3/11/2016]
Una storia mai pubblicata, probabilmente incompiuta, rimasta a dormire in qualche cassetto per un intero secolo. Si trattava di una Gatta con gli stivali, con le smanie da bracconiera di notte, che si metteva baldanzosamente nei guai, imbracciando il suo fucile e sparando all’impazzata. La signorina Catherine St Quintin (così voleva essere chiamata la micia), beneducata di mattina e anticonformista al calar della sera, vestita con una giacca di tweed da uomo arriva in Italia con la traduzione di Angela Ragusa e i disegni di Quentin Blake, per Mondadori (pp.69, euro 18). E Blake, ignaro delle motivazioni che spinsero la scrittrice a non prendere i colori (esiste solo uno schizzo di sua mano), confessa felice di «accarezzare talvolta l’idea che lo abbia tenuto da parte per me». Insieme a questo albo, sugli scaffali delle feste si può trovare anche Il Natale di Peter Coniglio (sempre per Mondadori). Non l’ha scritto Beatrix Potter, ma è ispirato alle sue storie e la «penna» è quella di Emma Thompson, l’attrice e sceneggiatrice britannica cui è stato concesso di continuare la saga avventurosa. Qui Peter e il cugino Benjamin dovranno escogitare un piano per evitare che il loro amico tacchino William finisca sulla tavola dei coniugi McGregor.
[Arianna di Genova 3/11/2016]
mercoledì 30 novembre 2016
Johanna Nordbla, FemmineFolli.
Le prime banalissime domande appena viste delle foto su una rivista:
ma non ha freddo? Non ha paura? Come le salta in mente? Poi le immagini
ti catturano e sono suggestive e così strane: bei colori, il lago
glaciale non è blu come lo immaginiamo, l’acqua sembra pesante, il corpo
della nuotatrice fluttua come gli astronauti nelle capsule senza
gravità, il ghiaccio è bianco ma di un bianco personale, ghiaccesco, non
caratterizzato dagli standard delle palette di colori dei pittori. È
tutto un mondo alla rovescia inimmaginabile, parallelo, definito e unico
che nessuno vive né conosce. Tranne lei. Lei che si chiama Johanna
Nordblad e detiene il record di prima donna a nuotare 50 metri sotto il
ghiaccio vestita solo di muta e maschera. La grafica finlandese, anni
fa, quasi perse una gamba in un orribile incidente in bicicletta e la
terapia del ghiaccio contribuì a salvarla: così arrivò al misterioso
mondo dell’apnea al gelo.
Quanto coraggio comporta la scelta di intraprendere questo desueto sport estremo? Qual è il margine tra la sfida e la gratitudine? Il superamento di sé stessi, la forza di volontà o solamente l’attrazione per un diverso mondo che diviene quasi esclusivo ai suoi occhi, alla sua pelle, alla sua percezione fisica? Un’avventura formidabile vissuta con disinvoltura, una concentrazione di nervi, istinto di sopravvivenza, smania di conoscenza e voglia di vivere: queste le cose che appaiono agli occhi di chi guarda, da fuori, dal calduccio del divano con la copertina sulle ginocchia e il gatto ronfante sopra. Cosa mai si prova ad inserire l’intero scheletro con ciccia annessa in un liquido ammantante della temperatura di quattro sotto zero minimo? Nessuno di noi vuole davvero scoprirlo. Qualcuno forse, un minimo sparuto numero di folli. Johanna è tra questa minoranza tra le minoranze, questa élite di temerari calorosi.
Un triangolo perfetto (l’occhio del Dio Sole?) squarciato tra stratificazioni di ghiaccio. Una oscurità luminosa. Una pinna a semicerchio si introduce cautamente nel liquido (amniotico?). Sotto, tra stalattiti alla rovescia, una sagomina umana di nero vestita, auto elettasi sirena, gattona carponi toccando la superficie statica impenetrabile confine col mondo di sopra. Non è un pesce comune né uno squalo né un balenottero in cerca della madre. È una donna. Folle? Ardimentosa? Alla ricerca di emozioni forti?
Self-confident di sicuro. Perché trovarsi dentro metri cubi di acqua più fredda di un cocktail ghiacciato sotto il sole delle Maldive non è esperienza da tutti, per tutti, mentre lei ride sicura nelle bolle gelate, alla vita una cintura di pesi che la tiene a fondo, una maschera da Diabolik, zigomi labbra e mento all’addiaccio. In apnea nuota per alcuni metri, visibile dal di fuori, sotto lo strato trasparente formato da livelli più sottili di glaciazione. La danza che compie assomiglia al teatro giapponese delle ombre: distinguiamo silhouette di un corpo fluttuante con braccia e mani e gambe in qualcosa di denso come gelatina, come se l’essere sotto zero fornisse all’acqua una consistenza all’apparenza più tangibile, meno eterea, quasi solida. Un corpo umano lì dentro assume, temporaneamente, caratteristiche da supereroe: ha i minuti contati, il countdown è innescato e non esiste nessuno che possa bloccarlo, non possono esistere paura, panico, errori: lì sotto c’è solo Johanna, i suoi polmoni e la sua voglia di mangiare con gli occhi, sentire con la testa, vibrare risuonando come un mantra dentro un silenzio privato e profondo, pacifico e millenario, eterno, disumano, altro. Ed è dentro questo mare (che mare non è) in cui le è dolce naufragare…
[ Fabiana Sargentini 30/11/2016]
Quanto coraggio comporta la scelta di intraprendere questo desueto sport estremo? Qual è il margine tra la sfida e la gratitudine? Il superamento di sé stessi, la forza di volontà o solamente l’attrazione per un diverso mondo che diviene quasi esclusivo ai suoi occhi, alla sua pelle, alla sua percezione fisica? Un’avventura formidabile vissuta con disinvoltura, una concentrazione di nervi, istinto di sopravvivenza, smania di conoscenza e voglia di vivere: queste le cose che appaiono agli occhi di chi guarda, da fuori, dal calduccio del divano con la copertina sulle ginocchia e il gatto ronfante sopra. Cosa mai si prova ad inserire l’intero scheletro con ciccia annessa in un liquido ammantante della temperatura di quattro sotto zero minimo? Nessuno di noi vuole davvero scoprirlo. Qualcuno forse, un minimo sparuto numero di folli. Johanna è tra questa minoranza tra le minoranze, questa élite di temerari calorosi.
Un triangolo perfetto (l’occhio del Dio Sole?) squarciato tra stratificazioni di ghiaccio. Una oscurità luminosa. Una pinna a semicerchio si introduce cautamente nel liquido (amniotico?). Sotto, tra stalattiti alla rovescia, una sagomina umana di nero vestita, auto elettasi sirena, gattona carponi toccando la superficie statica impenetrabile confine col mondo di sopra. Non è un pesce comune né uno squalo né un balenottero in cerca della madre. È una donna. Folle? Ardimentosa? Alla ricerca di emozioni forti?
Self-confident di sicuro. Perché trovarsi dentro metri cubi di acqua più fredda di un cocktail ghiacciato sotto il sole delle Maldive non è esperienza da tutti, per tutti, mentre lei ride sicura nelle bolle gelate, alla vita una cintura di pesi che la tiene a fondo, una maschera da Diabolik, zigomi labbra e mento all’addiaccio. In apnea nuota per alcuni metri, visibile dal di fuori, sotto lo strato trasparente formato da livelli più sottili di glaciazione. La danza che compie assomiglia al teatro giapponese delle ombre: distinguiamo silhouette di un corpo fluttuante con braccia e mani e gambe in qualcosa di denso come gelatina, come se l’essere sotto zero fornisse all’acqua una consistenza all’apparenza più tangibile, meno eterea, quasi solida. Un corpo umano lì dentro assume, temporaneamente, caratteristiche da supereroe: ha i minuti contati, il countdown è innescato e non esiste nessuno che possa bloccarlo, non possono esistere paura, panico, errori: lì sotto c’è solo Johanna, i suoi polmoni e la sua voglia di mangiare con gli occhi, sentire con la testa, vibrare risuonando come un mantra dentro un silenzio privato e profondo, pacifico e millenario, eterno, disumano, altro. Ed è dentro questo mare (che mare non è) in cui le è dolce naufragare…
[ Fabiana Sargentini 30/11/2016]
martedì 29 novembre 2016
lunedì 28 novembre 2016
Matteo ha perso il lavoro, Gonçalo M. Tavares
Dopo Lor signori, sorprendente rassegna di «caratteri»
strambi messi alla prova dalle molteplici e incontrollabili contingenze
dell’essere al mondo (Il signor Calvino, il signor Kraus, il signor
Walser, il signor Valéry), l’editore nottetempo torna a pubblicare di
Gonçalo M. Tavares un altro libro, uscito in portoghese nel 2010, che si
inscrive nella stessa vena filosofica (condita da un obliquo e
inquietante humour) del ciclo del Barrio in cui si muovevano i
«signori»: Matteo ha perso il lavoro (pp. 230, euro
16,00, tradotto con l’abituale acume da Marika Marianello) è un nuovo
catalogo di stranezze, un altro ironico esercizio di combinatoria
narrativa.
La sua struttura è tripartita. Nella prima sezione seguiamo le disavventure misteriose di una serie di personaggi evocati solo per cognome: Aaronson ogni mattina percorre senza sosta, e senza apparente motivo, il perimetro di una rotonda stradale; Cohen è perseguitato da tic osceni di ogni tipo che si calmano soltanto con la scrittura, l’unica pratica che non lo faccia vergognare del proprio corpo; il maestro Diamond insegna in una scuola gradualmente invasa dall’immondizia, che tracima dalle finestre, e la sua forza di resistenza farà dei suoi ventidue piccoli alunni i ventidue custodi del senso, gli uomini che in futuro impediranno al mondo di soccombere. Goldstein, cieco e ossessionato dalla tavola periodica di Mendeleev, la farà tatuare in Braille sulla schiena del giovane prostituto Gottlieb. E così via, secondo una inflessibile trama di collegamenti e salti imprevisti. Fino ad arrivare a Matteo, titolare di una storia più lunga che comprende tutta la seconda sezione, e l’unico chiamato per nome. Matteo dovrà adeguarsi a un lavoro molto particolare che minerà le sue certezze e la sua stessa personalità. Perché la non accettazione della realtà comporta che il rifiuto gettato via dalla porta rientri dalla finestra della mente: voler salvare tutto, infatti, significa perdere tutto. Chiude il testo una postfazione dell’autore che si rivela essere il vero fulcro del libro, dove le tante forze in campo troveranno uno scioglimento provvisorio.
I cognomi dei personaggi di Tavares, di sapore vagamente familiare anche se provenienti da lingue diverse, potrebbero essere intercambiabili: ogni protagonista è identificato non dal nome che porta ma dalla sua speciale forma di bizzarria. Ai diversi quadri narrativi legati alla sfilata dei personaggi si inframmezzano fotografie di Diogo Castro Guimarães e Luis Maria Baptista, che rappresentano bambole, volti di pupazzi, hollow men modulari pronti a divenire figure della fungibilità universale in cui siamo immersi tutti.
Ogni nome in grassetto, che si sussegue in ordine alfabetico facendo germinare una nuova historiette da un dettaglio feriale della precedente, è un’ennesima funzione di una possibile pazzia. Una pazzia quotidiana, serena, raccontata in modo piano e imperturbabile. E giocata anche con la «narrativizzazione», o la trasformazione in apologo, di locuzioni, metafore e modi di dire («avere la scimmia», «perdersi nel labirinto», «spazzatura»).
L’osservazione di Agamben
In un esergo finale sta l’osservazione di Giorgio Agamben sul processo romano e sulla delatio nominis (la denuncia del nome dell’accusato) che ne rappresentava l’inizio. Un altro click scatta nella mente del lettore. Ma certo, ogni nome di quei personaggi è un dito puntato, ad avvertirlo che anche qui si parla di lui.
Lo scrittore fa l’appello delle loro sparse possibilità di esistenza ma l’appello è incompleto: grazie al disordine e all’impredicibilità del mondo, la serie alfabetica non si conclude, e anche al suo interno, quasi di soppiatto, si verifica un clandestino salto all’indietro.
Tavares sta sempre dietro le sue invenzioni con un sorriso indefinibile, e il lettore è una cavia felice finché dà corda alle sue allusioni enigmatiche. Si capisce, allora, come il fulcro del gioco sia stavolta la fiducia nell’ordine, così come la fiducia nelle ventidue lettere dell’alfabeto che filtrando una realtà disordinata la rendono comunicabile.
La preda di cui vanno alla caccia questi contes philosophiques sarà dunque ancora una volta la logica e il caos che la circonda, l’esattezza e il suo sabotaggio. «Quel che disturba è l’esattezza: la morte». L’ordine preciso dei tic e delle convenzioni collettive può essere stravolto da un semplice «no», come quello di Kashine, che porta «lo scompiglio nel mondo attraverso l’inequivocabile».
La postfazione, con cui Tavares si autointerpreta, è un luogo tutt’altro che marginale: è in verità il momento in cui davvero si annidano le acquisizioni di maggior peso in questa esperienza di scrittura. «Esitare è sempre stato un progetto di vita per qualcuno. Essere in grado di continuare a esitare a oltranza, ecco la difficoltà». O ancora: «Il problema è sempre questo: sei tu a essere in possesso delle domande – la mia libertà è, dunque, nulla. Posso solo rispondere. La comune idiozia è: pensare di essere liberi perché si può rispondere, perché si può scegliere. La grande differenza è questa; sei obbligato a scegliere».
Come in altre occasioni sfuggenti e audaci della sua opera, Tavares crea una macchina per pensare deragliando dalle logiche binarie, seguendo terze vie: qui lo scopo palese, e infine falso, è la descrizione della pazzia; lo scopo autentico (e latente) è una meditazione sull’imperfezione. Su cosa significa essere umani e doversi muovere in un mondo caotico sentendosi immotivatamente «al sicuro pur nel più aspro pericolo».
[Fabio Pedone 27/11/2016]
La sua struttura è tripartita. Nella prima sezione seguiamo le disavventure misteriose di una serie di personaggi evocati solo per cognome: Aaronson ogni mattina percorre senza sosta, e senza apparente motivo, il perimetro di una rotonda stradale; Cohen è perseguitato da tic osceni di ogni tipo che si calmano soltanto con la scrittura, l’unica pratica che non lo faccia vergognare del proprio corpo; il maestro Diamond insegna in una scuola gradualmente invasa dall’immondizia, che tracima dalle finestre, e la sua forza di resistenza farà dei suoi ventidue piccoli alunni i ventidue custodi del senso, gli uomini che in futuro impediranno al mondo di soccombere. Goldstein, cieco e ossessionato dalla tavola periodica di Mendeleev, la farà tatuare in Braille sulla schiena del giovane prostituto Gottlieb. E così via, secondo una inflessibile trama di collegamenti e salti imprevisti. Fino ad arrivare a Matteo, titolare di una storia più lunga che comprende tutta la seconda sezione, e l’unico chiamato per nome. Matteo dovrà adeguarsi a un lavoro molto particolare che minerà le sue certezze e la sua stessa personalità. Perché la non accettazione della realtà comporta che il rifiuto gettato via dalla porta rientri dalla finestra della mente: voler salvare tutto, infatti, significa perdere tutto. Chiude il testo una postfazione dell’autore che si rivela essere il vero fulcro del libro, dove le tante forze in campo troveranno uno scioglimento provvisorio.
I cognomi dei personaggi di Tavares, di sapore vagamente familiare anche se provenienti da lingue diverse, potrebbero essere intercambiabili: ogni protagonista è identificato non dal nome che porta ma dalla sua speciale forma di bizzarria. Ai diversi quadri narrativi legati alla sfilata dei personaggi si inframmezzano fotografie di Diogo Castro Guimarães e Luis Maria Baptista, che rappresentano bambole, volti di pupazzi, hollow men modulari pronti a divenire figure della fungibilità universale in cui siamo immersi tutti.
Ogni nome in grassetto, che si sussegue in ordine alfabetico facendo germinare una nuova historiette da un dettaglio feriale della precedente, è un’ennesima funzione di una possibile pazzia. Una pazzia quotidiana, serena, raccontata in modo piano e imperturbabile. E giocata anche con la «narrativizzazione», o la trasformazione in apologo, di locuzioni, metafore e modi di dire («avere la scimmia», «perdersi nel labirinto», «spazzatura»).
L’osservazione di Agamben
In un esergo finale sta l’osservazione di Giorgio Agamben sul processo romano e sulla delatio nominis (la denuncia del nome dell’accusato) che ne rappresentava l’inizio. Un altro click scatta nella mente del lettore. Ma certo, ogni nome di quei personaggi è un dito puntato, ad avvertirlo che anche qui si parla di lui.
Lo scrittore fa l’appello delle loro sparse possibilità di esistenza ma l’appello è incompleto: grazie al disordine e all’impredicibilità del mondo, la serie alfabetica non si conclude, e anche al suo interno, quasi di soppiatto, si verifica un clandestino salto all’indietro.
Tavares sta sempre dietro le sue invenzioni con un sorriso indefinibile, e il lettore è una cavia felice finché dà corda alle sue allusioni enigmatiche. Si capisce, allora, come il fulcro del gioco sia stavolta la fiducia nell’ordine, così come la fiducia nelle ventidue lettere dell’alfabeto che filtrando una realtà disordinata la rendono comunicabile.
La preda di cui vanno alla caccia questi contes philosophiques sarà dunque ancora una volta la logica e il caos che la circonda, l’esattezza e il suo sabotaggio. «Quel che disturba è l’esattezza: la morte». L’ordine preciso dei tic e delle convenzioni collettive può essere stravolto da un semplice «no», come quello di Kashine, che porta «lo scompiglio nel mondo attraverso l’inequivocabile».
La postfazione, con cui Tavares si autointerpreta, è un luogo tutt’altro che marginale: è in verità il momento in cui davvero si annidano le acquisizioni di maggior peso in questa esperienza di scrittura. «Esitare è sempre stato un progetto di vita per qualcuno. Essere in grado di continuare a esitare a oltranza, ecco la difficoltà». O ancora: «Il problema è sempre questo: sei tu a essere in possesso delle domande – la mia libertà è, dunque, nulla. Posso solo rispondere. La comune idiozia è: pensare di essere liberi perché si può rispondere, perché si può scegliere. La grande differenza è questa; sei obbligato a scegliere».
Come in altre occasioni sfuggenti e audaci della sua opera, Tavares crea una macchina per pensare deragliando dalle logiche binarie, seguendo terze vie: qui lo scopo palese, e infine falso, è la descrizione della pazzia; lo scopo autentico (e latente) è una meditazione sull’imperfezione. Su cosa significa essere umani e doversi muovere in un mondo caotico sentendosi immotivatamente «al sicuro pur nel più aspro pericolo».
[Fabio Pedone 27/11/2016]
V. S.Naipaul
Non le risorse dell’immaginazione, con il gusto di inventare
intrecci, personaggi e contesti sui quali proiettare, magari, le proprie
ossessioni, sembrano alimentare i libri di V. S. Naipaul, bensì una
sorta di tropismo della mente che lo orienta a captare i dettagli di
quanto osserva, e tra tutti eleggere quelli che meglio si sintonizzano
con la sua malinconia di fondo, non di rado venata da una rabbia che
prende la strada dell’ipercriticismo, al quale non sfugge l’analisi
della sua persona, ripetutamente investita da un cupo dissenso.
Poi, quando i taccuini sono saturi di appunti e una scintilla arriva ad accenderli, a volte si apre la strada del romanzo; ma è la estrema flessibilità di questa forma della narrativa, la sua ribellione a ogni velleità di stabilirle dei confini, a autorizzare l’iscrizione dei resoconti dei viaggi o degli approdi di V.S. Naipaul sotto l’etichetta «romanzo».
Somiglia più a un diario intimo, infatti, l’ultimo libro che Adelphi ha appena aggiunto al progetto di ritraduzione delle opere di Naipaul, L’enigma dell’arrivo, già pubblicato da Mondadori nel 1988, e ora ritradotto da Marco e Dida Paggi (pp. 412, euro 24,00), che si presenta appunto come un «Romanzo in cinque parti», sebbene sia più vicino a un memoir, arbitrario nella sua scelta di non seguire il tempo cronologico bensì quello dei ricordi, così come si avviluppano intorno a associazioni contingenti di pensieri.
Solo sul finire del libro apprendiamo da quale pretesto partì l’idea di scriverlo: nell’agosto del 1984, inviato dalla «New York Review of Books» a seguire la Convention repubblicana di Dallas, quello che era già l’autore affermato di alcuni mirabili romanzi – fra i quali l’insuperato Alla curva del fiume, del 1979 – se ne tornò deluso dalla scenografia dell’evento e non trovò nulla da scrivere che sfuggisse a quanto era già stato predisposto perché i giornalisti ne facessero uso.
Tuttavia, una volta tornato nel Wiltshire, i contorni di ciò che aveva osservato cominciarono a imporsi alla sua scrittura e Naipaul sperimentò l’eccitazione di «trovare esperienza là dove credevo che non ce ne fosse»: fu questo il movente dal quale si originò la possibilità di recuperare alla sua narrativa il ricordo dei lunghi anni seguiti all’approdo in Inghilterra, nel 1950.
Da Port of Spain, capitale dell’isola di Trinidad dove i suoi antenati originari delle pianure del Gange si erano trasferiti nel 1845, il diciottenne Naipaul aveva fatto tappa a Porto Rico, poi a New York e finalmente in nave aveva raggiunto Southampton, sottopondosi a un lungo viaggio che gli fornì preziosi materiali di scrittura, poi rielaborati nella squallida pensione londinese di Earls Court dove era infine approdato, o nella misera stanzuccia dove aveva passato qualche tempo a Oxford. Anche una volta arrivato in Inghilterra, l’aspirante scrittore tendeva tuttavia a riprodurre i confini angusti in cui si era svolta la sua vita a Trinidad, lasciata bruscamente – avrebbe scritto poi – «quasi in un accesso di isteria». Lì aveva vissuto circondato dalla pubblicità di prodotti occidentali che non esistevano più, aveva studiato il cinema francese e quello russo senza mai averne visto un film, aveva sognato di ricongiungersi alla grandezza dell’impero britannico che le piazze monumentali di Londra ora gli offrivano come un orizzonte tramontato, suggerendogli di essere arrivato nell’epoca sbagliata, troppo tardi per partecipare di una grandezza ormai irrecuperabile.
Così, i suoi vagabondaggi londinesi erano «ciechi e senza gioia», mentre la disillusione gli inibiva la fantasia e «la capacità di sognare». Ma, intanto, si andava compiendo nella mente di Naipaul il viaggio «dal non vedere al vedere», e insieme a una più raffinata capacità di osservazione cresceva la consapevolezza di quanto ottuse fossero state le sue ratifiche dell’esistente quando ancora viveva sull’isola caraibica, dove i soprusi erano legge, e persino i bambini venivano frustati; ma – scrive – «Nessuno nasce ribelle. La ribellione va appresa».
Man mano che si allontana da Trinidad dove «nulla aveva sapore e anche la luce aveva una qualità ostile alla vita», Naipaul sperimenta uno stupefacente sdoppiamento della sua personalità: da una parte il futuro scrittore, una persona istruita, con un alto concetto della missione cui intende dedicarsi, dall’altra l’uomo «profondamente ignorante», pieno di pregiudizi sulle comunità dell’isola dalla quale era partito, che – fra l’altro – non essendo mai entrato in un ristorante «trovava ripugnante l’idea di dover mangiare del cibo cucinato da mani estranee».
Dopo avere vagheggiato per anni una nuova vita in Inghilterra, ora Naipaul misurava le conseguenze della sua «insicurezza coloniale», l’angoscia del distacco da quanto aveva già scritto e la riluttanza a affrontare un nuovo «travaglio». Disfece quanto aveva costruito, vendette la casa londinese e ripartì.
Troppo angoscioso per esprimersi «con lacrime e rabbia», il dolore di questa disfatta si presentò a Naipaul «nel sogno ricorrente della testa che esplodeva». Ma l’Inghilterra aveva in serbo per lui una seconda chance: vi tornò nel 1970 e si andò a insediare nel cottage di una villa situata nelle campagne intorno a Salisbury, nel Wiltshire, dove restò undici «anni felici», nonostante i vissuti di rovina e di abbandono, insieme al perdurante sentimento di trovarsi fuori posto, trovassero un riverbero non casuale nella decadenza di ciò che lo circondava: una tenuta trascurata e malamente appesa al suo passato edoardiano, dove Jack, il padrone del cottage, esibiva una intimità inquietante con il ciarpame accumulato da quasi un secolo.
Pagine e pagine vengono impiegate per descrivere, senza alcuna tentazione lirica (questa la buona notizia) un giardino che va in malora, foglie che si posano, chiavi che si smarriscono, paesaggi che mutano con la potatura, cancelli fuori squadra, chiavistelli abbandonati, senza svelare (e questa è la cattiva notizia) nulla di significativo. Nella villa vanno e vengono avventori i cui destini si incrociano con le persone che ora ci lavorano: i Phillips, una coppia di custodi austeri e soddisfatti del loro lavoro, la cui ambiguità colpisce l’osservazione sospettosa di Naipaul, e poi il giardiniere Pitton, non facile alla parola, dotato di «straordinaria compostezza», e soprattutto di una bella moglie di cui Naipaul sottolinea la stupidità, e che gratifica dello stesso apprezzamento che riserverebbe a un bel capo di bestiame.
[Francesca Borrelli 27/11/2016]
Poi, quando i taccuini sono saturi di appunti e una scintilla arriva ad accenderli, a volte si apre la strada del romanzo; ma è la estrema flessibilità di questa forma della narrativa, la sua ribellione a ogni velleità di stabilirle dei confini, a autorizzare l’iscrizione dei resoconti dei viaggi o degli approdi di V.S. Naipaul sotto l’etichetta «romanzo».
Somiglia più a un diario intimo, infatti, l’ultimo libro che Adelphi ha appena aggiunto al progetto di ritraduzione delle opere di Naipaul, L’enigma dell’arrivo, già pubblicato da Mondadori nel 1988, e ora ritradotto da Marco e Dida Paggi (pp. 412, euro 24,00), che si presenta appunto come un «Romanzo in cinque parti», sebbene sia più vicino a un memoir, arbitrario nella sua scelta di non seguire il tempo cronologico bensì quello dei ricordi, così come si avviluppano intorno a associazioni contingenti di pensieri.
Solo sul finire del libro apprendiamo da quale pretesto partì l’idea di scriverlo: nell’agosto del 1984, inviato dalla «New York Review of Books» a seguire la Convention repubblicana di Dallas, quello che era già l’autore affermato di alcuni mirabili romanzi – fra i quali l’insuperato Alla curva del fiume, del 1979 – se ne tornò deluso dalla scenografia dell’evento e non trovò nulla da scrivere che sfuggisse a quanto era già stato predisposto perché i giornalisti ne facessero uso.
Tuttavia, una volta tornato nel Wiltshire, i contorni di ciò che aveva osservato cominciarono a imporsi alla sua scrittura e Naipaul sperimentò l’eccitazione di «trovare esperienza là dove credevo che non ce ne fosse»: fu questo il movente dal quale si originò la possibilità di recuperare alla sua narrativa il ricordo dei lunghi anni seguiti all’approdo in Inghilterra, nel 1950.
Da Port of Spain, capitale dell’isola di Trinidad dove i suoi antenati originari delle pianure del Gange si erano trasferiti nel 1845, il diciottenne Naipaul aveva fatto tappa a Porto Rico, poi a New York e finalmente in nave aveva raggiunto Southampton, sottopondosi a un lungo viaggio che gli fornì preziosi materiali di scrittura, poi rielaborati nella squallida pensione londinese di Earls Court dove era infine approdato, o nella misera stanzuccia dove aveva passato qualche tempo a Oxford. Anche una volta arrivato in Inghilterra, l’aspirante scrittore tendeva tuttavia a riprodurre i confini angusti in cui si era svolta la sua vita a Trinidad, lasciata bruscamente – avrebbe scritto poi – «quasi in un accesso di isteria». Lì aveva vissuto circondato dalla pubblicità di prodotti occidentali che non esistevano più, aveva studiato il cinema francese e quello russo senza mai averne visto un film, aveva sognato di ricongiungersi alla grandezza dell’impero britannico che le piazze monumentali di Londra ora gli offrivano come un orizzonte tramontato, suggerendogli di essere arrivato nell’epoca sbagliata, troppo tardi per partecipare di una grandezza ormai irrecuperabile.
Così, i suoi vagabondaggi londinesi erano «ciechi e senza gioia», mentre la disillusione gli inibiva la fantasia e «la capacità di sognare». Ma, intanto, si andava compiendo nella mente di Naipaul il viaggio «dal non vedere al vedere», e insieme a una più raffinata capacità di osservazione cresceva la consapevolezza di quanto ottuse fossero state le sue ratifiche dell’esistente quando ancora viveva sull’isola caraibica, dove i soprusi erano legge, e persino i bambini venivano frustati; ma – scrive – «Nessuno nasce ribelle. La ribellione va appresa».
Man mano che si allontana da Trinidad dove «nulla aveva sapore e anche la luce aveva una qualità ostile alla vita», Naipaul sperimenta uno stupefacente sdoppiamento della sua personalità: da una parte il futuro scrittore, una persona istruita, con un alto concetto della missione cui intende dedicarsi, dall’altra l’uomo «profondamente ignorante», pieno di pregiudizi sulle comunità dell’isola dalla quale era partito, che – fra l’altro – non essendo mai entrato in un ristorante «trovava ripugnante l’idea di dover mangiare del cibo cucinato da mani estranee».
Dopo avere vagheggiato per anni una nuova vita in Inghilterra, ora Naipaul misurava le conseguenze della sua «insicurezza coloniale», l’angoscia del distacco da quanto aveva già scritto e la riluttanza a affrontare un nuovo «travaglio». Disfece quanto aveva costruito, vendette la casa londinese e ripartì.
Troppo angoscioso per esprimersi «con lacrime e rabbia», il dolore di questa disfatta si presentò a Naipaul «nel sogno ricorrente della testa che esplodeva». Ma l’Inghilterra aveva in serbo per lui una seconda chance: vi tornò nel 1970 e si andò a insediare nel cottage di una villa situata nelle campagne intorno a Salisbury, nel Wiltshire, dove restò undici «anni felici», nonostante i vissuti di rovina e di abbandono, insieme al perdurante sentimento di trovarsi fuori posto, trovassero un riverbero non casuale nella decadenza di ciò che lo circondava: una tenuta trascurata e malamente appesa al suo passato edoardiano, dove Jack, il padrone del cottage, esibiva una intimità inquietante con il ciarpame accumulato da quasi un secolo.
Pagine e pagine vengono impiegate per descrivere, senza alcuna tentazione lirica (questa la buona notizia) un giardino che va in malora, foglie che si posano, chiavi che si smarriscono, paesaggi che mutano con la potatura, cancelli fuori squadra, chiavistelli abbandonati, senza svelare (e questa è la cattiva notizia) nulla di significativo. Nella villa vanno e vengono avventori i cui destini si incrociano con le persone che ora ci lavorano: i Phillips, una coppia di custodi austeri e soddisfatti del loro lavoro, la cui ambiguità colpisce l’osservazione sospettosa di Naipaul, e poi il giardiniere Pitton, non facile alla parola, dotato di «straordinaria compostezza», e soprattutto di una bella moglie di cui Naipaul sottolinea la stupidità, e che gratifica dello stesso apprezzamento che riserverebbe a un bel capo di bestiame.
[Francesca Borrelli 27/11/2016]
venerdì 25 novembre 2016
«Finirò in ospedale perché mio marito mi picchia», parola di bambina
Cosa vuoi fare da grande? È una
classica domanda che si rivolge spesso a bambine e bambini, rimanendo in
attesa della loro risposta, curiosa, spontanea e soprattutto carica di
futuro. Ecco perché è bello ascoltarli. Devono aver pensato a questo
anche alla Rai che pochi giorni fa ha diffuso lo spot realizzato per la
giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La tv pubblica
ha infatti creduto bene di scegliere bambine e bambini che, lungo un
video di 26 secondi, dicono cosa vogliano fare da grandi.
C’è la veterinaria, il poliziotto, il
maestro di sci, la stilista e via discorrendo. Ma ecco che il piano
americano si allarga, lento, fino a inquadrare l’ultima bambina che,
mentre chi la guarda comincia ad aguzzare il pathos e l’attenzione,
candidamente dice «quando sarò grande finirò in ospedale, perché mio
marito mi picchia». Fa uno strano effetto vedere una creatura piccola
raccontare il proprio futuro attraverso un’immagine di violenza e di
maltrattamenti a cui sarà promessa nell’età matura. Perché aprendo lo
scrigno della propria fantasia non è quello il futuro che ci si può
attendere né che si auguravano, probabilmente, le tante bambine che poi,
da donne, sono state percosse e in molti casi uccise (dall’inizio
dell’anno sono 123 i femminicidi).
Le polemiche non si sono fatte attendere
e da due giorni, in particolare ieri, stanno infuriando sui social. In
disaccordo sul senso e sul segno dello spot, chiedono in molti e molte
il suo ritiro immediato, poiché non farebbe altro che veicolare una
narrazione distorta e scorretta di cosa sia la violenza – in particolare
quella contro le donne che, al netto di tutte le ambigue somiglianze, è
una violenza connotata con una certa esattezza.
Cominciando da Lea Melandri che ieri si è
espressa duramente sulla qualità e il senso politico di un’operazione
simile e a chiare lettere ha scritto: «A chi commenta Non c’è limite,
rispondo: Il limite dobbiamo porlo noi». Nel pomeriggio di ieri è
arrivato anche il comunicato stampa di «Non Una Di Meno» che, mentre
prepara la manifestazione di domani a Roma, dirige alla presidente Rai
Monica Maggioni: «La violenza sulle donne non è un destino, non è una
condanna, non è inevitabile» dichiarano le organizzatrici Di.Re Rete
nazionale dei Centri Antiviolenza, Udi e Io decido, e proseguono «I
Centri Antiviolenza e il movimento delle donne lottano da trent’anni per
affermare l’inviolabilità del corpo femminile fin dall’infanzia, per
fare in modo che sempre più donne si sottraggano alla violenza e che le
generazioni future crescano libere e sicure». Altrettanto netta la
posizione della Cpo Fnsi, la Cpo Usigrai e la Cpo Rai che in una nota
scrivono: «Non è così che si aiutano le donne! La campagna di
comunicazione della Rai per il 25 novembre, giornata per il contrasto
della violenza di genere, trasmette un messaggio devastante: il futuro
delle bambine è farsi ammazzare».
Su Change.org, le attiviste di Rebel
Network hanno lanciato una petizione che in poche ore ha ottenuto
notevole diffusione e adesione: «La violenza sulle donne», si legge nel
testo, «è un problema culturale che si vince crescendo nel rispetto
reciproco e nella condivisione delle differenze. Crediamo nelle buone
intenzioni della Rai, ma non sono sufficienti quando il risultato le
tradisce».
[Alessandra Pigliaru 25/11/2016]
mercoledì 23 novembre 2016
Rileggere Spivak
È davvero una buona notizia che la
casa editrice Meltemi riprenda le pubblicazioni, dopo essere stata
rilevata da Mimesis. Nel catalogo della «Melusina», come anche la si è
sempre chiamata per via del suo bel logo, ci sono infatti volumi
importanti, che ora potranno tornare a essere disponibili. In
particolare, per via dell’impegno e dell’intelligenza di Luisa Capelli
(direttrice editoriale e amministratrice unica di Meltemi dopo la
prematura scomparsa di Marco Della Lena nel 2003), la casa editrice
romana svolse un ruolo fondamentale nell’introdurre in Italia gli studi
postcoloniali – proponendo testi classici, per esempio di Paul Gilroy,
Dipesh Chakrabarty, Homi Bhabha, Achille Mbembe e Partha Chatterjee. La Critica della ragione postcoloniale
di Gayatri Spivak (1999) uscì nel 2004, nell’impeccabile traduzione di
Angela D’Ottavio, e ne discussi i temi di fondo in una recensione
pubblicata su queste colonne (Il Manifesto, 1.02.2005).
Molte cose sono cambiate in questi dieci
anni. In Italia il postcoloniale è entrato nel dibattito critico,
attraverso molteplici iniziative – tra cui la rete inteRGRace – e i
lavori di una nuova generazione di studiosi e studiose (faccio solo due
esempi: Gaia Giuliani, autrice di studi importanti su James Mill e il
colonialismo britannico, sulla «bianchezza» nella storia italiana e
sulle nuove figure della paura, e Gabriele Proglio, di cui è appena
uscito Libia. 1911-1912. Immaginari coloniali e italianità, Le Monnier).
NEL MONDO ANGLOFONO,
dove sono nati, gli studi postcoloniali sono nel frattempo in qualche
modo implosi, anche per via di una serie di critiche che in qualche modo
Spivak anticipava nel suo volume del 1999. Ma questa «implosione» è
stata felice, perché i temi e le categorie al centro del
postcolonialismo si sono come diluiti all’interno di una serie di
dibattiti critici (da quelli femministi all’analisi del capitalismo
contemporaneo, dagli studi urbani alla teoria politica), influenzandoli
in modo spesso molto produttivo.
E che dire di Gayatri Spivak? È
difficile tenere il conto delle sue pubblicazioni dopo l’uscita della
Critica. Ricordo solo – oltre alla nuova edizione della Grammatologia di
Derrida, da lei tradotta nel 1976 (ne ha parlato sul Manifesto Federico
Zeppino lo scorso 23 giugno) – il dialogo con Judith Butler sul grande
movimento dei latinos negli USA (Che fine ha fatto lo stato-nazione?,
anch’esso uscito da Meltemi nel 2009) e un bel libro sulla necessità di
ripensare l’Asia in quello che da molte parti viene definito l’Asian
Century (Other Asias, Wiley-Blackwell, 2008). Ma si dovrebbero
menzionare molti altri testi e interventi di un’intellettuale che, amata
incondizionatamente o detestata per l’«oscurità» del suo stile,
continua comunque a essere protagonista dei dibattiti critici globali.
Come quando lessi il libro per la prima volta, in ogni caso, è ancora
oggi la sezione intitolata «Storia» in Critica della ragione
postcoloniale a colpirmi maggiormente. Spivak rielabora qui i temi di un
suo celebre intervento del 1988, Can the Subaltern Speak?, tenendo al
contempo ben presente un altro suo saggio, del 1985: Deconstructing
Historiography (lo si può leggere in traduzione italiana in Subaltern
Studies. Modernità e (post)colonialismo, ombre corte, 2002).
SI TRATTA DI SAGGI che
hanno fatto epoca, e che continuano a fare discutere. Basta sfogliare le
pagine di un numero da poco uscito della rivista Cultural Studies (il 5
di quest’anno, intitolato «Relocating Subalternity» e ben curato da
Jamila Mascat e Sara de Jong) per rendersi conto di quanto in profondità
i due interventi appena richiamati condizionino il dibattito
internazionale sulle categorie, di originario conio gramsciano, di
«subalternità» e «subalterno». E si tratta di un dibattito che ha avuto
echi molto importanti anche in Italia, come si può ben vedere per
esempio dal volume Subalternità italiane, a cura di Valeria Deplano,
Lorenzo Mari e Gabriele Proglio, o dal lavoro di «Orizzonti Meridiani»
(Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi
subalterni, ombre corte, 2014).
Mi rendo conto di avere dato fin qui a questo articolo il tono di una rassegna bibliografica (molto lacunosa, per altro). Era in qualche modo inevitabile, per un volume che viene riproposto a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione. Ma è venuto il momento di domandarsi quali erano i problemi teorici (e politici) posti da Spivak nei suoi saggi degli anni Ottanta, e poi rielaborati in Critica della ragione postcoloniale.
Al centro della sua critica c’era il lavoro del collettivo dei Subaltern Studies (e del suo principale esponente, Ranajit Guha), che avevano avviato un lavoro di radicale revisione dei paradigmi storiografici prevalenti nel dibattito sul colonialismo britannico in India, in particolare con una serie di formidabili studi sulle rivolte contadine nell’Ottocento (va almeno citato il più importante, di Guha: Elementary Aspects of Peasant Insurgency in Colonial India, Oxford University Press, 1983).
Mi rendo conto di avere dato fin qui a questo articolo il tono di una rassegna bibliografica (molto lacunosa, per altro). Era in qualche modo inevitabile, per un volume che viene riproposto a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione. Ma è venuto il momento di domandarsi quali erano i problemi teorici (e politici) posti da Spivak nei suoi saggi degli anni Ottanta, e poi rielaborati in Critica della ragione postcoloniale.
Al centro della sua critica c’era il lavoro del collettivo dei Subaltern Studies (e del suo principale esponente, Ranajit Guha), che avevano avviato un lavoro di radicale revisione dei paradigmi storiografici prevalenti nel dibattito sul colonialismo britannico in India, in particolare con una serie di formidabili studi sulle rivolte contadine nell’Ottocento (va almeno citato il più importante, di Guha: Elementary Aspects of Peasant Insurgency in Colonial India, Oxford University Press, 1983).
SPIVAK si sentiva molto
vicina ai Subaltern Studies. Ma ravvisava nei loro lavori un’«ingenua»
fiducia nella possibilità di recuperare la «voce» autentica dei
«subalterni» dall’interno degli archivi coloniali, e faceva giocare le
provocazioni della decostruzione contro quello che le appariva un
residuo di «umanesimo» ed «essenzialismo». Ne sono derivati infiniti
dibattiti, che hanno molto influenzato lo stesso sviluppo successivo dei
Subaltern Studies, conducendo – per dirla molto in breve – alla
ridefinizione in termini «relazionali» della categoria di
«subalternità».
Ora, il punto non è seguire Spivak in tutte le infinite pieghe della sua analisi decostruttiva: molte sono le critiche che sono state rivolte nel corso degli anni ai suoi interventi (e in particolare a Can the Subaltern Speak?), alcune senz’altro condivisibili. Ma occorre riconoscere che in particolare la sua critica al modo in cui molti intellettuali «radicali» rappresentano i «subalterni» coglie spesso nel segno (e la questione della rappresentanza/rappresentazione è al cuore di alcuni dei passaggi teoricamente più importanti e impegnati della Critica della ragione postcoloniale).
Ora, il punto non è seguire Spivak in tutte le infinite pieghe della sua analisi decostruttiva: molte sono le critiche che sono state rivolte nel corso degli anni ai suoi interventi (e in particolare a Can the Subaltern Speak?), alcune senz’altro condivisibili. Ma occorre riconoscere che in particolare la sua critica al modo in cui molti intellettuali «radicali» rappresentano i «subalterni» coglie spesso nel segno (e la questione della rappresentanza/rappresentazione è al cuore di alcuni dei passaggi teoricamente più importanti e impegnati della Critica della ragione postcoloniale).
ASSUMENDO come
bersaglio critico un celebre dialogo tra Deleuze e Foucault (due autori
con cui Spivak ha a sua volta dialogato per tutta la vita), quel che
viene messo in discussione dall’autrice di origini bengalesi è il
dispositivo attraverso cui – specchiandosi nell’immagine del
«subalterno» da lui stesso prodotta – l’intellettuale radicale (o il
«militante») appaga un sostanziale narcisismo, cadendo preda della
logica della rappresentazione nel momento stesso in cui pretende di
criticare radicalmente la rappresentanza.
Non mancano risonanze nel nostro presente italiano ed europeo di questa critica – sia in immagini caricaturali della «militanza» che continuano a circolare, sia nei dibattiti sul «populismo» (e sarà bene ricordare che Dipesch Chakrabarty, in un articolo uscito nel secondo numero del 2004 della rivista «Studi culturali», ha paragonato la prima fase dei Subaltern Studies proprio al populismo russo del tardo Ottocento, per altro sottolineando sia l’importanza sia i limiti di quell’esperienza). Non credo tuttavia di essere molto lontano dallo «spirito» di Spivak, se aggiungo che – pur tenendo conto della sua e di altre critiche che sono state formulate dall’interno dei movimenti sociali, e in particolare femministi, degli ultimi decenni – il problema della militanza rimane fino in fondo un nostro problema, di cui dobbiamo riappropriarci.
Non mancano risonanze nel nostro presente italiano ed europeo di questa critica – sia in immagini caricaturali della «militanza» che continuano a circolare, sia nei dibattiti sul «populismo» (e sarà bene ricordare che Dipesch Chakrabarty, in un articolo uscito nel secondo numero del 2004 della rivista «Studi culturali», ha paragonato la prima fase dei Subaltern Studies proprio al populismo russo del tardo Ottocento, per altro sottolineando sia l’importanza sia i limiti di quell’esperienza). Non credo tuttavia di essere molto lontano dallo «spirito» di Spivak, se aggiungo che – pur tenendo conto della sua e di altre critiche che sono state formulate dall’interno dei movimenti sociali, e in particolare femministi, degli ultimi decenni – il problema della militanza rimane fino in fondo un nostro problema, di cui dobbiamo riappropriarci.
SCRIVEVA Spivak nel
2011, nel suo contributo al primo numero di Tidal, il giornale di Occupy
Wall Street: «oggi la forza lavoro globale è profondamente divisa di
fronte a una globalizzazione che opera attraverso un sistema finanziario
largamente autonomo da quella forza lavoro. È per via di questa
divisione che è di nuovo venuto il momento di rivendicare e proclamare
lo Sciopero Generale». Ecco, il nostro «Sciopero Generale» ha bisogno di
una nuova militanza, che occorre inventare collettivamente tenendosi a
distanza di sicurezza da retoriche tanto virilmente roboanti quanto in
ultima istanza sacrificali.
[Sandro Mezzadra 23/11/2016]
[Sandro Mezzadra 23/11/2016]
martedì 15 novembre 2016
Il posto, Annie Ernaux
CARISSIM*, VI RICORDO CHE MERCOLEDI' 16 CI TROVIAMO DA IDA PER LEGGERE IL POSTO DI ANNIE ERNAUX.
L'INDIRIZZO E' VIA BOCCACCIO 24.
A PRESTO
SILVIA
Iscriviti a:
Post (Atom)
Commenti
il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamoil 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo

























