venerdì 9 marzo 2018

Cronaca di un’ultima estate, Yasmine el-Rachidi

«Penso a Baba sempre più spesso. A un certo punto, l’idea di una persona assente da molto tempo si trasforma da emozione in una specie di esercizio mentale di memoria e deduzione». Parla così dell’assenza di suo padre, la protagonista di Cronaca di un’ultima estate, di Yasmine el-Rachidi (Bollati Boringhieri, pp.150, euro 16,50).
UN PERSONAGGIO, quello che si esprime in prima persona, che si sovrappone a quello dell’autrice. Come la figura paterna lontana, pare sovrapporsi spesso allo Stato assente. Yasmine el-Rachidi, che oggi sarà a Milano in occasione di Tempo di Libri per presentare il suo lavoro, vive a cavallo tra Stati Uniti ed Egitto ed è editorialista per il New York Review of Books e per il trimestrale Bidoun.
«In questo libro – che è molto più di una cronaca, ma una testimonianza personale di un tempo, di un luogo e di un’esperienza – mi è stato impossibile non far permeare il mio giudizio, o una parte di esso». Le Cronache dell’autrice egiziana non narrano di un’unica stagione della sua vita, bensì di tre: la prima è quella del 1984, l’autrice è ancora una bambina, ma Mubarak è già al potere dall’81, dopo l’omicidio di Sadat. Il padre non torna a casa da settimane e sembra che nessuno ne conosca il motivo. Lei lo aspetta. Ma altre strane sparizioni accadono.
COSÌ DECIDE DI DARE una forma a quei fatti a cui nessuno sa dare spiegazione: in un compito a scuola racconta di tutta quella gente che scompare. Ma la maestra le dà come voto zero perché «non si dicono certe cose». I bambini muoiono di fame in Etiopia e la televisione ne parla, ma di quelli che muoiono di stenti al Cairo nessuno si accorge. La piccola, che allora ha solo 6 anni, cerca di destreggiarsi tra le opinioni politiche dei familiari, tra cui quelle del cugino comunista e dello zio, figura che le farà in certo senso da padre e che le darà il miglior consiglio della vita: per sapere cosa accade al popolo bisogna ascoltalo. Ascoltare la città, fare caso passeggiando in bicicletta se le persone fischiettano come sempre. Lo zio le insegnerà anche che cos’è la paura, quella variabile impazzita che fa scegliere «sempre quello che conosciamo meglio, anche se significa scendere a compromessi».

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LA SECONDA ESTATE è quella del 1998 e dell’invasione delle formiche. Quella in cui la televisione passa messaggi subliminali del governo per evocare gli islamisti e i loro attentati. Il padre della ragazzina non è più tornato. Dido, un amico di università, cerca di spronarla a interessarsi alla politica, all’attivismo. Ma lei è diffidente. Sembra aver paura di quello che succede ai sit-in fuori dal campus. È con questa paura che affronta l’avventura degli studi cinematografici fatto silenzi: «Perché mi stai riprendendo? Che vuoi, chi sei?» sono le domande che le vengono fatte più spesso ad ogni tentativo di restituire ai fatti delle immagini. Rivede negli altri la stessa diffidenza che lei cerca di combattere con una cinepresa. Il 2014 è il teatro della terza e ultima estate, ma l’autrice continua ad andare e venire con la memoria all’estate del 2011, quella che precedette le rivoluzioni di piazza Tahrir. Quell’anno tutto sembrava non avere limite: i prezzi del cibo, il caldo torrido, i tagli alla corrente. Il rumore dei clacson in strada. Era l’estate del collasso: «Avevo notato, in me stessa e nei miei amici, che ci stavamo abituando alla nostra storia recente. Una sorta di assuefazione. C’eravamo quando i copti venivano massacrati, quando si calpestavano i cadaveri. Quando i sostenitori di Morsi aprivano il fuoco sui giovani manifestanti. Duecento persone furono uccise per mano della polizia; e subito dopo il procuratore generale venne ucciso da un’autobomba. Solo quando scorsi tutte queste note che avevo nella testa, mi resi conto che anche io, come gli altri, ero piombata in uno stato di inerzia».
QUELLE RACCONTATE nel libro sono tre estati in cui una donna si scontra con il Cairo e la politica. Affronta il fallimento della sua generazione e quella dei suoi genitori. Una realtà in cui i giovani cercano di aggrapparsi al passato per sapere dove dirigersi. In un magazzino pieno di vecchi vinili, parla con Dido della deposizione di Morsi: «Mi dice che la rivoluzione ci ha connessi a un passato che ci ha preceduto. Annuisco, gli dico che per capire mi sono ristudiata i libri di storia». In queste tre cronache, figlie di un’unica storia, il teatro è il medesimo: il traffico e la canicola del Cairo. I tabelloni stradali immutati e la vecchia casa di famiglia in riva al Nilo. La metropoli piena di spie del regime e di agenti in borghese. Le persiane chiuse, un po’ per il caldo e un po’ per prudenza. E Dido, che nei lunghi pomeriggi cerca di coinvolgerla nella sua battaglia politica in un Egitto che sembra non avere più speranze.
«Non riesco a immaginare cosa potrebbe cancellare le nostre delusioni più recenti, tranne – forse – il passaggio incandescente dell’amore».
[Francesca del Vechhio 9/03/2018]

Articolo 353 del codice penale, Tanguy Viel

«La Saint-Tropez del Finistère». È questo il biglietto da visita che dovrebbe servire a trasformare la rada di Brest, un braccio di mare scuro e battuto costantemente dal vento, in una accogliente stazione balneare. A smerciare il sogno di un rapido arricchimento e di un nuovo futuro a una comunità di operai di mezza età che hanno appena perso il lavoro nell’arsenale della città bretone, è arrivato Antoine Lazenec, uno che parla, si veste e si muove come «quelli di Parigi».
Martial Kermeur non sembra fidarsi, ma è appena stato mollato dalla moglie, si occupa da solo di un figlio di dieci anni e ha come unico orizzonte quello di incassare la liquidazione e ridare una qualche stabilità alla propria vita. Alla fine cederà anche lui, entrerà nell’affare, e sarà improvvisamente troppo tardi per fare un passo indietro, riprendersi i soldi investiti nel progetto e tornare a nutrire una qualche speranza per il futuro. In un doloroso monologo scandito davanti a un giudice, che lo ascolta silenziosamente come uno psicoanalista, Kermeur racconta in prima persona dell’inganno che ha subìto, di come le sconfitte si sono via via accumulate su altre sconfitte nel corso della sua vita e di come, infine, abbia trovato la forza di reagire.
Con Articolo 353 del codice penale (Neri Pozza, pp. 142, euro 15), Tanguy Viel costruisce con il suo abituale linguaggio cinematografico un meccanismo oppressivo teso fino all’inverosimile, dove le scelte subìte pesano quanto quelle mai fatte e dove il bisogno di giustizia si mescola con la ricerca della verità. Un romanzo che, come è ormai costume per il 44enne scrittore francese, pluripremiato e campione di vendite in patria, trascina il noir oltre i confini del genere, senza mai abbandonare il mare torbido e incerto dell’animo umano.
Partiamo da un apparente paradosso: il titolo del suo romanzo cita il codice penale, ma sembra esprimere soprattutto il sentimento intimo, doloroso e straziante dell’ingiustizia. Come stanno le cose?
Il mio percorso come narratore è stato quello di accompagnare questo dolore, farlo emergere. Ho affidato così alla letteratura la capacità di riparare in un certo qual modo i torti subiti, di fare e rendere giustizia a chi è stato vittima di un inganno, di una violenza. Per questo si arriva a comprendere appieno il significato di quella citazione del codice penale solo al termine del libro e attraverso un percorso che dall’ingiustizia cerca di condurre verso la giustizia. Inizialmente, volevo intitolarlo «intima convinzione», perché è in questi termini che viene evocata nell’articolo 353 la scelta ultima di un giudice di fronte al caso che deve esaminare: decidere chi sia davvero il colpevole e di cosa possa essere ritenuto fino in fondo responsabile.

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Lo scrittore Tanguy Viel
Questo percorso verso la giustizia sembra compiersi prima di tutto nel segno del linguaggio. Quello intimo ma a tratti incerto di Martial Kermeur, quello essenziale del giudice che lo ascolta ricostruire la sua vicenda, quello formale ma decisivo dei codici. Parole alla ricerca della libertà?
Si immagina spesso che gli scrittori inventino una nuova lingua, straniera, e non ci si accorge come in realtà la loro lingua contenga sovente una domanda profonda e radicale di ritorno alla comunità. Dovremmo poter chiedere a Kafka o a Dostoevskij cosa pensano al riguardo. Nel caso di Kermeur, il suo eloquio stentato, inframmezzato dai «non so come si possa dire tutto ciò», esprime proprio questo: la possibilità per lui che ne è escluso sia in quanto indagato che a causa della sua debolezza retorica, di entrare a far parte della lingua comune, di uno spazio condivisibile, di rientrare in qualche modo in una comunità. Del resto, credo che la parola, e il semplice atto di rivolgersi all’altro, rappresentino una promessa. Non è sempre chiaro cosa questa promessa significhi, non so se evochi la libertà, ma è questo meccanismo che chiamo letteratura e che mi spinge a scrivere.
Nella vicenda di Kermeur non si scorgone solo le tracce di una sconfitta personale, ma il tramonto di un intero mondo operaio, quello dei cantieri navali di Brest, dei governi socialisti degli anni di Mitterand, della gauche in generale. La truffa di cui è vittima evoca il tradimento della sinistra verso i lavoratori, la sua vendetta una sorta di scena della lotta di classe?
Credo proprio di sì. Ho ambientato il romanzo all’inizio degli anni Novanta perché in quel periodo ha avuto luogo una trasformazione allo stesso tempo rapida e drammatica. È iniziata la deindustrializzazione del paese, si è chiusa una stagione di potere della sinistra, è iniziata a emergere la deriva dei socialisti francesi verso il mondo degli affari e del denaro; non a caso per il personaggio del truffatore mi sono ispirato a Bernard Tapie. Ogni narrazione concreta della realtà è venuta meno, mentre le promesse collettive fatte dalle generazioni precedenti hanno assunto la forma della sconfitta, della rinuncia, del ripiegamento individuale. Kermeur stesso si sente isolato, solo, non trova più intorno a lui il calore e la solidarietà dei suoi compagni di un tempo all’arsenale: sono stati licenziali e l’unico orizzonte che ha davanti a sé è costituito dal modo in cui deciderà di spendere la sua liquidazione.
C’è chi si ostina a considerarla come un semplice autore di polar, in realtà il filo che lega i suoi romanzi alla letteratura poliziesca sembra essere rappresentato soprattutto da ciò che il denaro può fare delle persone…
Mi sono stati attribuiti un certo gusto per il gotico e, in effetti, amo molto le atmosfere delle opere di Edgard Allan Poe come di Conan Doyle, anche se credo che il mio sguardo risenta più del linguaggio cinematografico dei noir, di Hitchcock piuttosto che di De Palma. Ma in effetti non so perché ho questa sorta di ossessione per gli intrighi che hanno a che fare con i soldi. Forse perché per questa via, e attraverso la chiave del polar, si possono costruire dei romanzi familiari e psicologici senza darlo troppo a vedere. Malgrado ciò che si potrebbe pensare a prima vista, il denaro è in realtà qualcosa di profondamente astratto, un po’ come la balena di Moby Dick, e rappresenta uno straordinario motore metafisico ed esistenziale per le persone. Seguire la pista dei soldi ci conduce al cuore del mistero dell’uomo.
Nel 2013 lei ha pubblicato un romanzo «on the road» ambientato negli Stati Uniti, «La Disparition de Jim Sullivan», e alcuni critici hanno visto in «Articolo 353» una sorta di riscrittura di un film western, con la figura del truffatore, Antoine Lazenec, paragonabile a quella di un sinistro pioniere. L’estremo occidente della Bretagna come il Far West?
In realtà, mi sono reso conto solo alla fine che anche questo romanzo poteva evocare le mie letture americane. Pur se più che di «western» parlerei di «southern», nel senso che credo vi si possa scorgere l’ombra degli Snopes di William Faulkner o di Tutti gli uomini del re di Robert Penn Warren, libro ispirato alla carriera del corrotto governatore della Louisiana Huey Long. In questo caso, l’immaginario letterario si è però mescolato anche con quello cinematografico, visto che ho pensato alla rada di Brest un po’ come alle campagne sulle rive dell’Ohio di La morte corre sul fiume di Charles Laughton. Un orizzonte naturale stagnante e malinconico, un presagio di guai.
[Guido Caldiron 9/03/2018]

martedì 6 marzo 2018

prossime letture

Carissim*,
durante il mese di marzo leggeremo in silenzio, ma poi ad aprile avremo due frizzanti incontri con Milan Kundera, Kazuo Ishiguro e Daniele Del Giudice. Non vi so dire ancora le date esatte, né l'ordine di presentazione... ma indicativamente potremmo trovarci durante la settimana successiva alla Pasqua e poi verso la fine del mese.

I testi:
- Kundera, LA FESTA DELL'INSIGNIFICANZA
- Ishiguro, Come Rain or Come Shine, in NOTTURNI. CINQUE STORIE DI MUSICA E CREPUSCOLO
Questi due testi verranno presentati insieme da Andrea.
- Del Giudice, ATLANTE OCCIDENTALE, proposto da Ida.

A maggio toccherà a Kate Atkinson, DIETRO ALLE QUINTE AL MUSEO, e a giugno chiuderemo la stagione con una serata dedicata a Cervantes.
A presto. Intanto leggete, leggete, leggete...
Silvia

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo