Questo blog accoglie la nuova avventura di quelli di Sguardi d’Altrove, e il Reverendo Dogdson, con i suoi dubbi sulla realtà, si aggiunge al nostro olimpo di numi tutelari. Non dimentichiamo gli autori che più spesso ci hanno accompagnati nel viaggio di Sguardi d’Altrove, anzi, da loro ripartiamo. Quindi, un pensiero affettuoso e ammirato, in particolare, ad Alan Bennet a alla sua Sovrana Lettrice, mantenendo ben fermo il principio che ragguagliare non è leggere.
venerdì 27 febbraio 2015
giovedì 26 febbraio 2015
giovedì 22 gennaio 2015
Rassegna gaia
Intanto
devo dire che siamo sul pezzo. Bollati
Boringhieri ha pubblicato "A oriente del giardino dell'eden" di
Israel Singer e Newton compton ha pubblicato in ultra economica tutti gli altri
libri del nostro, compreso Yoshe Kalb. Quindi sull'ultimo Tuttolibri un'intera
pagina con un pezzo dell'ottima Elena Lowenthal e uno assai lungo di Moni
Ovadia.
Di
mio ho, invece, continuato con la musica .Approfondendo le suggestioni del
rapporto tra jazz e Belgio. E ho scoperto che tra i tanti meriti della nazione
(ahimè assai di attualità in questi terribili giorni) c'è anche quello di
avere dato i natali alla prima rivista europea di jazz nel 1946 che si chiamava
"Hot club magazine". Nel primo numero dedicava un articolo ad un signore oggi dimenticato che
si chiamava Don Redman e che è stato, ancor prima di Ellington, l'inventore
dell'orchestrazione jazzistica e dell'arrangiamento. Perché ve ne parlo? In
realtà per parlarvi di una delle sue composizioni più famose: "Chant of
the weed" Il canto dell'erbaccia, dall'atmosfera morbida e cullante, in
cui prevalgono i clarinetti. Trattasi di uno dei grandi standard del jazz e
l'erbaccia è la marijuana di cui tutti jazzisti di quella generazione, a
partire dal consumatore quotidiano Louis Armstrong, erano convinti fumatori.
Chissà se i ritmi pigri e un po’ trasognati di tanto jazz di New Orleans non
risentano proprio di questo. Il brano fa pendant con l'altro grande hit sulla
droga che è Stardust, Polvere di stelle, di Hoagy Carmichael. Maria e pigrizia
dei negri, Coca e nevrosi dei bianchi? Chissà ? anche perché Carmichael,
georgiano, era assai cool. In ogni caso la cosa mi ha divertito molto ( ascolti
eventuali su you tube, of course, come gli altri di cui vi parlerò).
Poi
è uscito un CD a firma Stefano Bollani il cui titolo è bellissimo: "Joy in spite of everything", la
gioia nonostante tutto. L'album è molto bello ma è proprio il titolo che colpisce. Un uomo di straordinario talento e
dal multiforme ingegno che, finalmente, non se la tira adducendo rovelli
esistenziali e la drammaticità dell'esistenza. La cosa curiosa è che i brani, a
parte il primo che è un calypso straordinario e l'ultimo che dà il titolo alla
raccolta, sono tutti piuttosto malinconici (ma si sa i clown hanno sempre un
fondo di tristezza). A dirla tutta io
con Bollani ho sempre avuto questo problema. Gli ho sempre riconosciuto un
enorme talento ma anche una sostanziale superficialità (coperta dal
scintillio). E se mi fossi sbagliato? Se
fossero proprio le superfici ad essere interessanti? Non è un pensiero
che ho da oggi, il titolo bollaniano funziona un po' da catalizzatore. Perché
di due cose sono abbastanza convinto. E cioè che difficilmente è credibile il
lamento di un uomo bianco occidentale nato dopo il 1945 ( e questo ancora oggi,
nonostante la crisi). In secondo luogo non è mai stato così vero come negli ultimi 60 anni che, sempre
nella nostra assai piccola porzione di mondo, la forma estetica più utile per
leggere il mondo sia quella della
commedia. Provo a fare un'affermazione paradossale. Dopo Auschwitz
ed Hiroshima, dopo l'enormità, tutto quello che ci è accaduto non può che
essere "ridicolo" (resta fondamentale, perciò, non filmare Auschwitz, non
filmare Hiroshima, con buona pace di Benigni) . E d'altra parte mi pare che
proprio il witz ebraico ce l'abbia insegnato. Insomma sembra sempre più vera
l'affermazione di Marx, Karl non Groucho, sulla storia come farsa e come
tragedia.
Un'ulteriore
conferma ci è stata data da un film molto bello che ha chiuso degnamente il 2014
e si chiama "L'amore bugiardo"
ed è diretto da David Fincher. da recuperare assolutamente se non l'avete
visto.
"L'amore bugiardo" è una commedia di
rimatrimonio e quindi Howard Hawks, girata un po' come Psyco e/o Vertigo, e
quindi sir Alfred Hitchcock, con una forte riflessione sulla maschera come
condizione amorosa e direi più in generale esistenziale, e quindi Billy Wilder
ma anche, se preferite, Pirandello. Con in aggiunta un sottotesto satirico
assai acido sulla c.d. Tv del dolore che anche in America la fa da padrona. E
si ride, ci si angoscia, ci si emoziona, si sospende l'incredulità, insomma ci
si diverte molto e alla fine non se ne salva nessuno (in senso metaforico, non
vi ho assolutamente svelato il finale) a partire dalla società americana
ovvero, ancora per il momento, occidentale.
Discorsi
un po' lunghi e forse un po' sconclusionati. Sono abbozzi di pensiero su cui da
un po' mi interrogo. Per cui attendetevi, a parte, un qualche altro
approfondimento un po' più argomentato. ( anche le "Lulu" stanno
continuando anche se con una certa fatica).
Certo
il disco di Bollani è molto bello anche perché ha riunito una band strepitosa
con due danesi e due americani. Vi risparmio i nomi salvo uno, il chitarrista
Bill Frisell che da ormai una ventina d’anni è uno dei più grandi produttori di
suoni che sia dato ascoltare. Nel disco in questione è particolarmente
jazzistico. Ma lui riesce a suonare veramente di tutto. In particolare vi
vorrei segnalare uno dei suoi ultimi CD
che si intitola “Testament Of Solomon”. Vi ricordate “Shir Hashirim” l’album
per sole voci femminili composto da John Zorn che vocalizzava il Cantico dei
cantici? “Testament Of Solomon” è la sua coda o meglio il suo controcanto.
Anche qui musiche composte da Zorn ispirate al Cantico ma eseguite da un
ensemble, che si chiama “Gnostic trio”,
costituito da Frisell alla chitarra, un signore che si chiama Kenny Wollensen
al vibrafono e una straordinaria arpista dal nome di Carol Emanuel. Musica
indefinibile - né jazz, né fok, né classica- il cui effetto è una specie di carezza al
cervello ( oltre che alle orecchie). Un altro chant of the weed?
Certo
però che Bollani è proprio un bel tipo.
Oltretutto
man mano che incide (o quando lo seguo in televisone a parlare di musica) mi
rendo conto che ha un immaginario musicale fatto da tutte le cose che mi
piacciono. Il jazz ovviamente, il musical americano, Gershwin, Ravel, Prokoviev
e – tanto - il Brasile (anche Carosone e certa musica leggera italiana tra gli
anni 30 e i 60 e qui lo seguo un po’ meno).
Ma
fermiamoci sul Brasile su cui val la pena di aprire un’altra parentesi.
Per
quanto mi riguarda uno degli eventi culturali fondamentali del 2014 è stata la
scoperta di Amado e la lettura di “Dona Flor”. Sono ancora qui che mi chiedo
come ho fatto a mancarlo ormai (però!) 30 anni fa. Però è anche consolante fare
scoperte ancora alla mia età.
In
ogni caso ho rispolverato la mia raccolta di CD brasiliani – si sa che i jazz
fan amano tutti anche la musica brasiliana. Ed inoltre c’è stata l’uscita quasi
contemporanea dei due nuovi dischi dei vecchi eroi “tropicalisti”. Gilberto Gil
ha pubblicato “Gilbertos Samba” e
l’amato Caetano Veloso addirittura un CD dal vivo “Multishow Ao Vivo Abracaco” che contiene una
canzone “Homen” in cui compaiono questi versi destinati all’immortalità, quantomeno pop: “Non invidio la maternità, né l’allattamento/ non invidio la
fedeltà/ invidio solo la durata dell’orgasmo multiplo/ io sono uomo, pelle
spessa sopra i muscoli/ peli duri nelle narici…”.
Queste
considerazioni velosiane mi portano, a questo punto, a parlarvi di quello che è
stato per me l’avvenimento più clamoroso degli ultimi mesi. Sabato scorso, 17
gennaio 2015, alle ore 21,34, ho
scoperto di essere gay.
Vi
racconto com’ è andata.
Sabato
avevo uno dei soliti malanni da anziano che mi capitano sempre più spesso e me
ne sono rimasto a casa. Così ho scoperto che il sabato sera non fanno un cazzo
in TV salvo la vecchia trasmissione “Che tempo che fa”. A un certo punto il
conduttore, Fazio, ha intervistato Alessandro Gassman che presentava il nuovo
film, diretto dalla Archibugi, che è il remake di una commedia francese di
qualche anno fa. Si racconta di una cena tra vecchi amici che si trasforma in
una furibonda litigata. Una delle cause scatenanti è che uno dei personaggi, un
musicista single, scopre che gli amici da sempre pensano che sia omosessuale. E
quando gli amici gli spiegano perché gli recitano una specie di decalogo dei
sintomi che indicano che un maschio è inequivocabilmente gay.
Ebbene
sono i seguenti:
1)
Il presunto gay (d’ora in poi p.g.) ama
profumarsi. Io non solo amo profumarmi ma adoro tutti i profumi. Un tempo li ho
anche studiati a lungo.
2)
Il p.g. ama anche profumare la casa e
soprattutto bruciare bastoncini d’incenso. Io adoro bruciare oltre all’incenso
qualunque legno profumato. Come aggravante adoro i fiori recisi. A casa mia in
stagione c’è sempre un mazzo di calle fresche che acquisto personalmente (passione che condivido con il compagno comunista e amico Vittorio Rubello,
parrucchiere di Katia Ricciarelli e mio). Ho anche provato a coltivare le
gardenie ma è difficilizzimo.
3)
Il p.g. ama accompagnare le figlie
piccole degli amici alla scuola di danza. Io non l’ho mai fatto ma solo perché
le fanciulle in questione non hanno mai fatto danza. Però le accompagno al
cinema. In particolare, un tempo, a vedere le Twinks. Mi ero anche scelto una
Twinks con cui identificarmi che era una negretta. Io accompagnerei anche i
piccoli ma poi un po’ si annoiano. I bambini amano parlare di sport e di
automobili. E io, di che parlo? Di sport non capisco un cazzo. Mi piacciono
solo la boxe e il calcio giocato dai brasiliani ( non a caso i due sport che
più assomigliano alla danza). Quanto alle macchine, puzzano e io amo
fondamentalmente i taxi.
4)
Il p.g. adora Maria Callas e Billie
Holyday. Che la Callas fosse l’icona gay per eccellenza lo sapevo. Io non amo
la lirica ma sono sempre travolto dalla sua voce. Il problema è che idolatro
Billie che considero la più grande cantante di tutti tempi e l’unica cantante veramente
jazzista. Ne possiedo la discografia integrale e almeno una volta alla
settimana “devo” ascoltare un suo album.
5)
Il p.g. usa biciclette con la pedalata
assistita. Questa manca ma, hai visto mai?
Ma
soprattutto
6)
Al
p.g. piace John Wayne. E qui c’è stato il crollo. Sì è vero ho
un ritratto di John Wayne in ufficio (è insieme a Ford e ad altri attori), ma
non è questo. Il fatto è che nel mio salotto, e qualcuna di voi l’ha anche
visto, troneggia un bellissimo ritratto del Duca. E’ la riproduzione di un’opera
di Wahrol che mi sono addirittura fatto arrivare da New York, tanto mi piaceva.
Una foto degli anni’60 ritoccata con
deliziosi violetti e rosa. La cosa mi sembrava ironica, la pop art che
prendeva per il culo (appunto) il macho e invece…John Wayne è come la Callas,
un’icona gay. E, poi, nella mia lunghissima scelta di film chi c’è tra i primi
10, se non “Sentirei selvaggi” e “Rio
bravo”. E vogliamo dimenticare “Hatari” o “Rio Lobo” o “Il fiume rosso” o ….
Insomma
è andata così.
Naturalmente
ho provato ad avere altri riscontri. Le mie colleghe - io lavoro solo con donne
– hanno simpaticamente cambiato discorso.
Mia moglie ha fatto il sorriso della Gioconda. La più cara è stata mia
madre. La simpatica vegliarda mi ha detto “Ma Andrea sono anni che ti dico che
sei una checca. D’altra parte in ogni famiglia uno più o meno gay c’è sempre.
E’ toccata a te”. Ho ringraziato. Insomma non solo arricchimenti intellettuali
alla mia età. Ci rifletterò.
Bene
mi resta il problema di concludere dopo il coming out. E lo farò, come spesso,
con qualche aforisma su cui invitarvi a meditare. Tema, e come poteva essere
altrimenti, l’amore.
“
Quando si è innamorati, si comincia con l’ingannare se stessi e si finisce con
l’ingannare gli altri. E tutto questo il mondo lo chiama poesia (romance)”. Di Oscar Wilde a questo
punto, direi, scontatamente. Ma il prossimo è ancor più bellino.
“Amore
è donare quello che non si ha a chi non lo vuole” Jacques Lacan.
Buona
notte e buona fortuna.
Andrea
venerdì 16 gennaio 2015
Yoshe Kalb, I.J. Singer
Scritto dal fratello di Isaac Bashevis Singer (premio Nobel per la letteratura 1978), a partire da una storia vera, Yoshe Kalb, apparve dapprima a puntate, in yiddish sul "Jewish Daily Forward" nel 1932 (e il successo fu così clamoroso che ne venne tratta una non meno acclamata pièce teatrale), poi in volume, a Varsavia, nello stesso anno; nel 1933 fu tradotto in inglese con il titolo The Sinner.
C'è un filo sottile che lega Israel Joshua Singer a Yoshe Kalb ed è, paradossalmente, quello della rottura, del cambiamento. Per l'autore, questo romanzo (datato 1932 e ora riedito da Adelphi, con prefazione di Isaac Singer e traduzione di Bruno Fonzi, a cura di Elisabetta Zevi) ha rappresentato il ritorno all'uso della lingua Yiddish e anche una rinascita personale.
Anche Nahum, il protagonista dell'opera, è un elemento di discontinuità con il mondo in cui vive e incarna un rapporto complesso con l'ebraismo e l'ebraicità. Questo giovane chassid è diviso tra gli studi sacri e cabalistici e la passione carnale. In lui convivono fragilità, anche fisica, come si intuisce dalle lunghe descrizioni, e determinazione, vitalità e introspezione.
Il romanzo è un affresco ricco e raffinato che descrive con pennellate precise il cosmo ebraico dell'epoca. Lì convivono santi e rabbini, stolti e truffatori, donne pie e peccaminose, intellettuali e mercanti e, soprattutto, fedeli devoti che sfuggono ai matrimoni combinati cercando travolgenti passioni fisiche. Tutti raccontati con un registro che oscilla sapientemente fra tragedia e ironia, un'alternanza tipica del mondo chassidico ed ebraico.
Nahum/Yoshe è l'ebreo errante, in viaggio alla ricerca di sé e della propria identità, e ben rappresenta i conflitti interiori che la psicoanalisi aveva cominciato a raccontare da qualche decennio prima dell'uscita del libro.
C'è un filo sottile che lega Israel Joshua Singer a Yoshe Kalb ed è, paradossalmente, quello della rottura, del cambiamento. Per l'autore, questo romanzo (datato 1932 e ora riedito da Adelphi, con prefazione di Isaac Singer e traduzione di Bruno Fonzi, a cura di Elisabetta Zevi) ha rappresentato il ritorno all'uso della lingua Yiddish e anche una rinascita personale.
Anche Nahum, il protagonista dell'opera, è un elemento di discontinuità con il mondo in cui vive e incarna un rapporto complesso con l'ebraismo e l'ebraicità. Questo giovane chassid è diviso tra gli studi sacri e cabalistici e la passione carnale. In lui convivono fragilità, anche fisica, come si intuisce dalle lunghe descrizioni, e determinazione, vitalità e introspezione.
Il romanzo è un affresco ricco e raffinato che descrive con pennellate precise il cosmo ebraico dell'epoca. Lì convivono santi e rabbini, stolti e truffatori, donne pie e peccaminose, intellettuali e mercanti e, soprattutto, fedeli devoti che sfuggono ai matrimoni combinati cercando travolgenti passioni fisiche. Tutti raccontati con un registro che oscilla sapientemente fra tragedia e ironia, un'alternanza tipica del mondo chassidico ed ebraico.
Nahum/Yoshe è l'ebreo errante, in viaggio alla ricerca di sé e della propria identità, e ben rappresenta i conflitti interiori che la psicoanalisi aveva cominciato a raccontare da qualche decennio prima dell'uscita del libro.
mercoledì 17 dicembre 2014
Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado
)...Un amore così
grande che resiste oltre la mia vita disastrosa, così grande, che, dopo di non
essere, sono tornato ad esistere, e sono qua. Per darti gioia, sofferenza e
godimento, sono qui. Ma non per restarti accanto, essere la tua compagnia
[...]per questo no, amore mio. Questo è compito del mio nobile collega di
letto.....e migliore di lui non ne troverai...io sono il marito della povera
dona Flor, colui che viene a risvegliare la tua ansia, a mordere il tuo
desiderio, nascosti nel fondo del tuo essere, dietro al tuo ritegno...lui si
occupa della tua virtù, del tuo onore, del tuo rispetto...lui è il tuo volto
mattutino, io sono la tua notte, l' amante di fronte al quale non hai né
possibilità di fuga, né forza. Siamo i tuoi due mariti, i tuoi due volti, il
tuo sì e la tua negazione. Per essere felice hai bisogno di tutti e due. Quando
eri sola con me, avevi il mio amore ma ti mancava tutto, e quanto soffrivi! Poi
avesti solo lui: avevi tutto, non ti mancava nulla, e soffrivi ancora di più.
Ora, si, sei dona Flor intera, come devi essere......(
mercoledì 10 dicembre 2014
rassegna stampa
Sull'ultimo numero dell'Espresso
c'è una bella intervista alla poetessa svizzero tedesca Mariella
Mehr in occasione della pubblicazione nella collana bianca dell'Einaudi
di una antologia delle sue poesie. Quasi
nello stesso periodo la città di Berna le ha concesso un vitalizio "per
permetterle di continuare a scrivere" ( la Mehr è oggi considerata una
delle voci più alte della poesia tedesca degli ultimi cent'anni).
Al di là della scoperta di una
nuova autrice la cosa è interessante perché la Mehr è una zingara Rom.
Una Rom che venne strappata
bambina alla sua famiglia e affidata ad
una famiglia svizzera che la educasse al "decoro" locale. ( carini
gli Svizzeri non pasticcioni e corrotti come noi ).
La sua poesia non tratta però di
questi temi su cui lei ha scritto una autobiografia (edita in Italia da
Effigie). Parla in modo, per così dire,
assoluto del dolore e della morte ( e curiosamente della paura dei lupi)
tanto da essere stata paragonata a Paul Celan e a Sylvia Plath.
Peraltro - lei spiega
nell'intervista - il suo legame particolare con Celan risale
all'adolescenza ed è dovuto sia al fatto
che è anche lei, in parte, di origine ebraica sia dalla lettura
adolescenziale del poeta ebreo tedesco , consigliatole dal suo compagno di
allora (di trent'anni più vecchio di lei),
che era a sua volta ebreo e reduce da Dachau. Insomma una che non si è
fatta mancar niente. La raccolta si intitola "Ognuno incatenato alla sua
ora".
Mariella dice molte cose
interessanti nell'intervista e ricorda il fatto che i Rom hanno portato in
Europa gran parte della cultura indiana. La musica dei Rom, ad esempio, viene dall'India.
Già la musica.
Nel numero di Musica jazz di
novembre, in occasione della pubblicazione di un cofanetto di 10 CD con
l'integrale delle incisioni in studio, c'è un lungo saggio su uno dei grandi
musicisti del '900: il chitarrista belga e zingaro sinti Django Rehinardt.
L'artista che ha rivoluzionato, anche prima degli americani, l'improvvisazione
chitarristica e ha per primo indicato
una sorta di "via europea" al Jazz. E Django, anche se magari non lo
sapete, lo conoscete tutti. Sia lui che il cosiddetto jazz manouche (assai di
moda anche a Rovigo) sono imprescindibili per qualunque colonna sonora che voglia evocare la Parigi
degli anni tra il 30 e il 40. Anche se, secondo qualcuno, Django è, ancor di
più, il perfetto evocatore della Roma liberata dai fascisti (mica vero, come
stiamo imparando in questi giorni e come da tempo hanno imparato, tra gli
altri, propri gli zingari di Roma) e festante del 1949.
Se, a forza di sentirmene blaterare, vi è venuta una qualche curiosità
per il Jazz vi consiglio un bel libro che:
a) potrebbe essere una buona
guida ad una prima discografia di base (ma anche a qualche ascolto su you
tube);
b) è, comunque, divertente e
bello da vedere e da leggere perché tra un jazz e l'altro parla anche di tutto un po'.
Si tratta di "Ritratti in jazz" di Murakami
Haruki. Il libro è composto da
cinquantacinque schede che, a partire dal ritratto di un musicista dipinto
dall'artista Wada Makoto, commentano un disco storico. Ogni scheda, nelle mani
di Murakami, diventa un piccolo racconto, un frammento di memoria
autobiografica o il fulmineo ritratto di un artista, di un'epoca.
La cosa buffa è che Wada Makoto
ha scoperto il jazz da adolescente nello stesso modo in cui l'ho scoperto io,
vedendo il film "Venere e il professore" di Howard Hawks con, ahime,
Danny Kaye ma anche con Louis Armstrong,
Benny Goodman, Lionel Hampton ecc. ecc. E, inoltre, io ho fatto anche il giro
al contrario. Ho scoperto Murakami (e naturalmente Makoto che è un grande
disegnatore) leggendo il libro in questione.
In ogni caso uno dei ritratti più
belli del libro è proprio quello di Django di cui viene ricordata una incisione
dal vivo, con il violinista Stephane
Grappelli, fatta da un amatore in un club di Roma nel 1949. E questo, questo
swing è, per il giapponese Murakami, la
colonna sonora dell'Europa felice e piena di aspettative del dopoguerra. Il CD
è intitolato "Djangology".
Restiamo in una Europa ancora più
felice, quella degli anni prima della crisi del '29, anzi precisamente del 1928
, prima a Berlino, in un kabarett, dove appare Ute Lemper travestita da Marlene
Dietrich, poi in Costa Azzurra accompagnati da "Do you something to me
" di Cole Porter. Parlo del già ricordato "Magic in the
Moonlight" ultimo film di Woody Allen che è quasi impalpabile ma molto,
molto carino. Sembra di vedere una nuvola.
Peraltro per Woody, che ha
scritto le note di copertina di una delle sue tante antologie, Django è stato il chitarrista più grande di tutti i
tempi. E gli ha pure dedicato, anche se indirettamente , uno dei suoi film più
belli degli anni '90 "Accordi e disaccordi".
Django divenne famoso con un
gruppo, le Quintet dell'hot club de France, di soli strumenti a corda a Parigi
negli anni '30 ma, come dicevo, era un sinti nato in Belgio.
Jazz e Belgio, quindi? Ma naturalmente.
La settimana scorsa su Il
Manifesto è uscito un lungo articolo accompagnato da una altrettanto lunga
intervista al cantante belga David Linx che recensiva un CD dell'anno scorso
intitolato "A Different Porgy & Another Bess" . Si tratta di una
rilettura per due voci e orchestra jazz dell'immortale opera di George e Ira
Gershwin "Porgy and Bess".
Sarebbe tutto molto lungo da
spiegare. Mi limito a dire che l'opera - uno dei vertici del teatro musicale
del '900 - al di là del valore musicale indiscutibile è sempre stata,
giustamente, accusata, pur avendo un cast tutto di neri, di razzismo, per la quantità di cliché, a
partire dall'americano messo loro in bocca (tipo "badrone" per
capirci), con cui i neri sono raccontati.
La cosa interessante è che,
nonostante questo, è stata fatta, in qualche modo propria anche dagli artisti
di colore e dai jazzisti. Cito per tutte le versioni degli anni '50, quella di Miles Davis e Gil Evans (solo strumentale)
e quella, anche cantata, di Louis Armstrong e Ella Fitzgerald.
L'operazione che fa David Linx è
quella di un aggiornamento dei testi delle canzoni, riportate ad un americano
corretto, una accentuazione della drammaticità della storia, anche attraverso
l’interpretazione vocale e un nuovo arrangiamento della parte musicale con l'inserimento di
ritmiche moderne, a tratti funky in
alcuni passaggi, e l'uso di strumenti anche elettrici. L'operazione è
pienamente riuscita, l'opera ci appare
come rinfrescata.
Ma la cosa che più mi ha colpito è
la storia di Linx che racconta
nell’intervista la sua
"legittimazione" ad intervenire.
Linx è figlio di un operaio belga
ed è nato in una famiglia assai modesta
piena di fratelli e sorelle. Un bel momento che fa, però, il padre?
Pianta il lavoro e fonda la Maison du Jazz belga e il piccolo David cresce
sulle ginocchia del fior fiore dei jazzisti afroamericani di passaggio per
Bruxelles. A ciò va aggiunto che a 18
anni va a vivere a Parigi, fino alla morte di lui, con il grande scrittore afroamerciano espatriato (comunista e
omosessuale) James Baldwin anche lui un fecondo grumo di contraddizioni,
conoscitore finissimo della cultura, soprattutto poetica, bianca americana e
non solo.
Proprio dalle discussioni con
Baldwin e Miles Davis gli nasce l’idea di una rilettura “corretta” di “Porgy and
Bess”
David Linx è belga e fa Porgy. E
Bess? La interpreta una cantante portoghese, una delle grandi voci del jazz di oggi, Maria Joao. L'orchestra è la
Brussels Jazz Orchestra. La globalizzazione, ogni tanto, mi piace molto.
Last but non least la copertina
del CD, che è bellissima. Devo dire che,
anche riportata in bianco e nero sul giornale, è la prima cosa che mi ha
attratto. Eccola qui, a colori
Ci sono, credo per tutti, delle affinità elettive, delle passioni
immediate e indiscutibili e non spiegabili, delle sintonie misteriose. Io, se ho
incominciato ad apprezzare la fotografia, a studiarla e un po' anche a farla è
per l'ammirazione incondizionata, la sintonia immediata, con le immagini (a
cui, sia chiaro non mi sono mai nemmeno una volta anche lontanamente
avvicinato) di uno dei grandi fotografi del '900 che conobbi, assolutamente per
caso, per merito di una piccola e
perfetta mostra organizzata ai tempi del (mio) liceo dall'Accademia dei
Concordi.
Parlo di Werner Bischof, l’autore
della foto del CD, fotografo svizzero
nato nel 1916 e morto in un incidente automobilistico sulle Ande nel 1954.
Bischof che aveva iniziato, ed era già famoso, come fotografo di moda e
pubblicità in Svizzera, subito dopo la II guerra mondiale, sconvolto dalle
immagini fotografiche della guerra, si
dedicò integralmente al reportage giornalistico per Life illustrando il
dopoguerra in Europa: Francia,
Germania, Italia, Polonia, Ungheria,
Inghilterra. Subito dopo la
decolonizzazione in India , in Cina, in Corea, nel Sud Est asiatico. Poi il
Giappone e, dopo una lunga preparazione, intraprese un viaggio nelle Americhe. A Nord,
New York, la foto che sto commentando è stata fatta a New York nel 1953 e si
intitola “Canyon stradale”, Chicago, San Francisco e poi a Sud, Messico e Perù dove ebbe l'incidente.
Non c'è lo spazio per parlarne
più a lungo ma, insomma, diciamo che quello che mi colpì allora e ha sempre
continuato a colpirmi è l'estrema pulizia ed eleganza delle immagini, la
mancanza di ogni effettismo, unite ad un evidente amore per l'uomo (a tutte le
età. Sono straordinari i suoi ritratti di bambini di tutti i paesi che ha
visitato), ad una immediata empatia, sia
nei momenti più tragici che in quelli più sereni. Unita ad una passione per il paesaggio, sia naturale
che urbano, anch'esso in qualche modo sempre visto in una sorta di armonia con
l'umanità. Un grande umanista e, lo capiamo meglio oggi, un grande utopista.
Forse da quest'altra fotografia, fatta A Cuzco, che è la sua più famosa e una delle ultime, si riesce a capire ancora meglio quello che voglio dire
Forse da quest'altra fotografia, fatta A Cuzco, che è la sua più famosa e una delle ultime, si riesce a capire ancora meglio quello che voglio dire
La grande sorpresa, che ho
appreso indirettamente dal Cd, è che,
oltre che un maestro del bianco e nero come tutti fotografi della sua
generazione, è stato anche un grande maestro del colore. Mantenendo anche a
colori le stesse caratteristiche di eleganza e di meraviglia di fronte alla
bellezza, comunque, del mondo e della vita. E alla capacità, della bellezza, di manifestarsi – il senso dell’epifania - anche nelle situazioni più impensate.
Per chiudere un consiglio. Se vi
piacciono le fotografie andate a cercarle in rete, ad esempio nel sito
dell’Agenzia Magnum (di cui Bishop fu uno dei fondatori) dove sono riprodotte
in dimensioni più giuste.
Poi due considerazioni. Due
grandi artisti svizzeri che mi fanno venire in mente in aggiunta Paul Klee,
Giacometti, il dadismo, Hans Arp e la battuta di Orson Welles- Harry Lime sul
fatto che gli svizzeri in 500 anni di storia hanno creato solo gli orologi a
cucù. Anche i geni a volte sparano cazzate.
Seconda considerazione. Siamo
passati dalla Svizzera alla Svizzera passando per: Parigi, la Costa azzurra,
Kioto, Roma, il Belgio, Broadway, Harlem
e Lisbona. Che meraviglia, a volte, la globalizzazione, e la gente e anche
internet. In fondo questo di/vagare è la grande lezione degli Zingari.
Buona settimana.
lunedì 1 dicembre 2014
rassegna stampa
Cominciamo dalla fine.
Domenica su "Repubblica" la pagina culturale si apre con la notizia che gli eredi Crepax hanno deciso di pubblicare, a dieci anni dalla morte, gli inediti del padre disegnati durante l'ultima fase della malattia ( che ho scoperto essere una sclerosi ). Crepax, pare, fosse sfiduciato sul permanere nel pubblico dell'interesse per Valentina e anche della bontà del suo tratto, diventato sempre più spigoloso, proprio a causa della malattia. Però ha disegnato fino all'ultimo. Nel volume, che dovrebbe essere uscito oggi, e si intitola semplicemente "Inediti", ci sono rivisitazioni di Valentina, l'inizio di una riduzione a fumetti de "Il Castello" di Kafka ( Crepax aveva già disegnato un bellissimo "Processo" assai praghese), un omaggio a Bogart, una riduzione della novella "Doppio sogno" di Schnitzler, tavole ispirate al "Piacere" di D'annunzio e a "Anna Karenina" e chissà cos'altro. Vi sarò più preciso prossimamente.
Restando in tema di miti femminili, devo confessare che al di là di Lulu e Ava e Claudia ( sono in arrivo nuove puntate sempre più di/vaganti) il mio grande amore di celluloide è e sarà sempre Julie Andrews. E non per Mary Poppins e nemmeno per "Tutti assieme appassionatamente" ( anche se credo di essere il più preparato esperto rodigino sulle vicende della famiglia Von Trapp). Ma per un piccolo musical intitolato "Millie" ( Modern Millie in originale) girato nel 1967 da George Roy Hill in cui la Andrews interpreta Millie una burina texana che si trasforma, nella New York degli assai ruggenti anni '20, in una sofisticata flapper. E di contorno musiche bellissime ( vinse un oscar) , abiti elegantissimi, case lussuosissime e un sacco di bella gente. E soprattutto Lei che mi spezzò per sempre il cuore. Il film lo vidi a 9 anni al cinema estivo del Lido degli Estensi e non l'ho più rivisto. La notizia è che ne ho trovato finalmente una versione in DVD ( mercato tedesco) con doppiaggio e soprattutto sottotitoli in italiano. Sono in trepidante attesa sperando che, dopo tanti anni, non sia una delusione.
Non so se è per colpa della crisi economica ma che nostalgia dei mai vissuti anni'20. Ce l'ha anche Woody Allen di cui sta per uscire "Magic in the moonlight" ambientato in Costa Azzurra ( e ditemi voi se non ci avevo visto giusto nel proporvi il capolavoro coltorosa "Il tango della vecchia guardia"?). Il film narra la vicenda di un illusionista assunto per smascherare una supposta medium. Metafore in arrivo. Ci ha, comunque, pensato Woody stesso paragonando l'attività di illusionista a quella di regista. Maghi, prestigiatori e illusionisti sono peraltro presenze costanti nel suo cinema ( come in quello del suo maestro dichiarato Fellini e del suo maestro segreto Orson Welles) e lui , come dice nell' intervista di presentazione del film , ha avuto fin da bambino l'hobby della prestidigitazione. Nell'intervista rivela anche una cosa più seria che, si parva licet, condivido con lui: il fatto di essere ateo dall'età di 7 anni. Poi aggiunge che forse cinema e illusionismo gli hanno funzionato da surrogato. Io, di mio, vado al cinema e credo nei fantasmi. E nei doppelganger.
Trovati altri due.
Uno è svedese, si chiama Ulf P. Hallberg e ha scritto un libro edito ( of course) da Iperborea che si chiama "Trash europeo". Hallberg nel libro racconta la vita del padre raccontando tutto quello che il padre ha raccolto e catalogato in vita : dipinti, carte, fotografie, ritagli di giornali, cianfrusaglie, un caleidoscopio di storie, dalla Garbo al neorealismo italiano a Blade Runner, da Walter Benjamin ai pittori Bager e Nemes. Un patrimonio di arte e pensiero che non ha alcun valore economico, ma a cui lui ha dedicato l’intera vita nel totale rifiuto del denaro, del successo e dell’apparenza. L'ho iniziato da poco, lo leggo a spizzichi, ma mi sembra che stia mantenendo quello che promette.
L'altro "fratello" sembra essere uno scrittore, che si chiama Tanpinar Ahmet H. ed è considerato uno dei più importanti scrittori della Turchia moderna. Scomparso nel 1962 è stato docente di estetica, storia dell'arte e mitologia e anche membro del parlamento turco fra il 1942 e il 1946. A mia conoscenza questo è l'unico suo libro attualmente tradotto in Italia.
Il romanzo, che è d'impianto satirico, narra la vicenda di un musiliano "uomo senza qualità" o bergheriano "piccolo grande uomo" che è diviso tra due concezioni del tempo e dai due usi dell'orologio: quello del muezzin che usa e fa usare l'orologio perché i fedeli non si dimentichino di pregare alle ore giuste e quella del fondatore de "L'istituto per la regolazione degli orologi" che con l'istituto vuole introdurre in Turchia la regolazione "occidentale" moderna e "ordinata" del tempo. E in cui il protagonista si impiega.
Il libro mette in scena - traggo questa annotazione dalla prefazione, il libro non l'ho ancora letto è in arrivo - la dialettica, tipicamente novecentesca tra il caos del mondo e il tentativo da parte del romanzo di trovargli un qualche ordine. E cerca di sfatare l'illusione che l'abisso si possa dire, il Tempo calcolare, lo Spazio misurare.
Dopo queste vette, mi abbasso un poco e vi parlo di un mondo (apparentemente) più semplice e ordinato: quello del West. Chi mi conosce sa che sono un discreto conoscitore di film western. Ma forse non sa che il mio film western preferito non è un John Ford o un Anthony Mann. E' un Howard Hawks ( considerato, tra l'altro da molti un'opera minore) che si intitola "Il grande cielo", anno 1952. Il film è la storia di una spedizione nel 1830 di un gruppo di barcaioli - mercanti francesi e trapper americani lungo il fiume Missouri per raggiungere il territorio che oggi si chiama Wyoming e per aprire un via commerciale con i nativi Piedi neri. Per farlo liberano e si fanno accompagnare da una principessa indiana di cui si innamorano i due protagonisti ( e amici) del film. Chi sceglierà la fanciulla?
Girare il film fu di per se una avventura, venne addirittura costruita ex novo una pista e oggi il tutto si trova in uno dei parchi naturali più belli degli Stati Uniti, quello del Gran Teton.
Il film ha la purezza dell'avventura disinteressata ( Eric Rohmer, che ne era un grande estimatore, lo paragonava ad una novella di Robert Louis Stevenson) e il fascino dell'utopia non realizzata: quella di un'altra storia, della convivenza e dello scambio tra razze e culture. Un'America sufficientemente grande per tutti quanti. Molti temi sono poi stati ripresi da Leslie Fiedler. In primis quello dell'amore - amicizia tra i due compagni d'avventura e dell'attrazione sessuale, qui pienamente e "sanamente" realizzata, per la donna "nativa".
Perchè ve ne parlo? Intanto perché è un bel film e poi perché è tratto da un romanzo scritto nel 1947 del premio Pulitzer A.B. Guthrie, uno dei grandi scrittori di western, che è appena stato finalmente, tradotto in italiano.
Direi un buon raccolto per questa settimana.
Alla prossima.
Andrea
martedì 25 novembre 2014
venerdì 7 novembre 2014
mercoledì 15 ottobre 2014
Alcune note sulla serata "rosa"
I contributi sono stati tanti e molto vari, interessanti e divertenti. Abbiamo discusso di rosa e di rose,viaggiando nello spazio e nel tempo.
Ecco una lista dei testi letti (se dimentico qualcosa, invito i miei compagni di lettura a correggermi e a completare):
- Hamid Ziarati, Il meccanico delle rose
- Vita Sackville-West, Passaggio a Tehran
- Andur Ava Olafsdottir, Rosa Candida
- Victor Hugo Vieille chanson du jeune temps
- William Shakespeare, Romeo e Giulietta e Sonetto 130
- W.B.Yeats, Rosa Alchemica
- William Blake, La Rosa Malata
- Robert Burns, Il mio Amore è come una Rosa Rossa Rossa
- Alberto Arbasino, America Amore; Grazie per le magnifiche rose
- Emily Dickinson , N.19
- Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio
- Michele Mari, Cento Poesie d'Amore a Ladyhawke; Roderick Duddle
- e per concludere la serata, Roberta ci ha trascinati in un viaggio nel romance, nei suoi diversi aspetti, dal rosa al gotico, nei suoi sviluppi e nelle sue degenerazioni.
Se questa lista riaccende la vostra memoria
letteraria, contribuite con un'altra/un altro ROSA. Non
c'era più tempo quella sera, ma nel blog c'è posto per altri mille libri!
(S)
mercoledì 8 ottobre 2014
rassegna stampa
Carissime dopo un lungo silenzio mi rifaccio vivo quantomeno per farvi sapere che sono vivo.
Ritorno assai traumatico dopo i fasti della mia prima partecipazione ufficiale come studioso di cinema alla Biennale Cinema e dopo le ferie siciliane, assai appaganti. Lavoro, moltissimo e assai complicato: ultimi colpi di coda della morente Provincia.
Ma soprattutto aspra battaglia politica per la "conquista" del PD di Rovigo che si è conclusa, dopo rondò, minuetti, grotteschi e arabeschi, e nonostante anche l'aiuto di alcune di voi che ancora ringrazio, con una sonora sconfitta.
Ma no, non abbiamo paura di chiamare le cose per nome, con una brutale sodomizzazione. E vabbè domenica si ricomincia ( è il mio cote masochista).
D'altra parte se vincevo/vincevamo- noi i buoni - , magari pioveva e invece abbiamo avuto ancora alcune belle giornate di sole.
Dopo il breve riassunto mi scuserete se questa rassegna sarà un po' in minore. Ma qualcosina di buono da segnalare, in ogni caso c'è.
Ad esempio se avete fremuto o rifremuto quest'estate alla lettura delle vicende di Jane Eyre vi do la bella notizia che hanno finalmente individuato la magione e soprattutto la "prigione" dove viene rinchiusa la moglie fuori di testa del protagonista. E' la soffitta della villa di Northon Conyers sita nei dintorni della cittadina di Ripon nel Nord dello Yorkshire. Northon ha deciso di aprirla al pubblico, a pagamento, per fare un po' di sterline desinate al restauro della villa.
Più sfiziosa è l'uscita del nuovo romanzo del caro Percivall Everett, intitolato "Percivall Everett di Virgil Russell". E' la storia di un figlio che va a trovare il padre morente all'ospizio e a cui il padre racconta un sogno da cui si dipartono altri sogni, pensieri, divagazioni, affabulazioni. Il tutto a partire da "Jacques il fatalista" di Diderot, passando per Derrida e Wittgestein, per arrivare a Bertrand Russell. Perché poi i temi "forti" del romanzo pare siano il razzismo o meglio l'identità razziale e il linguaggio. Vedremo. Ma si ha già la sensazione di una boccata di aria fresca, tra illuminismo e filosofia analitica, dopo tutta questa invasione di religioni, papi buoni, mussulmani fanatici, israeliani imperialisti e razzisti. ( vi confesso che tra Italia e Mondo l'unica vicenda che seguo veramente con passione è la rivolta di Hong Kong).
Ma il vero colpo editoriale è l'uscita, oggi, da Bompiani di "Divorati" primo romanzo del grande regista canadese David Cronenberg.
Si tratta, a quanto pare, di un horror grottesco in cui il maestro, probabilmente perchè lo ha iniziato 8 anni fa, ritorna in modo diretto ai temi prediletti del suo primo cinema. Per cui deformazioni del corpo e della mente, sesso bizzarro, invadenza della tecnologia, cospirazioni, insomma riflessione filosofica in forma di Grand Guignol. La storia inizia con la parodia di una coppia di filosofi, ispirati a Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che praticano un sesso metaforicamente cannibalesco. Poi la pseudo Beauvoir viene effettivamente mangiata in un gioco erotico un po' spinto e poi....
C'è una bella intervista a Cronenberg sull'ultimo Venerdì di Repubblica in cui un bel momento il nostro, assai più serio di quel che appare, fa una affermazione che mi ha acceso la classica lampadina : " Il libro è una avventura filosofica, un viaggio per capire in cosa consistono l'essere umano e la condizione umana. Sono sempre stato convinto che il corpo è la prima ed essenziale dimostrazione della nostra esistenza. Molto di quello in cui crediamo o che inventiamo è un tentativo di evasione da questa consapevolezza. Quasi tutte le religioni sminuiscono il corpo e spingono a trascenderlo per indurci a sperare che possiamo sfuggirgli e che la morte non è la morte. Questo succede anche nell'arte e nella politica: cos'è che da coraggio a un kamikaze imbottito di esplosivo?".
Eccola là. Ecco perché sono ateo dall'età di 7 anni. Ecco perché non mi fido e mi spaventano le 4 grandi religioni nate dal deserto: Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo e Marxismo ( seppur con qualche contraddizione, come tutti. Una qualche passione per Marx ancora ce l'ho e,poi, l'avrete capito, un'innata simpatia per gli ebrei. Considero l'antico testamento uno dei libri più appassionanti mai scritti. E mi piacciono molti gli ebrei atei o, perlomeno dubbiosi. Che so Walter Benjamin, Groucho Marx, Woody Allen, Sigmund Freud. E, scontatamente, anche David Cronenberg è un ebreo di Toronto). Ma il cristianesimo, con tutto quel sangue, per carità.
Ho avuto, lo confesso, una certa passione per il Buddismo più che altro per il te, gli aforismi dei monaci zen, l'arredamento giapponese, e perché, credo, sia l'unica religione in cui, per lo meno, non è previsto dio. Ma poi una sera a cena mentre mangiavo un rombo ai ferri accompagnato da Cartizze un'amica, tutta entusiasta, divorando cruditè, mi ha spiegato che la meditazione e il raggiungimento del Nirvana si ottengono non pensando molto, come credevo, ma svuotando la mente e annullando il desiderio.
Ma scherziamo? Abbiamo un corpo con 5 sensi, vari orifizi e un cervello. Non so se ci sarà un motivo, ma certo, dal momento che ci sono, vanno usati tutti e al massimo delle potenzialità. Questo io credo. D'altra parte, è seccante dirlo, ma se abbiamo una certezza è quella che moriremo. Per cui viviamo! Quantomeno per spirito di contraddizione.
Ultima notizia: ho finalmente individuato, nel caso mi intervistassero, il mio disco per l'isola deserta. Si tratta del triplo CD con l'integrale delle incisioni al Village Vanguard del trio di Bill Evans, Scott La faro e Paul Motian, anno 1961. Dal momento che, purtroppo Motian è scomparso anche lui pensavo che potrebbero anche diventare le musiche da suonare ( data la lunghezza) alla mia veglia funebre. Vedremo.
Per intanto un abbraccio e un saluto e come sempre grazie per la pazienza.
Andrea
P.S. E' in arrivo Lulu/7. Ma, come vedrete, di mio questa volta c'è moto poco.
giovedì 11 settembre 2014
Il ballo di Sceaux, Honorè De Balzac
Il ballo di Sceaux" o "Il pari di Francia",
pubblicato per la prima volta nel 1830, è un’opera giovanile di Honoré
de Balzac.
E' un breve racconto imperniato sulla descrizione delle vicende di Emilia Fontaine giovane e ultimogenita del conte Fantaine che, arrivata all'età per sposarsi, con il suo carattere viziato e altezzoso rifiuto tutti i giovani che la chiedono in moglie, perché si sposerà solo con un pari di Francia.
L'altezzosa ragazza, superficiale, colma di pregiudizi, sprezzante con i genitori, ma anche con le sorelle e i cognati adduce ogni possibile pretesto per rifiutare ogni giovane che si offre o perché ha delle gambe grosse oppure perché è grasso (un grande difetto!!!) oppure perché è biondo ecc.ecc.
Quando l'inverno è terminato tutta la famiglia si sposta in campagna e anche Emilia - perché ogni damigella che si rispetti trascorre la primavera in campagna e lei non potrebbe essere da meno.
Partecipa anche lei al Ballo di Sceaux, frequentato da contadini del posto e da borghesi, che disprezza perché non hanno un titolo nobiliare. A questo ballo una sera ella è attratta dalla presenza di un giovane che rispecchia in tutto e per tutto il suo ideale di innamorato. Con la collaborazione dello zio riesce a fare la sua conoscenza e riesce a frequentarlo per tutta l'estate e sboccia tra loro l'amore. Emilia cerca di capire quale mestiere svolge il giovane, ma lui è la discrezione in persona anche se sa ben conversare, canta divinamente, sa cacciare, spara con precisione, cavalca in maniera elegante, insomma la perfezione, ma né lo zio né il padre riescono a scoprire cosa faccia nella vita.
L'ultima sera prima di ritornare in città, Emilia gli chiede se è nobile, lui risponde che attualmente non lo è ma tra poco tempo potrà entrare a far parte dei pari di Francia e potrà mantenere la donna che ama con dignità. Emilia accetta la risposta e si separano.
Passa del tempo ed Emilia un giorno esce di casa con le due cognate per comprare una stola ed entrando in un negozio di stoffe incontra il suo amato, ma è sconvolta vedendolo maneggiare delle stoffe, lei che era convinta delle sue nobili origini, in realtà scopre che è un semplice commerciante e sprezzante esce dal negozio.
La ragazza abbandona l'innamorato e sposa l'anziano zio, il conte Kergarouët. Dopo parecchio tempo Emilia incontra Massimiliano in un salotto di Parigi, egli a causa della morte del padre e del fratello, è divento pari di Francia.
In questo delizioso romanzo di Balzac il tempo sembra non esser mai trascorso tanto i caratteri, i vizi e i pregi
umani sembrano restare pari a se stessi nel corso dei secoli.
Il ballo di Sceaux o Il pari di Francia, così è il titolo per esteso; ma forse potrebbe piuttosto chiamarsi "Come non sposare un pari di Francia", perché proprio questo è in realtà il motivo conduttore del racconto: una storia di amore e vanità con l’umorismo sottile e il garbo pungente del grandissimo narratore.
sabato 6 settembre 2014
venerdì 29 agosto 2014
giovedì 28 agosto 2014
Ucciso a Resaca, Ambrose Bierce
Il soldato migliore del nostro stato maggiore era il tenente Herman Brayle, uno dei due aiutanti di campo.
Fra gli effetti personali del defunto c'era un portafogli di cuoio bulgaro, tutto imbrattato. Toccò a me nella distribuzione dei ricordi del nostro povero amico, stabilita dal generale in qualità di esecutore testamentario.
Un anno dopo la conclusione della guerra, mentre ero in viaggio verso la California, lo aprii e mi attardai ad ispezionarlo. Da uno scomparto che non avevo notato cadde una lettera senza busta e senza indirizzo. Era scritta da una mano femminile e iniziava con parole tenere, ma senza nessun nome.
L'intestazione era questa:"San Francisco, California, 9 luglio 1862". La firma era "Tesoro", fra virgolette. Il testo riportava casualmente il nome completo di chi l'aveva scritta: Marian Mendenhall.
La lettera dava prova di cultura e di buona educazione, ma era una lettera d'amore convenzionale, se mai lo può essere una lettera d'amore. Non vi era poi molto, ma qualcosa si. Era questo: " Il signor Winters, che detesterò sempre per questo, è andato dicendo che in non so quale battaglia in Virginia, dove è stato ferito, siete stato visto rannicchiato dietro un albero. Penso che egli voglia guastare l'opinione che io ho di voi, ed egli sa che l'effetto sarebbe questo se io prestassi fede a quanto dice. Potrei reggere alla notizia della morte del soldato che mi ama, non però a quella della sua codardia."
Erano quelle parole ad avere ucciso un centinaio di uomini in quel lontano pomeriggio di sole. E le donne sarebbero deboli?
Una sera mi recai da Miss Mendenhall per restituirle la lettera. Intendevo anche raccontarle ciò che aveva provocato, ma senza dire che era stata lei. La trovai in una elegante residenza sulla Rincon Hill. Lei era bella, di buone maniere... in una parola, affascinante.
"Conoscevate il tenente Herman Brayle" dissi senza tanti preamboli. "E sapete certamente che è caduto in battaglia: Fra i suoi effetti personali è stata rinvenuta questa vostra lettera. Sono qui per restituirvela".
Lei prese meccanicamente la lettera, ne scorse il contenuto arrossendo man mano e poi disse, guardandomi sorridente:
"Molto gentile da parte vostra, anche se sono sicura che non ne valeva la pena." All'improvviso trasalì e cambiò colore. "Questa macchia" disse " non sarà... certo non sarà...".
"Signora" dissi "vorrete scusarmi, è proprio il sangue del cuore più sincero e più ardimentoso che abbia mai palpitato".
Gettò frettolosamente la lettera sui carboni ardenti. "Uh! non sopporto la vista del sangue!" esclamò. "E' come è morto?"
Mi ero alzato istintivamente per salvare quel pezzo di carta, che era sacro persino per me, e mi trovavo in piedi un po' arretrato rispetto a lei. Nel pormi la domanda aveva girato la testa di lato e un poco verso l'alto. La luce della lettera che ancora bruciava si rifletteva nei suoi occhi e le tingeva la guancia con un tocco di quel medesimo rosso che macchiava la pagina. Mai avevo visto niente di più bello di quell'abominevole creatura.
"E' stato morso da una serpe" fu la mia risposta.
"Conoscevate il tenente Herman Brayle" dissi senza tanti preamboli. "E sapete certamente che è caduto in battaglia: Fra i suoi effetti personali è stata rinvenuta questa vostra lettera. Sono qui per restituirvela".
Lei prese meccanicamente la lettera, ne scorse il contenuto arrossendo man mano e poi disse, guardandomi sorridente:
"Molto gentile da parte vostra, anche se sono sicura che non ne valeva la pena." All'improvviso trasalì e cambiò colore. "Questa macchia" disse " non sarà... certo non sarà...".
"Signora" dissi "vorrete scusarmi, è proprio il sangue del cuore più sincero e più ardimentoso che abbia mai palpitato".
Gettò frettolosamente la lettera sui carboni ardenti. "Uh! non sopporto la vista del sangue!" esclamò. "E' come è morto?"
Mi ero alzato istintivamente per salvare quel pezzo di carta, che era sacro persino per me, e mi trovavo in piedi un po' arretrato rispetto a lei. Nel pormi la domanda aveva girato la testa di lato e un poco verso l'alto. La luce della lettera che ancora bruciava si rifletteva nei suoi occhi e le tingeva la guancia con un tocco di quel medesimo rosso che macchiava la pagina. Mai avevo visto niente di più bello di quell'abominevole creatura.
"E' stato morso da una serpe" fu la mia risposta.
martedì 19 agosto 2014
rassegna stampa
Carissime come prima cosa vi comunico di essere passato relativamente indenne da quella sorta di tempesta perfetta che è stato ferragosto di quest'anno che con il susseguirsi di venerdì sabato e domenica ha comportato in sequenza: pranzo di ferragosto , tradizionale cena con amici il sabato e pranzo per compleanno materno ( 85 anni) oggi. Uno tsunami epatico. Ma ho resistito e sono pronto a comunicarvi alcune nuove. Nemmeno troppo belle.
Sono, infatti, ancora ai necrologi. E' stata un'estate terribile.
Si parlava l'ultima volta della morte del multiforme jazzista Charlie Haden. Ebbene il nostro tra le tante cose aveva fondato un gruppo il "Quartet West" dedito a rievocare con cover e pezzi originali l'atmosfera della California anni'40, quella di Dashiel Hammett e soprattutto Raymond Chandler. Uno degli album più belli si intitola "We always say goodbye" ed è tutto ispirato a "Il grande sonno" di Chandler. Dopo l'ultimo pezzo si sente per una manciata di secondi una meravigliosa voce di donna, roca e sensuale. E' quella di Lauren Bacall indimenticabile donna e diva che ci ha lasciato il 13 agosto. E sono le battute finali della versione cinematografica del romanzo, firmata nel 1946 da Howard Hawks, con lei e Humphrey Bogart . Più importante ancora è ricordare il film immediatamente precedente, quello che segnò il suo esordio e il suo innamoramento per Bogart: "Acque del sud", sempre di Hawks, tratto da Hemingway, del 1944. Il film, pur essendo un film d'avventura, del filone propaganda alla "Casablanca", contiene forse i più bei dialoghi "amorosi", nel loro understatement, di tutta la Hollywood classica. E non per caso dal momento che lo sceneggiatore non era Hemingway ma un tale William Faulkner.
E contiene soprattutto la battuta che ha reso da subito il tipo di donna incarnato dalla Bacall: " Sai che con me non occorrono tante commedie. Non devi dire niente. Non devi neanche fare niente, neanche un gesto. O se vuoi basta un fischio. Sai fischiare, no?" .
Lauren Bacall è stata una grandissima attrice, al di là del personaggio e della sua storia d'amore con Bogart, e mi piace chiudere questo breve ricordo con un altro film, molto più recente ( si fa per dire) . Un film che può veramente essere considerato "l'utlimo western". Si tratta de "Il Pistolero" del 1976 di Don Siegel. Con John Wayne, realmente già malato di cancro ( è il suo ultimo film), che interpreta un pistolero, ammalato di cancro, che deve concludere la sua ultima resa dei conti. La Bacall è l'ex maestra del paese che gli affitta una camera e con cui Wayne ha un'ultima, necessariamente casta, breve storia. Decisamente struggente ( e di molte cose si ricorderà Eastwood quando girerà "Gran Torino").
Mi scuserete se non mi soffermo altrettanto sulla morte di Robin Willimas per il motivo molto semplice che, pur dispiacendomene sul piano umano, non l'ho mai sopportato come attore.
Una scomparsa che mi ha molto colpito è stata , invece, quella di Stefano Bonilli, il fondatore de "Il gambero rosso" e del movimento Slow Food. E qui c'è un fatto curioso in cui gioca la mia memoria di anziano. Perchè mi ero dimenticato del nome Bonilli e quando, in tutti questi ultimi anni, intervistavano Carlo Petrini, l'attuale responsabile dello Slow Food, io non riuscivo a riconoscerne la faccia. Poi con al morte di Petrini e le relative rievocazioni si è messo tutto a posto. Il "Gambero rosso" era stato fondato da Bonilli nel 1986 come supplemento al "Manifesto" con Petrini come collaboratore. E da lì era partito tutto ( e io mi ricordavo gli interventi di Bonilli e il suo viso) . Era nata, poi, la rivista e poi i libri, i presidi, le guide, lo Slow food ecc. ecc.
Poi Bonilli e Petrini, essendo di sinistra, avevano litigato ecc. ecc. di nuovo.
Viene ricordato tutto abbastanza bene sul "Manifesto" del 3 agosto con una lunga e affettuosa intervista a Petrini. Ma non solo si ricorda questo. Si ricorda anche che Il Manifesto, grosso modo tra l'80 e l'85, aveva dato vita a tutta una serie di iniziative collaterali che costituirono allora, veramente, un ampliamento straordinario delle prospettive di chi ragionava e militava a sinistra e una modalità importante di uscita dal clima degli anni di piombo.. Oltre al "gambero rosso" la rivista "Antigone" nata sulla spinta del 7 aprile, che si occupava di carceri e giustizia, "Nautilus" in rapporto all'anti psichiatria, "L'indice" la prima rivista di sole recensioni un po' sul modello del New Yorker, i supplementi Alias e La talpa libri.
E, poi, mi sono ricordato che io in quegli anni , almeno fino al '95 direi, leggevo Il Manifesto e tutta quella roba. Che cosa mi sia rimasto di allora, in cui ancora credevamo di capire tutto perché leggevamo e discutevamo tanto, non mi è molto chiaro, al di là di avere in testa una serie bibliografie, discografie, filmografie ( e altre ..grafie) con cui continuo a rompere un po' i coglioni, di avere in tasca una tessera del PD che ogni tanto osservo con una certa inquietudine, e di sapere che lo champagne può tranquillamente invecchiare fino a 50 anni ( fino a 100 sostiene qualcuno, ma non stapperei la bottiglia).
Bah, tormenti di fine estate (si fa per dire, quest'anno). Per consolarmi e tranquillizzarmi ho intanto finalmente scelto il pezzo n. 5 che vorrei venisse suonato al mio funerale. Si tratta di "At last I am free" degli Chic. E il pezzo n.7 : "Dream baby dream" ma non nella versione originale dei Suicide né tanto meno la cover, come sempre un filo retorica, di Bruce Springsteen. Voglio che venga suonata la versione incisa nel 2012 da Neneh Cherry che è veramente tosta.
Detto anche questo, una segnalazione bibliografica e cioè la ristampa di "Matriarcato e dee madri" testo breve del 1951 di James G. Frazer ( la cui lettura, che non farò in tempo a fare, penso mi sarebbe utile per Lulu di cui, per inciso, sta per arrivare la terza parte. Ma che fatica, troppa roba da sintetizzare).
E per concludere due frasi di Antonio Gramsci su cui meditare. L'occasione di scriverle mi è data dall'averle scoperte, più o meno contemporaneamente, come citazione di apertura di due opere di due intellettuali americani di età assai diversa.
La prima apre la versione cinematografica de "Il Don Giovanni" di Mozart girata nel 1979 a Vicenza da Joseph Losey (classe 1913) il grande regista e comunista americano ( ma costretto, per questo, all'esilio in Inghilterra negli anni 50) allievo di Bertolt Brecht e di Eizenstein. La seconda è invece contenuta nelle note di copertina di "Historicity" inciso in trio nel 2008 da Vijay Iyer, alla data dell'incisione trentanovenne, newyorchese di origini indiane, cibernetico, musicologo ma soprattutto forse il pianista jazz più interessante oggi in circolazione.
"Il vecchio muore e il nuovo non può nascere; e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati".
" L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che si è realmente, cioè un “conosci te stesso” come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario".
Buona settimana.
Andrea
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Commenti
il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamoil 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo






