martedì 11 agosto 2026

serata Deledda

 Il 9 settembre, al rientro dalle vacanze, si discuterà del premio Nobel Grazia Deledda. Ha scritto tanto quindi c'è solo l'imbarazzo della scelta!

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 28 (27 in realtà) settembre 1971 e muore a Roma nel 1936 Premio Nobel per la letteratura 1926. È ricordata come la 2° donna, dopo la svedese Selma Lagerlöf, a ricevere il premio in questa disciplina e l'unica donna italiana. A tutt’oggi sono stati consegnati 18 premi Nobel per la letteratura.

Conferimento con la seguente motivazione ufficiale da parte dell'Accademia Svedese:

Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Tra i suoi romanzi quello che consente di comprendere l’indole, la personalità dell’autrice che nel suo piccolo è stata una ribelle che con ostinata tenacia ha portato avanti la sua passione che poi è diventata la sua professione bisogna leggere l’ultimo suo libro, “Cosima”, pubblicato nel 1936 l’anno stesso della morte. Sotto forma di romanzo si tratta di un resoconto autobiografico che dall’infanzia giunge al tempo delle sue prime affermazione letterarie (era costretta a fare dei piccoli e innocui furtarelli: vendeva una bottiglia di olio del frantoio di famiglia tenendosi il guadagno per pagarsi la spedizione dei suoi racconti alle case editrici); il romanzo si conclude con l’abbandono della città natale Nuoro per Cagliari, dove conosce il suo futuro marito, Palmiro Madesani, per poi trasferirsi a Roma dove muore.

Le opere scritte da Deledda sono cospicue: si parla di una cinquantina di volumi e si capisce il suo impegno costante nel volersi affermare come scrittrice non solo ma, nella continua e tenace ricerca di tematiche che vengono affrontate nei suoi racconti. L'osservazione secondo cui l'autrice tenda a "ripetere una trama già scritta" riflette una critica storica reale (mossa all'epoca da Benedetto Croce che volle inferire la sua stroncatura parlando di ripetitività degli schemi narrativi e nella rappresentazione dei personaggi per categorie fisse; per questo "immobilismo", parlando di "solito folklore sardo), dovuta alla struttura ciclica e ricorrente dei suoi drammi morali, che ricalcano costantemente lo schema colpa-castigo-espiazione.

Personaggi di questi racconti giovanili sono servi pastori che vivono nelle “tancas” che costituiscono la classe sociale più umile, contadini proprietari terrieri, e poi ci sono i banditi che occupano una posizione privilegiata. Sono uomini che si danno alla macchia che hanno commesso delitti, furti non sistematici, ma come vendetta per un torto subito, per cancellare il disonore. Rancori tra famiglie che si protraggono per anni.

Sposare un bandito come in “Marianna Sirca” non è disonorevole per la classe sociale di Marianna che è una donna benestante. A patto che Simone si costituisca ai Carabinieri lei è disposta ad aspettarlo. Il banditismo sardo non ha nulla in comune con mafia, camorra, ndrangheta non è legato allo spaccio, alla prostituzione all’arricchimento ai danni degli altri.

Giovanni Corbeddu Salis: conosciuto come il "Re del bosco", attivo a fine Ottocento e considerato una figura leggendaria. Samuele Stocchino: detto la "Tigre d'Ogliastra", spietato e temuto nei primi decenni del Novecento. Graziano Mesina: Il più celebre bandito del dopoguerra, protagonista di fughe, catture e una lunga vita tra mito e cronaca nera.

Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina intervenne in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del bimbo rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio. Anonima Sequestri: Dagli anni Sessanta in poi, il banditismo si è evoluto in forme di criminalità organizzata dedite ai rapimenti a scopo estorsivo. Fabrizio De André e la sua compagna Dori Ghezzi furono rapiti dall'Anonima Sequestri (in particolare l'Anonima Sarda) 1979.

C’è poi il filone maturo come “Annalena Bilsini” del 1927 ambientato in un podere vicino al Po dove una famiglia di contadini trasloca per migliorare le loro condizioni di vita prendendo in affitto un podere con casa e terreni. Il racconto si allontana molto dalle tematiche dei racconti giovanili anche per l’ambientazione, c’è una sorta di serenità, di benessere psicologico che permea tutta la storia. Annalena è una donna vedova con 5 figli maschi che sotto la sua ferma guida lavorano sodo finché riescono a raggiugere il benessere e l’agiatezza ricercata con tanti duri sacrifici da parte di tutti. “Il paese del vento” pubblicato nel 1931, rappresenta la realtà dei tormenti, all’ambiente isolano si sostituisce quello continentale e un’ambientazione non precisata. Racconta la storia di Nina, una giovane sposa in viaggio verso una nuova vita e un amore tormentato che improvvisamente si ripresenta.

La sua presunta incultura (era autodidatta, leggeva molto ma in maniera compulsiva senza un programma ben preciso), le avrebbe a detta di molti, impedito di aderire ad un movimento letterario in particolare, cosa possibile solo con una più ampia preparazione culturale; di conseguenza, si rende arduo un suo preciso inquadramento nella storia della letteratura italiana. Alcuni sono propensi a collocarla all’interno del Naturalismo e del Verismo; altri tendono ad includerla all’interno del Simbolismo e del Decadentismo; altri, infine, le attribuiscono un pensiero morale che la avvicina ai romanzieri russi. La critica in generale tende a incasellare la sua opera di volta in volta in questo o in quell'-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo, oltre che nella letteratura della Sardegna. L'esordio della scrittrice sarda si radica fortemente nella realtà geografica e sociale della sua terra d'origine, proprio come la Sicilia di Verga. Come nei romanzi di Verga, i protagonisti delle opere deleddiane appartengono a una società arcaica e pre-industriale (contadini, pastori, gente comune). Ritornano il motivo della famiglia patriarcale, la fatalità del destino e la drammaticità della vita popolare. Mentre nel Verismo il paesaggio viene descritto in modo strettamente oggettivo, nell'opera di Grazia Deledda la Sardegna si trasforma in uno scenario mitico, primordiale e fortemente simbolico; la descrizione degli ambienti è talmente pervasiva da elevare la natura a vero e proprio personaggio.

Entrambi gli scrittori hanno descritto, inoltre, anche una classe sociale di debosciati, incapace di addossarsi le proprie responsabilità: una nobiltà che non riesce a stare al passo con i tempi, e persevera nel pretendere un rispetto che ormai si deve guadagnare. Giacinto di “Canne al vento” o don Paolo de “L’edera” sono emblemi di una classe in disfacimento, spesso rea di dissipazione e di inettitudine, colpevole di tradire la sua stessa terra natia, talvolta incapace di redenzione; non viene risparmiato nemmeno il clero corrotto: la raffigurazione del prete dissoluto, il cui fantasma sembra riapparire per terrorizzare la protagonista de “La madre”, ha una certa rassomiglianza con il Reverendo verghiano.

L'interiorità e il Decadentismo: più che l'analisi sociale scientifica, alla Deledda interessa l'indagine psicologica, il senso del peccato, la colpa e l'espiazione, aprendo la sua scrittura a forti tinte soggettive e decadentistiche.

L’opera che tuttavia maggiormente si presta ad un accostamento con “Delitto e castigo” è “L’edera”, in cui Annesa è equamente divisa fra l’ossessivo ricordo del delitto e l’angoscia di esserne riconosciuta colpevole, fino a diventare lei medesima il più implacabile giudice di se stessa, tanto da imporsi una vita di espiazione e di catarsi. Un percorso simile è quello effettuato anche da Efix in “Canne al vento”. Si badi come i due personaggi hanno in comune il fatto di essere dei servi che hanno trasgredito una delle più severe regole della società classista, vale a dire che hanno osato alzare gli occhi sulla classe padronale. Aver amato Paolo per Annesa e Lia per Efix, è di per sé un motivo sufficiente perché nei due personaggi, perfettamente inseriti nel contesto sociale di cui conoscono e accettano tutti i canoni, si istilli il senso di colpa, esasperato poi dal delitto, commesso proprio per amore e forse da un’oscura volontà di pagare il fio della loro trasgressione.

Tutti questi accostamenti di Grazia Deledda alle correnti letterarie coeve sono disquisizioni che rischiano di ingabbiarla in rigidi cliché. In realtà, non si tratta di un'incapacità di condividerne la poetica, quanto della volontà di non farsi imbrigliare da un'ideologia definita; ciò avrebbe infatti soffocato la sua sensibilità istintiva e la sua autentica originalità. Per questo motivo, molti critici preferiscono oggi riconoscerle una totale autonomia poetica.

domenica 17 maggio 2026

Appuntamento con Xiaolu Guo

Ci troviamo a casa di Monia per commentare "20  frammenti di gioventù vorace" 
Rinnovo invito di portare altri libri  di cinesi  o se siete prese male una cosa made in china  per restare nell'atmosfera (Monia)

 

 

mercoledì 8 aprile 2026

Il doppiatore, Davide Lisi

 Ecco Francesca è riuscita a concordare con l'autore un incontro per il 22 aprile, ci vediamo a casa di Francesca


lunedì 23 febbraio 2026

Prossimo incontro di marzo

Non riusciamo a combinare con il nostro autore tra febbraio e marzo, quindi, se non lo avete già fatto, cominciate a leggere JAMES di PERCIVAL EVERETT. 
Poi vediamo di fissare una data a marzo. A presto e buona lettura (se volete farvi un'idea, ho scritto qualcosa sul blog qualche mese fa)


 

venerdì 6 febbraio 2026

giovedì 29 gennaio 2026

 Ecco la sapiente presentazione che Rossella ci ha fatto dell'ultimo libro letto insieme

Ho proposta la lettura del libro “Il barman del Ritz” di Philippe Collin per due ragioni. La prima, più importante, perché mi è sembrata interessante la prospettiva storica: non si parla direttamente né di vittime né di carnefici, ma di persone che si sono trovate in mezzo agli eventi, che hanno risposto in modo forse opaco, ma che non si sono abbandonate del tutto al collaborazionismo, che hanno mantenuto una dignità. Persone normali, come tante forse. Ci è chiesto di non giudicare. La seconda ragione sta nella scorrevolezza e nella semplicità del testo che si legge in modo veloce (Collin è un divulgatore storico, esperto di media).

L’autore sceglie la forma del romanzo per narrare la vita di Frank Meier, famosissimo barman, personaggio reale. In questo modo si concede la libertà di costruire i suoi pensieri e anche di inventare alcune figure (come quella di Luciano). Alterna narrazione in terza persona a passi del “presunto” diario di Frank e ad alcune inserzioni, molto brevi, scritte in corsivo, che rappresentano in modo esplicito pensieri o parole del protagonista; si tratta di una modalità di scrittura che oggi mi pare piuttosto in voga. Secondo me le parti in corsivo consentono all’autore anche di presentare il proprio punto di vista, perché contribuiscono a creare un’immagine positiva di Frank, a farne sentire la dissidenza, cosa che dai gesti esterni spesso non traspare.

La storia è centrata sugli anni dell’occupazione nazista di Parigi vista dall’osservatorio dell’hotel Ritz in cui si sono istallati gli alti ufficiali tedeschi e in cui lavora il barman già da molti anni. Ci sono però numerosi flash back che attraverso i ricordi di Frank Meier ricostruiscono il periodo storico antecedente la guerra, anzi le guerre. Infatti c’è una sorta di nostalgia per il periodo folle e felice dei primi del novecento, interrotto bruscamente dalla Prima Guerra Mondiale. Sia Frank che il suo collega George sono dei reduci delle terribili guerre di trincea e si portano dentro ferite mai rimarginate. Frank ha inizialmente molta stima di Petain perché ne ricorda il comportamento durante la Prima Guerra Mondiale, quando era stato sottufficiale agli ordini del Maresciallo. Nel corso del romanzo si viene a creare una vera contrapposizione tra il lussuoso hotel di Place Vêndome e il resto della città che sprofonda sempre più nella fame e nel freddo, mentre in albergo si susseguono cene raffinate e si continuano a servire liquori e vini pregiati. Questo comporta sensi di colpa e imbarazzo in Frank ( “Con l’Ausweis in tasca e il posto di lavoro al Ritz, è al riparo dai guai, ma non dagli scrupoli. Che lo raggiungono all’altezza della porte Dauphine, quando pensa a tutti quelli che hanno la pancia vuota e vivono nella rassegnazione. Se fossi in loro troverei detestabile uno come me, medita”p. 181). I fatti principali della guerra vengono con vari artifici inseriti nella narrazione, anche se in modo abbastanza veloce e superficiale. Più attenzione è dedicata a quanto avviene all’interno dell’elite nazista e dell’esercito in particolare: c’è una profonda frattura che oppone le SS e le loro ambizioni, le rapine, l’avidità al resto dei militari e di alcuni civili. Dalla Parte Terza del romanzo la questione ebraica diviene la più importante. Anche la preparazione dell’attentato a Hitler del luglio ’44 ha un notevole spazio. E’ trattata un po’ in forma di giallo attraverso lo sguardo di Frank, che scopre solo all’ultimo di essere stato inconsapevole strumento di comunicazione tra cospiratori. Infine i sottotitoli alle singole parti mi sembra che abbiano un duplice significato: descrivono le fasi della Guerra, ma al contempo rappresentano anche quanto sta avvenendo dentro hotel Ritz

Questa la cornice storica. Il nostro personaggio mi è sembrato interessante, perché rappresenta non un eroe, neppure un vile collaborazionista, ma un uomo normale, che ha cercato di barcamenarsi in una situazione molto difficile, rischiosa per lui, che è di origini ebraiche, e per le persone che ama. Lo ha fatto muovendosi tra legalità e illegalità, con le sue scarse conoscenze politiche, sfruttando gli agganci che le relazioni istaurate dentro il bar gli hanno offerto, sempre pieno di dubbi, di incertezze, di debolezze anche, ma con il desiderio di non venir meno alla sua dignità, alla sua coscienza. E’ venuto a patti con il compromesso, ha vissuto nella continua menzogna per salvare un poco di umanità. Questo l’ho trovato molto coinvolgente. L’autore vuole farci riflettere su questo: cosa avrei fatto io al suo posto? Frank è di origini ebraiche, Luciano è ebreo, Blanche pure e c’è una intensa attività di costruzione di passaporti falsi per mettere al sicuro e far emigrare degli ebrei. Frank tira le fila di questo spaccio: ciò potrebbe farlo sembrare eroico, ma così non è. Nella maggior parte dei casi Frank si fa pagare, e molto; la sua attività poi è motivata da un giusto risentimento, ma soprattutto da un sentimento amoroso: quello che prova –in incognito – verso Blanche, a cui non sa negare mai alcun aiuto. In alcune circostanze però è anche capace di fermezza, di atti coraggiosi.

Tra i molti personaggi che affollano il romanzo spicca appunto quello di Blanche Auzello a cui il libro è dedicato. E’ l’unica dichiaratamente ed esplicitamente antinazista. Cosa pensa, cosa prova non lo sappiamo; l’autore entra infatti solo nella mente di Frank. Lei, personaggio storico, ebrea americana, nata Rubenstein, fornita di falsi documenti per salvarsi dalle persecuzioni antiebraiche, resta una figura sfumata, misteriosa per certi aspetti, affascinante. E’ piena di fragilità, alcolizzata, dipendente dalla morfina, ma capace di grandi generosità, di coraggio. Si sa che entrò a contatto con la Resistenza insieme alla sua amica, la ballerina russa K., fu catturata dalla Gestapo, sopravvisse alla prigionia, a differenza dell’amica, ma portò per sempre le stigmate di quella terribile esperienza. Nel romanzo salva degli ebrei, è in contatto con l’aviazione inglese, fa fuggire un pilota caduto. Leggendo le pagine a lei dedicate si ha l’impressione di sentirne la voce, come un sussurro, di misurare la sua figura esile, che sparisce nei cappotti, ma che è capace di grande seduzione.

Sono anni difficili a Parigi, in cui la gente è disorientata, impaurita. Occorre tenere nascosti i pensieri, non fidarsi di nessuno, mentire, anche a se stessi. A questo proposito ci sono nel romanzo citazioni di Mazzarino e molteplici riflessioni messe nella mente del protagonista sulla doppiezza, sulla menzogna, sulla guerra interiore. Mi sono sembrate molto illuminanti.

Radio-Paris mente ai francesi, Parigi mente ai tedeschi, tutti mentono a tutti. Almeno non mentire a te stesso, si ripromette Frank tirando fuori una nuova giacca bianca dall’armadio. p. 105

Eccola, la vera guerra, pensa Frank. Una guerra che si combatte in tutti i campi, e dentro ognuno di noi.  p.153

Ci sono sempre due persone in Frank Meier. Quella che si rifugia nell’autorità e nella disciplina. E l’altra, costantemente tentata dall’irriverenza e dalla libertà. Non è l’unico, lo sa. La tossica quotidianità in cui il destino l’ha sprofondato da tre anni non fa che esacerbare quel vecchio conflitto. Un giorno fa un favore ai tedeschi e il giorno dopo aiuta delle famiglie ebree a fuggire.” p. 232

Il senso del libro è nell’ultima pagina del diario di Frank che contiene la bellissima citazione di Fitzgerald che è riportata anche nel retro-copertina.

Ormai siamo sul bordo di un precipizio, dovremo badare a contenere la voracità degli uomini. Sapranno approfittare di quest’occasione per ritrovare la dignità della vita umana? “Occorre sapere che le cose sono senza speranza ed essere tuttavia decisi a cambiarle” mi aveva detto Fitzgerald prima di lasciare Parigi nel 1938. In queste parole è riassunta tutta la mia vita.  p. 369

Infine a leggere l’Appendice si può apprezzare il lavoro storico fatto da Collin e anche, direi, la sua umiltà.

 

lunedì 26 gennaio 2026

Il barman del Ritz

Rossella ci condurrà a Parigi a conoscescere Frank Meier: baffi curati, giacca bianca e cravatta nera, cinquantasei anni appena compiuti,  è il rinomato barman del Ritz di Parigi, il salotto più ricercato dall'élite culturale e politica dell'Europa della prima metà del Novecento.

 


 

venerdì 26 dicembre 2025

SERATA AUSTEN

 

 È stato bello trovarci per parlare dei romanzi di Jane Austen e di quello che significano per noi. Purtroppo per il gruppo, è stato necessario anche subire la lezioncina che qui riporto. Ho letto molte cose interessanti su Austen in questo periodo, ma anche molte cose superficiali e attribuzioni un po’ troppo pop, così non ho potuto trattenermi dal dire la mia... Quindi, in questo anno di celebrazioni di Jane Austen, spesso anche molto stucchevoli, va detto chiaramente che Austen non è nessuna delle versioni cinematografiche e televisive dei suoi libri. Ci sono dei tentativi discreti, ma niente si avvicina veramente agli originali. I motivi sono piuttosto semplici da identificare: la caratterizzazione, lo stile e l’intensità.

Virginia Woolf spiega questa cosa molto bene: apparentemente non succede niente di particolare, non c’è tragedia, non c’è eroismo. Vediamo un ballo in una cittadina di campagna, persone che si incontrano e scambiano qualche parola. Eppure, per qualche ragione, la scena diventa importante, solenne, perché Austen è una maestra nel descrivere e produrre emozioni molto più profonde di quanto non appaia in superficie, fornisce a chi legge qualcosa che si espande nella mente del lettore e dona persistenza alle scene apparentemente più frivole.

Questa cosa funziona perché la sua scrittura è rivoluzionaria, per i suoi tempi, ma anche per i nostri: abbandona i tradizionali narratori in prima o terza persona, e perfeziona lo stile indiretto libero, che apre le porte ai romanzieri moderni, al monologo interiore e al flusso di coscienza. Insomma, apre le porte alla complessità, concetto non molto popolare tra scrittori e lettori contemporanei (ritengo che la responsabilità sia principalmente di chi scrive: se non si fornisce materiale complesso, il lettore si impigrisce e si abitua alla banalità.)

I suoi libri, invece, ti danno modo di riflettere. Per esempio, se fate attenzione agli spazi descritti, non sono mai veramente descritti. Non descrive le stanze, i vestiti, le carrozze, ma quello che i personaggi pensano di queste cose, rendendoli vivi nello stesso spazio contemporaneamente. Però i momenti topici e -soprattutto- la soluzione delle storie non arrivano quasi mai in spazi chiusi, ma all’aperto, durante lunghe passeggiate. È questo il Romanticismo di Jane Austen: non la storia d’amore, anche se sentimenti ed emozioni in senso lato sono importanti, ma il rapporto tra le sue eroine e la natura.

Il soggetto di questi libri è il vivere con gli altri, tutte le protagoniste stanno imparando a vivere con gli altri, allo stesso tempo cercando di rimanere se stesse. Il finale è sempre il matrimonio perché qui finisce la maturazione delle protagoniste. Le eroine di questi romanzi sono spesso davvero stoiche, soffrono in silenzio pensando di non avere più speranze di felicità. Le storie, infatti, non riguardano solo la ricerca della felicità, ma l’accettazione che il lieto fine può non essere possibile per te. Ma non c’è autocommiserazione, c’è l’idea che la vita è un processo di adattamento costante alle sfide che si incontrano, è un processo di accettazione e di apprendimento dai propri errori.

of loving longest, when existence or when hope is gone.

Un’altra cosa da sottolineare è che Austen è un genio comico-satirico: Mrs Bennet, Mr Collins, sir Walter Elliott, c’è un’intera galleria di sciocchi -o peggio- per cui non c’è scusa né pietà. L’uso magistrale dell’ironia nei suoi vari gradi è una componente fondamentale dei suoi romanzi.

La STORIA sembra rimanere fuori da questi libri, concentrati sul microcosmo di una fetta di società specifica, la piccola aristocrazia di campagna e sulle relazioni sociali. In realtà, troverete riferimenti alle guerre, allo schiavismo e allo sviluppo del capitalismo, alla condizione dei poveri e degli zingari e, soprattutto, alla condizione delle donne ( è probabile che Austen conoscesse il lavoro di Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Women). Queste ragazze appartengono a una classe sociale che non permette loro alcuna accettabile alternativa al matrimonio: non possono avere una professione, non possono ereditare, non possono aspirare a nessuna forma di indipendenza che non sia il loro pensiero, la loro capacità di giudizio. Sono intrappolate in un sistema che le soffoca, possono salvarsi solo se riescono a trovare marito per amore. In Pride and Prejudice e in Sense and Sensibility questo è particolarmente evidente: le eroine che non si sottomettono a un matrimonio di convenienza saranno -forse- felici.

In Persuasion, Anne Elliott rifiuta di accettare l’autorità dei libri per parlare di donne. Il discorso è su chi è più costante in amore, gli uomini o le donne, e il suo interlocutore sostiene che i libri sono pieni di esempi dell’incostanza femminile:

“If you please,” she says, “no reference to examples in books. Men have had every advantage of us in telling their own story. Education has been theirs in so much higher a degree; the pen has been in their hands. I will not allow books to prove anything.”

La penna è sempre stata in mano agli uomini. Mancano pochi anni al romanzo proto-femminista per eccellenza, Jane Eyre, di Charlotte Brontë.

Si parla spesso di libri nei romanzi di Jane Austen. La lettura è un elemento importante in tutti quanti. Ci viene spesso detto cosa stanno leggendo i personaggi e perché questo è importante. Le protagoniste giudicano gli uomini che sperano di sposare in base a quello che leggono (e come). In Persuasion. Anne riesce finalmente a conversare con piacere quando può parlare di libri con qualcuno che ne capisce.

Un’altra caratteristica importante dei libri di Jane Austen è che si tratta di comfort reading: il che non significa che si tratta di lettura leggera per non pensare ad altro, anzi! Durante la prima Guerra Mondiale c’erano dei veri e propri gruppi di lettura di Austenites nelle trincee inglesi, e i romanzi venivano prescritti ai soldati in recupero dai casi più gravi di shell shock; nel ‘43 Winston Churchill ammalato trovava calma e consolazione facendosi leggere Pride and Prejudice da sua figlia, e per venire a tempi più recenti, durante la pandemia le vendite dei romanzi di Jane Austen sono salite del 20% sia in USA che in UK -non ho dati su di noi.

Funziona così: quando leggi Austen con attenzione, trovi consolazioni inaspettate. Al di sotto delle preoccupazioni relative alle storie d’amore, c’è una specie di strato d’acciaio e c’è una celebrazione della resilienza che può davvero ispirare il lettore a resistere nei momenti difficili. Per esempio, Austen è molto precisa quando scrive di soldi: sapeva bene cos’è l’incertezza economica, e lo stesso vale per le sue eroine. E poi ci sono tante altre situazioni: la perdita di una persona cara e/o della propria casa, la frammentazione della vita familiare (e i primi accenni a famiglie disfunzionali), il senso di smarrimento quando sei in un posto che non senti tuo, la sensazione di essere intrappolata in una vita che non hai scelto: sono tutte esperienze vissute dalle sue protagoniste (e anche dalla stessa scrittrice), esperienze che chiunque può doversi trovare ad affrontare. Identificarsi nello stress psicologico dei personaggi, in questo essere costantemente sotto pressione, può aiutare chi sta attraversando un momento difficile: perché, se ce la fanno Elizabeth, Elinor e Anne, posso farcela anch’io. 

Posso testimoniare che davvero funziona, per esperienza personale. Sono profondamente convinta che leggere Austen mi abbia aiutata a mantenere la sanità mentale nei momenti più difficili della mia vita. Poi ci sono stati altri autori, altri libri, ma il primo intervento sono stati i suoi romanzi. Un vero e proprio Pronto Soccorso. Il potere curativo dei libri di Jane Austen sta anche nel ritmo delle frasi: ti costringe a rallentare e a riflettere. Ti conforta e ti sfida allo stesso tempo, affrontando gli aspetti bui della vita, ma senza abbandonare il tocco lieve e l’ironia, assolutamente necessari nei momenti difficili.

Il mio romanzo preferito, insieme con Pride and Prejudice - e per ragioni molto diverse- è Persuasion (come si sarà notato dalle citazioni). Pride and Prejudice è il più brillante, con la trama più perfetta in assoluto, e i dialoghi più scoppiettanti. Persuasion è il più profondo, con la protagonista più matura, con la satira più impietosa, un’anticipazione di quello che Austen avrebbe potuto scrivere poi, se non fosse morta così giovane (questa, almeno, è la teoria di Virginia Woolf). Anne parla relativamente poco nel libro, vediamo per lo più i suoi pensieri, e sono pensieri di perdita. Quando parla, sembra parlare con se stessa, anche perché la stragrande maggioranza delle persone che la circondano non sono assolutamente in grado di capirla. È un personaggio di ispirazione shakespiriana: la conversazione decisiva alla White Hart Inn ricalca il dialogo tra Viola e il Duca in Twelfth Night.

Un consiglio di lettura per chi non ha ancora approfondito Austen, o non è stato catturato dal suo lavoro: torniamo al discorso del ritmo di lettura. Leggete lentamente e rileggete: a volte il ritmo della trama è trascinante, ti viene il raptus di leggere rapidamente per vedere se l’eroina riesce a catturare l’eroe. La risposta è sì, si sposano, ma non è quello l’importante. Quello che importa è il come e il perché. Per questo puoi leggere e rileggere questi romanzi all’infinito. Le eroine di Austen fanno proprio così, rileggono e ripensano a quello che è stato fatto e detto. E così imparano. In Pride and Prejudice, la seconda parte riconsidera, ricostruisce e accresce gli avvenimenti della prima. Questo permette ai personaggi di riformulare i propri pensieri e opinioni, e di recuperare la proporzione delle cose. Per Austen la proporzione è un fattore sia stilistico, formale, che morale.

Se leggete lentamente, potete interrompervi in qualsiasi momento: la completezza di ogni singola frase vi lascerà comunque con qualcosa su cui riflettere.

Per concludere, ho ritrovato una citazione divertente ma significativa che definisce una volta per tutte il valore letterario di Austen. Un filosofo britannico, Gilbert Ryle, un filosofo del linguaggio della generazione influenzata da Wittgenstein, alla domanda se leggesse mai qualche romanzo oltre a libri di filosofia rispose:

 “Naturalmente, li leggo tutti e sei ogni anno”

 

domenica 14 dicembre 2025

16 dicembre compleanno di Jane Austen

 Nata a Stevenson nello Hampshire il 16 dicembre 1775, 42 anni a cavallo di due secoli, morta tubercolotica a Winchester il 18 luglio 1817.ì, la Auste scrisse sei romanzi che apparvero nel seguente ordine: "Buonsenso e sensibilità" (1811), "Orgoglio e pregiudizio" (1813), "Parco Mansfiend" (1814), "Emma" (1816), "L'Abbazia di Northanger" e "Persuasione" (1817 postumi).

Nella serata del 16 discuteremo ospiti di Silvia e del suo "dolcissimo" marito Paolo delle opere e della vita della Austen.

 

 

mercoledì 1 ottobre 2025

Primo incontro del nuovo anno 2025/26

Riprendiamo dopo la pausa estiva i nostri incontri mensili iniziando da un classico, Ossi di seppia di Eugenio Montale.

Ci troviamo mercoledì 8 ottobe alle ore 21.00

 


venerdì 15 agosto 2025

 Ricevo da Rossella il suo contributo su Eshkol Nevo, e molto volentieri pubblico.

Eshkol Nevo, “La simmetria dei desideri”

“La simmetria dei desideri” è principalmente un romanzo sull’amicizia maschile, ma ci sono anche altri aspetti che mi sono sembrati interessanti, come i riferimenti alla realtà sociale di Israele.

L’amicizia tra i quattro ragazzi è legata alla ricorrenza ogni quattro anni dei Mondiali di calcio; pur essendo molto legate affettivamente, queste quattro persone non parlano quasi mai dei loro vissuti profondi, dei loro sentimenti. Tra loro vige soprattutto il rimosso: di certe cose meglio non dire nulla, alcuni vissuti personali sono tabù. Come afferma la voce narrante di Yuval, risulta difficile anche riconoscere e districarsi tra i propri sentimenti personali e le proprie emozioni. E’ solo dopo la morte di Ylana, ad esempio, che i tre amici vengono a sapere che l’amore del marito di lei  Amichai era davvero forte, che lui aveva cercato in ogni modo, senza riuscirci, di stemperare la tristezza persistente della moglie. Se gli amici si sostengono nelle difficoltà della vita, è anche vero che ciascuno conserva una profonda solitudine.  Diverso è  il mondo emotivo delle donne, di Ylana e Maria.La loro amicizia è di tipo molto più intimo, forse anche un po’ ambigua. Una profonda differenza con i maschi riguarda il fatto che  sono solo loro ad affrontare direttamente il rapporto con i palestinesi, a prendere posizione contro le violenze quotidiane vissute dagli arabi. E’ interessante nella lettura ricostruire le singole personalità, perché mi sembra che Nevo abbia lavorato molto alla costruzione di ogni carattere.

Yaara resta una figura a parte, più misteriosa, forse anche più sola e velleitaria. Ma questo ha anche a che fare con il modo in cui la vede il narratore, perennemente innamorato di lei.

Il “rimosso” riguarda poi la realtà esterna, dalle esperienze vissute durante il servizio militare fino al crescere della violenza con la seconda Intifada, che rappresenta il presente della narrazione. Mi sono spesso chiesta come facciano ( come facessero, perché dopo il 7 ottobre credo che la situazione sia molto cambiata, stravolta forse) gli israeliani a vivere in un paese così diviso, che esercita una repressione così forte contro gli arabi. Questo romanzo dà una risposta, mi pare: gli israeliani “rimuovono” la realtà dell’Occupazione e tutto il resto, hanno sviluppato una forma di indifferenza, dice Nevo. Forse fanno finta che certe situazioni negative non esistano. Un po’ alla volta, la violenza cresce dentro le persone, come cresce fuori, senza che gli stessi interessati se ne rendano pienamente conto. Però ciò che viene accantonato, ciò di cui non si parla riemerge nei momenti più diversi, e riemerge anche come senso di colpa. E’ il senso di colpa che prova il narratore per quanto ha vissuto durante il servizio militare. Il racconto dell’irruzione nella casa palestinese per vedere la partita mi è sembrato molto forte: rappresenta narrativamente tutto il disprezzo possibile verso l’altro. Si prova con Yuval un sentimento di vergogna per l’arroganza dei militari, per il servilismo dell’uomo palestinese che cerca così di bloccare i militari. E’ un episodio centrale nel romanzo.

 Ho riportato alcune citazioni , scelte  da questo tema sociale e da quello dei sentimenti

“….Comincia tutto dall’Occupazione, dal fatto che dominiamo un altro popolo, e prosegue…nelle cose più piccole, per esempio come guidiamo[…]Datemi retta, è di sicuro quella Maria, ha detto Churchill dopo che abbiamo riattaccato. “Sistema brutale”?”Comincia tutto con l’Occupazione”? quando mai “Ofi” ha parlato in questo modo? E’ lei che gli ha fatto il lavaggio del cervello. E’ di sicuro una di quegli europei pacifisti che sono passati dall’antisemitismo all’odio contro Israele. P.72

Fino a Atlit ho riflettuto su quella incostanza dei sentimenti. Su come è difficile sapere qualcosa con certezza. Su come praticamente tutti quelli che mi sono vicini stentano a capire cosa provano davvero, equivocano in continuazione; forse si tratta di una questione generazionale, forse la quantità di distrazioni e possibilità che si offrono alla nostra generazione ci confondono talmente che perdiamo il nostro sentimento interiore, a differenza dei nostri genitori che sapevano quello che volevano perché non avevano molte alternative; anche se forse nel loro caso dietro tutto questo si nascondeva una profonda tristezza, o almeno una vaga sensazione di aver perso l’occasione, che noi non notavamo perché eravamo bambini e non potevamo vederli come sono ( o magari potevamo vederli ma preferivamo, per il nostro bene, non farlo?) p.139

p. 162 e ss= episodio cruciale della violenza a cui partecipa Yuval finché è n servizio militare. La citazione è dal diario di Yuval

Solo più tardi quando siamo tornati sul tetto, ho provato nausea verso me stesso, verso i ragazzi dell’unità e verso i maledetti Mondiali; ho cercato di consolarmi col pensiero che era stata un’eclissi temporanea, ma sapevo che non era così, sapevo che quello era il Yuval conformista delle ultime settimane. Ho passato la notte rigirandomi nel sacco a pelo, senza trovare nessuna posizione nella quale la mia coscienza potesse addormentarsi. D’improvviso la situazione mi pareva senza uscita. Senza futuro…[..] La maledizione che la vecchia araba aveva sibilato prima di venire spinta nella stanzetta mi avrebbe perseguitato per l’eternità.

Le seguenti sono le parole del magistrato al processo contro Klinger:

..desidero evidenziare che questa mia decisione non sottovaluta né la singola azione compiuta dall’imputato, né la gravità della piaga della violenza in generale. Un cambiamento lento e sotterraneo si è verificato in questo nostro paese negli ultimi anni, e l’esplosione di furia del signor Klinger rappresenta la punta dell’iceberg che ci porta a conoscenza dell’esistenza dell’iceberg, o il simbolo di una generazione che è andata a……. p. 347

giovedì 10 luglio 2025

Fine stagione tra classico e contemporaneo

 Bene, abbiamo concluso la stagione con due libri piuttosto interessanti e, per una volta uso questo aggettivo abusato, che solitamente cerco di evitare: intriganti. Intriganti in modo diversissimo, ma anche con vari punti di contatto.

IL CAPRO ESPIATORIO della meravigliosa Daphne Du Maurier e LA SIMMETRIA DEI DESIDERI di Eshkol Nevo, in questo momento autore controverso, come tutto quello che arriva da Israele.

Grazie a Monia per la sua ospitalità, e per il modo, come sempre molto personale, con cui ci ha guidate e guidati alla riflessione sui due romanzi.

Ecco il suo contributo:

Quello che mi hanno lasciato questi due libri è stata una riflessione sulla verità, sull’essenza di una persona  o di una vita. Chi e cosa definisce , rende unica una persona? La voce, il suo fisico, le sue azioni, i regali che  ci porta, non pare…Piuttosto il suo odore o il suo modo di fare l’amore. Ci sussurrano che a cambiare la propria e altrui vita ci si possa mettere molto poco, una settimana o il tempo di leggere una sua  autobiografia. L’importante non è tanto svelare i segreti, ma cogliere perché sono segreti ed il fine (della ricerca della verità) non è necessariamente sbandierarla al vento, ma cambiare, sbloccare quello che il segreto rendeva immobile, trovando una leva giusta fintanto che ce l’hai.

 Come si scopre la verità di un amico, con cui hai condiviso gran parte della tua vita? Che hai sempre  pensato in un modo , magari dandolo per scontato? Come farsi scoprire? Scrivendo una gran lettera, un  gran racconto dei tuoi sogni spezzati, di come hai vissuto tu una cena o una partita di calcio o un  tradimento. Raccontando la tua verità, i tuoi segreti, contando che il tuo grande amico possa cambiare, e  cambiare il modo in cui ti vede, possa usare quella leva.

Quindi questi libri mi hanno ricordato di non dare nulla per scontato, anche quando incontro chi penso di  conoscere, potrebbero essere dei sosia (in fondo) e invece voglio avere la conferma di avere intorno a me proprio le persone che voglio e allo stesso tempo non voglio smettere di conoscerle perché si cambia, si  può cambiare, basta poco.

Poi può succedere di tutto, ma intanto avremo avuto la possibilità di conoscere e capire e decidere se  essere solo uno spettatore o entrare in scena, con che ruolo lo possiamo decidere sempre.

Grazie amici ed amiche, sempre, da tanti anni e conto per tanti anni.

Monia

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo