mercoledì 20 novembre 2019

Le Favole da riformatorio di Ugo Cornia

Una pecorella smarrita e un lupo emarginato, un cacciatore e un pastore innamorati in una casa nel bosco: si alternano saltando e rompendo gli schemi classici a cui pure si ispirano le provocatorie e delicate storie di Ugo Cornia. Le Favole da riformatorio (Feltrinelli, pp. 118, euro 13) dello scrittore modenese prendono spunto, nell’ispirazione, dalla favola classica sviluppandosi in uno scenario stralunato e tutto padano in cui la disoccupazione colpisce la strega cattiva e al contadino in pensione non resta che immaginare un giardino con animali di gesso, ma veri e messi in posa dopo un lungo apprendistato, compreso un incorreggibile e sempre affamato lupo.
CORNIA utilizza così la favola per stigmatizzare il nostro tempo, quasi dei racconti morali acidi, capaci di far riflettere con la semplice qualità di una letteratura tutt’altro che improvvisata. Cornia è sì comico ma nel novero dei grandi novellieri italiani; ci si diverte a leggere il libro, ritrovandosi immersi in una lettura sapiente nel senso più ampio, capace di consegnare orizzonte e sguardo – alla parola come al discorso. In un’epoca vergata da un eccesso autoreferenziale e patetico del sé, nell’esagerazione favolistica l’autore riferisce la misura delle cose, svelando la piccineria dell’umano e la sua banalità esistenziale fatta tutta vuoti conformismi, di professioni, di ruoli, di autorevolezze presunte e piccoli poteri da sottoscala.
Non ha bisogno di fustigare o condannare, a Cornia basta il disincanto di una letteratura che prende avvio dalla tradizione italiana e diventa narrazione: quella che fa della scrittura un racconto stupefatto delle cose. Un racconto collettivo in cui il comico è il collante di disgrazie e ridicole avventure, ma anche di sconforti e tradimenti. Favole da riformatorio sotto l’aspetto classico da «storia semplice» restituisce un’idea di società ben precisa, un luogo inclusivo e delicato in cui le condanne anche le più tremende hanno una qualche sfumatura dolce. La morale sta tutta nella libertà di vedere e di permettersi di osservare, Cornia getta uno sguardo audace e divertito sulle colpe e inadeguatezze dei suoi sventurati protagonisti non dimenticando mai però che proprio perché sono colpe e inadeguatezze restano prive di reale peso, cose assolutamente di poca importanza.
LA CRITICA SOCIALE delle favole non diventa così mai feroce, si limita all’evidenza di ciò che è, strappa un sorriso – a volte agrodolce oppure tenero – perché nonostante i grandi discorsi quotidiani che vedono ogni volta l’umano al centro che sia per la salvezza come per la distruzione del mondo, in tutto appare la nostra piccolezza. È infatti ben evidente che rispetto all’enormità delle cose ogni nostro possibile indaffarato agire non ha altro – nella migliore delle ipotesi – che la forma di un buffo inciampo. Corrodendo piano piano l’apparenza, come nell’ultima favola, in cui i personaggi fanno i conti con una improbabile storia noir; Cornia riporta il lettore a casa, davanti alle sue invincibili paure, ma anche di fronte alla tenerezza fatta di affetti e relazioni necessarie che quel limite porta con sé.

domenica 17 novembre 2019

prossimo incontro

Carissim*,
confermo il prossimo incontro per LUNEDI' 18, a casa di Ida, che ci guiderà nei meandri psicologici della Brexit, con MIDDLE ENGLAND di Jonathan Coe.
Confermate la vostra presenza, grazie.
A presto
Silvia


giovedì 3 ottobre 2019

Apertura stagione

Carissim*,
finalmente apriamo le danze! Ci troviamo lunedì 14 ottobre, ore 21.00, a casa mia . Il tema sarà la parola FIUME. Fiumi veri, fiumi metaforici, fiumi di libri da scambiarci, sicuramente fiumi di parole!

I libri successivi saranno:
Jonathan Coe, MIDDLE ENGLAND
Gunnar Gunnarsson, IL PASTORE D'ISLANDA
Chimamanda Ngozie Adichie, IBISCO VIOLA
(presumibilmente in quest'ordine)

Buona lettura e a presto
Silvia

sabato 31 agosto 2019

Zucchero e catrame, Giacomo Cardaci



«Dalla prima elementare avevo intuito che per stare a galla dovevo piacere agli altri»: è questo che scrive, dal carcere, Cesare Barozzi, diciannovenne protagonista del nuovo ottimo romanzo di Giacomo Cardaci, Zucchero e catrame (Fandango, pp. 282, euro 17,50). Cresciuto nella provincia di Udine, Cesare ha dovuto imparare presto a camuffare i propri desideri e la propria natura, fin dalle scuole elementari, quando suor Dolores – temibile insegnante nostalgica dei vecchi metodi educativi-punitivi, più simile alle Streghe dell’omonimo romanzo per l’infanzia di Roald Dahl – scoprì nel suo zaino Miss Raperonzolo dai lunghi capelli viola, costringendolo a testimoniarne il supplizio di nylon tagliato e plastica sventrata sulla cattedra. La sofferenza della bambola, quella mattina, avrebbe lavorato nella mente di Cesare per anni. Fortuna che in classe c’è Ines, ribattezzata Lines per via della pubblicità degli assorbenti. Lines che quando suor Dolores mette sotto chiave quel che resta di Miss Raperonzolo, dice a Cesare «Riprendiamocela». È in quel plurale che si annida la forza, la complicità, l’amicizia, e quel plurale è l’opposto della solitudine. Lines che quando anni dopo andrà incontro a Cesare in piazza Cairoli a Milano è talmente cambiata da non avere più un passato comune. È così che lavora il tempo, deforma i ricordi per rendere più sopportabili le storture della vita, o almeno per darle quel poco di coerenza che è necessaria a non soccombere del tutto.
MA LE INTERMINABILI GITE con i perfidi compagni di classe vengono archiviate quando il padre di Cesare, criminale e primo responsabile del senso di inadeguatezza del figlio, annuncia alla famiglia il trasferimento in città, in un monolocale claustrofobico nella periferia milanese, una periferia evocata da Cardaci con una potenza e una verità che si fa odore sulla carta. È nell’agglomerato di cemento che Cesare incontra per la prima volta Gabriele, «Gabbo», un sedicenne sfrontato e bellissimo che abita al piano di sopra; impossibile non vivere quell’incontro come un assedio, una presa, il primo grande amore della giovinezza assurdo e vertiginoso. «Allora confondevo l’affetto con la bellezza», ed è questa per Cesare una linea di demarcazione invisibile nell’adolescenza che lo porta col tempo a fidarsi di Gabbo e a preferire il dolore al nulla, il disprezzo alla disattenzione. «Capii che renderlo felice mi rendeva felice: anche se si trattava di una felicità prezzolata, destinata a svanire presto». Cesare desidera tutto di Gabbo, desidera il suo corpo da quando gli ha permesso di masturbarlo in camera davanti a un dvd porno etero, desidera essere lui quando Gabbo gli parla della ragazza che vuole conquistare.
IL DESIDERIO, nel romanzo di Giacomo Cardaci, è un motore neutrale: può spingere verso la vita o verso la distruzione. È così per Cesare, incapace di trasformare l’odio in oro come un moderno Mida metropolitano, sempre intento a fingersi esattamente come gli altri lo vogliono senza mai riuscirci. È tramite Gabbo che conoscerà Franco Mori, maniaco cinquantenne pronto a pagare qualunque prezzo per farsi umiliare sessualmente dai ragazzi che Gabriele gli procura. Emulando il suo amore impossibile, Cesare si renderà complice di quel giro di prostituzione, imboccando una strada senza uscita.
Cardaci ha scritto un mirabile libro sulla costruzione dell’identità negativa e lo ha fatto decidendo di narrare una storia feroce, disturbante, priva di redenzione e salvezza, dall’incredibile impatto emotivo, dimostrando una capacità romanzesca fuori dal comune. È un piacere e un dono, in tempi di dilagante (seppur valida e fortunata) autofiction, leggere Zucchero e catrame, uno dei romanzi più pudicamente politici e sfrontatamente etici di questi ultimi anni.

Iran

In Iran la lotta per le diseguaglianze di genere viaggia non solo su un paio di ruote sgangherate per le strade polverose di Isfahan, ma anche sui binari delle piattaforme social. Sono infatti decine i video di donne in sella a una motocicletta apparsi sul web dopo il ricorso alla Corte amministrativa di giustizia presentato da Fatemeh Eftekhari, trent’anni appena, appassionata di parapendio e sport estremi.
LA RAGAZZA, che da circa sei anni rivendicava il diritto a spostarsi pubblicamente con la sua moto, ha ottenuto all’inizio di agosto dal Tribunale di Isfahan il rilascio della patente di guida per motocicli. Anche se la sentenza si applica solo al caso specifico e non a tutta la popolazione femminile e può essere revocata in qualsiasi momento, si tratta di una piccola vittoria per le donne iraniane. Per Eftekhari, che dice di non credere nelle rivoluzioni, ma a «piccoli sorsi di cambiamento», seguire le vie legali è «il modo migliore e civile per ottenere il rispetto dei propri diritti e non crogiolarsi nello status quo». «Il codice della strada non menziona il genere sessuale. È il legislatore che però deve avere l’ultima parola», ci racconta Eftekhari. «Nelle condizioni socio-economiche attuali – continua – molte donne non possono permettersi di comprare un’auto. Una motocicletta può quindi essere una valida alternativa per muoversi liberamente sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Ecco perché questa sentenza avrà un forte impatto sulla vita delle iraniane. Siamo ancora in attesa di vedere cosa accadrà al momento del ricorso, ma speriamo nel cambiamento».
ATTUALMENTE IN IRAN non ci sono leggi che vietano esplicitamente alle donne l’uso di moto e motorini. «Si tratta piuttosto di un modus operandi adottato arbitrariamente dalla polizia stradale e supportato dalle autorità religiose e dalle fazioni più conservatrici della società. È una questione legata all’equilibrio di poteri, non di giustizia», ci spiega Jasmin Ramsey, del Center for Human Rights in Iran con sede a New York. «Si vuole evitare di rilasciare le patenti per le due ruote, nonostante le donne possano guidare auto, bus e perfino camion».
Facile indovinare il motivo: i motocicli sono tra i mezzi più veloci per muoversi nel traffico. E in un Paese come l’Iran, spostarsi in modo autonomo equivale a ritagliarsi la propria fetta di indipendenza all’interno di un sistema dove il piatto della bilancia premia sempre il potere maschile.
PER CHI PREFERISCE interpretare la legge a righe alternate, una donna su due ruote è quindi una donna che rischia di minare l’immagine di famiglia raccontato dai religiosi, fatto di figure femminili dedite principalmente alla cura della casa e dei figli in nome della «modestia». A parte un timido appoggio alla causa delle motociclette proveniente anche dall’ala conservatrice, il caso di Eftekhari però rischia di restare un’eccezione.«Perché non rimanga tale, il Parlamento dovrebbe varare una legge ad hoc che non lasci dubbi sull’interpretazione del codice della strada. Ma questo non sta accadendo. Almeno al momento questo non è nell’agenda del governo», fa sapere Ramsey.
Eppure, nonostante il vuoto legislativo, le donne delle motociclette rappresentano ormai un caso trasversale all’interno della società iraniana. «Le motocicliste – spiega ancora Ramsey – si oppongono alle politiche discriminatorie e provengono da ogni strato della popolazione». Non a caso, alcuni dei video postati su Twitter sono stati accompagnati dall’hashtag #genderequality. Solo lo scorso luglio era apparso sui social un video in cui la campionessa iraniana di motociclismo Benhaz Shafiei veniva fermata da un poliziotto perché in sella alle sue due ruote.
«SHAFIEI È UNA DELLE TANTE donne che stanno facendo la storia, spingendo per il cambiamento», ha detto Ramsey. «È dalla Rivoluzione islamica che le attiviste per i diritti umani si battono per essere uguali agli uomini agli occhi della legge. Per usare le parole dell’avvocata Nasrin Sotoudeh, tutti hanno bisogno di “libertà, sicurezza sociale e giustizia”. Si tratta di un processo lungo e sfaccettato, che non può esaurirsi in un unico episodio».
[Melissa Aglietti 31/08/2019]

domenica 25 agosto 2019

Fridays for future

L’Amazzonia, il polmone della Terra, brucia, liberando milioni di tonnellate di CO2. La Siberia brucia, emettendo altro CO2 e immense quantità di metano. I ghiacci della Groenlandia si sciolgono a ritmo vertiginoso e così anche la banchisa polare, le calotte glaciali dell’Artico e dell’Antartico e tutti i ghiacciai del mondo. In India, in preda alla siccità, muoiono di sete migliaia di persone e in tutto il mondo, Mediterraneo e Italia compresi, si moltiplicano i fenomeni metereologici estremi: ondate di calore, tempeste tropicali, gelate fuori stagione.
Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e al tempo stesso cause del suo rapido aggravamento. Di tutto questo non c’é alcun riflesso nel Parlamento italiano né nelle manovre per formare un nuovo governo. Le istituzioni del nostro paese non si sono solo allontanate dai cittadini (e viceversa). Sono ormai lontane mille miglia dalla realtà (come lo sono i media che si occupano delle loro vicende). Ma è così anche in quasi tutto il resto del mondo.
C’è però in Italia e in tutto il mondo un “popolo” che quei fatti li ha messi al centro dell’attenzione, delle sue preoccupazioni e della sua iniziativa: i giovani di Fridays for future, che è un movimento mondiale la cui crescita non si fermerà più; la rete di Extinction Rebellion; i tanti movimenti contadini che difendono un’agricoltura sostenibile come Via campesina che riunisce 400 milioni di agricoltori; i popoli indigeni in lotta contro la devastazione dei loro habitat, in particolarel’Amazzonia, oggi sotto attacco, ma che sarà al centro di un sinodo voluto da Papa Francesco.
È statisticamente quasi impossibile che tra i mille parlamentari italiani non ce ne sia nemmeno uno che non si renda conto di quanto sia criminale ignorare la crisi climatica. Se anche in pochi, approfittando della visibilità che avrebbero in questo momento, formassero un raggruppamento interpartitico, non per “mettersi alla testa” dei movimenti già attivi in questo campo, magari con mire egemoniche (non ne avrebbero alcun titolo), ma per porre la crisi climatica e ambientale al centro delle loro preoccupazioni, potrebbero gettare un pesante masso nello stagno delle trattative per la formazione del nuovo governo e tutto il quadro politico potrebbe venirne scompaginato anche nel caso di eventuali elezioni.
Si tratterebbe di mettere all’ordine del giorno, non solo del Parlamento, che su questo tema per ora è sordo, ma del pubblico più vasto possibile, non l’inserzione dell’ambiente come una postilla in programmi inconcludenti e di facciata, ma la necessità inderogabile di una svolta radicale: abbandonare al più presto i progetti, le attività e i consumi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti per promuovere ovunque impianti, sistemi e consumi a emissioni basse o nulle. Molte misure da assumere sono impopolari e per molti inaccettabili.
Ma di fronte all’evidenza dei fatti questi atteggiamenti non dureranno a lungo anche perché i movimenti in campo per esigere un cambiamento radicale delle politiche cresceranno mano a mano che la crisi climatica farà sentire i suoi effetti.
Inoltre quei movimenti sono già fortemente intersecati dalle altre correnti di pensiero e di azione impegnate sulla prospettiva di un mondo diverso: il movimento delle donne contro il patriarcato e le sue tante manifestazioni, la solidarietà contro abbandono e respingimento dei migranti, le mobilitazioni contro la devastazione di territori e comunità in nome di progetti senza avvenire come NoTav o NoTap, i movimenti contro la guerra e le armi. Certamente più difficile, nell’immediato, sarà raccogliere adesione e rivendicazioni di chi oggi lotta o vorrebbe lottare per difendere reddito o posto di lavoro, contro disoccupazione e precariato, per la casa, la salute, l’istruzione.
C’è ancora da battere una cultura – negata a parole, ma confermata dalle scelte di tutte le forze politiche – che continua a contrapporre tutte queste cose alla difesa dell’ambiente; ma è e sarà sempre più chiaro che quelle rivendicazioni non avranno più alcuna possibilità di realizzarsi nella prospettiva di una generale catastrofe climatica.
Dalla capacità di affrontare qui e ora la questione della crisi climatica, senza aspettare che a muoversi siano altri paesi e altri Governi, ma con la convinzione che l’esempio ha un effetto trascinante e che chi la affronta prima si troverà in vantaggio mano a mano che gli effetti della crisi si faranno più pesanti, dipende alla fine anche la possibilità di ricondurre la politica al suo significato originario, che è quello di autogoverno. Cosa che non potrà mai realizzare una manovra chiusa nel quadro dell’attuale sistema politico, tutto legato al mito fasullo e ormai palesemente devastante della “crescita”. Il tempo per agire è ora. E se non ora, quando?
[Guido Viale 25/08/2019]

domenica 18 agosto 2019

Open Arms


«Sulla vicenda della nave Open Arms, Matteo Salvini scarica su Giuseppe Conte responsabilità che non gli competono». L’ammiraglio Gregorio De Falco, uomo di mare e senatore fuoriuscito dal Movimento, analizza i passaggi della catena di comando sugli sbarchi e ci trova numerose incongruenze. «Il decreto sicurezza bis ha formalizzato una circorcostanza che ha dell’inconsueto nell’ordinamento italiano – spiega De Falco – Bisogna premettere che stiamo parlando di una materia delicata: l’interdizione della navigazione alle navi straniere nelle acque italiane. Eppure il decreto stabilisce che il presidente del consiglio venga informato dopo che il ministero degli interni coi colleghi della difesa e delle infrastrutture e trasporti abbiano assunto una decisione».
Cosa c’è che non va in questo meccanismo?
Ci troviamo in contrasto con l’articolo 95 della Costituzione: come fa il presidente del consiglio a coordinare la politica del governo, come prevede la carta fondamentale, se in una situazione del genere viene soltanto informato in un secondo momento?
Come colloca la questione dei migranti della Open Arms in questo contesto?
Anche in questo caso, questi personaggi mostrano di volere sopperire a carenze culturali e politiche. Il ministro Salvini è consapevole di non aver mai avuto la potestà di vietare gli sbarchi, come pure ha più volte fatto. E quindi immagina che sia compito del presidente del consiglio. Eppure, questa responsabilità sta nella linea gerarchica del ministro Toninelli, individuata da articoli 80 e 65 del codice della navigazione in capo al comandante del porto. L’articolo 19 della convenzione di Montego Bay, che pure viene richiamato dal decreto sicurezza bis e dai provvedimenti in attuazione di questo, si riferisce al carico e allo scarico di cose o persone in violazione delle normative dello stato costiero da parte di nave straniera.
Ma l’efficacia del divieto di Salvini, Trenta e Toninelli che vietava lo sbarco. era stata sospesa dal Tar dal Lazio.
Per questo motivo, da quel momento riprendeva vigore il normale assetto di responsabilità. Quindi, chi può autorizzare lo sbarco è solo il comandante del porto, mentre il ministero dell’interno deve predisporre tutto per assicurare l’ordine pubblico e l’accoglienza a terra. Perché nel momento in cui la nave è di fronte al porto di Lampedusa non c’ è più margine tecnico per decidere dove deve sbarcare, a questa inerzia è corrisposto il provvedimento del Tar.
In questa fase si inserisce un altro organo. Risulta che il comando generale delle Capitanerie di porto avesse negato l’autorizzazione allo sbarco…
Proprio così. Un paio di giorni fa, quando la nave entrava in acque territoriali, veniva emanato un divieto di sbarco. Per la precisione: l’Mrcc, centro di coordinamento per i salvataggi marittimi, anziché agevolare l’organizzazione dei soccorsi ha posto il divieto di sbarco, sostanzialmente sostituendosi al giudice. Mi sono chiesto a che titolo, sulla base di quale fonte normativa, con quale motivazione e da chi fosse ordinato.
Non può essere stato il ministro competente, vale a dire Danilo Toninelli?
Quest’ultimo nel frattempo si era rifiutato di firmare un nuovo ordine, pare fosse stato già firmato da Salvini, che reiterava il divieto già sospeso. Ma qualcosa nella linea gerarchica di Toninelli sfugge, c’è qualcuno più realista del re. O che si sente re. Forse perché Toninelli non sa regnare.
Che relazione c’è tra questa confusione di responsabilità e una crisi di governo che è nata fuori dal parlamento e non si capisce come andrà a finire?
Siamo di fonte ad un’ordine che deriva da un soggetto non competente. Mi pare che si facciano degli annunci come è accaduto per la crisi. Non esiste la crisi di governo e non esiste il divieto di sbarco. Le persone soffrono sul nulla. Ci stiamo arrovellando sul nulla. Da una parte bisognerebbe far sbarcare questa povera gente, dall’altra mettersi a lavorare invece di fare annunci.