Il 9 settembre, al rientro dalle vacanze, si discuterà del premio Nobel Grazia Deledda. Ha scritto tanto quindi c'è solo l'imbarazzo della scelta!
Grazia Deledda nasce a Nuoro il 28 (27 in realtà) settembre 1971 e muore a Roma nel 1936 Premio Nobel per la letteratura 1926. È ricordata come la 2° donna, dopo la svedese Selma Lagerlöf, a ricevere il premio in questa disciplina e l'unica donna italiana. A tutt’oggi sono stati consegnati 18 premi Nobel per la letteratura.
Conferimento con la seguente motivazione ufficiale da parte dell'Accademia Svedese:
Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».
Tra i suoi romanzi quello che consente di comprendere l’indole, la personalità dell’autrice che nel suo piccolo è stata una ribelle che con ostinata tenacia ha portato avanti la sua passione che poi è diventata la sua professione bisogna leggere l’ultimo suo libro, “Cosima”, pubblicato nel 1936 l’anno stesso della morte. Sotto forma di romanzo si tratta di un resoconto autobiografico che dall’infanzia giunge al tempo delle sue prime affermazione letterarie (era costretta a fare dei piccoli e innocui furtarelli: vendeva una bottiglia di olio del frantoio di famiglia tenendosi il guadagno per pagarsi la spedizione dei suoi racconti alle case editrici); il romanzo si conclude con l’abbandono della città natale Nuoro per Cagliari, dove conosce il suo futuro marito, Palmiro Madesani, per poi trasferirsi a Roma dove muore.
Le opere scritte da Deledda sono cospicue: si parla di una cinquantina di volumi e si capisce il suo impegno costante nel volersi affermare come scrittrice non solo ma, nella continua e tenace ricerca di tematiche che vengono affrontate nei suoi racconti. L'osservazione secondo cui l'autrice tenda a "ripetere una trama già scritta" riflette una critica storica reale (mossa all'epoca da Benedetto Croce che volle inferire la sua stroncatura parlando di ripetitività degli schemi narrativi e nella rappresentazione dei personaggi per categorie fisse; per questo "immobilismo", parlando di "solito folklore sardo), dovuta alla struttura ciclica e ricorrente dei suoi drammi morali, che ricalcano costantemente lo schema colpa-castigo-espiazione.
Personaggi di questi racconti giovanili sono servi pastori che vivono nelle “tancas” che costituiscono la classe sociale più umile, contadini proprietari terrieri, e poi ci sono i banditi che occupano una posizione privilegiata. Sono uomini che si danno alla macchia che hanno commesso delitti, furti non sistematici, ma come vendetta per un torto subito, per cancellare il disonore. Rancori tra famiglie che si protraggono per anni.
Sposare un bandito come in “Marianna Sirca” non è disonorevole per la classe sociale di Marianna che è una donna benestante. A patto che Simone si costituisca ai Carabinieri lei è disposta ad aspettarlo. Il banditismo sardo non ha nulla in comune con mafia, camorra, ndrangheta non è legato allo spaccio, alla prostituzione all’arricchimento ai danni degli altri.
Giovanni Corbeddu Salis: conosciuto come il "Re del bosco", attivo a fine Ottocento e considerato una figura leggendaria. Samuele Stocchino: detto la "Tigre d'Ogliastra", spietato e temuto nei primi decenni del Novecento. Graziano Mesina: Il più celebre bandito del dopoguerra, protagonista di fughe, catture e una lunga vita tra mito e cronaca nera.
Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina intervenne in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del bimbo rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio. Anonima Sequestri: Dagli anni Sessanta in poi, il banditismo si è evoluto in forme di criminalità organizzata dedite ai rapimenti a scopo estorsivo. Fabrizio De André e la sua compagna Dori Ghezzi furono rapiti dall'Anonima Sequestri (in particolare l'Anonima Sarda) 1979.
C’è poi il filone maturo come “Annalena Bilsini” del 1927 ambientato in un podere vicino al Po dove una famiglia di contadini trasloca per migliorare le loro condizioni di vita prendendo in affitto un podere con casa e terreni. Il racconto si allontana molto dalle tematiche dei racconti giovanili anche per l’ambientazione, c’è una sorta di serenità, di benessere psicologico che permea tutta la storia. Annalena è una donna vedova con 5 figli maschi che sotto la sua ferma guida lavorano sodo finché riescono a raggiugere il benessere e l’agiatezza ricercata con tanti duri sacrifici da parte di tutti. “Il paese del vento” pubblicato nel 1931, rappresenta la realtà dei tormenti, all’ambiente isolano si sostituisce quello continentale e un’ambientazione non precisata. Racconta la storia di Nina, una giovane sposa in viaggio verso una nuova vita e un amore tormentato che improvvisamente si ripresenta.
La sua presunta incultura (era autodidatta, leggeva molto ma in maniera compulsiva senza un programma ben preciso), le avrebbe a detta di molti, impedito di aderire ad un movimento letterario in particolare, cosa possibile solo con una più ampia preparazione culturale; di conseguenza, si rende arduo un suo preciso inquadramento nella storia della letteratura italiana. Alcuni sono propensi a collocarla all’interno del Naturalismo e del Verismo; altri tendono ad includerla all’interno del Simbolismo e del Decadentismo; altri, infine, le attribuiscono un pensiero morale che la avvicina ai romanzieri russi. La critica in generale tende a incasellare la sua opera di volta in volta in questo o in quell'-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo, oltre che nella letteratura della Sardegna. L'esordio della scrittrice sarda si radica fortemente nella realtà geografica e sociale della sua terra d'origine, proprio come la Sicilia di Verga. Come nei romanzi di Verga, i protagonisti delle opere deleddiane appartengono a una società arcaica e pre-industriale (contadini, pastori, gente comune). Ritornano il motivo della famiglia patriarcale, la fatalità del destino e la drammaticità della vita popolare. Mentre nel Verismo il paesaggio viene descritto in modo strettamente oggettivo, nell'opera di Grazia Deledda la Sardegna si trasforma in uno scenario mitico, primordiale e fortemente simbolico; la descrizione degli ambienti è talmente pervasiva da elevare la natura a vero e proprio personaggio.
Entrambi gli scrittori hanno descritto, inoltre, anche una classe sociale di debosciati, incapace di addossarsi le proprie responsabilità: una nobiltà che non riesce a stare al passo con i tempi, e persevera nel pretendere un rispetto che ormai si deve guadagnare. Giacinto di “Canne al vento” o don Paolo de “L’edera” sono emblemi di una classe in disfacimento, spesso rea di dissipazione e di inettitudine, colpevole di tradire la sua stessa terra natia, talvolta incapace di redenzione; non viene risparmiato nemmeno il clero corrotto: la raffigurazione del prete dissoluto, il cui fantasma sembra riapparire per terrorizzare la protagonista de “La madre”, ha una certa rassomiglianza con il Reverendo verghiano.
L'interiorità e il Decadentismo: più che l'analisi sociale scientifica, alla Deledda interessa l'indagine psicologica, il senso del peccato, la colpa e l'espiazione, aprendo la sua scrittura a forti tinte soggettive e decadentistiche.
L’opera che tuttavia maggiormente si presta ad un accostamento con “Delitto e castigo” è “L’edera”, in cui Annesa è equamente divisa fra l’ossessivo ricordo del delitto e l’angoscia di esserne riconosciuta colpevole, fino a diventare lei medesima il più implacabile giudice di se stessa, tanto da imporsi una vita di espiazione e di catarsi. Un percorso simile è quello effettuato anche da Efix in “Canne al vento”. Si badi come i due personaggi hanno in comune il fatto di essere dei servi che hanno trasgredito una delle più severe regole della società classista, vale a dire che hanno osato alzare gli occhi sulla classe padronale. Aver amato Paolo per Annesa e Lia per Efix, è di per sé un motivo sufficiente perché nei due personaggi, perfettamente inseriti nel contesto sociale di cui conoscono e accettano tutti i canoni, si istilli il senso di colpa, esasperato poi dal delitto, commesso proprio per amore e forse da un’oscura volontà di pagare il fio della loro trasgressione.
Tutti questi accostamenti di Grazia Deledda alle correnti letterarie coeve sono disquisizioni che rischiano di ingabbiarla in rigidi cliché. In realtà, non si tratta di un'incapacità di condividerne la poetica, quanto della volontà di non farsi imbrigliare da un'ideologia definita; ciò avrebbe infatti soffocato la sua sensibilità istintiva e la sua autentica originalità. Per questo motivo, molti critici preferiscono oggi riconoscerle una totale autonomia poetica.






