sabato 18 febbraio 2023

COLONIALISMO


Yekatit 12. Non tutti sanno che cosa vogliono dire questa parola e questo numero, che cosa ricordano. Una parola e un numero che formano una data del calendario etiope, il nostro 19 febbraio. Ma perché dovremmo conoscere questa data?

TRA IL 19 E IL 21 di febbraio del 1937, dopo che dei partigiani etiopi avevano attentato alla vita del Vicerè Rodolfo Graziani, soldati dell’esercito fascista, squadracce di camicie nere e semplici coloni italiani per tre giorni hanno massacrato più di 20mila tra uomini, donne e bambini etiopi, scrivendo una delle più tragiche e violente pagine dell’Impero italiano, come venivano chiamate le colonie dal potere fascista. In Etiopia questa data è un giorno di lutto nazionale, ma per noi non ha nessun significato diverso da un normale giorno dell’anno. Oggi non ricordiamo più questa data e molte altre legate a violenze e vessazioni del nostro passato coloniale. A gennaio di due anni fa, durante l’inverno reso ancora più rigido dalla pandemia, il collettivo Wu Ming 2 invitò tutte le persone antifasciste a ricordare le nefandezze del colonialismo italiano, in occasione dell’84esimo anniversario della strage di Addis Abeba del dodicesimo giorno di Yekatit. L’insieme di collettivi «Resistenze in Cirenaica» lanciò per l’occasione l’idea di una rete delle diverse realtà che lottano per la decolonizzazione del paesaggio italiano, partendo dai nomi delle strade e delle piazze e dai monumenti. Nacque così la Federazione delle Resistenze (Fdr) tra Roma, Palermo, Padova, Milano, Carpi, Reggio Emilia e Bologna. Per il 2023 si è deciso di indire una settimana, che finisce domenica 19, di eventi, proiezioni e dibattiti sul passato coloniale, con l’obbiettivo di ricostruire una memoria collettiva veritiera dell’esperienza imperialista italiana. Si è deciso, per quest’anno, di concentrare gli appuntamenti nella capitale, dove la neonata Rete Yekatit 12-19 febbraio ha chiesto alla Federazione delle resistenze di contribuire alla costruzione di un programma congiunto di iniziative.

LA SCELTA DI ROMA, come luogo in cui promuovere la memoria coloniale, è arrivata dopo che nell’ottobre del 2022 la giunta del sindaco Gualtieri con la mozione 156 ha istituito«una giornata della memoria per le vittime del colonialismo italiano, da svolgersi il 19 di febbraio». La mozione non si ferma solo al giorno del ricordo ma stabilisce di «modificare le targhe di un gruppo di strade ispirate al colonialismo, riportando sulle stesse una spiegazione, in caratteri più piccoli sul margine inferiore, che faccia riferimento agli episodi storici, in gran parte criminali, del colonialismo italiano». Una mozione che, secondo Zakaria Mohamed Ali, nato in Somalia e oggi vicepresidente dell’Archivio delle memorie migranti, «rappresenta un primo passo verso la costruzione di una memoria veritiera sul colonialismo italiano». Secondo Zakaria «già solo il cambiamento dei nomi delle vie e delle piazze inizierebbe a dare un piccolo spazio di memoria, di riconoscenza alle vittime».

LA MEMORIA di questo violento passato è nascosta dietro la narrazione degli «italiani brava gente» che da sempre accompagna la storia coloniale nostrana, messa a paragone con le esperienze degli altri paesi visti come più violenti e insensibili. «In 15 anni che sono in Italia, mi sono reso conto, durante gli incontri con le scuole, che il 90% degli studenti non sa nulla di questo passato, se non il minimo indispensabile che si trova sui libri» dice Zakaria, che insiste sul fatto che nelle ex colonie, e in particolare nella sua Somalia, anche la memoria è stata colonizzata.:«Quello che vedo nel mio paese è un colonialismo memoriale che elimina tutte le nefandezze commesse. Si raccontano solo le esperienze positive di quegli anni, anche nelle ex colonie». Una memoria perduta che, se venisse ritrovata, darebbe ai cittadini i mezzi per capire il presente. Come afferma Zakaria: «Se non facciamo i conti con il passato non possiamo pensare in un futuro migliore».
Tutte le info sull’evento al link: https://resistenzeincirenaica.com/2023/02/11/yekatit-12-19-febbraio-2023/

Tromsø Film Festival


 

Attrice, attivista e musicista, Ella Marie Hætta Isaksen è la leader vocalist del gruppo «Isák», è leader di organizzazioni ambientaliste. Fa il suo esordio nel cinema come protagonista del film di apertura al Tromsø Film Festival Let the River Flow di Ole Giæver, storia di mobilitazione dei Sámi in seguito alla costruzione di una diga nel loro territorio.

La figura di Ester è basata su una persona reale?
È un personaggio di fantasia, ma si basa sulla somma di tutte le persone che ho incontrato durante tutte le mobilitazioni. Penso di aver preso delle storie qua e là e creato questo personaggio, basato su tante storie, ma è un personaggio di finzione.

Come ti sei preparata per il ruolo di Ester?
In quanto attivista ho trascorso un sacco di tempo a prepararmi senza nemmeno saperlo. Recitazione da Method acting. Abbiamo iniziato a girare nel 2021. E quell’estate stavo partecipando a manifestazioni per cercare di bloccare il progetto di una miniera che avrà un impatto e distruggerà le terre dei pastori di renne. Non solo, anche gli scarti delle estrazioni, che hanno deciso di gettare nel fiordo, cosa abbastanza frequente in Norvegia ma non nel resto del mondo. Lavoro a quel caso da molti anni, sia come ambientalista che come attivista. Questo è uno dei modi in cui mi sono preparata e che avrei comunque fatto in ogni caso. Penso anche che visto che questo è il mio primo ruolo in assoluto, il mio modo di vedere, è stato un grande regalo per me poter godere di un lungo periodo di tempo; abbiamo lavorato insieme per quattro anni e questo ci ha permesso di sentirci coinvolti nel processo e poter leggere la sceneggiatura tante volte, approfondire e cercare di capire la protagonista, le sue lotte interiori, perché ci sono tante somiglianze tra noi due. Ma allo stesso tempo, lei è nata negli anni 50. È stata sicuramente più influenzata di me dall’oppressione dei Sámi. Io sono nata nel 1998. Inoltre, lei è una Sámi di mare e la cultura dei Sámi. di mare è stata più influenzata dai Sámi contadini, dove provengo io. È stato importante per me capire quel dolore e sentire quel dolore. Penso che sia qualcosa che ho evitato per tutta la vita, perché è importante per me essere un modello per i giovani Sámi . E ne sono estremamente orgogliosa. Sono davvero attivamente orgogliosa di chi sono e del nostro background, per combattere quella vergogna che è stata imposta al nostro popolo. E quindi devi ricaricare la molla. Ed è stato doloroso.

Quanto intendi parlare ai Sámi? E quanto intendi educare i norvegesi? Quanto vuoi educare il mondo?
Sì, penso che sia come un atto di equilibrio. Per arrivare a tutti quei mondi devi avere una storia originale che sia universale. Ecco. E il fulcro di questo film è il personaggio di Ester. Ho cercato di convincere la popolazione norvegese, per anni ormai, che dovrebbero voler conoscere di più la nostra storia comune e le parti brutte di questa storia. E penso, nella mia musica, e nel libro che ho scritto, che a volte ci si dedica così tanto a parlare della popolazione di maggioranza norvegese che ci si dimentica della propria gente. Ed è questo che amo così tanto di questo film, il fatto che la gente da tutta la Norvegia e i Sámi siano emozionati dalla stessa storia.

Il film è in norvegese e in Sámi. Quanto è importante la lingua Sámi per la vostra identità?
Ho sentito un sacco di gente dire che circa il 20% dei Sámi oggi parlano una delle lingue Sámi. Non sarebbe corretto ora dire che questo è il fulcro dell’identità di ogni persona Sámi. Ma per me lo è. E penso che anche le persone che non parlano questa lingua siano grate che qualcuno ancora lo faccia. Perché ovviamente, le nostre lingue sono una identità davvero forte, non c’è dubbio che siamo un popolo con le nostre caratteristiche culturali comuni. Spero che un numero sempre maggiore di persone decidano di imparare la loro lingua ma so che è un’esperienza traumatica per molte di loro perché hanno genitori o nonni che sono stati molto restii a farlo. E nel processo di diventare norvegesi, si inizia a odiare i Sámi. C’è tanta complessità e io cerco di rispettarla. Non è stato difficile per me. Ma è importante cercare di capire anche quel punto di vista. Penso che possiamo dirci tutti d’accordo sul fatto che è fondamentale che le nostre lingue sopravvivano.
Il modo in cui parli, il modo in cui dici le parole che usi può dire moltissimo di te. Può dire la tua storia, da quale famiglia provieni. Da quale regione vieni e quanto sei giovane . Con che tipo di persone ti piace stare, che slang usi. Tutto ciò è molto vicino alla tua identità. Ecco perché forse imparare la lingua o combattere per la sopravvivenza della tua lingua, cosa che io faccio ogni giorno, è una cosa molto personale.

Come pensi che la situazione attuale in Norvegia sia cambiata rispetto al periodo in cui il film è ambientato? Quanto progresso c’è stato secondo te? Visto che arrivi da una manifestazione.
Esatto. Proprio così! Ho risposto a questa domanda un sacco di volte negli ultimi due anni e sono arrivata alla conclusione che, sì, c’è stato un notevole progresso nella visibilità culturale, c’è più musica nostra, più del nostro Gatki, più rappresentazione nella cultura popolare. Siamo più celebrati culturalmente di quanto lo eravamo 40 anni fa. Ma se la popolarità per queste piccole cose sta crescendo, anche la pressione sulle nostre terre sta crescendo. La lotta per proteggere le nostre terre, per pascolare le renne o la pesca o i diritti di continuare a vivere nei modi tradizionali o vivere di risorse tradizionali. Mantenere un sostentamento tradizionale è più difficile adesso rispetto a prima. E vogliamo parlare della salute mentale nelle nostre comunità? Non ne abbiamo parlato. Di quanto questo abbia un impatto sulle nostre genti, del fatto che non si riesca più a sostenere la famiglia come si è sempre fatto o come ti è stato insegnato. È orribile.

Pensi di poter essere critica della comunità Sámi?
È una domanda interessante. Una conseguenza dell’oppressione. È naturale che si smetta di parlarne ad un certo punto, soprattutto per i problemi interni che abbiamo, e nel momento in cui ammettiamo di avere un problema con la violenza sessuale, ci rendiamo vulnerabili alla persecuzione. E penso, spero che questo uscirà da questa ondata di film. Ora possiamo finalmente osare e dire verità differenti. Non è la nostra verità. È un milione di verità differenti.

E come ti senti dopo aver debuttato con il tuo primo film?
Sì, non so se sono fortunata, perché ho avuto un ottimo rapporto di lavoro. Forse non è il massimo essere un’attrice. Non lo so. Ma questa esperienza è stata un sogno. E penso di aver sempre cercato nuovi modi di raggiungere i cuori della gente. Registro un podcast, ho scritto un libro e faccio della musica. Ma penso che un film abbia un format più ampio, e dia l’opportunità di far accomodare la gente in modo che possa ascoltare con attenzione. E vorrei farlo di nuovo.

[John Anthony Bleasdale 18/02/2023]

È nostro il «fallimento» dei giovani

 



Una ragazza di diciannove anni di recente si è suicidata nei bagni dell’Università. A Milano, ma avrebbe potuto essere in qualsiasi altro posto – ma che sia Milano, città della vita devoluta al lavoro, assume un senso particolare. Quella ragazza ha lasciato scritto: «Nella vita ho fallito tutto». Un fatto così é davvero il segno più lacerante di questi tempi. Non sarebbe successo, in un altro. Non che i giovani non si togliessero la vita a diciannove anni. Ma non per questi motivi, per aver “fallito tutto”, quando ancora tutto ha da iniziare; e in un’età in cui si è ancora, diversamente che in altri tempi, adolescenti.

Ho la fortuna, da insegnante di filosofia al liceo, di parlare con i giovani di questi argomenti, e tocco con mano, anno dopo anno, come sia il fallimento il loro incubo universale. Una generazione sovrastata dagli imperativi prestazionali di un mondo in cui massimamente virtuosa è la competizione, in cui ognuno deve conquistare la propria identità personale e insieme ascendere nella scala sociale grazie al proprio spirito di iniziativa, alla propria intraprendenza. Un processo, questo, evidentemente acceleratosi dagli anni Ottanta, col dilagare della rivoluzione culturale neoliberista, il cui motto sta nell’enunciato di Margaret Thatcher «la società non esiste, esistono solo gli individui».

E’ un mondo in cui tutto é disponibile, tutto é possibile, e prenderselo tocca solo a te, imprenditore di te stesso. Il tuo valore dipende solo da te: just do it. Le norme sociali ti impongono di fare, tu sei sovrainvestito di attese, di aspettative, di immagini «eccellenti» che il mondo ti propone – e il terrore è quello di non essere all’altezza di tutte queste richieste. È’ troppo. Lo apprendi in ogni istante della vita, dalla famiglia, dai media, dai social, dalla scuola (che ti propone un’immagine di te standardizzata e misurabile, col “portfolio delle competenze”). E’ troppo. E crolli. Di fronte al peso della tua inadeguatezza, dell’insufficienza. Della vergogna per non essere abbastanza. Le frustrazioni sono insopportabili per un Io che è stato sovrainvestito di attese, di aspettative. In questo consistono le patologie narcisistiche. La vergogna – una gogna, appunto – un supplizio che non si regge, e si fa fronte ad essa in tanti modi – con i disturbi del comportamento alimentare, col ritiro sociale, col panico – fino a scomparire del tutto. Quella ragazza che si é tolta la vita ha molto a che fare col fallimento: col fallimento che siamo tutti quanti noi, col fallimento che è la società che lasciamo in sorte ai giovani.

I giovani, come dicevo, hanno tutto questo molto chiaro. Uno splendido manifesto del loro disagio, e della consapevolezza di questo disagio, lo ha articolato Emma Ruzzon, rappresentante degli studenti dell’Università di Padova, all’inaugurazione dell’anno accademico: «Siamo stanchi di piangere i nostri coetanei», ha detto, «e vogliamo che tutte le forze politiche presenti si mettano a disposizione per capire, insieme a noi, come attivarsi per rispondere a questa emergenza, ma serve il coraggio di mettere in discussione l’intero sistema meritocentrico e competitivo».

Poi, sul giornale (quello con la maiuscola, dico: il Giornale) trovi un articolino di Stefano Zecchi che invece ci dice che «non ci si può sottrarre alla competizione», e che imputa la volontà di sottrarsi a essa alla «virtualità» che «porta a non confrontarsi con la vita vera», quando invece la virtualità – basterebbe che avesse letto Pietropolli Charmet – va proprio nella direzione dell’approvazione, dell’ammirazione, dello specchio narcisistico, e della correlata vergogna sociale. E dopo aver letto questo rinnovato elogio della competizione come riflessione a margine del suicidio nei bagni dell’Università, ti viene solo da pensare in che mani siamo, questi sono gli «educatori», aguzzini prestazionali che ai giovani hanno da offrire solo infelicità.

Il ribaltamento di queste logiche prestazionali maschili non può che venire da donne come Emma. E l’antitesi del becero senso comune da esempi di sottrazione alla volontà di potere e di dominio come hanno dato di recente due donne – la scozzese Nicola Sturgeon e la neozelandese Jacinda Ardern – che si sono dimesse dalla carica di premier, rinunciando alla propria “eccellenza” rivendicando il non farcela più, l’essere esauste, il rifiuto della brutalità della politica, e dicendo, ambedue: “I am human”.

* autore di “Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui” (minimum fax 2023).

La vita tra le tracce, Martone e l’eredità di Massimo Troisi

 




Tutto comincia diversi anni fa con un incontro sul set de Il Postino dove lavorava anche Anna Bonaiuto, allora la sua compagna. Una lunga chiacchierata, molta stima, il desiderio di ritrovarsi per fare qualcosa nel futuro. Massimo Troisi però muore prima che il film dal libro di Antonio Skármeta sia finito – dello scrittore cileno ieri al Forum è passato il film da regista, Aufenthalserlabnis (1978), girato nell’esilio berlinese. Troisi, che ne era il protagonista, lo aveva fortemente voluto anche se non diretto – la regia è infatti di Michael Radford – rimandando persino l’operazione al cuore, che forse gli avrebbe permesso di vivere, alla fine delle riprese.

«È COME se questo sia il film che non abbiamo mai potuto fare insieme» dice Mario Martone nell’incontro mattutino berlinese. Laggiù qualcuno mi ama, che è stato presentato ieri in Berlinale Special, uscirà in sala dal 19 in alcune città e il 23 in tutta Italia, e al di là dell’«occasione», i settant’anni dalla nascita di Troisi, nella regia di Martone – che ci tiene a specificare ha voluto per sé anche il montaggio orchestrato con grazia da Jacopo Quadri – si fa narrazione di un artista e del suo tempo, dei desideri di una generazione giovane negli anni Settanta, delle sue lotte sussurrate con ironia, dei suoi sogni, passioni, amori, legami e fughe. La Napoli la cui mitologia quel ragazzo riccioluto contesta con la risata fino a farsela diventare un incubo di «pizza-pasta-mandolino» che tutti si aspettano. Le battute entrate nel linguaggio comune – «Annunciazione annunciazione» o il gioco sui nomi dei bambini – le sue figure femminili forti, e reali, che affermano nelle proprie scelte la sensibilità e le battaglie femministe del momento, le relazioni amorose che sono più complesse e indefinibili di quanto piace sullo schermo. E il successo, la timidezza, le eredità importanti – Eduardo, Totò – di cui Troisi si schermisce: «Loro hanno lavorato trenta, quarant’anni…» dice. Gli incontri, gli amici, i complici come Pino Daniele – anche lui col cuore malato – e Maradona che abbraccia, icone di una città intera. Gli scritti su di lui, i libri, le critiche le accuse, Sanremo che rifiuta perché non voleva farsi controllare i testi (l’immobilità dell’Ariston…). «Massimo era un ribelle, teorizzava un personaggio che non deve mai piegarsi. Nonostante fosse un attore amatissimo, che ha saputo comunicare con le persone come nessun altro, questa sua schiena diritta non l’ha mai abbandonata. Faceva quello che voleva, per me in questo senso è un autore Nouvelle vague. Lo è per il disagio che portava nel suo agire di artista, qualcosa di profondo e di bello, e per come tutti i suoi temi si riflettono nella sua ricerca formale, nel modo in cui girava».

Nonostante fosse un attore amatissimo, che ha saputo comunicare con le persone come nessun altro, la schiena diritta non l’ha mai abbandonataLa vita al lavoro, dunque. Che il punto di partenza per avventurarsi nell’universo poetico (e politico) dell’artista di San Giorgio a Cremano – dove è nato il 19 febbraio 1953 – prima della cronaca più o meno «privata» sono le immagini, i suoi film soprattutto, quelli da regista – da Ricomincio da tre (1981) a Pensavo fosse amore… invece era un calesse (1991), e quelli come attore – Che ora è di Scola, Hotel Colonial di Cinzia Torrini: un’esperienza di autore e interprete, corpo delle proprie immagini, che è una caratteristica importante. A accompagnare Martone, che entra anche in campo in una declinazione eclettica e “rivelata” del documentario,, ci sono figure ricorrenti a cominciare da Anna Pavignano (anche autrice con lui della sceneggiatura e del soggetto), torinese, femminista, compagna a lungo di Troisi che con lei ha scritto i suoi film. E poi Goffredo Fofi, Sorrentino, Ficarra e Picone …

È proprio grazie a Anna Pavignano che Martone ha avuto accesso ai preziosi foglietti – le cui righe vengono lette da diversi atotri come Roberto De Francesco e Lino Musella – su cui Troisi sin da piccolissimo annotava le sue idee. Frasi,pensieri, timori, insieme alle pagine dell’agenda intime, segrete, nei giorni della sua prima operazione al cuore. La vita affiora lì, tra queste tracce, nei ricordi di bambino che per farsi notare dal padre salta in una pozzanghera, nelle finte sedute psicanalitiche con Anna – registrate su vecchie cassette.

E SI INTRECCIA al suo tempo, che Troisi vive, esprime, appunto, nella Napoli di conflitti sociali e movimenti di quegli anni settanta e poi ottanta, in cui le voci si moltiplicano e l’arte si fa terreno di resistenza – da Neiwiller a Moscato allo stesso Martone. È questo intreccio coi suoi detour a declinare il film al presente: è la vitalità di Troisi, la sua meraviglia, la sua energia che Martone sa restituire, mettendosi all’ascolto e provando a cogliere dei punti in comune – senza mai forzare, a chi gli chiede risponde: «Forse è lo stesso amore e sentimento di distanza che proviamo». Al contrario della celebrazione il suo modo di portarci dentro al mondo di Troisi ne sottolinea la freschezza sempre attuale, la contemporaneità dello sguardo e dei suoi interrogativi, la capacità di sorprendere – viene voglia di rivedere i suoi film – accompagnandolo con cura e con amore.

Cristina Piccino 18/02/2023][

25 gennaio 2023