domenica 15 gennaio 2017

Il male oscuro, Giuseppe Berto


Se Zeno avesse voluto e potuto raccontare la verità, avrebbe scritto qualcosa di simile al Male oscuro. Il capolavoro di Giuseppe Berto uscì nel 1964, quasi diciotto anni dopo il fortunato Il cielo è rosso, cui seguirono tra gli altri Il brigante (accolto assai peggio dalla critica, in particolare da Emilio Cecchi) e Guerra in camicia nera. Già volontario in Abissinia (e fresco di laurea a Padova), Berto si era arruolato nella Milizia fascista. Catturato in Nord Africa nel ’43, era stato internato negli Stati Uniti, dove in un campo di prigionia nel Texas conobbe, tra gli altri, Alberto Burri. Tornò in Italia nel ’46, a trentadue anni (era nato a Mogliano Veneto nel 1914); con sé aveva i manoscritti di alcuni racconti e il testo di Il cielo è rosso, che Longanesi avrebbe pubblicato di lì a poco.
Il successo arrivò subito, ma quando più tardi Berto scrisse Il male oscuro – in circa due mesi, nel ritiro di Capo Vaticano – il clima letterario e civile era ormai profondamente mutato rispetto agli esordi. Dopo i suoi primi romanzi, Berto era considerato un neorealista – lo ricorda lui stesso in uno scritto di commento al Male oscuro. Ma già nel 1950 «il neorealismo era finito perché era finita anche l’ultima illusione che uno scrittore potesse essere tra i protagonisti della vita d’un paese». D’altra parte, la crisi del neorealismo «portava lo scrittore alla libertà»; occorrevano «una maggiore penetrazione psicologica» e «un linguaggio più curato e complesso» – commenta Berto – e fu allora che «venne la nevrosi».
Il male oscuro è appunto il memoriale di quella nevrosi (non di una generica depressione, sebbene oggi l’espressione male oscuro sia usata indistintamente per definire la sofferenza psicologica), della sua radice nel rapporto con l’autorità super-egotica del Padre (il narratore definisce il racconto come storia di una «lunga lotta col padre»), del suo alimento nella fatica inappagata della scrittura (il protagonista è uno sceneggiatore malpagato, che non riuscirà mai a finire un suo romanzo, il capolavoro), della sua causa scatenante nel male fisico, delle sue conseguenze nella crisi coniugale e nel distacco dalla famiglia. L’aver abbandonato, per disgusto, il padre sul letto di morte ha generato nel figlio un senso di colpa che lo porterà ad attribuire alla postuma vendetta paterna ogni caduta e malessere patito; e guarigione non vi sarà, se non accogliendo quella vendetta e finendo per assomigliare al padre e ripeterne i gesti.
Molto di ciò che Berto racconta corrisponde alla sua biografia, eppure non è questa la più importante verità del Male oscuro. La verità non è quella che il libro dice, bensì quella di cui è fatto; la sua sostanza, cioè, non consiste in una fedeltà, ma in una forma narrativa. Per questo, l’antenato del personaggio che scrive «io» nel romanzo di Berto, pur così direttamente autobiografico, è il narratore Zeno, non l’autore Svevo. Così come il suo fratello maggiore è Gonzalo: proprio dalla Cognizione è prelevata, del resto, l’espressione «male oscuro». (Ma nel carattere del personaggio entrano pure certi connotati pratici della macchietta satirica, di cui si nutre all’epoca anche la commedia all’italiana).
Non sono pochi i contatti e le somiglianze tra i romanzi di Svevo e quello di Berto, a cominciare dal tema della morte del padre; più in generale, comune ai due libri è lo scenario enunciativo, cioè la psicoanalisi come istigazione alla scrittura di un memoriale. Non mancano altri specifici segnali allusivi (è un caso che il protagonista del Male oscuro insista per chiamare la figlia Augusta, come la moglie di Zeno?) e le immediate citazioni: «pare che la psicoanalisi non danneggi la capacità creativa di un artista, anzi si potrebbe dire che la esalti come dimostrato ad abundantiam dal caso di Italo Svevo».
Proprio il confronto con La coscienza di Zeno, tuttavia, aiuta a capire quale diversa disposizione nei confronti della verità narrativa assuma il protagonista di Berto. La «distanza tra Svevo e Berto, verificata direttamente sulla pagina, appare incolmabile»: a osservarlo, giustamente, è Emanuele Trevi nel saggio che correda ora, insieme a una postfazione di Gadda (da «Terzo Programma», 1965), la nuova edizione del romanzo: Giuseppe Berto, Il male oscuro (Neri Pozza, pp. 512, euro 18,00).
Per il narratore del Male oscuro, raccontare non significa camminare sul bordo di un vuoto, facendo della reticenza e della bugia un sistema retorico, una chiave per accedere ai sensi impliciti. Nel Male oscuro, il vuoto viene saturato da un’unica eloquente diceria: la pagina, perciò, non è più un velo, come quello che Zeno stende tra sé e il passato, ma è una tela ossessivamente riempita di caratteri, in cui i motivi essenziali si ripetono, appena intervallati dalle virgole. Queste, d’altra parte, anziché organizzare il discorso, gremiscono una pagina già fitta come un quadro di art brut.
La verità non è, perciò, questione di controllo ed equilibrio, ma di esplicitazione ed eloquenza. Un horror vacui verbale, non meno sintomatico della menzogna, in cui si realizza lo stile psicoanalitico di Berto. Si può paragonare (non assimilare) questo modo narrativo con il flusso di coscienza; ma è più utile riflettere sulla poetica implicata da una simile scrittura, cioè sulla posizione che, attraverso lo stile, questa scrittura e il suo autore occupano nel campo letterario a loro contemporaneo. È lo stesso romanzo a dare le coordinate, accennando alla cura «di cui ora molti parlano alquanto superficialmente, come del resto fanno anche certi romanzieri nostrani per i quali il tocco psicoanalitico è dato dal particolare che Antonio da piccolo tirava la coda al gatto».
Gli scrittori dal «tocco psicoanalitico» usano la materia per alludere senza dire, costruendo il racconto intorno a un nucleo, a un nodo pulsionale o traumatico taciuto, o meglio non commentato. Berto all’opposto fa di quel nodo il tema di una continua affabulazione disperatamente polemica e umoristica, che procede avanti e indietro nel tempo come una lancetta mossa ad arbitrio sul quadrante.
Se il male è oscuro, Berto sfida l’oscurità come tecnica della narrazione e prospettiva della conoscenza. È una sfida sofferta e, nella vicenda del protagonista, perduta. Le diverse istanze – la scrittura, la paura del male e la cura, l’eros misogino – non si conciliano e anzi producono lacerazioni sempre più profonde, perdita affettiva, sconfitta professionale. Fino al conclusivo isolamento, che sfata il clima di un’epoca, gli ideali di progresso, la meccanica dell’ascesa sociale. L’aspirazione alla gloria letteraria resta insoddisfatta, l’ambizione di rivaleggiare con quelli che il protagonista chiama i «radicali» – gli intellettuali di successo, i Moravia, i Tecchi, i Bellonci – viene frustrata. Ma la frustrazione diventa una risorsa del racconto, permettendo al narratore di dipingere con la tinta del suo amaro umorismo la società culturale romana – gli scrittori di riferimento, i produttori, gli sceneggiatori «ai tavolini di Canova o Rosati a piazza del Popolo, o al caffè Greco o ai caffè di via Veneto» – e di prendere contropelo quel tratto di Novecento spesso idealizzato con nostalgia un po’ elitaria.
In quella frustrazione, si sconta certo anche la convinta militanza giovanile dell’autore dalla parte sbagliata. Ma il sentimento è elevato a stile e assunto come espressione idiosincratica del mondo: nel Male oscuro, osserva Gadda, il racconto di una nevrosi s’incrocia con quello di una psicosi, i «cittadini e cittadine della Città folle vengono colti e ritratti nei loro giudizi sbagliati, nei loro movimenti sbagliati».
Il male oscuro è un libro di peculiare importanza e di miglior tenuta rispetto ad altre opere emblematiche o programmaticamente sperimentali uscite negli stessi anni. Per almeno due motivi. Il primo è la rappresentazione di «un tempo in cui tutto va per via di amicizie e raccomandazioni», che somiglia al tempo in cui viviamo, tentati in pari misura – come l’eroe fallito di Berto – dalla rivolta e dalla rinuncia; oppressi e attratti da estinti modelli paterni, imbarazzati dal futuro (come il protagonista dinanzi alla figlia ormai cresciuta). Il secondo motivo è la scrittura, che resta leggibile anche nell’oltranza dello stile; una scrittura fatta per raccontare la realtà di tutti, attraverso il sentire patologico di un individuo che parla sempre di sé – è vero – ma che lo fa reagendo alle ossessioni di un’intera società.
[Niccolò Scaffai 15/01/2017]

martedì 10 gennaio 2017

La realtà assediata, Ricardo Piglia

Come Borges, scrittore che studiò e interpretò in maniera molto acuta, Ricardo Piglia fu prima ancora che l’autore di una produzione narrativa tra le più brillanti degli ultimi trent’anni, un grande lettore, con una capacità di ricerca e una visione di sintesi di cui è traccia evidente la sua opera critica, fondamentale per le lettere latinoamericane, e apprezzabile anche in italiano in L’ultimo lettore (2005).
Proprio il suo acume critico ha permesso a Piglia di disegnare un panorama della letteratura argentina in cui alcune tradizionali contrapposizioni storiche, tematiche e formali si sono risolte in una prospettiva nuova, che vede Borges, Arlt, Macedonio Fernández, Gombrowicz e Walsh come parte di una complessa e contraddittoria tradizione, che comprende pure generi considerati minori, come il romanzo poliziesco, il tango o il fumetto. La generazione più giovane si distaccò da quella prospettiva anche tramite polemiche cui Piglia non si è mai sottratto, ma ormai di quel disegno non si poteva più fare a meno, e la parabola della cultura argentina è servita poi come punto di riferimento per tutta la produzione artistica ispanoamericana.
ANCHE IN TUTTA l’opera narrativa di Piglia – cinque romanzi e altrettante raccolte di racconti, genere in cui è stato maestro indiscusso e che varrebbe la pena scoprire pure in Italia – la maestria del lettore deve innestarsi su una scrittura sempre poliedrica, in cui ogni romanzo è nello stesso tempo molti altri testi, dove narratori multipli si inseguono, e si accumulano una miriade di racconti intercalati secondo una tradizione ispanica di radice cervantina, ripresa in chiave postmoderna.
Fin dal primo romanzo, Respirazione artificiale, del 1980, la questione della trama e quella dell’identità – temi centrali nell’opera di Piglia – vengono posti da un’angolatura del tutto innovativa. Nell’incipit, una domanda radicale: «C’è una storia?», poi le diverse voci che si intrecciano nella narrazione cercano di rispondere indagando le vicende singole dei protagonisti all’interno della Storia del paese, in modo da produrre una domanda a cui non è possibile dare una risposta univoca, bensì solo azzardare ipotesi, smontare illusioni. Quando il romanzo venne pubblicato, la risposta ufficiale la dava un governo militare tra i più feroci della storia argentina, e Piglia fu capace di descrivere quegli orrori attraverso la lente di una lettura problematica e interrogativa della narrativa nazionale.
L’intreccio tra letteratura e storia avrebbe poi impegnato Piglia in un progetto che rimane come testimonianza della sua passione per l’incrocio fra la ricerca intellettuale e la sua diffusione per un pubblico più ampio: nel 1993 pubblicò infatti La Argentina en pedazos, antologia di versioni a fumetti di una serie di classici argentini, legati dal tema della violenza, affidati ai migliori disegnatori della grande scuola argentina: nelle brevi introduzioni di Piglia, la sua raffinata riflessione critica diventa patrimonio collettivo e, en passant, anticipa la gran voga futura delle graphic novel.
Nel secondo romanzo, La città assente, che seguì a ben dodici anni dall’esordio, i temi della storia, della violenza, della repressione politica si collegano a quello della produzione stessa dell’intreccio, dato che al centro del romanzo – strutturato in una serie di frammenti – c’è una «macchina per narrare», ricordo di una delle invenzioni di Macedonio Fernández, che si propone come la fabbrica di una narrativa non solo frutto dell’esperienza individuale, ma prodotto di una collettività che, attraverso queste storie spezzettate, cerca di costruire una memoria suscettibile di continui rinnovamenti, attuati tramite un linguaggio avvolgente e di grande impatto.
NEL FRAMMENTO intitolato «L’isola», la macchina per narrare risponde al potere che vuole chiudere il Museo della memoria con un’operazione di resistenza, che riproduce i ricordi svuotandoli però di ogni contenuto legato a un territorio, per riportarli a una comunità che risulta esserne la vera depositaria.
A partire dal terzo romanzo, Soldi bruciati (1997), la narrativa di Piglia si orienta decisamente al poliziesco, genere di cui dirigeva due collane. Qui, la scrittura breve e velocissima parte quasi come una sorta di cronaca di una rapina, anche in questo caso ricostruita da diversi punti di vista, per trasformarsi poi nella descrizione di un vero e proprio assedio della polizia ai rapinatori che si sono rifugiati in un appartamento.
L’intensità della narrazione cresce progressivamente, e assume i toni di un’epica dei perdenti contemporanei, quei banditi caduti in una spirale maledetta, che scelgono la via della violenza come unica strada segnata da un destino inesorabile.
Anche nel quarto romanzo, Bersaglio notturno (2010) non è difficile riconoscere il legame con il genere poliziesco, ma qui la corposità della storia permette l’inclusione di molte tra le ossessioni tipiche della narrativa di Piglia: i giochi prospettici, la molteplicità dei caratteri, una serie di vicende intercalate e parallele, oltre all’apparizione di un personaggio – quello di Emilio Renzi – che si trasformerà nel suo vero alter ego.
Ritornano poi personaggi al limite della pazzia, o macchine in grado di creare mondi immaginari, e il romanzo poliziesco mostra come l’enigma non si possa risolvere, il colpevole essendo niente altro che un capro espiatorio. Così, il genere si trasforma e diventa «romanzo paranoico», in cui la narrazione si apre sempre a nuovi sviluppi possibili, dentro e fuori il testo vero e proprio, ad esempio nella proliferazione quasi incontrollabile delle note a pié di pagina, che sviluppano quasi un metaracconto parallelo, una vertiginosa mise en abyme.
L’ULTIMO LIBRO pubblicato da Piglia, Per Ida Brown (2013) è anch’esso fatto da molti romanzi in uno: ci ritroviamo Emilio Renzi, trapiantato in un’università statunitense per una serie di conferenze su W.H. Hudson, autore inglese vissuto a lungo in Argentina, che rappresenta per lui il caso esemplare degli «scrittori legati a una doppia appartenenza, legati a due lingue e a due tradizioni».
Nel romanzo tutto sembra partire dalla letteratura – i motivi autobiografici, le riflessioni sui più diversi autori e sui testi, poi di nuovo l’impossibilità di sviluppo cui va incontro il genere poliziesco; tuttavia, l’ambientazione nel microuniverso di uno dei campus americani, «pensati per lasciare fuori l’esperienza e le passioni, ma in cui si muovono forti ondate di collera sotterranea: la terribile violenza degli uomini educati», trasforma il romanzo in una potente metafora della società contemporanea, e non solo di quella statunitense.
Del resto, l’attenzione insistita sulla trama poliziesca non risponde, nel caso di Ricardo Piglia, a un cedimento nei confronti di un genere popolare e di successo; l’autore argentino lo mette in discussione, lo scompone, e proprio grazie ad esso costruisce il suo dialogo con una cultura di massa da cui non vuole prescindere: lo avevano già fatto Walsh, Puig, Saer, scrittori che lavorarono su generi considerati popolari, e su cui Piglia ha riflettuto in maniera magistrale.
QUESTA STESSA RICERCA di dialogo ha guidato anche il suo impegno in senso più ampiamente culturale, come sceneggiatore per il cinema, o per la televisione, per la quale adattò due romanzi di Roberto Arlt in due serie trasmesse dalla televisione argentina nel 2015, oppure nella direzione della collana La serie del recienvenido, dedicata a classici moderni argentini, riscattati dalla furia della dimenticanza prodotta dall’industria editoriale contemporanea.
L’ultimo progetto di Piglia, quello da lui definito come il più importante della sua vita, fu la pubblicazione dei suoi diari e coincise, in parte, con la diagnosi e la successiva battaglia contro la Sla, la malattia di cui è morto. Due di questi volumi sono già stati pubblicati, mentre l’ultimo è atteso per quest’anno: scritti a cominciare dall’età di quindici anni, i diari coprono tutti i molteplici interessi dello scrittore argentino, e non offrono solo uno sguardo indiscreto sul laboratorio dell’autore.
Attribuendoli al suo alter ego Emilio Renzi, Piglia compie l’ultimo gesto di borgesiano distacco dalla propria opera, e così consegna al lettore «l’altro Piglia», l’unico che ci resterà attraverso le sue pagine, che appartengono ormai «al linguaggio o alla tradizione»
[Stefano Tedeschi 10/01/2017]

sabato 7 gennaio 2017

Terremoto, neve e gelo sull’Appennino.

La neve sull’Appennino, in sé, è un fenomeno naturale, almeno d’inverno. Ma nelle zone terremotate basta davvero molto poco per trasformare qualche disagio in un’emergenza, l’ennesima. Da giovedì sul centro Italia ha cominciato a soffiare un vento gelido che, in breve, ha portato con sé anche la neve, dalla costa alle montagne, tra ghiaccio sulle strade e la colonnina di mercurio che raramente supera quota zero durante la giornata. Qualche miglioramento è previsto per la giornata di domani: le temperature resteranno rigide, ma almeno dovrebbe smettere di nevicare.
La situazione era prevista: sin dalla prima scossa – quella del 24 agosto, che ha demolito Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli – si è subito cominciato a dire che bisognava muoversi a sistemare i superstiti, perché l’inverno ci mette un attimo ad arrivare e i problemi aumentano così in maniera esponenziale.
Dei novemila assistiti dalla Protezione Civile, in 3.200 sono rimasti vicini ai propri paesi distrutti e ora sommersi dalla neve: situazione complessa, ma le strutture installate per l’accoglienza sono tutte munite di riscaldamento e dunque si resiste. In Umbria, dove alcune decine di persone ancora dormono in tenda o in roulotte in attesa delle sospirate casette di legno, la situazione si è fatta complicata soprattutto nella zona di San Pellegrino (nei pressi di Gualdo Tadino), dove la temperatura è calata anche a meno quindici gradi e il campo d’accoglienza è stato ricoperto dalla neve. La Protezione Civile ha provveduto comunque a sgomberare le vie di accesso e a offrire assistenza a chi ne aveva bisogno.
Forti disagi anche sulla parte marchigiana della Valnerina: qui, nella giornata di giovedì, la rottura di un mezzo spargisale ha lasciato sostanzialmente isolati Visso e Castelsantangelo e altri comuni più piccoli.
«È stata una giornata da dimenticare – questo il racconto del sindaco di Visso Giuliano Pazzaglini –, soprattutto a causa delle carenze del piano neve dell’Anas: molti automobilisti sono rimasti bloccati perché i mezzi pesanti non ce la facevano a procedere ed erano costretti a mettersi di traverso sulla carreggiata. Quando la strada era gestita dalla Provincia di Macerata non ricordo criticità come queste».
Il problema riguarda soprattutto chi è stato alloggiato lontano dal proprio paese e deve tornarci ogni giorno per lavorare, macinando chilometri di strada. La difficile situazione della viabilità ha costretto diverse aziende a lavorare in maniera ridotta: ennesimo rallentamento in un processo di ritorno alla normalità che già sta procedendo a passo di lumaca.
L’Epifania ha comunque regalato anche una buona notizia al paese: nonostante l’ondata di maltempo sono state portate in salvo quasi tutte le pergamene rimaste sotto le macerie della sala del consiglio comunale, perché si continua a lavorare anche sulle macerie imbiancate. «Per noi è un patrimonio importantissimo», spiega ancora Pazzaglini.
Altri disagi, in compenso, vengono segnalati da Coldiretti, che lamenta l’enorme difficoltà che gli allevatori di bestiame sono costretti ad affrontare in queste condizioni proibitive. «Con le temperature a picco e l’aumentare dei disagi per le aziende – si legge in una nota – è importante l’arrivo e il completamento delle strutture previste dal decreto varato dal governo, risolvendo anche i problemi dell’allaccio di energia e acqua, così da permettere la continuità dell’attività di allevamento e, con essa, la ripresa dell’economia che in queste zone significa soprattutto cibo e turismo».
Anche Amatrice è stata ricoperta da una coltre di neve da svariati centimetri: i vigili del fuoco continuano a lavorare senza interruzione all’interno della zona rossa, con qualche interruzione per uscire fuori e mettere in sicurezza la rete viaria, che è risultata percorribile senza eccessivi problemi anche durante le ore di bufera.
Intanto la terra continua a tremare, in uno sciame di assestamento che va avanti ormai da mesi senza sosta: decine di scosse, la più forte delle quali è arrivata a 3.3 gradi sulla scala Richter, giovedì mattina, con epicentro in provincia di Macerata. Il terremoto è stato avvertito quasi ovunque nel già provato fazzoletto di terra tra le Marche, l’Umbria e il Lazio. Ormai però nessuno sembra farci più caso.
[Mario Di Vito 07/01/2017]

Il nome dell'isola, Fabio Greco

Ambientato nell’Isola delle Pazze, – frammento del Salento che esiste davvero, – il protagonista del primo romanzo del giovane Fabio Greco, Il nome dell’isola (Autori riuniti, pp. 125, euro 14), si chiama Masello ed è uno scultore di cartapesta. Il suo principale committente è Don Polonio, in perenne ritardo nei pagamenti.
Un giorno Don Polonio arriva a bottega e chiede a Masello una nuova statua della Madonna dell’Aiuto perchè la vecchia si è rotta. Dopo mesi di lavoro, in cui si arriva addirittura a selezionare il tipo di testi scritti da macerare per avere una cartapesta migliore, – facendo sapiente ironia sull’attuale letteratura giornalistica e di intrattenimento delle patrie lettere, – la nuova Madonna appare in chiesa. Ma crea perplessità tra i fedeli. È troppo in carne, troppo gioiosa e sorridente, rispetto alle pie Madonne della tradizione.
LO STESSO si potrebbe dire di questo spettacolare romanzo d’esordio, che esibisce come suo vero personaggio principale una lingua madre sontuosa e magmatica, gaddiana, a tratti quasi dantesca, che prende per mano il lettore e lo strattona in incursioni mirabolanti, come nel finale, con una bara che non passa dalla porta di casa e navigherà di mano in mano sui tetti del paese: un altro piccolo capolavoro comico e descrittivo.
Fabio Greco è nato a Saronno nel 1977. Ha vissuto nel Salento, ma oggi abita e lavora come biologo in Essex, Inghilterra. Finalista alla XXVII edizione del premio Italo Calvino, questo suo primo romanzo ci racconta di un Salento inedito, certamente meno patinato di quello a cui ci ha abituato il recente cinema italiano. Qui il Sud Italia è tutto sospeso tra allucinazione e realtà, tragedia e commedia. E il virtuosismo linguistico non è mai fine a se stesso. Al contrario, nel libro sono tanti gli episodi e, soprattutto, i personaggi memorabili. Due su tutti. Entrambi femminili. La vecchia Amanda che vede nell’improvvisa morìa di meduse sulla spiaggia un inequivocabile segno di malasorte e, non a caso, definisce il mare «puttano». E Mariabbondanza, di cui Masello si invaghisce, una venere giunonica che va a pescare da sola, una valchiria di un’opulenza che stride con la sterile povertà di un meridione sospeso tra neoneorealismo, iper-realismo e surrealismo. Il primo libro di Fabio Greco è un piccolo e raro gioiello letterario.

venerdì 6 gennaio 2017

E' morto Tulli De Mauro Il grande linguista italiano

Esistono due discipline imparentate tra loro che spesso, come accade in ogni famiglia degna di questo nome, si guardano in cagnesco. La prima è la linguistica, scienza rigorosa che punta a una descrizione fine dei più diversi fatti di parola: la sintassi e la grammatica, la trasformazione fonetica o i problemi generati dal lessico di qualunque lingua umana. La seconda, una strana creatura dal nome «filosofia del linguaggio», sembra librarsi, eterea, nel cielo della speculazione teorica. Non di rado questa diffidenza produce una cecità al quadrato. La linguistica rischia di perdersi nel dettaglio, senza riuscire a fornire uno sguardo di insieme circa il significato antropologico di quel fenomeno, umano e multiforme, che chiamiamo «parlare».
DI CONTRO, LA FILOSOFIA del linguaggio mainstream si ritrova sull’orlo di una crisi di nervi perché cede volentieri alla tentazione di fare filosofia a partire da una lingua, la propria: stranamente le forme più diverse che il linguaggio assume nella vita umana non collimano con le idiosincrasie del parlante di Oxford o della Stanford University.
Tullio De Mauro è stata una figura decisiva del Novecento italiano poiché ha puntato a un profondo rinnovamento teorico proprio a partire dall’incontro tra linguistica e filosofia. Ha lavorato con metodo a smantellare la caricatura che contrapporrebbe il linguista pignolo al filosofo evanescente. Ricerche divenute oramai classiche come la Storia linguistica dell’Italia unita (1963) o il Grande dizionario italiano dell’uso (Utet, 1999-2007) rischiano di mettere in ombra una parte decisiva della sua produzione intellettuale.
Tramite la traduzione (con note di commento teorico e ricostruzioni storico-biografiche tuttora imprescindibili) del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure (1967), De Mauro ha offerto agli studiosi di tutto il mondo il profilo di un pensatore decisivo per la riflessione sul linguaggio del Novecento. Il titolo dell’opera non deve ingannare. Si tratta di un testo fondamentale non solo per le scienze del linguaggio. Saussure insiste, infatti, nel far vedere perché le lingue siano dei fenomeni storici.
Negli scritti del Saussure esplorato da De Mauro diventa evidente come le lingue siano per molti versi il cardine delle trasformazioni storiche umane e degli assetti istituzionali. Il tempo delle lingue non è il tempo della deriva dei continenti, né quello delle mutazioni genetiche. È il tempo propriamente umano nel quale reale e possibile si intrecciano in modo inscindibile: nel futuro anteriore di chi pensa a come sarà il mondo dopo averlo ribaltato; nel congiuntivo delle Slinding Doors che animano la vita di ciascuno («se quel giorno fossi tornato prima…»), nel presente storico di chi parla del passato come se quel momento fosse qui e ora.
Non importa si parli del ruolo della televisione nella diffusione nazionale di una lingua standard, dei problemi presenti nel Tractatus di Wittgenstein o nel rapporto di somiglianze e differenze tra la comunicazione delle api e il linguaggio umano.
La dimensione storica rimane al centro di una produzione teorica multiforme ma null’affatto sfocata. Senza cedimenti al pensiero debole degli anni Ottanta, questo filosofo-linguista continua a far battere la lingua dove il dente ancora duole. Si provi, oggi, a parlare della storia come categoria decisiva per la filosofia del linguaggio e si farà la fine di un centrifugato di verdure: sbarellati tra riduzionismo evoluzionista (gli umani parlano perché conviene), rigidità del logico (l’italiano è brutta approssimazione di un sistema formale) e le suggestioni post-coloniali di chi si perde nella sfumature dello slang, sempre anglofono, di Baltimora.
SENZA CONCEDERE NULLA al relativismo di chi sostiene che in fondo il significato non esiste e tutto è interpretazione, De Mauro insiste su un punto antropologico fondamentale. Non si pensa e poi si parla; non si sente e poi si cerca di mettere in parole sentimenti poiché la facoltà biologica del linguaggio è la lente focale in grado di dare definizione ai nostri pensieri, alle nostre pulsioni e alle nostre azioni. Se si tiene a mente questo nodo, il lavoro di ricerca teorica e di insegnamento accademico di De Mauro mostra con chiarezza la coesione che lo ha animato.
La facoltà è biologica, non c’è dubbio, ma senza storia essa è nulla: ben che vada, può condurre allo sgambettio quadrumane di un piccolo d’uomo allevato dai lupi. Le parole, infatti, non sono il prodotto secondario di pensieri precedenti, ma una forma tipica della cognizione umana: lavorare a vocabolari o lessici di frequenza significa spalancare le porte a veri e propri laboratori viventi. Significa guardare dal vivo il modo nel quale pensa, soffre e desidera un gruppo di parlanti in carne e ossa.
Uno dei testi internazionalmente più noti, Introduzione alla semantica (1965), insiste proprio su questo punto. L’obiettivo è la costruzione di una piccola genealogia del Novecento nella quale individuare alcuni riferimenti decisivi per chi concepisce il linguaggio come forma cardine delle istituzioni e della vita umana: «primato della prassi», queste sono le parole con le quali si conclude un libro che mette in fila il linguista Saussure con i filosofi Benedetto Croce e Ludwig Wittgenstein. Per la medesima ragione, ancora negli anni Novanta, durante i corsi universitari alla Sapienza che De Mauro organizza con alcuni compagni di viaggio della cosiddetta «scuola linguistica romana» era possibile fare gli incontri più diversi.
DALLA LETTURA SISTEMATICA de La diversità delle lingue di Humboldt si passava a un seminario sui sistemi di comunicazione dei delfini. Il giovedì mattina il laboratorio per una scrittura comprensibile e chiara (il contrario della mitologica «scrittura creativa») era seguito dalla lettura delle Ricerche filosofiche, dalla discussione della semiotica di Louis T. Hjelmslev, della linguistica di Antonino Pagliaro o del libro Pensiero e linguaggio del sovietico Lev S. Vygotsky. E non vi era nulla di cui stupirsi.
[Marco Mazzeco 06/01/2017]

martedì 3 gennaio 2017

Habemus Corpus


Fra i molti itinerari che ci si può costruire nei giorni di festa, che sono tali perché privi di incombenze e orari, uno dei miei preferiti è l’ozio apparente, quella condizione che, vista da fuori, dà l’impressione di estremo sfaccendamento mentre, in realtà, si lavora tantissimo.Per diventare dei veri oziosi apparenti servono pratica, curiosità, fiducia nella pagina bianca anche metaforicamente parlando, tempo e il luogo adatto. L’ozio apparente ha infatti bisogno di un alto tasso di solitudine che non è l’isolamento totale dal mondo, ma la capacità, e possibilità, di stranirsi dal contorno con i pensieri. Se si vive in una comunità familiare o amicale chiassosa, si parte svantaggiati perché serve tapparsi le orecchie e non sempre è facile riuscirci.
Ai bambini di solito l’ozio apparente viene benissimo ed è una condizione che i grandi chiamano, con sommo disprezzo o sufficienza,«Andare in oca». Lo sguardo si fissa in un punto senza realtà vederlo, si entra in una specie di trance, il corpo si immobilizza mentre i pensieri cavalcano. Quando l’ozio apparente funziona, fa riscoprire, o scoprire, il piacere di inventarsi la giornata rimescolando azioni e orari. È meno semplice di quanto si creda, anche perché le insidie sono tante. Ci sono i sensi di colpa, i pensieri sulle incombenze che incombono, la disabitudine a spettinare le regole, il cellulare che ci riporta continuamente al presente, le notizie che arrivano da questo sbrindellato e massacrato mondo.

In questo passaggio di anno, mentre da una parte si festeggiava con i fuochi d’artificio e da altre si continuava a sparare, il mio ozio apparente mi ha portato sulla strada di Franz Kafka e Jonathan Swift. Leggendo Come non educare i figli. Lettere sulla famiglia e altre mostruosità scritte da Kafka alla sorella Elli, alla fidanzata Felice e al padre (L’Orma Editore), mi sono imbattuta nell’elogio di Swift e della teoria sull’educazione dei figli che lo scrittore irlandese racconta ne I viaggi di Gulliver a Lilliput.

Nel tentativo di convincere la sorella a mandare il primogenito Felix in una scuola pionieristica a Hellerau, Kafka fa suo il pensiero sulla natura ‘animale’ della famiglia messo in pratica a Lilliput. Secondo Swift, e i lilliputiani: «Dato che l’unione dei sessi si fonda sulla grande legge della Natura per propagare e continuare la specie, sostengono che uomini e donne si uniscano né più né meno che come gli altri animali, seguendo l’effetto della concupiscenza; l’affetto per i figli deriva dallo stesso principio naturale. Per questo non sfiora loro il cervello che un figlio debba sentirsi in obbligo verso il padre per averlo generato o verso la madre per averlo messo al mondo; la nascita, se si considerano le miserie della vita, non è, in sé, né un beneficio né un atto di volontà dei genitori, in tutt’altre faccende affaccendati nei loro convegni amorosi.
Per questi e simili ragionamenti, è loro opinione che i genitori siano gli ultimi a cui si debba affidare l’educazione dei figli». Kafka perfeziona quel pensiero aggiungendo che: «Dipendendo solo da se stessa, ogni famiglia non può uscire da sé e unicamente da sé non può creare un nuovo uomo; quando tenta di farlo tramite l’educazione famigliare commette una sorta di incesto spirituale». E ancora, sottolinea come sia impossibile ottenere un equilibrio giusto all’interno di questo animale-famiglia: «Per la disparità delle sue parti, ossia l’enorme superiorità della coppia di genitori sui figli, una superiorità che si protrae per anni». Consiglio di rileggere I viaggi di Gulliver. La presentano come una fiaba per bambini, in realtà farebbe un gran bene a molti adulti.
[Mariangela Mianiti 3/01/2017]

lunedì 2 gennaio 2017

Nii Ayikwei Parkes, Tail of the Blue Bird

Poeta, slam performer, editore, melomane. Nii Ayikwei Parkes si destreggia tra una doppia cultura ghanese e inglese, un padre jazzista e consulente industriale, che lo lasciava da bimbo solo sulle piazze dei paesini rurali, dove ascoltava storie e racconti tradizionali. Padroneggia quattro lingue, tra cui i dialetti Twi e Fante e l’inglese, ma usa il pidgin (lingua vernacolare dell’Africa Occidentale) come lingua a sé. L’humour è la caratteristica della sua scrittura acuta e palpitante come un rap. Dopo aver preferito la scrittura (alle botte), studiato scienze e girato in lungo e largo l’Inghilterra con le sue performance di slam poetry, si mette alla prova con la finzione e Tail of the Blue Bird, il suo primo romanzo, finalista al Commonwealth Book Prize, uscirà a breve in Italia per Stampa Alternativa. L’abbiamo incontrato nella primavera scorsa nel suo rifugio italiano, nello splendido castello-residenza di Civitella Ranieri per artisti internazionali, dove scrittori, scultori, pittori, poeti, e coreografi, trovano il silenzio e la fantasia delle contaminazioni con gli altri per creare.
Come e quando hai iniziato a scrivere?
Sono un sognatore, adoro le storie e raccontarle, in mezzo alla gente. Sono cresciuto in Ghana, dove da bambino trascorrevo il tempo a giocare a calcio, ma a differenza degli altri ragazzi, dopo la partita tornavo a casa e leggevo fino al calare del sole. Sono cresciuto a calcio e racconti. Avevo un carattere terribile, ero manesco, facevo di continuo a pugni a scuola. Mio padre ha allora fatto un patto con me, costringendomi a scrivere sui ragazzi che mi davano noia; se dopo averli descritti, continuavo a voler litigare, allora avrebbe scelto la mia parte. Ed è cosi che ho iniziato a scrivere! Ho scoperto che mi piaceva di più scrivere che fare a botte. A dieci anni circa, ho fatto leggere qualcosa a mio padre che mi ha detto: «è poesia»! Era la prima volta che potevo nominare quello che combinavo.
Qual è stata la tua formazione in Ghana?
Durante le medie, un compagno di classe che usciva contemporaneamente con tre ragazze, si era accorto che avevamo la stessa calligrafia, mi chiese di scrivere bigliettini d’amore per le sue tresche. Man mano mi sono messo a scriverne pure il contenuto, e in cambio di soldi sono finito per scrivere le lettere d’amore dei miei coetani! Poi ho scritto alcuni poesie per l’Università, durante un breve soggiorno Erasmus in Francia, e a Manchester. Con la morte di mio padre, non sentivo più nulla, scrivere mi rendeva vivo. Di ritorno in Ghana, ho iniziato a lavorare come scienziato per una grande multinazionale, ma mi annoiavo, mi perturbava la mancanza di etica, quindi dopo il lavoro scrivevo ore per sentirmi meglio. Alcuni editori inglesi hanno risposto alle mie prime poesie, ho deciso di emigrare in Gran Bretagna; lì ho svolto tutti i mestieri per sopravvivere, poetry slam, numerose performance che mi permettevano di andare in giro. Poi Courttia Newland mi chiese una short-fiction e me la ha rimandata indietro completamente bocciata: per sfida decisi di padroneggiare quel genere.
Il personaggio di Kayo in «Tail of the Blue Bird» sembra autobiografico. Come vivi questa dualità tra cultura ghanese e cultura coloniale?
Non ho mai vissuto quel conflitto, che esiste in tanti paesi con un passato coloniale e dove due culture vivono una accanto all’altra. Ho avuto genitori educati al livello universitario, da sempre siamo stati immersi in questa doppia cultura. Il personaggio di Kayo però impersonifica il dilemma della mia generazione in Africa Occidentale, che avendo conosciuto in primis il modello di educazione coloniale, ha avuto problemi nell’incontro con la cultura tradizionale. Ma è un conflitto interessante, se non scegli una parte o respingi l’altra, hai una possibilità di maggiore compassione e empatia verso il mondo.
Cosa simbolizza la coda dell’uccello azzurro che la donna insegue all’inizio del tuo racconto?
Nasco come poeta e la mia scrittura è ricca di metafore. L’uccello azzurro è un bee-eater un uccello che mangia le mosche, che consuma quello che ferisce gli altri. La storia inizia con questa immagine di una donna che insegue l’uccello. Senza di lui, non ci sarebbe la storia, è l’eterna questione filosofica dell’origine. E poi è una piuma, blu come l’inchiostro: ci sono tanti livelli di analogia con la scrittura. Devo divertirmi io per primo mentre scrivo.
E chi è il vecchio Yao Poku, quel vecchio del paese che conosce le regole invisibili del mondo rurale?
Il vecchio Yao Poku rappresenta una verità nella verità. La storia del paese è ispirata ad un fatto di cronaca, la scoperta alcuni anni fa di una comunità indigena totalmente isolata in Amazzonia, poi annessa al Brasile, pensavo a questi indigeni che di colpo sarebbero diventati soggetti di un passato portoghese senza conoscere la propria storia. La colonizzazione si diffondeva spesso solo in superficie, sulle coste e non nell’interno dei paesi colonizzati. L’idea di essere parte di un tutto senza veramente esserne parte, mi ha ispirato la storia del villaggio di Sonokrom. Yao Poku è la voce di quel paese, che ha le proprie regole, non rigetta il cambiamento ma l’imposizione dall’esterno, come invece vogliono fare i poliziotti e la scientifica.
Con quale effetto voluto usi il Pidgin?
Per riflettere la città, le strade di Accra, rendere il suono della città. Passiamo costantamente da una lingua all’altra, qualche volta usiamo fino a quattro lingue diverse: il pidgin fa parte delle nostre esistenze. Se scrivi romanzi e devi essere fedele alla realtà, o se ci vuoi conoscere devi leggere pidgin. La scrittura poi è in primis musica, guida la scelta delle parole; di sicuro la mia mente è diversa da quella di uno educato a Oxford e che parla solo academic English!
Si sente un ritmo molto particolare nella tua scrittura, ascolti musica mentre scrivi?
Si sempre. Questi giorni mentre scrivo una storia ambientata su un’isola nei Caraibi, ascolto rumba e salsa cubana. Per la mia prima fiction Tail of a blue bird, ascoltavo il musicista Egya Koo Nimo, che suona la chitarra tradizionale sopranominata «Palm wine guitar». Faccio anche molto uso di immagini. Sul muro del mio studio campeggia la foto inventata dell’isola imaginaria. Ho anche insegnato durante il mio servizio militare in un paese del profondo Nord Ghana. Tutto quello che evoca è riusato.
Cosa pensi della creolizzazione?
Succede, semplicemente, come nella vita. La lingua si trasforma prendendo in prestito parole da altre lingue. Ho solo messo giù questa lingua, il pidgin, che è molto vitale e evolve costantamente. Quando torni in Ghana ci vuole sempre un momento di adattamento, perché nuove parole sono comparse e le devi imparare. É fantastico, svela la trasformazione costante. È gioia, la vita è breve, la gioia può essere minuscola come scoprire una nuova parola.
Ti riconosci nella definizione di «Afropolitan» coniata da Taiye Selasi?
È un concetto interessante ma errato, anche se non ho alcuna forma di rifiuto emotivo del concetto. Sottintenderebbe che se sei africano non sei cosmopolita. In realtà l’Africa è cosmopolita dalle origini e ha il suo proprio melting pot. Accra per esempio è una città di mercanti, traders, somali, ucraini, cinesi, indiani, un mio antenato era persino scozzese. Prima della colonizzazione potorghese e olandese la cultura ashanti, regnava da una una costa all’altra fino al MedioOriente. Per me quindi è superfluo aggiungere la parola «afro» a «cosmopolita» e se si vuole limitare il cosmopolitismo all’Ovest è un loro problema. La mia realtà è diversa. Sono cosmopolita non perché «emigrato» ma perché sono di Accra!
Il razzismo è di ritorno al livello globale, cosa ne pensi?
È diffuso da politici che cercano capri espiatori. Dipende dalla idea che uno si fa della vita, se pensi che la devi controllare. Poi c’è un’escalation esasperata dovuta alla crisi economica. L’esito dipenderà da quanti esprimeranno violenza o meno.
L’odierna gestione della crisi migratoria non rivela un subdolo neoloconialismo?
Si è tremendo. Ma la nostra discussione è possibile solo perché c’è stato un colonialismo precedente gli accordi economici, come i Bank loans, che costringono i paesi africani a negoziare. Ogni volta che incontro migranti, mi dicono che vorrebbero migrare per cercare quello di cui hanno bisogno e poi tornare a casa (come d’altronde altri Europei che emigrano in Uk per lavoro). Ma se ostacoli i migranti africani e li combatti durante il viaggio, gli fai perdere troppo, il prezzo pagato è allora troppo alto, per tornare indietro con meno di quello che hanno perso. Allora li costringi a rimanere in Europa, li intrappoli. Quei politici contribuiscono alla stessa situazione che vorrebbero combattere.
Come mai hai scelto la forma del giallo in «Tail of the blue bird»?
Nell’infanzia leggevo tanta pulp fiction, avventure, escapade, gang, sex. Più avanti, ho letto tanti gialli. Volevo scegliere questa cornice per rendere omaggio, a quel genere e alla mia città. Kayo non esisteva all’inizio. Ho cercato di non fare annoiare il lettore. Il giallo dà la struttura ma anche realismo su Accra, un senso di musica, cibo, ecc… io amo divertirmi. Devo ridere. In arte, l’humour è sottostimato come una delle qualità fra le forme artistiche. Mentre in realtà esso permette a delle idee di viaggiare sotto nella corrente: l’humour per me è vitale. Anche nella più cruda scena di morte, puoi scovarlo. Persino in un funerale, dovresti cercarlo nonostante la perdita di una persona cara. Se non ce l’hai nella vita, la depressione ti aspetta.
[Flore Murard Yovanovitch 31/12/2016]

Lisetta Carmi


Il silenzio è prezioso. È un privilegio per Lisetta Carmi (Genova 1924), come la solitudine. Nella sua casa, nel centro storico di Cisternino – in cima a una ripida scalinata che lei sale e scende con agilità, malgrado il bastone e l’età – vive da sola. Mangia poco, ma legge tanto e risponde a tutte le lettere che le arrivano. Bisogna avvicinarsi e parlarle ad alta voce, perché non ci sente bene. Ma mettere l’apparecchio non le interessa affatto, anzi in fondo un po’ di sordità la preserva da tante inutili chiacchiere. Dopo anni ha dato le dimissioni dal comitato direttivo dell’ashram Bhole Baba (che ha fondato nel 1979) – «vado alle cerimonie e anche a parlare con i ragazzi, ma voglio essere libera. Voglio occuparmi solo della mia persona», afferma. In questi ultimi anni si è dedicata soprattutto allo studio della pittura calligrafica cinese e ai bambini: «Ho la coscienza che i bambini sanno tutto. Gli unici maestri sono loro, come dice Giuliano Scabia». Quanto all’archivio fotografico (è in una stanza al piano di sopra), ad occuparsene è Gian Battista Martini che ha curato anche la sua mostra nell’ambito della IV edizione di Castelnuovo Fotografia. Gli occhi azzurrissimi di Lisetta sono vivaci, come la sua lingua è ironica. Ci sediamo intorno al tavolino rotondo al centro del piccolo soggiorno su cui si apre la minuscola cucina, lo studio (a un gradino di distanza), la camera da letto e l’orgoglio della casa: il bagno. «L’ho voluto come in India – spiega – dove il water è separato dal lavandino».
C’è tutto un mondo in quel bagno, oltre agli ordinatissimi barattoli di creme, le foto d’epoca dei genitori, una statua di Budda, un bellissimo tappeto orientale, ma soprattutto – attraversando l’anti bagno – non si può non essere attratti dalla combinazione della statua della Madonna in una nicchia, sotto una bella di Babaji (il guru indiano che le ha dato il nome spirituale di Janki Rani) e, in cima alla libreria, il candelabro a sette braccia. È stato proprio Babaji a decodificare le cinque vite di Lisetta Carmi, nel disegno appeso ad una parete del salotto.



«Fotografavo per conoscermi»: questa è un’affermazione che ti appartiene….
Quando mi chiedono chi mi ha insegnato a fotografare, rispondo sempre la vita. Non ho mai fotografato per essere una brava fotografa. Non me ne fregava niente. Volevo capire. Capire gli altri e capire me stessa. Tutto lì. E, in diciotto anni – dal 1960 (realizza le prime fotografie con un’Agfa Silette acquistata in occasione del viaggio in Puglia, a San Nicandro Garganico, quando accompagna l’amico etnomusicologo Leo Levi che andava a registrare i canti ebraici di un gruppo legato a Donato Manduzio, ndr) al 1978 – ho fatto quello che altri fotografi facevano in cinquanta o sessant’anni, perché lavoravo diciotto ore al giorno. Stampavo tutto da me, preparavo le didascalie, scrivevo l’articolo. Ho sempre dato voce ai poveri. Sempre! Sono ebrea e so cosa vuol dire essere discriminati. Avevo 14 anni, quando mi hanno buttata fuori dalle scuole. Mi piaceva andare a scuola, mi divertivo con le mie amiche. Ero bravissima, poi di colpo è finito tutto. Eravamo in vacanza in Val Martello, nel nostro albergo c’era anche Ardito Desio. Lo conosci? Un porco! Ci metteva sul tavolo la rivista La difesa della razza per farci vedere cosa ci sarebbe successo. Infatti, quando tornammo a Genova, entrarono in vigore le leggi razziali. I miei fratelli Eugenio e Marcello in quindici giorni partirono per la Svizzera, ma io ero la femmina e dovevo rimanere a casa. Ero tutta triste, non ridevo più. Allora la mamma disse che avrebbero mandato anche me in Svizzera e scrisse una lettera al maestro di pianoforte Alfredo They, di cui ero la migliore allieva. Lui quando, la lesse, la strappò e disse che non se ne parlava neanche. Così non partii. Quando poi, nel 1943, con papà e mamma sono partita per la Svizzera passando il confine attraverso le montagne, con i tedeschi che potevano prenderci, portavo la mamma sottobraccio e dall’altra parte avevo i due volumi del Clavicembalo ben temperato di Bach. Quando arrivammo lì e ci dissero che eravamo salvi, ricordo ancora che c’era una luna piccola nel cielo e la mamma la guardava, seduta su una valigia, e le venivano giù le lacrime dagli occhi. In Svizzera, dove siamo stati per un anno e mezzo, sono entrata subito al Conservatorio. Ma anche lì ho avuto delle esperienze molto tristi. Sembravo allegra, ridevo sempre, però ero molto sensibile. «Peccato che non m’hanno presa i tedeschi», dicevo a mio padre. «Ma che figlia matta, ci siamo salvati in Svizzera!», mi rispondeva lui. Sì, perché se mi avessero presa o sarei morta o avrei potuto aiutare gli altri.

Tra i tuoi amici c’era lo psicoanalista Elvio Fachinelli, autore di una nota nel tuo libro sui travestiti…
Quello dei travestiti è un lavoro bello e molto importante. Pensa che ho lavorato sei anni con i travestiti, mica un giorno! Un mio amico carissimo, Mauro Gasperini, mi disse che quella sera ci sarebbe stata una grande festa dei travestiti e mi chiese se ci volessi andare con lui. Gli dissi di sì, andai e feci un po’ di fotografie. Infatti, nel libro ci sono anche le fotografie della festa di capodanno 1965. Io non davo giudizi e loro si sono lasciati fotografare. Guardavo tutto per capire. A quel tempo mi sentivo un po’ donna e un po’ uomo. Mi chiedevo perché dovevo essere una donna. Quando ero piccola volevo essere un maschio, come i miei fratelli. Mi tagliavo i capelli. Alla fine del lavoro con i travestiti ho capito che non esistono gli uomini e le donne, esistono solo gli esseri umani. Uno ha il corpo da donna e l’altro da uomo, ma sono solo esseri umani. Dopo due o tre giorni tornai con le stampe delle loro fotografie che regalai ad ognuno. Così è cominciata questa amicizia. La polizia, se avesse potuto, mi avrebbe arrestato, ma ero di una famiglia molto perbene di Genova. Mio padre si vergognava tantissimo che andavo a fotografarli. La mamma no, era tutta entusiasta, mi diceva «che belle queste fotografie dei travestiti». Io allora ero andata via di casa e stavo vicino a Via del Campo, dove loro lavoravano. Hanno capito che li amavo,  la Morena (musa della canzone Via del Campo di De André, ndr) – una delle protagoniste – dopo tantissimi anni mi mandò a chiamare, perché voleva salutarmi prima di morire. Quando andai da lei mi mostrò il mio libro. «Vedi, ce l’ho ancora», mi disse. Ad ognuno avevo regalato una copia. La Gitana, invece, che da giovane era stata il ragazzo di De Pisis, era il capo di tutti. Era bellissima. Era lei che avrei voluto mettere in copertina, ma avevo qualche timore a chiederglielo. Ricordo che andammo in un bar, le parlai tanto del libro che stavo facendo e del desiderio che anche lei ci fosse. Fu lei stessa a dirmi che accettava purché la mettessi in copertina. Infatti, è lì!

In una fase successiva della vita, hai incontrato Babaji…
Babaji è con me, non mi abbandona mai, neanche un momento. È stato lui, in un modo molto misterioso, a chiamami. È il mio maestro, un’incarnazione divina sulla terra, anche se c’è stato solo 14 anni. La prima foto che gli ho fatto è una fotografia vivente, perché lui ha un occhio che ride e l’altro serio. Se sei buono ti sorride, se invece fai una cosa brutta ha una faccia molto severa. Dopo averlo conosciuto andavo tutti gli anni in India, a Herakhan, e ci stavo per due e tre mesi. Credo in una forza universale che non conosciamo e Babaji è questa forza universale. Era incredibile! Lui mi ha dato il compito di fare l’ashram e anche di portare mia mamma da Genova a Cisternino, in un trullo, quando aveva 95 anni. «Se lo dice Babaji, vengo», mi disse lei ed è venuta. Ha vissuto lì per cinque anni. Quando è morta l’ho portata in chiesa, con tutti i paesani che venivano ad abbracciarci. Eugenio, mio fratello, mi ha detto, «ma sei matta? Noi siamo ebrei!». A lui, poi, non piaceva troppo essere baciato e toccato dai paesani, ma a me ha fatto piacere.
La tua famiglia ti ha sempre accettata, anche nelle tue stranezze?
Eh sì, è logico. Il papà e la mamma erano molto intelligenti. Papà, anche quando eravamo piccoli, diceva «chi non lavora non mangia». Lui aveva cominciato a lavorare a 15 anni, faceva l’assicuratore. Era molto severo, ma anche molto buono. Ho avuto la fortuna di ereditare da lui tutta la parte pratica e da mia madre tutta quella spirituale. Però ero anche molto ribelle!
[Manuela De Leonardis 31/12/2016]

giovedì 22 dicembre 2016

il cuoco, Harry Kressing

Figura misteriosa di scrittore, di Harry Kressing si sa pochissimo e quel poco che si conosce non è nemmeno sicuro. Americano, originario del Minnesota, pare abbia vissuto anche in Irlanda e in Inghilterra. Sembra scrivesse un romanzo ogni due anni, anche se sono giunti alla pubblicazione soltanto due racconti lunghi, riuniti in un unico libro, e un romanzo, Il cuoco (pp. 255, euro 16, traduzione di Liliana Coïsson Gambi) che ora, a oltre cinquant’anni dalla sua uscita le edizioni e/o rimandano in libreria.
Libro davvero particolare, affascinante e perturbante come pochi, il testo di Kressing, oltre ad avvincere chiunque lo prenda in mano, si presta, come pochi altri, a diversi livelli di interpretazione, sfuggendo sempre, però, a qualunque tentativo di ingabbiarlo in un qualsiasi genere. Comunque lo si tenti di definire – favola oscura, romanzo gotico, apologo nero – la storia del cuoco Conrad Venn eccede ogni tentativo di definizione, costringendo il lettore attento a porsi sempre nuove domande.
Il protagonista, alto, «estremamente emaciato, quasi cadaverico», dai lineamenti grifagni e il naso a becco, dalle orbite incavate e gli occhi penetranti – quasi una sorta di Mefistotele – giunge un giorno nella cittadina di Cobb e prende servizio come cuoco, appunto, presso la ricca famiglia degli Hill. Da quel momento in poi la vita dei suoi datori di lavoro, dell’altra potente famiglia, i Vale, una volta rivali e ora amici degli Hill, e di tutto il piccolo paese cambierà inesorabilmente. Utilizzando innanzitutto la sua abilità culinaria – facendo ingrassare o dimagrire le persone, rendendole felici o sottomesse – ma anche la sua determinazione e la sua capacità di colpire chiunque nel suo punto debole, Conrad sconvolgerà la vita di tutti, portando a compimento il suo misterioso progetto.
Con un inizio che sembra richiamarsi a Mary Poppins, ma una Mary Poppins virata in nero, con l’arrivo di un nuovo componente della servitù che muterà la vita di tutti in famiglia. Un epilogo a metà tra l’inferno dantesco ed Helzapoppin, il romanzo di Kressing può forse essere letto anche e soprattutto come una riflessione sul potere, nella sua accezione più larga e negativa. Come capacità, da un lato, di manipolare le persone, influenzare comportamenti e convinzioni, ma anche dall’altro, facendo emergere la sotterranea pulsione che genera piacere nel servire, nel sottomettersi, nell’essere dominato. E viene in mente, a tale proposito un capolavoro come lo Jakob von Gunten di Robert Walser.
Emergono, inoltre, gli impulsi più devastanti e autodistruttivi del dominio, quelli in cui la festa interminabile si lega alla visione infernale e in cui il potere mostra la sua faccia forse più feroce, portando al progressivo annichilimento chi pensa di detenerlo insieme all’intero mondo circostante. E come non pensare allora a La mascherata della morte rossa di Edgar Allan Poe?
[Mauro Trotta 22/12/2016]

Mi piace camminare sui tetti, Marco Franzoso

Gli ultimi due romanzi di Marco Franzoso, Il bambino indaco in particolare, ma anche Gli invincibili (entrambi pubblicati per Einaudi), hanno indicato un percorso inedito per il narratore veneziano, un salto in parte ancora sospeso all’interno delle dinamiche famigliari. Un discorso intimo e pubblico tutto italiano che nel suo ultimo poderoso lavoro, Mi piace camminare sui tetti (Rizzoli, pp. 348, euro 19) sembra risolversi con un taglio che per certi versi ribalta la retorica famigliare denunciandone sì i soffocanti confini, ma liberandola – finalmente – di quell’ottundimento tutto novecentesco che poco rilievo e forma ha oggi nella società italiana.
La famiglia è nella narrazione di Marco Franzoso l’assente perenne, l’ostacolo invisibile capace di tramutare relazioni e dinamiche amorose in un luogo indicibile, segnato dalla scomparsa come filo conduttore di un’esistenza che da inquieta si fa piatta.
Ed è partendo dalla vita dei due figli, con continui slittamenti temporali e spostamenti quasi da macchina cinematografica, che Franzoso realizza una brillante congiunzione fra passato e presente ricostruendo con sapienza il senso più profondo di una contemporaneità che vive le tracce del tempo con un dominio spesso assoluto della nostalgia. Un romanzo sociale per una presunta epoca post-ideologica che sconta a tratti il limite di contorni e di definizioni troppo rigide per una liquidità impalpabile.
Alle volte la costruzione dei personaggi risente di un’eccessiva bidimensionalità che già si poteva ritrovare nei romanzi precedenti. La differenza, e non da poco, in Mi piace camminare sui tetti la fa il tempo che viene a completare finemente la struttura narrativa donandole nuovo slancio. Un tempo che si fa protagonista e non più semplicemente sfondo o banale luogo degli accadimenti. Un vero e proprio oggetto percettivo ad uso dei personaggi.
Marco Franzoso innova brillantemente il concetto di famiglia, senza cadere nei tranelli di un Novecento oggi improponibile se non in forma macchiettistica o peggio ancora cercando di imitare dinamiche storiche che spesso hanno infestato una letteratura italiana troppo debole per camminare sulle proprie gambe e quindi bisognosa spesso di pezze d’appoggio.
Siamo nel 1980 il benessere non è più un’aspirazione, ma una necessità, una strada obbligata che tutto attraversa comprese le fragilità relazionali. Siamo alla vigilia di un mondo in disfacimento che però nonostante le mille avvisaglie si crede fortemente legato ad un’idea progressiva di successo e di ovvia felicità. Un tempo però compreso istintivamente proprio dai corpi che da assenti si fanno compulsivamente presenti con il loro malessere. Marco Franzoso ricostruisce le linee di un’intima inquietudine che diviene affettiva e poi sociale. Un’espansione che tracima nella quotidianità di gesti che divengono antiquati e inadatti al tempo stesso.
La famiglia finisce così sullo sfondo mentre a permanere è un sentimento agrodolce di vicinanza. Ciò che resta è l’incapacità di stare uniti su quello che sembra sempre più una barca alla deriva. Un naufragio contemporaneo in cui i legami perdono la forma consueta e si liberano da nomi desueti e ormai privi di senso. Romanzo nodale che affronta il disfacimento intimo e sociale del nostro tempo non nelle sue conseguenze ancora ben lungi dall’essere del tutto rivelate, ma nel suo movimento, una corsa emotivamente vibrante che Franzoso persegue con mestiere e godibile semplicità.
[Giacomo Giossi 22/12/2016]

martedì 20 dicembre 2016

La miseria intorno

È arrivato il momento di chiedersi sul piano personale se sappiamo cosa sia la povertà. Sarà che sono cresciuto in montagna, in una zona priva di industrie, la povertà l’ho sempre vista molto prossima, quasi uno spauracchio familiare. Sia nel paese dove ho fatto le elementari, Collegiove, che a Collalto, dove ho frequentato le medie in provincia di Rieti, molti dei miei compagni di classe non appartenevano di certo alla categoria dei ricchi, ma non erano poveri, qualcuno forse sì, in silenzio, quasi di nascosto.
Ad Avezzano, in Abruzzo, nel collegio del Don Orione dove ho vissuto un anno e mezzo, c’erano invece ragazzi poverissimi, veri diseredati. Poi a Roma, a Pietralata, dove ho vissuto 25 anni. Anche li di poveri ce n’erano, vite grame in famiglie sfarinate da tutti i tipi di disagio, dispersione scolastica al 30%, disoccupazione cronica. Ma rarissime volte ho visto persone dormire a terra o chiedere l’elemosina, a dire il vero alla stazione Tiburtina sì. Da pochi anni mi sono trasferito in zona San Giovanni, un bel quartiere medioborghese. Qui ho intercettato un paio di prof. con i quali ho fatto qualche esame a Lettere e Filosofia. Alcuni giorni fa, prima del fatidico referendum, compravo in edicola uno degli ultimi numeri di MicroMega affascinato dal titolo «Ritorno alla realtà o fughe metafisiche?» e un signore che prendeva il giornale mi ha detto: «Mi fa piacere che lei compri questa rivista». Era Paolo Flores D’Arcais, un incontro piacevole. Ma non ci sono soltanto prof da queste parti. Ci sono molti «bangla», con i loro negozi alimentari, uno lavora al forno Ceccacci, tre o quattro alle bancarelle di vestiti; molti gli arabi che hanno una sorta di “monopolio” delle frutterie; i cinesi che hanno cartolerie e parrucchieri. È gente che lavora tante ore, come mia madre fin da quando, ventenne, era emigrante in Svizzera, o mio padre che lavorava anche 18 ore al giorno, e non era cinese.
Queste persone sono povere? Non so, certamente lavorano allo sfinimento per non esserlo. Ma intorno al «Mercato Latino» non è raro vedere pensionati italianissimi che raccolgono scarti di frutta e verdura. Un giorno li ho fotografati, una signora mi ha visto, così ho cancellato le foto, vergognandomi. Sempre più spesso in giro in questo bel quartiere ci sono persone che chiedono l’elemosina, non solo migranti, ma anche “indigeni”, italiani doc. L’altro ieri, davanti la farmacia Etruria, in via Britannia, una signora distinta, ben vestita e ordinata mi si è avvicinata: mi perdoni, potrei chiederle qualche spicciolo? Avevo ancora in mano il resto dell’acquisto di un farmaco, due euro, e glieli ho lasciati con gesto irriflesso. Lei li ha guardati incredula e si è messa a piangere. Mi sono sentito una merda, perché magari l’ho aiutata ma l’ho anche umiliata in un qualche modo che mi sfugge. Ecco, temo che quella donna fosse povera. Non mi piace fare l’elemosina, ho un rapporto conflittuale con le pratiche “caritatevoli”, ho sempre pensato che contribuiscano a perpetuare la condizione miserevole delle persone che la ricevono… in teoria. In pratica anche la ragazza africana che staziona davanti al bar De Montis, in via Satrico, vive d’elemosina, magari ha un figlio, penso, quindi fanculo la teoria.
Man mano che ho imparato a conoscere questa zona, piena tra l’altro di ragazzotti ben rasati che incollano ovunque manifesti «virili e quadrati», ho imparato a guardare oltre le facce dei possibili “colleghi” che fanno cinema, dei vecchi prof. o dei negozianti che vengono ogni giorno dalle zone popolari e sono le persone più simpatiche del posto. Così ho cominciato a vedere quelle dei molti giovani che tentano invano di lavorare all’università, assistenti “a gratis”, che non possono permettersi nemmeno il cinema. Come giornalisti cosiddetti “precari”, aspiranti attori e attrici in perenne attesa, che stazionano in bar e baretti senza prendere niente, o si siedono sulla sedia che Stefano, il pizzaiolo, ha messo generosamente fuori dal suo locale.
I primi tempi, quando mi sono trasferito qui, non percepivo tanta povertà. Avevo invece la sensazione di essere in un luogo ricco, al confronto Pietralata mi sembrava una periferia estrema. Ma lentamente la povertà che si annida nelle pieghe dei palazzotti medio-borghesi, è emersa prepotentemente. C’è una povertà che non è facile vedere. Due o tre settimane fa, dopo aver preso il caffè da De Montis (un bravo pasticcere), ho salutato un uomo che conosco di vista, con lui c’era un trentenne riccioluto, molto preparato, uno che ha studiato. Dopo qualche mattina l’ho di nuovo incontrato sotto le Mura Aureliane e abbiamo parlato un po’ di più. Guadagna 600 euro al mese, scrive di tutto per riviste on-line, ma non percepisce alcun reddito con questa attività giornalistica, pochi spiccioli. E come campi? Faccio il commesso part-time in un negozio «fai-da-te». Interessante, dico, ma quando scrivi? Di notte. Ma perché scrivi così tanto senza percepire un reddito? Perché quello è il mio vero lavoro, non voglio fare il commesso per sempre, o l’operaio, il mio mondo è il giornalismo.
Molti di questi nuovi poveri hanno studiato, magari hanno genitori appartenenti alla (ex) classe media, quindi non sentono di appartenere al «proletariato», non vogliono
Un proletario a tempo, scherzo. Ma no, papà è un impiegato figlio di impiegati, da me le fabbriche non ci sono. Si è risentito, il termine proletario non gli piace, è chiaro. Ha una famiglia monoreddito che vive in una media città del sud, madre casalinga padre impiegato, spendono poco, hanno casa, e ciò che avanza lo danno al figlio unico emigrato a Roma.
Chiunque al mondo vorrebbe genitori così. E ce ne sono in Italia, mantengono i figli più che trentenni magari non disoccupati, ma con un reddito insufficiente. Questi non più giovani sono poveri, diciamocelo per favore, ma le loro famiglie “calmierano” la loro povertà. Poi arrivano i moralisti un tanto al chilo e li definiscono «mammoni». Che dire poi delle persone che lavorano 10 ore al giorno sette giorni su sette, per 8 o 900 euro, che vengono a lavorare nei baretti qua intorno da fuori Roma tutti i giorni, sempre con l’acqua alla gola per bollette e tasse scolastiche. Poveri, di sicuro.
Molti di questi nuovi poveri hanno studiato, magari hanno genitori appartenenti alla (ex) classe media, quindi non sentono di appartenere al «proletariato», non vogliono, come il riccioluto aspirante giornalista. Milioni di famiglie della classe media hanno educato i figli a sentirsi fuori dal «proletariato», con un piede fuori dalla cacca. Perché «proletario» è una definizione svilente, superata, ce la possono fare da soli, loro. Una tragedia.
…quando si è effettivamente poveri, se capita la disgrazia di esserlo, non lo si accetta. Eppure (dice il gruppettaro che è in me) se lo ammettessimo, e se poi lo gridassimo, altri poveri ci sentirebbero, e un povero da solo è un uomo in pericolo ma tanti poveri insieme possono diventare un pericolo per chi prospera sulla povertà
Quando rifletto su queste cose, mi trovo a ringraziare il mio povero padre, morto di mesotelioma pleurico (il cancro dell’amianto), che mi ha insegnato a fare il muratore, il pittore, il contadino, e mia madre che mi ha insegnato a cucinare. Grazie a loro sono e sarò sempre un lavoratore, qualunque mestiere faccia per vivere, al massimo un mezzo anarchico che fa cinema, finché posso.
Grazie a questo insegnamento nei miei 15/20 anni di precarietà «vera» non mi sono mai sentito perduto, ho fatto ogni tipo di attività. Anche quel ragazzo riccioluto non sta fermo a piangersi addosso, lavora, ma non vuole essere un lavoratore, lui è un giornalista, vuole appartenere a un mondo, che come quello del cinema è minuscolo. Un mondo, tra l’altro, non solo di vincenti, ma sempre di più anche di «fallenti».
L’incontro con questo ragazzo mi ha psicanalizzato, e sono andato a casa con la coda tra le gambe, a scriverne. Ha fatto riemergere in me prepotentemente quel ventennio di difficoltà e fatica esistenziale. Mi sono chiesto: ma che ci fa lui qua? E io che ci faccio? Questo però, è un periodo così, nessuno è dove dovrebbe o vorrebbe essere, e nessuno è ciò che vorrebbe essere. Ecco forse perché, anche quando si è effettivamente poveri, se capita la disgrazia di esserlo, non lo si accetta. Eppure (dice il gruppettaro che è in me) se lo ammettessimo, e se poi lo gridassimo, altri poveri ci sentirebbero, e un povero da solo è un uomo in pericolo ma tanti poveri insieme possono diventare un pericolo per chi prospera sulla povertà.
È una questione percettiva, percepirsi per quello che si è, può essere un punto di partenza, magari per sentirsi meno soli, non dico (per carità!) per ribellarsi, visto che sembra una cosa difficile da farsi. Se dovesse diventare facile, però, ne vedremmo delle belle.
[Daniele Vicari 20/12/2016]

Francesco d’Assisi. La storia negata, Chiara Mercuri

quando una biografia diventa agiografia si apre uno spazio per gli storici. Lo sanno bene i tanti studiosi che si sono cimentati con la complessa figura di Francesco d’Assisi, personalità rivoluzionaria nella storia della Chiesa, per secoli punto di riferimento dei movimenti di riforma e oggi del pontificato di papa Bergoglio. Con il suo Francesco d’Assisi. La storia negata (Laterza, pp.228, euro 16) Chiara Mercuri ci restituisce sulla base degli studi e delle fonti la dimensione autentica del «poverello d’Assisi», quella di uomo che fu reso meno pericoloso una volta trasfigurato in un santo.
Una storia appassionante che si snoda dal XIII secolo alla fine del XIX, quando Paul Sabatier, storico allievo di Ernest Renan, ritrovò tra i codici della biblioteca Mazarine le tracce della biografia di Francesco scritta da frate Leone del nucleo originario della Porziuncola.
UNA STORIA DI PERSECUZIONE e di resistenza, raccontata con le doti di una grande narratrice che fa sentire al lettore l’odore acre delle stanze mal riscaldate, la passione di un gruppo di giovani benestanti che avevano abbandonato tutto (ricchezza, affetti e famiglia) per dedicarsi alla causa, e da ultimo il dolore di coloro che dopo la morte della loro guida si sentiranno defraudati della sua memoria.

LE VICENDE STORICHE di Francesco e del francescanesimo sono oggi note grazie a una ricchissima mole di studi che ha riempito le biblioteche del mondo. Mercuri prende le mosse dagli ultimi momenti della vita del frate, di cui le autorità comunali sorvegliavano l’agonia con l’intento di non farsi privare del cadavere. Siamo nell’ottobre 1226 e la canonizzazione arriverà appena due anni dopo per volontà di papa Gregorio IX.
Dietro a questa decisione c’era però anche la volontà di porre fine alle dispute che si erano aperte nell’Ordine e che vedevano contrapporsi i frati che volevano restare fedeli al suo insegnamento e quella componente lontana geograficamente e spiritualmente da Assisi che interpretava in modo più blando la parola d’ordine «povertà».
Rientrano in questo processo di «normalizzazione» la decisione del papa di far costruire una grandiosa basilica destinata a divenire la nuova tomba del santo e, soprattutto, l’incarico affidato a frate Tommaso da Celano di scrivere la Vita del padre fondatore. Il risultato sarà deludente per tutti, tanto per i compagni di Francesco, che non si potevano riconoscere in una rappresentazione sincera, ma letteraria e stereotipata, quanto per il committente che si aspettava un santo adornato di molti miracoli per mettere a tacere i detrattori della canonizzazione. In ogni caso – prosegue Mercuri – la biografia Tommaso rimarrà per anni la sola ufficiale conoscendo un’ampia diffusione e, nello stesso tempo, alimentando il bisogno di mantenere viva una memoria alternativa.
ARRIVIAMO COSÌ al momento chiave di questa storia: l’avvio dell’inchiesta del promossa dal generale dell’Ordine, Crescenzio da Iesi, la seconda commissione a Tommaso e la decisione di tre dei compagni più stretti di Francesco, uno dei quali era il suo confessore, nonché «segretario», frate Leone, di inviare il materiale richiesto accompagnato da una lettera, datata Greccio 1246, con la quale venivano presentati alcuni materiali ritenuti utili per scrivere una storia meno miracolistica e più autentica.
Si trattava probabilmente di due testi, uno dei quali era la Leggenda dei tre compagni che si concentrava soprattutto sulla giovinezza di Francesco. Il secondo, andato perduto nella sua forma originale, è in larga parte confluito nella Compilazione di Assisi e sarà questo il testo di cui faticosamente Sabatier ritroverà le tracce; un testo caratterizzato da una forma volutamente scarna ed essenziale che diventerà il principale obiettivo della campagna repressiva del generale Bonaventura da Bagnoregio, che nel 1266 imporrà di radunare e distruggere tutte le precedenti biografie, appunti e notizie.
SULLA BASE DEI DUE documenti sopra citati Mercuri ricostruisce gli snodi principali della vita di Francesco e della sua comunità, sostanzialmente rimossi o radicalmente modificati nella «biografia ufficiale» sistematizzata da Bonaventura nella Leggenda Maggiore. Tra gli elementi più interessanti l’autrice menziona e analizza: l’estrazione elevata e il buon livello culturale dei giovani compagni di Assisi attratti dal carisma di Francesco; lo stretto rapporto con Chiara, le sue sorelle e le altre donne che entreranno a far parte del gruppo, a loro volta alla ricerca di un via d’uscita dall’oppressione del sistema patriarcale; l’organizzazione dal basso di una comunità che rifiutava il denaro, ma non il corpo con le sue esigenze e i suoi appetiti.
Dalla ricostruzione emerge quindi il profilo di un gruppo di sperimentatori che lentamente si dà una forma vitae povera e per i poveri e, come noto, nel percorso si confronta e scontra con l’autorità ecclesiastica e con le correnti interne che si vanno sviluppando lontano da Assisi e contestano la Regola originaria.
La ricostruzione si chiude con la malattia di Francesco, stremato dallo scontro che non si aspettava, e con la dettatura del Cantico e del Testamento. La resistenza del gruppo originario continuerà clandestina, talvolta individualmente nei conventi «senza fare né lite né questione», come aveva raccomandato Francesco, ma anche nella disobbedienza della scrittura per mantenere viva la memoria, per lasciare un messaggio firmato semplicemente «Noi che fummo con lui».
[Alessandro Santagata 20/12/2016]

martedì 13 dicembre 2016

Un gioco da bambini, James Ballard

  PROSSIMO INCONTRO 19 DICEMBRE

Carissim*,
 per prepararci in modo appropriato al Natale, leggeremo UN GIOCO DA BAMBINI, di James Ballard, scelto da Francesca. Il libro è breve (92 pagine),ed economico (Feltrinelli ) ma denso e sicuramente origine di stimolante discussione.
Puntiamo alla metà di dicembre. Fatemi sapere le date vietate e, Francesca, quelle proposte.
A presto
Silvia

http://www.fantascienza.com/439/conoscere-james-g-ballardbr

martedì 6 dicembre 2016

Più libri più liberi



Più libri più liberi è la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria e si svolge a Roma, nel Palazzo dei Congressi dell’Eur, dal 7 all’11 dicembre 2016. Giunta alla sua quindicesima edizione, #plpl è l’unica fiera al mondo dedicata esclusivamente all’editoria indipendente dove ogni anno oltre 400 editori, provenienti da tutta Italia, presentano al pubblico le novità ed il proprio catalogo. Cinque giorni e più di 300 eventi in cui incontrare gli autori, assistere a reading e performance musicali, ascoltare dibattiti sulle tematiche di settore.

 

Il progetto

Più libri più liberi nasce nel dicembre del 2002 da un’idea del Gruppo Piccoli Editori dell’Associazione Italiana Editori. L’obiettivo è quello di offrire al maggior numero possibile di piccole case editrici uno spazio per portare in primo piano la propria produzione, spesso “oscurata” da quella delle imprese più grandi, garantendogli la vetrina che meritano. Una vetrina d’eccezione, al centro di Roma e durante il periodo natalizio.
Ma #plpl non è solo questo, il vero cuore della fiera è il programma culturale: incontri con gli autori, reading, dibattiti su temi di attualità, iniziative per la promozione della lettura, musica e performance live scandiscono le cinque giornate della manifestazione in una successione continua di eventi per tutti i gusti.
Più libri più liberi è anche un luogo di incontro per gli operatori professionali, dove discutere le problematiche del settore e dove individuare le strategie da sviluppare.
http://www.plpl.it/eventi/

lunedì 5 dicembre 2016

Storia di Sima, Bijan Zarmandili

«Con Storia di Sima volevo raccontare una storia d’amore. Una di quelle che rovesciano i canoni tradizionali del romanzo di genere». Bijan Zarmandili esplicita così le intenzioni narrative della sua ultima opera (Nottetempo, pp. 164, euro 13), che presenterà a Roma il 10 dicembre, nell’ambito del festival dedicato alla piccola e media editoria Più Libri. Più Liberi.
Definire romance questo lavoro sarebbe probabilmente inappropriato: l’opera ha più le caratteristiche di un romanzo di formazione, che non si limita alla descrizione delle tappe evolutive del personaggio. Sima è un’iraniana nata e cresciuta nella city di Londra; circondata dai crucci borghesi dei suoi genitori, espatriati in Inghilterra per cercare fortuna. L’anaffettività del padre – mista all’ossessione per il consenso da parte dell’ospite inglese – e la depressione della madre la spingono sempre più lontana dalla vita statica e inquietante che si è costruita nell’esilio londinese.
Sima cerca rifugio in Italia, tra le braccia di Stefano – giovane e brillante architetto conosciuto all’università – e di suo figlio Dario che, con l’arrivo dell’adolescenza si trasforma in un’ossessione proibita: un ribaltamento del dramma di Sofocle, Edipo Re. È una messa in scena teatrale in cui sradicamento identitario e desiderio incestuoso originano dal raffreddamento del «senso dell’io» di Sima: forestiera in casa propria.
Tra le pagine del romanzo si percepisce che Sima vive in un perenne stato di insoddisfazione e disadattamento. ..
Sima era una «straniera, un’aliena nell’anima», come diceva di lei suo marito Stefano. Io dico che è una donna «senza patria». E con questa espressione non intendo solo in senso geografico. Penso a una patria dell’anima: le è mancato il principio vitale. Non è riuscita a trovare le sue radici a Londra. E neppure a Roma. Così prova a cercare una nuova appartenenza tra l’umanità invisibile, i senzatetto e i clochards, come se fosse lo svolgimento del destino.
Sima non ha nulla a che fare con i giovani iraniani che espatriano in cerca di un futuro migliore. È una figlia della «seconda generazione»?
Proprio così: è nata a Londra da madre e padre iraniani. Non ha mai conosciuto l’Iran, se non attraverso i tormentosi rapporti con i genitori. Incarna perfettamente il prototipo della seconda generazione, figlia di una borghesia cosmopolita iraniana che ha lasciato il paese dopo la rivoluzione islamica. La tappa italiana, più che ricerca di cambiamento, è una fuga dalla vita famigliare asfittica e problematica. Sima vive una profonda crisi d’identità, che spesso accomuna i giovani della seconda generazione di immigrati. Poco importa la loro condizione economica: il padre è un facoltoso finanziere nella city londinese.
Sentirsi stranieri sempre e comunque è una condizione diffusa. Ancora di più in questo momento storico. C’è – seppur in minima parte – una matrice autobiografica?
Nulla di quello che c’è in Storia di Sima appartiene al mio vissuto personale. Ciò non vuol dire che la storia perda di realismo: con modalità, forme e intensità differenti, la perdita della «patria dell’anima» è un fenomeno frequente. La causa è semplice: gli spostamenti di milioni di persone dal sud al nord del mondo provocano mutamenti culturali, psicologici e antropologici. Gli effetti di tali modificazioni non sono immediatamente percepibili. Sima rappresenta il riassunto di queste trasformazioni.
A proposito di migrazioni: a un anno dall’accordo sul nucleare, il destino di molti iraniani non sembra essere mutato né di profila all’orizzonte la sperata rinascita. Cosa ne pensa?
Vista la complessità degli accordi, probabilmente un anno non è sufficiente per la verifica dei risultati. Le tappe intermedie, prima della vera rinascita, erano moltissime, andavano negoziati decine di protocolli. Spero che l’Iran e i suoi interlocutori occidentali l’abbiano fatto. La prospettiva, dopo l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, sarà certamente più complicata, ma bisogna vedere fin dove gli americani sono tenuti a rispettare i patti precedentemente siglati. Non dobbiamo poi dimenticare che anche l’Unione europea è partner dell’Iran e non dovrà necessariamente mantenere la stessa linea di Washington. Renzi ha già firmato accordi miliardari con Teheran e Pier Carlo Padoan verrà in visita nella capitale.
Ma gli Usa restano una grande incognita: il tycoon potrebbe far saltare il tavolo?
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca non è in ballo solo l’intesa sul nucleare, ma il ruolo di Teheran sullo scacchiere mediorientale: l’Iran rischia di perdere il riconoscimento dello status di «potenza regionale». Fin qui, le dichiarazioni di Trump hanno fatto pensare a una limitazione dell’influenza iraniana per ostacolarne il peso economico, a vantaggio di Israele. A differenza dell’amministrazione Obama, quella di Trump tornerà a sostenere prevalentemente esigenze e posizioni israeliane, senza contare che il Medioriente è radicalmente mutato rispetto a 15 anni fa. Ma ogni previsione in politica estera è vincolata alle condizioni obiettive e alla capacità di gestione della diplomazia.
Il futuro dell’Iran dipende anche dalle sue prossime presidenziali. Molti danno per vincente Rohani, ma l’ipotesi di un duello tra il presidente uscente e Ahmadinejad si fa sempre più concreta. Cosa dobbiamo aspettarci?
Manco da tanti anni dall’Iran e non vorrei azzardare giudizi insensati. Ma è lecito immaginare questo: con Trump mancherà all’Iran un interlocutore come Obama, e certamente i rivali di Rohani proveranno a sfruttare la situazione per sottolineare le difficoltà della sua politica di apertura verso l’Occidente. Non vanno sottovalutate le attese della popolazione – in maggioranza a favore della fine dell’embargo – e, in ultima analisi, il ruolo della Guida: l’ayatollah Khamenei.
Nonostante Rohani si sia sempre dichiarato un moderato, in Iran la censura continua a mietere vittime: basti pensare all’arresto del regista Keywan Karimi….
Purtroppo non basta un moderato come Rohani a trascinare l’Iran verso un modello di democrazia e rispetto dei diritti di stampo occidentale. Non ci è riuscito neppure Khatami, che era un riformista. L’esecutivo di Rohani deve costantemente fare i conti con il potere giudiziario, controllato in prevalenza dagli integralisti, con gli apparati di sicurezza e con l’ayatollah Khamenei. La secolarizzazione, come tutti i meccanismi che riguardano le società, è un processo lento, che non è in grado di soddisfare le attese di giovani e donne. Di una società civile avanzata come quella iraniana.
Nelle pagine di «Storia di Sima» si parla soltanto una volta di fede. Ha a che fare con l’ideologia del personaggio?
I temi che riguardano la religione non sono indispensabili per descrivere un personaggio come Sima. Spero che ad emergere siano altri aspetti: quello psicologico e introspettivo. Quello delle difficoltà e dei disagi. La religione è un fattore marginale, se non inesistente. E malgrado i suoi aspetti tragici, qui il fanatismo è un fenomeno minoritario nel contesto complessivo delle religioni.
[Francesca del Vecchio 5/12/2016]

sabato 3 dicembre 2016

Gatta con gli stivali, Beatrix Potter

Amava i funghi, sapeva tutto al riguardo e conosceva alla perfezione anche le erbe selvatiche. Osservava ogni bestiola dei boschi e delle fattorie, coltivando una spiccata predilezione per i conigli e, soprattutto, era una combattente nata, non si arrendeva mai. L’inglese Beatrix Potter, fin da piccola, da quando passava le sue vacanze estive nella regione dei laghi (la stessa di cui poi acquisterà terreni su terreni per salvaguardare l’ambiente), sognava di diventare una naturalista. Però era donna: né la sua famiglia né la società le permisero di diventare botanica, mal accettavano quel carattere indipendente, da imprenditrice di se stessa.

Ma lei, Beatrix Potter, indomita ragazza nata a Londra nel 1866, cresciuta in piena epoca vittoriana, aveva il suo asso nella manica: disegnava meravigliosamente e aveva il dono della parola. Sapeva raccontare, come Esopo e i fratelli Grimm – autori che aveva divorato in letture solitarie. Narrava con la medesima semplicità, solo con più ironia e una sana birbanteria che spuntava fra le righe. Per esercitare la fantasia, scriveva lettere ai figli della sua governante che le leggevano tutte d’un fiato, scoprendovi strane famiglie conigliesche.

Svettava su tutti, Peter the rabbit. Che da quando vide la luce nel 1902 in Inghilterra grazie all’illuminato editore Norman Warne (per Beatrix fu anche un amore finito tragicamente, dato che lui morì prima che si sposassero per una leucemia fulminante), circolò per il mondo in più di ottanta milioni di copie e, ancora oggi, è uno dei primissimi amici dei bambini inglesi. Nel centocinquantesimo anniversario della scrittrice, l’editrice della Penguin Random House, Jo Hanks si è messa a frugare negli archivi del Victoria and Albert Museum (che conserva illustrazioni, taccuini, manoscritti, fotografie e documenti di Beatrix Potter), inseguendo la suggestione di una lettera del 1914 dove l’autrice faceva riferimento a un «kitty» nero.
Una storia mai pubblicata, probabilmente incompiuta, rimasta a dormire in qualche cassetto per un intero secolo. Si trattava di una Gatta con gli stivali, con le smanie da bracconiera di notte, che si metteva baldanzosamente nei guai, imbracciando il suo fucile e sparando all’impazzata. La signorina Catherine St Quintin (così voleva essere chiamata la micia), beneducata di mattina e anticonformista al calar della sera, vestita con una giacca di tweed da uomo arriva in Italia con la traduzione di Angela Ragusa e i disegni di Quentin Blake, per Mondadori (pp.69, euro 18). E Blake, ignaro delle motivazioni che spinsero la scrittrice a non prendere i colori (esiste solo uno schizzo di sua mano), confessa felice di «accarezzare talvolta l’idea che lo abbia tenuto da parte per me». Insieme a questo albo, sugli scaffali delle feste si può trovare anche Il Natale di Peter Coniglio (sempre per Mondadori). Non l’ha scritto Beatrix Potter, ma è ispirato alle sue storie e la «penna» è quella di Emma Thompson, l’attrice e sceneggiatrice britannica cui è stato concesso di continuare la saga avventurosa. Qui Peter e il cugino Benjamin dovranno escogitare un piano per evitare che il loro amico tacchino William finisca sulla tavola dei coniugi McGregor.
[Arianna di Genova 3/11/2016]

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo