mercoledì 28 febbraio 2018

feminism

Chiuso e consultabile sul blog dedicato all’iniziativa (feminismfieraeditoriadelledonne.wordpress.com) il programma completo della prima fiera dell’editoria delle donne che si terrà a Roma da giovedì 8 a domenica 11 marzo. «Feminism», così il nome scelto che colloca l’iniziativa in un solco preciso, si svolgerà alla Casa internazionale delle donne; ospiterà 70 stand di case editrici rappresentative di una produzione culturale contemporanea tra le più vitali dell’editoria italiana e internazionale.
Non solo attente (e più numerose) lettrici infatti, secondo i recenti dati sul «consumo» di libri, ma anche prolifiche, da decenni, osservatrici della realtà che raccontano una esperienza di decenni alle spalle; lavorando nell’officina della scrittura a tutti i livelli della filiera editoriale.
Promossa, ideata e organizzata da Archivia, Leggendaria, Casa Internazionale delle donne e Sessismoerazzismo, con il sostegno di Odei (Osservatorio degli Editori Indipendenti) e Iacobellieditore, «Feminism» darà spazio a direttore di case editrici, collane, librerie, biblioteche e traduttrici.
Insieme a una mostra documentaria (promossa e curata da Archivia sull’editoria del secolo scorso), l’intento – si legge nel breve comunicato stampa – è quello di «mettere in evidenza, attraverso dei Focus, tutti i passaggi della Filiera del libro d’Autrice: le scelte editoriali, la stesura del testo, la produzione, la promozione, la distribuzione e l’attività critica e divulgativa di testate specifiche, sia cartacee che on-line». Il filo conduttore sarà quello della discussione, della testimonianza e soprattutto dell’esperienza che si costella anche in Italia di punti storici precisi e di novità.

Lancio a effetto, Omar Shahid Hamid

Un poliziotto incorruttibile e di umili origini; una mente sopraffina e criminale, votata al terrorismo islamico. Sullo sfondo, la società pachistana contemporanea finalmente restituita con complessità e stratificazioni, in grado di superare la nomea unidimensionale di «stato canaglia» spesso affibbiata senza troppi complimenti alla Repubblica islamica.
Questi gli ingredienti che alimentano il motore narrativo di Lancio a effetto (pp. 256, euro 15), secondo romanzo di Omar Shahid Hamid, tradotto egregiamente da Giovanni Garbellini – specie nelle annotazioni dei termini in urdu – per Metropoli d’Asia. Hamid, già caso letterario nel subcontinente col suo romanzo d’esordio The Prisoner (2013), vanta una biografia dolorosamente adeguata all’indagine dell’estremismo islamico anche in ambito letterario: il padre Malik, direttore della Karachi Electric Supply Corporation, fu assassinato nel 1997 da un membro del Muttahida Quami Movement, formazione politica vicina all’estremismo islamico, evento che spinse il giovane Omar a entrare nelle forze dell’ordine, divisione antiterrorismo.
Dopo 17 anni di servizio, minacciato di morte dai Taliban pachistani, nel 2011 Hamid decide di prendersi un periodo sabbatico, tornando in servizio a Karachi solo a fine 2016 in qualità di sovrintendente di polizia presso il Counter Terrorism Department (Ctd) pachistano.
DISMESSA temporaneamente la divisa, Hamid ha messo al servizio della narrativa le conoscenze da «insider» maturate nell’antiterrorismo pachistana, aggiungendoci una certa abilità nell’organizzazione di «crime stories» dal ritmo serrato e fortemente aderenti alla cronaca criminale del Pakistan.
Così i personaggi principali di Lancio a effetto, il sovrintendente Abbasi e il terrorista Sheikh Ahmed Uzair Sufi, sono di fatto la trasposizione letteraria di Sanaullah Abbasi, agente antiterrorismo molto noto nella provincia del Sindh, e Omar Saeed Sheikh, terrorista britannico di origini pachistane autore, tra le altre, del rapimento e omicidio di Daniel Pearl, giornalista del Wall Street Journal, nel 2002.
Abbasi, per effetto di un tipico scaricabarile subcontinentale, si ritrova insignito della responsabilità di sorvegliare, in un ex istituto agrario dismesso nella campagna pachistana, il pericoloso terrorista Sufi appena trasferito dalla prigione di Hyderabad (dove il terrorista in carne ed ossa Sheikh tuttora risiede).
SHEIKH AHMED UZAIR SUFI, o meglio Ausi, nomignolo con cui era conosciuto ai tempi del college, deve essere tenuto in isolamento totale, evitando ogni contatto umano che possa dargli l’opportunità di mettere in pratica doti affabulatorie che, nel carcere di Hyderabad, per poco non hanno portato a un ammutinamento collettivo dei celerini, stregati dalla retorica del prigioniero. Esca cui Abbasi abbocca attratto dalle vicende pre-terroristiche di Ausi, svelate da una serie di lettere scambiate in gioventù tra il prigioniero e i migliori amici del college esclusivo – La Scuola – frequentato dal giovane: Sana, affascinante «prima della classe» lontana anni luce dallo stereotipo della «brava ragazza musulmana» ed Eddy, rampollo di miliardari e asso del cricket.
Imboccato da Ausi, Abbasi si lancia alla ricerca delle missive tra i tre, che l’autore utilizza per far emergere l’umanità di un personaggio archetipo della disumanità criminale, colpevole del rapimento e della decapitazione, ripresa in video, di una giornalista occidentale incinta. Il carteggio tra i tre post-adolescenti, con i loro amori non corrisposti, il senso di spaesamento dell’emigrazione di lusso accordata alla meglio gioventù pachistana spedita nelle università statunitensi, la disillusione dell’esperienza politica di Ausi – che per ristrettezze economiche deve rinunciare a una borsa di studio oltreoceano – e la passione per il cricket, aiutano Hamid a delineare delle circostanze plausibili che possono spingere, nel romanzo come nella realtà, un ragazzo di buone speranze tra le braccia dell’estremismo militante. Fino a trasformare un ragazzo come tanti in un mostro che, parafrasando le parole del padre di Ausi – tragica figura tra le più riuscite del romanzo -, «distrugge tutto ciò che tocca».
Il crescere della curiosità per il compimento della metamorfosi criminale di Ausi è degno del «binge watching» da serie tv e compensa alcune soluzioni narrative piuttosto banali o, purtroppo, non sviluppate come avrebbero meritato: su tutte, il mancato approfondimento dell’ispettore Shahab, personaggio promettente eppur sbrigativamente accantonato nella narrazione.
PRESI DALLA FRETTA di scoprire la conclusione delle indagini del sovrintendente Abbasi, sarebbe un peccato soprassedere ad alcuni passaggi illuminanti delle «confessioni» di Ausi, utili per orientarsi anche nella cronaca del terrore di questi tempi.
Hamid mette in bocca al terrorista delle ammissioni pesanti che, in clima di islamofobia diffusa, contribuiscono a slegare l’Islam dalla condotta criminale degli estremisti: la crescente efferatezza dei crimini di Ausi non ha nulla a che fare con la religione, ma risponde invece alle aspettative di sostenitori e aspiranti terroristi smaniosi di arruolarsi sotto il comando del leader più ambizioso, più carismatico e più senza scrupoli in circolazione. La descrizione, per filo e per segno, della lotta tra le varie sigle del terrorismo islamico attive in Pakistan negli ultimi anni.
[Matteo Miavaldi 28/2/2018]

mercoledì 21 febbraio 2018

Il morso della reclusa, Fred Vargas

La tanto desiderata vacanza interrotta dall’ordine di rientro per motivi di lavoro. È l’avvio del nuovo romanzo di Fred Vargas, la nota scrittrice francese di noir che ha ormai un pubblico fedele nel tempo ma a geografia variabile.
DOPO CHE LE VENDITE sono cresciute nel suo paese di origine, i titoli dei suoi romanzi hanno cominciato a campeggiare nelle classifiche dei libri più venduti anche fuori dai confini nazionali. Il titolo del nuovo noir – Il morso della reclusa (Einaudi, pp. 431, euro 20) – è allusivo di una condizione dove la privazione della libertà non sempre coincide con le sbarre di una prigione, visto che le recluse erano, nel mondo contadino, donne che sceglievano di segregarsi da sole dalla società. Ma reclusa è anche chiamato un tipo di ragno che vive sempre nascosto in qualche anfratto perché pauroso come pochi altri aracnidi; ha inoltre un morso innocuo se unico, ma letale se il veleno inoculato in un corpo umano è quello di venti ragni.
Da diversi anni, il protagonista indiscusso dei libri di Vargas è il commissario Adamsberg, capo carismatico e tuttavia più che discusso della squadra anticrimine del 13 arrondissement parigino. Il commissario, considerato un eccentrico e poco produttivo cacciatore di nuvole per l’aria svagata e distratta che lo contraddistingue, è in vacanza in Islanda, l’isola dove si è svolto il precedente romanzo. È però richiamato a Parigi per risolvere un caso di omicidio, la cui vittima è una donna. Il colpevole è indicato in un uomo di origine arabe che conduce tuttavia una vita al confine tra inclusione e esclusione sociale: è una figura che, in un clima di xenofobia diffusa e razzismo di stato, è ideale per spegnere la paura e il risentimento della maggioranza non più silenziosa.
IL CUORE DEL ROMANZO non riguarda tanto l’omicidio di quella donna, rapidamente risolto da Adamsberg. Quell’assassinio si è soliti chiamarlo, a ragione, femminicidio, perché episodio della feroce guerra che molti maschi conducono contro la libertà femminile. È infatti attorno a questa guerra che ruota il romanzo.
I maschi, è noto, misurano il proprio potere nella società attraverso una estenuante competizione su chi è più bravo. Adamsberg apprenderà che anche nella sua squadra la battaglia per la supremazia è cosa di tutti i giorni.
LA LOTTA PER STABILIRE la gerarchia di potere nella squadra anticrimine è condotta secondo modalità urbane, borghesi, propedeutiche a una soluzione «politica» che salvaguardi la dignità di tutti i componenti della squadra. Ma, altrove, la lotta su chi ce l’ha più lungo – la triste passione che anima molti maschi – si combatte con altri mezzi.
Alcuni anziani signori muoiono e si scopre che sono stati uccisi con il veleno del ragno chiamato la reclusa. Impazzano le discussioni sui social network sulla possibilità o meno che i mutamenti climatici e l’inquinamento ambientale abbiano provocato mutazioni nei ragni. Ma i flame della Rete sono nulla rispetto a quanto emerge dalle indagini.
Gli anziani morti facevano parte di una banda formatasi in un orfanotrofio e che quello stesso gruppo di bambini aveva usato i morsi della reclusa nelle sue sadiche scorribande contro altri bambini. E che proprio quella banda era diventata – durante e dopo l’adolescenza dei suoi componenti – una gang di stupratori seriali.
La seconda parte del romanzo è una discesa negli inferi della brutale guerra alle donne condotta da maschi incapaci di stabilire relazioni con i propri simili e con il genere femminile. Adamsberg conosce le sopravvissute a stupri e una vecchia usanza che vedeva donne che sceglievano di diventare recluse ai margini di piccoli paesi dopo essere state violentate. Nel romanzo vengono squadernate le cifre della guerra contro le donne: sono migliaia gli stupri compiuti da uomini senza volto e senza nome; e altrettanti i comportamenti riduttivi della polizia che, al primo vicolo cieco delle indagini, archivia i casi.
ADAMSBERG SI SCHIERA con le donne, ma sa che anche il suo maschile è intriso dal veleno del machismo. L’antidoto sta nel mettere a nudo la propria fragilità senza il timore di apparire debole, rompendo la gabbia del ruolo che rende reclusi anche i maschi. Chissà non sia questa la strada per praticare un liberatorio partire da sé, declinato al maschile. Ma le morti continuano. Il cacciatore di nuvole ipotizza che dietro le morti ci sia la volontà di vendetta di una donna stuprata o una vittima del bullismo della banda dei «bacarozzi», così l’aggettivo affibbiato ai ragazzi di un tempo. Manifesta empatia verso questo desiderio di vendetta, ma non ama la giustizia fai da te, anche se fa esplodere il suo furore quando si imbatte in uno stupro, un femminicidio, una molestia sessuale. Ma è pur sempre un servo dello Stato. Obbligato al rispetto della legge.
Romanzo amaro e bellissimo questo di Fred Vargas. Come i precedenti, racconta storie intrecciate, tematicamente collegate: l’affresco finale mette in evidenza una società violenta, in cui la divisione in classi è opacizzata dal grigio scorrere della vita quotidiana. Dove la violenza sulle donne non è però prerogativa di dinamiche arcaiche che la modernità ha sterilizzato, come molta pubblicistica afferma per ridimensionare la guerra a bassa intensità condotta contro le donne. Nella postmoderna Francia o Italia, Germania, Inghilterra il femminicidio, le molestie e la violenza sessuali sembrano infatti scandire il divenire di un maschile incapace di misurarsi con la libertà femminile. È questo il filo rosso che il noir riavvolge. Con ironia certo, ma anche con doloroso disincanto.
[Benedetto Vecchi 21/02/2018]

domenica 18 febbraio 2018

prossimo incontro lunedì 26 febbraio



 Carissim*,
ci troviamo dalle 21.00 di lunedì 26 febbraio da Rossella, che ci guiderà nel cuore di tenebra visto dalla parte degli africani in LE COSE CROLLANO di Chinua Achebe. 
Confermate, se potete.
A presto
Silvia

Quello che rimane, Paula Fox

Caseggiati popolari degradati, clochard che barcollano tra l’immondizia e gli appartamenti degli spacciatori in quello che sembra «un grande mare grigio di scorie»: per Sophia e Otto Bentwood, una coppia di borghesi esuli da Manhattan, la vita a Brooklyn all’inizio degli anni Settanta offre un punto di vista privilegiato sui cambiamenti che stanno trasformando la città. Agenti immobiliari e speculatori hanno iniziato a cacciare i vecchi abitanti, e sono mondi diversi quelli che si fissano dalle finestre a pochi metri di distanza.
Pubblicato per la prima volta nel 1970, Quello che rimane (traduzione di Alessandro Cogolo, Fazi, pp. 206, euro16,50) era passato inosservato, e non è sorprendente: la scrittura di Fox è meticolosa nella ricostruzione di ambienti e sonda l’interiorità dei personaggi con un’intensità e un rigore lontani dalla leggerezza ironica della narrativa postmoderna, che in quegli anni conosceva una delle sue fasi più entusiasmanti.
Quello che rimane descrive, il weekend in cui il matrimonio tra Sophia e Otto viene messo a dura prova da un evento in apparenza minimo: il morso di un gatto randagio accarezzato in modo incauto dalla donna. Segue lo sbandamento innescato dalla scoperta di un’imprevista fragilità, la rabbia per l’ingiustizia, il timore del contagio, il sospetto di non essere in fondo innocenti quanto si vorrebbe: le emozioni espresse e quelle ignorate si intrecciano in un crescendo di tensione che scava un abisso tra i coniugi. La stessa tensione contrappone Sophia e Otto, insieme questa volta, al mondo che cambia intorno a loro. I figli dei loro amici sono diventati hippies, vestono e parlano in modi che loro non capiscono, così che, da compiaciuti esponenti della cultura progressista liberal del dopoguerra – Sophie ha lavorato come traduttrice, Otto è avvocato – i due scoprono a cinquant’anni di impersonare una generazione in stallo, incapace di abbracciare i nuovi ideali e senza direzione.
I Bentwood sono coetaenei della loro autrice: Paula Fox, nata nel 1923, negli anni Settanta era nota soprattutto come autrice di libri per l’infanzia; tutto cambiò quando venne salutata come maestra del romanzo americano da due degli scrittori più influenti di fine Novecento: Jonathan Franzen, che in occasione della ristampa americana del romanzo, lo descrisse come «superiore» a qualsiasi opera di Philip Roth o Saul Bellow. E da David Foster Wallace, che lo inserì come lettura obbligatoria nei suoi corsi, lodando la serietà e l’ostinazione con cui Paula Fox ha ritratto le torsioni dell’interiorità.
[Valeria Gennero 18/02/2018]

Cento false partenze, F. Scott Fitzgerald

Nelle prime pagine del Grande Gatsby, Nick leva gli occhi verso una fila di finestre illuminate e pensa: «Ero dentro e fuori, simultaneamente incantato e respinto dalla inesauribile varietà della vita». Quel gesto, e quella capacità di guardarsi da fuori, li ritroviamo nel Fitzgerald di «Crepuscolo di uno scrittore», uscito nel 1936 su «Esquire». A differenza di quanto avviene nel «Crollo», Fitzgerald ha il distacco necessario per descrivere una giornata della sua vita alla terza persona. Non più affascinato dalla inestinguibile varietà della vita, nel guardarsi allo specchio vede in sé solo la scoria di un sogno. Il racconto è tra i più toccanti nel suo spietato ritratto di un uomo malato, che si stanca per niente nonostante abbia da poco compiuto i quarant’anni. Fitzgerald fatica ormai a scrivere anche solo poche righe, qualcosa che gli era accaduto già all’inizio della carriera. Anche ora immagina frammenti di racconti che non scriverà, gli vengono mille idee, fantastica: l’autore finisce là dove ha cominciato, come Basil, protagonista di un ciclo di storie sull’adolescenza, il ragazzino con molte fantasie a cui mai dava corpo.
«Crepuscolo di uno scrittore» è una delle tessere più vivide di quell’autobiografia per racconti che è Cento false partenze (traduzione di Giorgio Monicelli, Belleville editore, pp. 268, euro  16,00), apparsa negli Stati Uniti nel 1957 a cura di Arthur Mizener, il primo biografo di Fitzgerald, e uscita per Mondadori nel 1966 con il titolo Crepuscolo di uno scrittore. Il pregio dell’edizione sta nell’aver rimesso in circolazione, nella traduzione originale di Monicelli e nella sequenza cronologica voluta da Mizener, un libro assente dal 1992 e nell’aver ripristinato la composizione originaria della raccolta, la cui genesi è accuratamente ricostruita da Roberta Cesana nell’introduzione.
Fra il brio e la naturalezza di tre delle storie dedicate a Basil – «Una serata alla Fiera», «Farsi strada» e, soprattutto, «Basil e Cleopatra» sono tra i racconti più freschi non solo di questo volume ma dell’intera produzione di Fitzgerald – e le atmosfere crepuscolari dei testi autobiografici scritti negli ultimi anni, che malinconicamente chiudono il cerchio, il volume colleziona racconti, testi fra il saggio e l’autobiografia, e pure una recensione del libro di esordio di Hemingway, i cui racconti Fitzgerald subito colloca accanto a quelli di Gertrude Stein e Sherwood Anderson. Sono storie perlopiù di sconfitte, quelle di Cento false partenze, di rimpianti, di umiliazione e amarezza, qualcosa che Fitzgerald conosceva bene: «Che sia qualcosa accaduto vent’anni fa o semplicemente ieri, devo partire da un’emozione che sia vicina alla mia esperienza e che io possa capire».
Uno dei testi più interessanti è senz’altro Un viaggio all’estero. Nel narrare la storia dei Kelly, coppia di espatriati che entra in crisi nel corso dei viaggi in Africa e in Europa, Fitzgerald rende evidenti i segni della minaccia nell’apparizione, a più riprese, di una coppia di coniugi che i Kelly sentono affini ma con cui non stabiliscono legami.
Alla fine, durante un soggiorno in Svizzera motivato dalla salute ormai precaria di entrambi i Kelly, la ricomparsa della coppia misteriosa porta con sé un lampo di luce, perché la protagonista riconosce nei due se stessa e il marito. Sconfinamento nel sovrannaturale, variazione sul tema del doppio o, più verosimilmente, una proiezione? Come in Giro di vite, lo struggente racconto di Henry James, la storia non lo dirà e lascerà tutto avvolto in quella vaghezza che rende unica la prosa di Fitzgerald.
[Franca Cavagnoli 18/02/2018]

venerdì 16 febbraio 2018

Berlinale 2018

Davanti al Berlinale Palast lo schermo rimanda l’immagine di Dieter Kosslick che spiega le linee della Berlinale 2018, la sua penultima dopo vent’anni, un tempo lungo nel quale Kosslick ha progressivamente modificato l’assetto del festival con l’inclusione al suo interno delle diverse sezioni – Panorama, Forum, anche se ognuna continua a avere direzioni artistiche e staff autonomi – e soprattutto con una crescita costante che lo hanno reso un grande evento spettacolare e di mercato per la metropoli e per i professionisti di tutto il mondo. Il passaggio non sarà semplice, gli interessi in gioco sono molti, e forse anche per questo in una lettera pubblica qualche mese fa i registi tedeschi di diverse generazioni hanno chiesto «il massimo della trasparenza».
Che festival sarà dunque questo numero 68, lo stesso numero dell’anno rivoluzionario di cui si celebra il cinquantenario, nella Germania che si avvia seppure tra molte incertezze alla riconferma del governo Merkel versione Gro-Ko? Impegno, confronto col presente, urgenza dell’attualità sotto al segno del movimento #Me Too – anche se proprio su questo c’è già una polemica per l’invito a Kim Ki Duk, accusato di maltrattamenti dalla sua attrice – e attraverso i film la ricerca di storie, narrazioni personali, esperienze e vissuti privatissimi che cinematograficamente ne restituiscano il sentimento.
È un desiderio privatissimo, ritrovare il suo amato Spots, che spinge il dodicenne Atari a fuggire e a volare su un minuscolo jet alla volta di quella che è diventata «l’isola dei cani», una terra postapocalittica intossicata da cumuli di rifiuti di ogni tipo. È lì che il sindaco Kobayashi Megasaki Citi (gattaro incallito), suo padre adottivo, ha deciso di deportare tutti i cani della città, quelli coccolati di famiglia e quelli di strada perseguendo uno sterminio organizzato che ha radici antiche, e che da sempre oppone i Kobayashi alla specie canina.
Isle of Dogs, il titolo di apertura della Berlinale, ha la grana trasognata che caratterizza i film di Wes Anderson (regista prediletto dal festival tedesco) anche quando parlano di dolori e traumi e ingiustizie crudeli. La sua isola canina è il posto degli esclusi, dei perseguitati, di chi diventa «clandestino» e perde tutto, a cominciare dalla propria identità sociale, e per sopravvivere in modo aberrante è costretto a lottare contro lo sconforto, a ritrovare in ogni singolo gesto un po’ di umanità. E i suoi rivoluzionari, chi ha ancora l’energia di scuotere il mondo sono i bambini, gli stessi che in Moonrise Kingdom fuggivano dalle regole degli adulti per scoprire una magia imprevedibile dell’esistenza che può durare solo se non viene anestetizzata nei codici che vogliono organizzarla. Alla repressione razzista del politico che cavalca con pericolosissima deriva autoritaria le paure dei suoi cittadini – i cani sarebbero portatori di una pericolosa influenza che li rende aggressivi – si oppongono uno scienziato non pazzo ma consapevole che con la precisione della ricerca scientifica smaschera la montatura, la sua assistente (con la voce di Yoko Ono) e soprattutto i giovanissimi studenti guidati da una ragazzina pure lei clandestina con la testa bionda di ricci che ricorda quella di Angela Davis..
Diviso in capitoli con flash-back che riportano a momenti del passato dei personaggi, Isle of Dogs seguendo la linea della ricerca di Spots di Atari aiutato da cinque cani nell’impresa tocca temi sensibili del nostro tempo: quel paesaggio quasi archetipico di rottami industriali ricorda nelle atmosfere i capannoni in cui vivono i marginali di Downsizing, il deserto di Blade Runner 2049 più che del primo Ridley Scott, i sotterranei di The Shape of Water o i terribili campi di concentramento per suini transgenici di Okja) in cui l’esclusione fonde esseri viventi e luoghi in un unico magma. I cani sono quelli che parlano inglese (con le voci di molte star tra cui Greta Gerwig, Bill Murray, Ed Norton, Frances McDormand, Harvey Keitel … e che peccato sarà il doppiaggio quando uscirà in sala in Italia), gli altri, gli «umani» vengono tradotti (non tutti) dal giapponese. Non è questione di un semplice «contenutismo», perché non è difficile immaginare in quei cani i migranti e i clandestini di oggi, o chi è respinto ai margini, folle sempre più numerose da una divisione del mondo sempre più gerarchica di ricchezze e miserie o nel sindaco le strumentalizzazioni dei politici: il punto è il cinema che condivide un sentimento del contemporaneo a cui prova a dare un’immagine guardando alla sovversione di generi – fantascienza, horror, fantasy … – che si accordano forse perché «preveggenti» all’epoca attuale.
In questo mondo salvato dai ragazzini Anderson (che ha scritto il soggetto insieme a Roman Coppola, Jason Schwartzman, Kunichi Nomura) riversa le sue passioni, l’umorismo delicato, l’ironia, la musica (di Alexandre Desplat) i colori e le trame di un universo fantastico che la scelta della stop motion rende narrativamente più libero. All’inizio, lo ha raccontato lui, l’idea era quella di fare un omaggio a Akira Kurosawa, e anche a Miyazaki, e al Giappone di cui percorre le arti, il sumo e il teatro kabuki, i ragazzini di scuola con le loro divise le stesse dei protagonisti dei pink film anni Settanta – a cui dedica un focus il Forum – porno rosa come lente della società e suo rovesciamento. Atari e i suoi amici, umani e cani, ci dicono che è possibile. Magari con un po’ di rieducazione all’umanità.
[Cristina Piccino 16/02/2018]

Confini di pelle, Maurizio Valtieri

È vero che i libri di racconti non si scelgono di sovente, a meno che non si tratti di una autrice o di un autore che si siano distinti per la loro abilità e allora può capitare addirittura di preferire un’antologia a un romanzo, o di rimpiangere quegli esordi in cui l’impegno per scrivere un brano perfetto copriva esattamente la misura di qualche pagina, con risultati eccellenti. Nella prefazione al volumetto di Maurizio Valtieri, Confini di pelle (Edizioni Croce, pp. 121, euro 15) Antonio Veneziani sottolinea la tendenza a considerare il racconto secondario rispetto alla forma lunga, concludendo invece su quanto proprio la raccolta di Maurizio Valtieri smentisca i pregiudizi e sia un’opera degna di essere letta per le ragioni più giuste: la qualità della lingua, la capacità narrativa. È utile, però, non mettere da parte la forma, utilizzarla come fattore d’analisi principale: una specificità che si costruisce anche a partire dal fatto che le storie e i personaggi di questo libro durano poche pagine e poi cambiano, radicalmente.
GLI OTTO RACCONTI di cui si compone Confini di pelle fanno risaltare, come in un bassorilievo, alcuni tratti della condizione umana: quelli che stanno dalla parte del nero, la metà mai esatta dello yin. Proprio per la eco potente della forma breve che crea un testo in cui come in una stanza piccola tutto ha più risonanza, si prova profonda inquietudine nel racconto Christmas Box, leggendo il dialogo fra la voce e lo schizofrenico, fra la parte rimossa che qui è donna e quella conscia, rappresentata da un personaggio maschile, un uomo sposato. La disabilità mentale torna, seppur di diversa natura, ne Il gradino in cui l’autore sa colpire a fondo, raccontando senza sbiancamenti appunto, l’insensatezza della violenza che conduce al carcere e che lì dentro si alimenta e di nuovo si amplifica, per le mura strette. Quasi come per ricordare a chi legge l’esistenza permanente del buio, del minuscolo come dell’imprevisto, Valtieri tratteggia l’incontro di un padre di famiglia «regolare» e della donna che lavora per strada e a cui tocca occuparsi delle sue pericolose devianze.
Il desiderio, filo conduttore che sembra animare la raccolta, mostra come la vita umana si svolga sempre nel perseguire di questa alternanza fra la sfortuna e la meraviglia, la disperazione e il successo, il vano e il serioso. Grazie a questa intersezione, spesso dicotomica eppure costantemente implicata, Valtieri racconta bene delle cose di cui di norma si sa solo parlare: gli attimi (e i corpi che annegano) di una famiglia, di un padre a cui si addormentano le braccia, che è partito profugo dalla Siria, dove fu un ragazzo agiato, che andava in piscina. Particolarmente riuscito il parallelismo fra una giovane musicista vittima di violenza e una nota musicale perfetta: unico racconto del libro in cui la penna dell’autore si stacca dalla materia e davvero volteggia per accompagnare questo suono perfetto e umanizzato alla ricerca di un senso della bellezza e della giustizia che pare non esistere più. A volte anche la ricerca della verità non basta per tessere il reale, è necessario saperlo immaginare.
[Laura Marzi 16/02/2018]

giovedì 15 febbraio 2018

Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte» di Ritanna Armeni

Il termine «coraggio» viene speso con parsimonia nel libro di Ritanna Armeni Una donna può tutto. 1941: volano le Streghe della notte (Ponte alle Grazie, pp. 230, euro 16, scritto con la preziosa collaborazione dell’interprete Eleonora Mancini). Non c’è bisogno di nominarlo.
Ogni riga di questa storia incredibile ed emozionante, raccontata a Mosca da una donna di 96 anni che da ragazza aveva volato e combattuto con uno dei primi tre reggimenti esclusivamente femminili nella storia, parla di un coraggio indomito.
Il coraggio di Irina Rakobolskaja e di tutte le sue compagne, ragazze giovanissime che subito dopo l’invasione tedesca riuscirono ad arruolarsi e costituire reggimenti di sole donne prima derisi, poi temuti, infine rispettati ed esaltati.
VOLAVANO SUI POLIKARPOV, aerei di legno con la carlinga scoperta, senza strumentazione tecnica né radio: sembravano grossi giocattoli, non superavano i 1000 metri d’altitudine, però erano maneggevoli e agilissimi.
Divennero l’incubo degli invasori, martellati notte dopo notte. Furono loro, i soldati di una Wehrmacht che pareva invincibile, a coniare il nome, Nachthexen, Streghe della notte.
Alle giovanissime aviatrici fu necessario un coraggio persino maggiore per fronteggiare le reazioni dei maschi: le resistenze, lo scherno, le umiliazioni, i sabotaggi.
Dove mai si erano visti reggimenti di sole femmine, e orgogliosamente separatiste oltre tutto?
Le chiamavano «le principessine». Ridevano dei capelli tagliati corti, delle divise cucite per soldati grossi il doppio. Le streghe combatterono consapevolmente una guerra su due fronti.
Colpirono i nemici più duramente di ogni altro, con un maggior numero di missioni notturne, sfidando pericoli maggiori e compiendo acrobazie più temerarie, per superare i maschi. Dimostrarono di essere valorose quanto e più degli uomini per cacciare gli invasori nazisti.
Le aviatrici del reggimento 588, di cui Irina era vicecomandante, volevano provare di poter combattere anche meglio degli uomini, e ci riuscirono. Senza imitarli però.
Dal racconto lucido della vicecomandante e dalla lettura appassionata che ne restituisce l’autrice di questo libro, la differenza nell’approccio alla guerra delle ragazze emerge spontaneamente, senza bisogno di essere sottolineata.
Risalta grazie a decine di particolari, esplode nella durissima condanna con cui Irina bolla le violenze e gli stupri compiuti dall’Armata Rossa in Germania nel 1945.
Le Nachthexen in Russia sono eroine nazionali. Però la loro storia è stata piano piano quasi dimentica.
Ritanna Armeni e Eleonora Mancini si sono imbattute in quella leggenda reale intervistando l’ultimo sopravvissuto del gruppo di cinque soldati che per primi misero piede nell’inferno di Auschwitz.
LA RICERCA NON APPRODÒ a nulla ma dopo un po’ le streghe si manifestarono di nuovo, sotto forma di un vecchio francobollo sui banchi di un mercato dell’usato. Raffigurava Marina Raskova, leggendaria aviatrice uscita indenne da nove giorni di impossibile lotta per la sopravvivenza dopo essersi lanciata col paracadute nella Taiga. La prima a pronunciare la frase diventata il motto del Reggimento 588: «Una donna può tutto».
Gli aviatori, all’epoca, erano divi, nell’Urss come negli Usa. Marina Raskova diventò popolarissima, tanto da riuscire a strappare al riluttante Stalin, dopo l’invasione, il permesso di formare e comandare tre reggimenti femminili. Morta in missione a 31 anni, nel ’43, le fu tributato il primo funerale di Stato della guerra.
La pista aperta da quel francobollo, alla fine, ha portato Ritanna Armeni a incontrare Irina, l’ultima del reggimento ancora in vita.
Era stata celebrata e stimata docente di Fisica, aveva tenuto per decenni viva la memoria di quell’epopea slittata sempre più nell’ombra. Tra la vecchia guerriera e le due italiane, tra la femminista degli anni ’70 e la strega che aveva praticato il separatismo prima che qualcuno lo pensasse, scatta un’alchimia formidabile e si prolunga per numerosi colloqui nella casa dell’anziana docente, a due passi dall’Università. Il risultato è un libro non solo bello ma magico.
IRINA TRASCINA l’autrice e l’interprete nella tempesta di una vicenda esaltante e tragica.
Inizia con un gruppo di studentesse poco più che ventenni. Partono per la guerra ridendo come collegiali ma nascondono dietro l’ingenuità una determinazione ferrea.
Prosegue con la rotta dell’Armata Rossa travolta dalla Wehrmacht fino a che arrivano i lutti, le prime vittime dei combattimenti aerei, a stracciare il velo quasi giocoso che aveva accompagnato le reclute persino nel duro addestramento.
Poi la rabbia contro gli uomini che si rifiutano di riconoscere il loro valore, le azioni sempre più spericolate, le compagne uccise, gli aerei di legno che s’infiammano nel cielo bruciando le streghe al loro interno.
Fino alla vittoria e al ritorno alla «normalità» della vita di donne, mogli e madri.
Irina è morta un mese dopo la serie di colloqui con l’autrice. Nonostante i grandi riconoscimenti ufficiali, i giornali russi non hanno speso una riga.
Dopo la guerra avrebbe voluto restare nell’esercito: le fu vietato.
Una donna può tutto racconta la storia gloriosa di un gruppo di donne che fecero a pezzi la divisione convenzionale dei ruoli nell’Unione sovietica, ma anche quella mesta di come quella norma soffocante fu poi silenziosamente ricostruita.
Ricorda che nessuna rottura è mai definitiva, perché il potere, ogni potere, è un muro di gomma che assorbe i colpi e sa riparare al momento giusto ogni lacerazione. Però ricorda anche che quella tela opprimente può sempre essere lacerata di nuovo.
[Andrea Colombo 15/02/2018]

martedì 9 gennaio 2018

La compagnia delle anime finte, Wanda Marasco

Ho conosciuto Wanda Marasco un pomeriggio dello scorso novembre. Alla libreria delle donne di Milano, Rosaria Guacci e Romana Petri presentano La compagnia delle anime finte (Neri Pozza), arrivato terzo allo Strega 2017. Wanda, che è diplomata in regia e recitazione all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico di Roma, legge alcuni passaggi con la sua voce roca da fumatrice e i protagonisti di questa storia incarnata in e con Napoli sbucano dalle pagine come se fossero lì. La scrittura di Wanda Marasco canta.
Di lei Giovanni Raboni disse: «È narratrice e cantastorie di una città in stretto rapporto con i suoi abitanti. Manifesta un’originalità e una profondità d’invenzione linguistica che purtroppo quasi mai troviamo nei romanzi contemporanei, da cui l’autrice si distacca in modo netto e violento».
Quel pomeriggio di novembre provai un desiderio: andare a trovarla dove i suoi romanzi nascono. Lei, che è donna generosa e curiosa, ha accettato mi intrufolassi nella sua intimità creativa che è inscindibile dalla città in cui vive.
Wanda Marasco abita in via Moiariello, a Capodimonte, dove è nata e cresciuta. In via Moiariello ha vissuto Vincenzo Gemito, il grande scultore protagonista de Il genio dell’abbandono, per un soffio non entrato in cinquina allo Strega 2015. A Capodimonte è ambientato La compagnia delle anime finte. La villa che si vede dalle sue finestre è appartenuta ai protagonisti del romanzo cui sta lavorando: Ferdinando Palasciano, medico filantropo precursore della Croce Rossa internazionale, e la moglie Olga Vavilova, principessa russa. Venire qui è come entrare nel magnete ispiratore della scrittrice.
Arrivo in via Moiariello all’ora di pranzo. Wanda, che è ottima cuoca, ha preparato pasta con carciofi e una sua specialità, parmigiana di melanzane alla napoletana. «Com’è?», mi chiede mentre traffica ai fornelli. Buona, e diversa. «Invece della mozzarella ci metto la provola affumicata».
La casa di Wanda parte dal primo piano di un palazzetto con torretta che si affaccia su un parco. Dentro, le stanze sono tutte passanti, persino il bagno, e disegnano un cerchio. Si sale di un piano e c’è il suo studio comunicante con un grande terrazzo, si sale di un altro piano e c’è un solarium. Il mare non si vede, ma se ne sente il profumo. Nello studio, al centro della scrivania affollata di carte e libri un po’ in ordine e un po’ alla rinfusa, spiccano gli autori che sta rileggendo (Puskin, Tolstoj), una rubrica stropicciatissima, gli occhiali appoggiati su fogli scritti con una grafia tempestosa, una Olivetti lettera 32 bianca e un po’ spelacchiata. «Ho un problema agli occhi, non riesco a lavorare al computer per cui scrivo a macchina, correggo a mano. Il mio metodo di lavoro è da contadina: scrivo, correggo, riscrivo fino a due o tre stesure. E poi la carta ridà in modo più veritiero che il video la forza espressiva del linguaggio».
Già, il suo linguaggio. Diverso in ogni romanzo, sa passare dal dialetto al letterario, sgusciare da un tempo verbale a un altro, inventare, come ne Il genio dell’abbandono, una terza lingua potente ed espressiva. Entra nella carne dei personaggi. «Prima ancora che dalla lettura degli scrittori napoletani, Basile, Eduardo, Viviani, Di Giacomo, Russo, mi ha influenzato la lingua complessa di Virgina Woolf, Thomas Mann, Herman Hesse. Penso che il primo personaggio debba essere proprio la lingua perché è mimesi, cioè si plasma, si adatta, si serve di ogni tipo di sfumatura. Costruendolo Il genio, per esempio, ho studiato la scrittura come una partitura musicale, ho pensato al contrappunto, alle voci della personalità scissa di Gemito come al richiamo tra famiglie strumentali che rappresentano tutti i temi presenti: famiglia, arte, follia. Anche nel nuovo romanzo sarà così. Ho già in mente l’inizio, Olga che sale le scale con il suo passo, claudicante a causa di un incidente subito nell’infanzia. Venne in Italia per farsi operare da Palasciano, si innamorarono e lei, per amore, finse di essere guarita. Con questa donna voglio dire verità profonde che riguardano l’universo femminile».
Per esempio?
I temi sono due, la claudicanza dell’umanità e il sentimento delle assenze. Il femminile ha sempre avuto delle assenze: l’uomo che non c’è o non è quello desiderato, la storia senza identità, la famiglia da recuperare, le passioni artistiche o scientifiche cui dare vita.
Ne «La compagnia» definisce le vicine di casa orche. Perché?
Volevo coniugare uno sguardo fiabesco e violento nello stesso tempo perché nulla mi piace di più che trattare gli opposti, e poi c’è la memoria del mio sguardo di bambina. Vedevo queste donne spesso grasse, il volto da vecchie già a quarant’anni, le tinte fatte in casa o da parrucchieri improvvisati, il nero corvino, i capelli stopposi da bambola vecchia, le gambe piene di varici, gonfie. Ero incuriosita dalla loro fisicità repulsiva e attrattiva, la stessa che Rosa sente nei confronti del degrado e della povertà perché sono comunque elementi di conoscenza. Questo aspetto a volte demoniaco me le ha fatte chiamare orche, ma anche con affetto, come fossero personaggi di fiabe che possono essere invadenti, tiranne, pettegole e nello stesso tempo capaci di dolcezza. Queste donne hanno tutte il progetto di amare e, insieme, l’avidità di divorare quello che amano. Si sostituiscono a Crono.
Come Vincenzina, la madre della protagonista, che per mantenere i figli diventa usuraia.
L’usura era una ragnuola diffusa a Napoli nel dopoguerra. In ogni vicolo c’erano piccole usuraie che prestavano soldi alla sorella, al parente, al vicino di casa. Ricordo benissimo anche quella di qui, donna Rinuccia. A lei mi sono ispirata. Dovevo costruire la metafora di Napoli.
Città così complessa che, dopo aver letto i suoi romanzi, se ne sospende il giudizio.
Napoli è ricchissima di fili rossi, cause della distruzione, valori, imprigionamento, preveggenza. Questa città è un serbatoio meraviglioso e terribile. E poi c’è il tema dell’assenza che qui si sente con una marca donchisciottesca. Se si segue la vita di uno scienziato o medico, matematico, artista, e penso a Mancini, Gemito, Palasciano, hanno sempre davanti un limite insormontabile, un’indifferenza della società, ideali smisurati, una tensione idealistica che arriva alla follia e che da metà Ottocento a metà Novecento è densissima. Scrivendo Gemito ho scoperto che Palasciano fu ricoverato a Villa Fleurent nel 1887 e che stettero insieme in manicomio. Queste congiunture fanno pensare a un tessuto storico che ha reso la creatura umana particolarmente sensibile di fronte, per esempio, all’uomo nuovo che si stava per creare, agli ideali della patria, dell’innocenza dell’arte, al valore dell’educazione. Questa città è fatta da storie fortemente simboliche, è un teatro del mondo.
Parliamo dello Strega. Secondo molti avrebbe dovuto vincerlo lei.
La prima volta, con Il genio, mi aspettavo di entrare in cinquina e ho sofferto parecchio quando non avvenne. Ho scoperto sulla mia pelle che il potere del mercato è una cosa tremenda, come la macchina editoriale. Tutto è un po’ deciso a priori tant’è che almeno da vent’anni non vince il libro migliore, ma la casa editrice più forte. Non è detto che la casa editrice potente non possa presentare libri notevoli, ma a volte, pur avendoli, non li fa concorrere per obbedienza alla domanda di mercato. La commissione centrale non ha ancora il potere di sganciarsi dai grandi gruppi editoriali e quindi c’è un’empasse terribile. Date queste premesse, quest’anno ero preparata e mi sono divertita con ironia osservando tutto ciò che si agitava nell’aria. Però che bello che il comitato centrale abbia votato all’unanimità La compagnia. In ogni caso lo Strega dà maggiore visibilità, porta editori stranieri e queste sono cose positivissime. Alla fine quello che conta non è avere il numero di lettori di Camilleri, ma raggiungerne di nuovi.
Lei ha insegnato per molti anni. Riusciva a scrivere allora?
Poco e per questo a volte entravo a scuola in lacrime. Il rapporto con i ragazzi è stato bello e molto mi hanno dato, ma mi sentivo sempre sottratta, volevo tornare alla stanza da sola.
Perché non ci riusciva?
C’era nella mia vita una difficoltà contingente dovuta in gran parte al fatto di essere donna. Una donna, quando ha figli, ha un senso di responsabilità enorme e non può dire «Me ne vado». Se poi ti capita un’unione dove l’atro non è precisamente un alleato, ma ha paura di perderti a causa delle cose che ami, spesso la vita si trasforma in una battaglia dolente. Tendi a salvare la sopravvivenza degli altri e di te stessa, di mantenere un po’ di dignità, rimandi nel tempo il progetto di te che, nel mio caso, è un demone che mi segue fin dall’infanzia. Ho corso in questa vita una sorta di cancellazione di me che mi ha dato non pochi problemi. Ora posso sorriderne, ma le piaghe ci sono state e la loro memoria oggi è da me considerata una ricchezza che torna non solo nei rapporti con gli altri, ma anche nella forza della scrittura. Ogni volta che ho avuto un problema, un dolore, ho combattuto come un soldato e con una forza deontologica che mi aspettava al varco. Solo dopo essere andata in pensione ho avuto davvero il tempo di dedicarmi alla scrittura.
[Mariamgela Mianiti 08/01/2018]

sabato 30 dicembre 2017

Yeruldelgger, Ian Manook

Dei tratti somatici di Yeruldelgger non conosciamo quasi nulla, tranne la forza e la grandezza delle sue mani, ma sappiamo che è cresciuto a contatto con i nomadi della steppa prima di diventare commissario della polizia di Ulan Bator. E che nella sua vita il dolore e la violenza hanno lasciato tracce così profonde e inconsolabili da non farlo recedere di un solo passo, nemmeno di fronte al pericolo, mentre indaga su politici e imprenditori corrotti, mafiosi e neonazisti che imperversano nella Mongolia di oggi, sospesa tra tradizioni millenarie e minacce criminali tutte attuali.
Primo fortunato romanzo di una saga poliziesca giunta in Francia, dove ha già venduto oltre 200 mila, al suo terzo capitolo, Yeruldelgger. Morte nella steppa (Fazi, pp. 524, euro 16,50) è firmato da Ian Manook, pseudonimo di Patrick Manoukian, classe 1949, un viaggiatore, scrittore e giornalista di origine armena già attivo nel settore pubblicitario e dell’editoria per ragazzi.
Vincitore del premio Quai du Polar 2014 e considerato come uno dei nomi più interessanti del noir transalpino degli ultimi anni, Manook sarà ospite questa sera alle 21 del festival Letterature in corso alla Basilica di Massenzio a Roma.
«Yeruldelgger» è il primo noir mongolo di cui si abbia memoria. Perché scegliere proprio questo paese e un commissario cresciuto nella steppa per un romanzo scritto e pubblicato in Europa?
Ho cominciato a viaggiare per il mondo quando ero poco più che un adolescente, a metà degli anni Sessanta. Prima è venuta New York, quindi il classico coast to coast tra Stati Uniti e Canada, quindi l’Islanda, la Groellandia, il Brasile, l’Alaska e la Mongolia. Ho vissuto nel Bronx e, per più di un anno, nella foresta del Mato Grosso. E ancora oggi che ho più di sessant’anni ho conservato un spirito vagabondo e fricchettone. Ho scritto diverse cose prima di Yeruldelgger, libri di viaggio, racconti per bambini, anche un romanzo un po’ troppo serioso che infatti è rimasto in un cassetto. Perciò, quando mi sono convinto a scrivere finalmente un romanzo in cui potessi mettere un po’ delle mie passioni e delle mie esperienze, cercando di divertirmi nel farlo e di divertire e, se possibile, conquistare i lettori, ho subito pensato alla Mongolia che tra tutti i paesi che ho visitato e quello che mi ha stregato di più, mi ha fatto innamorare per i suoi paesaggi, la sua cultura e i suoi straordinari abitanti. Inoltre ho capito subito che tra le realtà che avevo conosciuto era quella più adatta per ospitare una storia fatta di omicidi e misteri: l’eredità vivente dello sciamanesimo che è ancora ben presente tra i mongoli mi avrebbe infatti consentito di sovvertire un po’ i codici abituali del giallo relativamente alla morte, alla violenza, al destino. C’erano tutti gli ingredienti per un lavoro appassionante.
Quanto alla genesi di questo libro, lei ha spiegato più volte di non essere mai stato particolarmente attratto dal genere poliziesco, quanto piuttosto dall’idea di mescolare il giallo e il suo inconfondibile ritmo narrativo con il romanzo d’avventura e di viaggio, con le storie picaresche, a volte al limite anche del western, e l’apparente paradosso di una terra per molti versi ancora misteriosa e sconosciuta, per quanto al centro di intrighi e mire economiche internazionali. Possiamo riassumere il risultato parlando di una sorta di noir dell’età della globalizzazione?
Andiamo con ordine. In effetti la mia frequentazione di questo tipo di romanzi si è fermata ai classici, e piuttosto al genere delle spy-story di Ludlum, Forsyth e Le Carré. Ho invece continuato ad amare le serie tv e i film polizieschi che mi sono serviti da ispirazione per la forma narrativa del libro, basato su un ritmo serrato e su capitoli brevi. In realtà, forte di queste suggestioni cinematografiche, avevo già immaginato di scrivere qualcosa su uno sbirro newyorkese, burbero e taciturno: una prima traccia di quello che è poi diventato il commissario Yeruldelgger. Però è vero che ho scritto il libro pensando ad un romanzo d’avventura e attingendo unicamente ai miei taccuini di viaggio in Mongolia: solo in qualche occasione ho dovuto aggiornare le informazioni sul paese e gli abitanti che avevo raccolto di prima mano. E allo stesso modo ho sempre avuto ben chiaro il piano per così dire «geopolitico» che doveva fare da sfondo all’indagine, che si trattasse di imprenditori stranieri senza scrupoli, di lavoratori cinesi, di neonazisti locali, degli speculatori immobiliari di Ulan Bator come dei nomadi della steppa. Perciò si, c’è anche qualcosa di molto globale nel mio primo thriller mongolo!
Nel romanzo non manca l’eco della tradizione mongola che ci è stata tramandata dalla storia, il tutto è però affrontato con grande lucidità, al punto che il commissario risponde così a un assassino che cerca di ammantare i propri crimini come il desiderio di un ritorno alla gloria del passato: «Credi di essere il nuovo Gengis Khan? Ma lo sai che se lui vivesse ai nostri giorni non sarebbe altro che un Kim Jong-un. Un dittatore squilibrato pronto a uccidere i propri figli solo per rafforzare le sue fantasticherie assassine». Voleva evitare il ricorso a facili mitologie identitarie?
Assolutamente. Siamo tutti il risultato di una qualche storia e tradizione culturale o famigliare, ma non necessariamente il prodotto di un luogo determinato. Io sono nato in Francia, ma in una famiglia armena e dietro di me c’è quella nozione di diaspora che gli armeni condividono con altri popoli che per la maggior parte della loro storia non hanno avuto un posto preciso dove vivere. E chi è cresciuto nella diaspora ha maturato un’altra idea di cosa rappresenti una civiltà, rispetto a chi lega il proprio essere ad un luogo preciso, ad uno specifico pezzo di terra. Che sia in Patagonia come in Siberia, se incontro un altro armeno so che sono le nostre tradizioni comuni, nel senso di abitudini e comportamenti quotidiani, a legarci: una sorta di filo collettivo che è sopravvissuto ai quattro angoli del mondo e nonostante tutto. Ed è con questo stesso sguardo che mi sono avvicinato ad un popolo e ad una storia che al contrario sono sempre rimasti legati, e talvolta anche prigionieri, della loro steppa.
La storia degli armeni è indissolubilmente legata al tentativo di genocidio perpetrato contro di loro dai turchi a partire dal 1915 e che questi ultimi continuano a negare contro ogni evidenza storica. Il testo inedito che lei leggerà questa sera a Roma verte sulla «costruzione della memoria»: si può davvero combattere per questa via il pericolo del negazionismo come quello dell’oblio?
Devo essere sincero, dopo che il mio editore italiano, Fazi, mi ha mandato una mail con il tema scelto per la serata, ho riscritto il mio intervento almeno tre volte. Non ero certo di aver capito bene, di aver inquadrato fino in fondo l’argomento. Alla fine ho optato per un testo più emotivo che ragionato, un testo a più voci, dove dopo un po’ non deve essere più chiaro se a parlare è una nonna, un figlio o una nipote. Sono partito dalla differenza che a mio avviso esiste tra i ricordi e la memoria: i primi sono come delle immagini fisse che si possono condividere, mentre la seconda riguarda il modo in cui tutto ciò si trasmette. Per essere più preciso: i ricordi sono come palloncini colorati che possiamo guardare mentre si levano nel cielo, la memoria è lo spago con cui decidiamo di tirarli a noi o di passarli a chi ci sta accanto. Solo attraverso quello spago i ricordi anche più lontani possono essere trasmessi a chi non ha l’età per averli vissuti e tornare ad essere materia vivente anche a distanza di tanto tempo. Quindi non credo che in realtà la memoria possa davvero essere «costruita» a tavolino, deve fluire liberamente, passare da una generazione all’altra, da un individuo all’altro. Ma quando questo avviene, quando quei palloncini passano di mano non una ma migliaia e migliaia di volte, allora credo proprio che l’oblio e chi vuole cancellare anche solo il ricordo di ciò che è accaduto non possano che essere sconfitti.
[Guido Caldiron 30/06/2017]

La verità è altrove. Complotti e stregoneria, Jean-Pierre Dozon

Redatto con un linguaggio accessibile, che non scade mai nel banale, giacché l’autore riesce a coniugare perfettamente la propria competenza di antropologo e il desiderio di condividere con i lettori l’esperienza intellettuale maturata negli anni, il saggio di Jean-Pierre Dozon dal titolo La vérité est ailleurs. Complots et sorcellerie (La verità è altrove. Complotti e stregoneria, edizioni della Fondation de la Maison des Sciences de l’Homme) analizza questioni di notevole spessore, che affondano le radici in mondi remoti, ma che mantengono un’incredibile pregnanza ovunque.
IN MODO ORIGINALE, il volume affronta, infatti, il tema della grande permeabilità e attualità di una logica «non scientifica» che pretende di spiegare le cause ultime di ogni evento – individuale e collettivo – riferendosi a cause oscure, quali la stregoneria (in Africa) o il complotto ordito da lobbies manipolatrici (nel mondo occidentale). Attraverso questa logica, spiega Dozon, si diffonde un pensiero globale che non contrappone più realtà e finzione, mondo visibile e mondo invisibile, ma li connette in termini di «doppio»: le cause «apparenti» di un fatto mascherano la «vera» origine dello stesso, da ricercarsi nell’influenza esercitata da potenze che, ai più, risultano inaccessibili. Qualche esempio permette di comprenderlo meglio: durante la recente crisi di Ebola nell’Africa occidentale (2014), parte della popolazione locale ha bollato gli operatori socio-sanitari quali possibili propagatori del virus, sorta di monatti inviati da forze nemiche per punirla o per ridurne l’energia vitale; medici e infermieri sono stati così accusati di spargere il contagio con gli stessi strumenti terapeutici con cui, pretestuosamente, dichiaravano di combattere l’epidemia.
Ma non è solo il continente africano a esprimere tale concezione cospiratrice: dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’allora presidente degli Stati Uniti, George Bush, ha parlato della necessità di costituire una crociata contro le forze del Male. Adottando un simile linguaggio, Bush rifletteva, quasi pedissequamente, il pensiero veicolato delle correnti cristiane neo-pentecostali, diffuse in America e non solo, che rimandano all’intervento nefasto e continuo, nel mondo, di entità diaboliche, da sgominare con il soccorso della fede, di cui sono portatori i «born again», i rinati alla comunità dei credenti.
Sussisterebbero dunque due ambiti che si sovrappongono, senza mai confondersi: quello degli iniziati (i quali conoscono la verità e sarebbero gli artefici di ciò che avviene, ma restano ben celati alla maggioranza) e quello della gente comune, resa cieca dall’ignorare quanto si svolge dietro le quinte. Per la sua ingenuità, quest’ultima è facilmente manipolabile, sia col ricorso a discorsi di ordine magico-religioso, passibili di scivolare, in specifici contesti sociali e culturali, in accuse di stregoneria, sia attraverso un «immaginario paranoide», magari virtuale, veicolato dai mass media (la televisione in primis) e dal cinema.
LO RAPPRESENTEREBBE, agli occhi di Dozon, appassionato spettatore di fictions (come ci ha confidato nel corso di una lunga intervista), il caso della fortunata serie X-Files, il cui sottotitolo – volutamente – l’antropologo ha ripreso nel suo scritto, per richiamare, in modo immediato, la visione di un mondo a due facce, dove misteriosi invasori, vicini e lontani, agiscono per turbare l’ordine stabilito.
Nato nel 1948, Jean-Pierre Dozon è oggi direttore di ricerca emerito all’Institut pour le Développement e direttore di studi all’École des Hautes Études en Sciences Sociale di Parigi. Per anni, ha lavorato in Africa occidentale, occupandosi di argomenti diversi, che spaziavano dallo sviluppo, all’etnicità e alla salute, ma ha poi concentrato i suoi interessi sui fenomeni religiosi legati al periodo postcoloniale. È quanto ha realizzato, in particolare, con una serie di missioni sul campo nella Costa d’Avorio, dove ha rivolto la sua attenzione ai profeti neotradizionalisti, fra cui va annoverata la figura del noto taumaturgo Gbahié Koudou Jeannot.
PERSONAGGIO emblematico, fautore di un cristianesimo sincretico e fortemente critico nei riguardi della Chiesa, accusata di non saper combattere il male, Gbahié, negli anni 1980, è stato il promotore, nelle regioni meridionali della Costa d’Avorio, di una lotta «draconiana contro il feticismo e la stregoneria» imperanti, che la crescita economica (il cosiddetto «miracolo» nazionale) non avevano spodestato ma, al contrario rafforzato. Lottando contro le forze del male con le sue armi mistiche, però, Gbahié, al pari di altri profeti, non ha fatto altro che esasperare la credenza in una dimensione invisibile onnipresente, sostituendo a pratiche tradizionali ormai desuete o da considerarsi deleterie, strumenti mistici consoni alla nuova epoca, più performanti, perché dotati di poteri e di un’efficacia inediti, propri al messaggio espresso nel Vangelo, mezzo di lotta per eccellenza, nella battaglia contro ogni intromissione satanica.
COME ILLUSTRA Dozon rispetto al caso ivoriano, analogo, sotto tale aspetto, a quanto sta capitando in altri paesi del continente, per molti africani, il successo personale – negli affari come in politica – non viene mai ottenuto solo grazie al proprio impegno, ma è sempre frutto del sostegno di forze invisibili, suscettibili di operare, con «interventi mistici», a favore di coloro che ne sanno invocare l’aiuto, ma capaci – in parallelo – di danneggiare tutti gli altri. Nella logica della stregoneria, proprio come in quella del complottismo, le accuse di azioni malevole e le voci di crimini rituali si susseguono senza possibilità di verifica o, meglio, la ricerca di prove incontrovertibili – la dimostrazione dell’efficacia dei «maraboutages», come vengono comunemente designate le pratiche magiche che implicano, da parte di chi le svolge, l’appello agli spiriti– passa per una logica che esclude a priori l’incredulità, il dubbio sull’esistenza del lato invisibile della realtà.
È L’ESTREMA «PLASTICITÀ» della stregoneria, sottolinea Dozon, la sua adattabilità al mutare dei tempi e al saper cogliere, sempre, i fattori di crisi, per poi leggerli e spiegarne l’origine, che attira una clientela forse tacciabile di superstizione, ma soprattutto timorosa e ansiosa di risolvere i problemi posti da un quotidiano difficile, che la sovrasta e dal quale dipende.
«Attraverso le loro produzioni complottiste – conclude l’antropologo francese nel suo testo – , a dispetto di nette differenze che traducono, rispettivamente, forza e debolezza, egemonia e subordinazione, gli Stati Uniti e l’Africa occupano posizioni antitetiche, ma concorrono, insieme, a provocare il medesimo effetto globale di grande confusione della frontiera tra realtà e finzione».
LA STREGONERIA AFRICANA, insomma, e il suo contraltare occidentale, la teoria complottista, finiscono entrambe per inserirsi a pieno nell’attualità del capitalismo globale, con la loro pretesa di essere in grado di spiegare qualsiasi fenomeno, rinviando regolarmente la verità degli eventi a un altrove nascosto sotto la superficie, dal profilo inquietante e diabolico. Si tratta di uno schema semplificato (e semplicistico) che contrappone in maniera rigida il bene e il male, generando perennemente il dubbio, il sospetto, la gelosia nei riguardi dell’altro, percepito – nella sua diversità o estraneità – come una potenziale minaccia dalla quale ci si deve difendere.
[Elisa Pelizzari 29/12/2017]

mercoledì 27 dicembre 2017

Il brodo indiano. Edonismo ed esotismo nel Settecento, Piero Camporesi

Piero Camporesi è stato uno dei grandi intellettuali del Novecento italiano. A vent’anni dalla sua morte, fa piacere leggere la ristampa di una delle sue opere più curiose: Il brodo indiano. Edonismo ed esotismo nel Settecento, edito dal Saggiatore (pp. 222, euro 21), che già da qualche anno va riproponendo alcuni suoi scritti.
Il libro si arricchisce di una prefazione di Franco Cardini, che all’opera di Camporesi aveva già dedicato un bel saggio nella miscellanea La bottega del professore, uscita nel 2015 per Libreriauniversitaria.
CAMPORESI è stato a lungo un marginale nella scena culturale e universitaria italiana, nonostante dal 1981 egli fosse professore ordinario di lingua e letteratura italiana all’università di Bologna; tuttavia, mentre oggi si fa un gran parlare di storia culturale e di interdisciplinarietà, è vero che nei decenni passati era difficile trovare una collocazione per qualcuno che, nato filologo e storico della letteratura, riusciva poi a muoversi perfettamente tra antropologia e storia, e in modo particolare la storia del corpo, del cibo, dei sapori, dell’olfatto.
SENZA TUTTAVIA mettere mai da parte lo sfondo sociale necessario per comprendere ogni fenomeno culturale. Il «brodo indiano» del titolo è la cioccolata: insieme al caffè, trionfo dell’esotismo che invadeva l’Europa a cavallo fra Seicento e Settecento. Ma il libro, ben più ampio nei temi proposti, parla del cambiamento nel gusto collettivo che si rileva in quel periodo.
«Il progressivo allontanamento del Settecento dal secolo precedente può essere avvertito osservando il passaggio dal gusto complicato, denso di aromi forti della cioccolata barocca a quello più semplice e lineare della cioccolata illuministica, preparata mescolando semplicemente zucchero e cacao con una leggera passata di vaniglia e cannella». Insomma, la cioccolata come simbolo di un’Europa che si apre al fascino dell’esotico (siamo infatti agli albori dell’Orientalismo), ma anche un’Europa nella quale la Francia va acquistando centralità sotto il profilo intellettuale, nonché del gusto.
È la moda francese a prevalere, lasciandosi alle spalle la tradizione rinascimentale, ormai avvertita come pesante, poco raffinata, inadatta. Il che relegava a un ruolo di secondo piano, al provincialismo, anche la «mensa larga» italiana, dove l’abbondanza continuava ad aver la meglio sulle raffinatezze transalpine, e dove si continuava a servire, nelle locande, «una minestra lenta o zuppa, uno stufato, un fritto, un arrosto».
SEMBRA DI SENTIRE echi di polemiche attuali fra nouvelle cuisine e trattoria, che sono forse l’onda lunga di antiche rivalità, culinarie e non. Segno che la storia del gusto è, come la intendeva Pietro Camporesi, molto più che un accessorio per comprendere passato e presente.
[Marina Montesano 27/12/2017]

domenica 10 dicembre 2017

Grazia Deledda

Grazia Deledda è stata una delle più importanti e influenti scrittrici italiane del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, e nel dicembre 1927 vinse il premio Nobel per la letteratura, la prima donna italiana a farlo. Deledda fu esponente, anche se a modo suo, del verismo e del decadentismo, e scrisse sempre molte storie di contadini e paesani della sua terra, la Sardegna.
Le sue prime pubblicazioni arrivarono quando non aveva ancora 20 anni e il suo primo libro di qualche successo fu Anime oneste, del 1895.
Conobbe il mantovano Palmiro Madesani, che sposò trasferendosi con lui a Roma. A Roma Deledda continuò a scrivere e pubblicare romanzi. Elias Portolu, uscito nel 1903,
 In pochi anni pubblicò moltissimi libri e opere teatrali, tra cui: Dopo il divorzio, Cenere, L’edera e Canne al vento.





lunedì 4 dicembre 2017

serata dedicata alla parola "bosco"

Il bosco è un topos letterario affascinante e vastissimo. La nostra serata è servita a stuzzicare la nostra curiosità, non certo a esaurire, neanche in parte, l’argomento, pur viaggiando tra classici e moderni, cultura alta e cultura popolare. Abbiamo cominciato con i boschi/ foreste di  Shakespeare, analizzando proprio l’ambiguità semantica delle due parole, usate in modo così diverso in inglese rispetto all’italiano. Sin dal primo medioevo forest ha indicato il concetto di zona naturale selvaggia, al di fuori della civiltà, ma anche quello di terreno di proprietà del sovrano e sua riserva di caccia, che includeva vaste aree boschive, ma anche farms e villaggi, sottoposto a speciali –e severe- leggi di forestry. Quindi, un termine che racchiude di per se stesso una contraddizione tra libertà e autorità.
Per Will Shakespeare, nato e cresciuto ai margini della Foresta di Arden, dove entrambe le famiglie, paterna e materna (gli Arden!) avevano antiche e forti radici, questi luoghi sono la sede di elementi selvaggi e di ribellione, dell’inversione delle norme sociali, caratterizzati da elementi di intrigo, pericolo e magia.
 Nelle commedie, As you Like it e A Midsummer Night’s Dream in particolare, la foresta ospita il mondo alla rovescia, un mondo di libertà sessuale e libertà dalle convenzioni sociali in senso lato, di scambio di ruoli e di genere sessuale, dove le donne (travestite da uomini…) conducono il gioco ed educano gli uomini al sentimento.
In questo inizio di età moderna, sta emergendo il contrasto tra città e campagna che si svilupperà nei secoli successivi: il bosco, quindi, assume un carattere pastorale, simboleggia la nostalgia per un tempo passato più semplice, e migliore. Tuttavia, anche in queste commedie si può facilmente percepire un senso di pericolo non dichiarato, che anticipa il ruolo della foresta come il luogo della tragedia e della violenza (Titus Andronicus – forse la più cupa e violenta delle opere di Shakespeare- Macbeth, King Lear).
Shakespeare certamente conosceva le ballate popolari che raccontavano le gesta dell’eroe della foresta per eccellenza, Robin Hood, anche se non è chiaro di che foresta si tratta: Sherwood, la più famosa, quella che per prima viene associata a Robin, in realtà appare nei cicli di racconti in un secondo momento, mentre i testi più antichi collocano le avventure del nostro nella Foresta di Barnacle. Qualunque sia la verità/leggenda accettata, anche qui la foresta è luogo ambiguo per definizione e status, luogo di vita semplice e allegra per i Merry Men di Robin, ma anche piena di insidie e pericoli, fuorilegge e violenza.
Un testo moderno che racconta molto bene le foreste inglesi è The Forest, di Edward Rutherfurd, che racconta la storia della New Forest dall’undicesimo secolo ai giorni nostri. Un romanzo storico-fiume che fa vivere al lettore questo posto meraviglioso, che vanta la maggior concentrazione di alberi antichi nell’Europa Occidentale, con querce che arrivano a 800 anni e tassi ultra-millenari.
Ci siamo soffermati poi sul classico americano ottocentesco Walden , or the Life in the Woods (Walden ovvero la vita nei boschi) di Henry D. Thoreau, un testo che, malgrado –o forse proprio per quello- la retorica fuori moda della scrittura, esercita ancora un certo fascino sulle nuove generazioni. Rimanendo nell’ottocento, ma di qua dell’Atlantico, abbiamo seguito Alice in Wonderland, nel bosco del Paese delle  Meraviglie, popolato di gatti misteriosi, Cappellai Matti e Lepri Marzoline….
Cambiando completamente genere e secolo, ecco l’asciutto racconto della scrittrice olandese Hella Hassee, Genius Loci, che descrive la presa di coscienza individuale di una donna matura a contatto con la natura di un antico bosco nell’Europa del Nord.

Per quanto riguarda la letteratura italiana, abbiamo convenuto di concentrarci sull’ Orlando furioso, seguendo Angelica in fuga nella selva minacciosa che si trasforma poi in natura accogliente e protettiva. Ariosto rende il bosco simbolico rinascimentale al suo meglio.

Abbiamo poi visto il Dottor Zivago di Pasternak alle prese con la guerra, in cerca di pace nel bosco, e il giovane protagonista di Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki alla ricerca di se stesso nel folto della foresta spazio-temporale che catalizza i principali eventi e personaggi del romanzo. Siamo stati nell’inquietante villaggio circondato da boschi, ma da cui tutti gli animali sono scomparsi, nella cupa fiaba di Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco.
Abbiamo anche parlato di fiabe tradizionali, dei Grimm in particolare: in quasi ogni fiaba c’è un bosco! E di musica pop dei tempi passati, quando il bosco era collegato al pericolo di perdere l’onore…
Ci sarebbe voluta l’intera notte per continuare a parlare della selva oscura di Dante, delle foreste magiche del Ciclo Arturiano dove vagano Percival e Tristano, dei Sentieri dei nidi di ragno e del Barone rampante di Italo Calvino, degli allegri musici di Thomas Hardy in Under the Greenwood Tree (e qui chiudiamo il cerchio tornando a Shakespeare) eccetera, eccetera…

Troppo per una sola serata.

lunedì 27 novembre 2017

3 Dicembre



Carissim*,
ci vediamo domenica prossima, 3 dicembre, dalle 21 in poi, a casa di Francesca per discutere insieme della parola BOSCO. Portate con voi testi, idee, suggestioni per una passeggiata tra natura e letteratura.
A presto
Silvia

venerdì 24 novembre 2017

Pulvis et umbra, Antonio Manzini

Un poliziotto trasferito in una città di montagna come Aosta perché sospettato di varcare spesso il confine tra legalità e illegalità ma troppo bravo per essere cacciato con infamia dalla polizia di stato.
UN SOLITARIO, ruvido nei rapporti, che non disdegna di fumare marijuana per rilassarsi e che dialoga con il fantasma della moglie ammazzata da un criminale, e che ricorda alcune figure intermedie della banda della Magliana o del recente affaire criminale di «mafia capitale». Il commissario promosso vicequestore Schiavone è però il personaggio di una serie di Antonio Manzini che la casa editrice Sellerio ha scoperto nella sua meritoria opera di promozione di scrittori italiani di hard boiled e gialli (oltre a Manzini ha mandato alle stampe anche la trilogia del Barlume di Marco Malvaldi).
Nell’ultimo libro – Pulvis et umbra, pp. 403, euro15 –, Schiavone deve sciogliere il mistero attorno all’omicidio di un trans, trovandosi tra le mani i nodi di un criminale pentito, di servizi segreti che ignorano la legge in nome della ragion di stato e del legame tra economia criminale e quella «normale», mentre si profila all’orizzonte la possibilità di mettere fine alla vita di un delinquente romano – la capitale è la città del protagonista – fratello dell’assassino della moglie nonché killer omicida della compagna di un suo amico di infanzia.
COME IN TUTTI ROMANZI finali di una serie compaiono nelle sue pagine le figure che in qualche misura hanno accompagnato i precedenti romanzi. I poliziotti e il magistrato di Aosta dove è stato «esiliato», gli amici di infanzia, piccolo criminali di una malavita di altri tempi, i funzionari dei servizi segreti che lo tengono d’occhio perché sospettato di sapere troppe cose sul loro operato in alcune vicende torbide, ma fin troppo note nell’Italia dei piccoli e grandi misteri; infine, le donne conosciute biblicamente per addolcire la malinconica solitudine nella quale è piombato dopo che i colpi di pistola destinati a lui hanno invece ucciso la moglie.
Il commissario Schiavone sa che rischia molto nello sbrogliare la doppia matassa che ha tra le mani.
È CAUTO, ATTENTO ad evitare trappole, ma non cede a un senso dell’onore verso una visione della giustizia che coincide con la fedeltà ad alcuni articoli del codice penale e a un’antica visione del bene da contrapporre al male del mondo.
I romanzi di Manzini si fanno leggere. Fanno inoltre parte dell’«ala riformista e socialdemocratica» del giallo italiano. Questo non significa che non siano scritti bene, presentano storie sempre sviluppate con intelligenza e gusto della suspence. Inoltre, l’autore sa che il mondo di Schiavone appartiene al passato. Ha ben poco a spartire con l’Italia contemporanea, quella dove la corruzione è l’alfa e l’omega di chi frequenta – poco importa se guardiano, impiegato o burocrate di alto livello – le stanze del potere.
SCHIAVONE è, infatti, un sopravvissuto di un mondo che non c’è più, quello che stabiliva con chiarezza i confini tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Rischia di soccombere. E dovrà cambiare, senza però rinnegare la sua etica.
Già perché Pulvis e umbra è un giallo dove il mistero impossibile da svelare è quello del rapporto tra l’etica pubblica e la morale privata. E adatto a essere trasformato in un episodio della serie televisiva ad alta percentuale di share dove il volto di Schiavone ha i tratti scanzonati, duri, segnati dalla vita e tuttavia solari di Marco Giallini.
[Benedetto Vecchi 24/11/2017]

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo