sabato 21 marzo 2020

sabato 21 marzo 2020

Carissime,

Il primo giorno di Primavera del 2010 non si potrà dimenticare. Abito in campagna e vivo il privilegio di questa condizione pensando a chi da giorni è confinato nel proprio appartamento, magari in uno di quei quartieri delle periferie degradate delle nostre città. Uscito di casa posso godere del  tepore del sole primaverile camminando lungo l’argine dell’Adige che scorre placido e inconsapevole, in un ambiente campestre dove gli unici  suoni sono quelli  degli uccelli che intrecciano i  loro voli in un ambiente in cui la natura in fiore dovrebbe aprire l’animo ad un’esperienza di armonia e di serenità. Ma  i pensieri corrono in un’altra direzione, lo spirito non può sintonizzarsi con l’ambiente circostante, la mente è pressata dai dati sempre più preoccupanti sull’emergenza causata dal diffondersi nel mondo del coronavirus.
E da questa prospettiva, quella della storia degli uomini, della società e della cultura mi sembra, invece, di vivere l’esperienza del passaggio in una nebbia imprevista e impensabile nelle sue proporzioni, che impedisce di capire, vedere, prevedere. E tutto concorre a creare un senso di precarietà e fragilità che non di potrà dimenticare.  Si vive in una profonda incertezza che si allarga soprattutto davanti al nostro sguardo verso il futuro, quello più prossimo, che nessuno è in grado di prefigurare. Anche la scienza vacilla e naviga a vista e questo mi sembra il dato più significativo di questo evento epocale. Nel mondo secolarizzato della modernità nel quale le religioni hanno perso quel ruolo di creazione di orizzonti di senso , di costruzione di certezze indiscusse, la scienza si era assunta il compito di definire nuovi, seppure provvisori, capisaldi su cui l’umanità poteva contare per continuare il suo cammino. Ma vediamo quanto siano fragili e quanto poco sia sufficiente per rovesciare sicurezze, previsioni ed aspettative che neanche erano ipotizzabili tanto sono impreviste e imprevedibili. Non possiamo evitare di affidarci in questo momento agli esperti, agli scienziati che i governi consultano per prendere i provvedimenti  ritenuti necessari per fronteggiare l’emergenza, ma vediamo quanto anche gli uomini di scienza siano in difficoltà nel capire e prevedere e quanto questa incapacità si traduca in contrasti e divergenza di opinioni. E’ stato spontaneo in questi giorni stupirci, e magari indignarci, per le affermazioni e le decisioni di Boris Johnson, ma dietro a Johnson, come a tutti i capi di governo, ci sono gli scienziati, con le loro analisi, le loro previsioni, i loro modelli matematici. I picchi, di cui tutti ormai parlano,  previsti secondo questi modelli, sono sistematicamente corretti e posticipati nel tempo.  Ed è quasi paradossale che tutto questo ciclone sia causato da un virus, cioè da un ente il cui statuto ontologico non è ancora definito. Non intendo il coronavirus che è un virus di cui conosciamo pochissimo, ma proprio il virus come ente generico di natura che aspetta ancora una classificazione condivisa. Il virus è un organismo vivente o va riferito al mondo dell’inorganico? Il problema è aperto e discusso.
Il 26 Febbraio sul “il manifesto “ è apparso un intervento del filosofo Giorgio Agamben che ha sollevato un putiferio, il titolo era: “Lo stato d’eccezione provocato da un’emergenza immotivata”.  Il pensiero di Agamben si può riassumere in questa frase che cito testualmente “Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite”. I provvedimenti d’eccezione sono quelli che stanno limitando enormemente le libertà individuali, ma non sono interessato qui a discutere la tesi di Agamben. Quello che tutti i commentatori , alcuni con toni sprezzanti, hanno trascurato è la premessa del ragionamento di Agamben. In premessa citava una nota molto rassicurante del CNR, dal titolo “Coronavirus. Rischio basso, capire condizioni vittime”, cioè assumeva, con atto di fede, il messaggio che arrivava dalla fonte delle nostre sicurezze : la scienza . Quella nota del 22 Febbraio a leggerla in questi giorni sembra di qualche anno fa. Vi era scritto tra l’altro “l’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva”. E più avanti “Non c'è un'epidemia di SARS-CoV2 in Italia. Il quadro potrebbe cambiare ovviamente nei prossimi giorni, ma il nostro sistema sanitario è in stato di massima allerta e capace di gestire efficacemente anche la eventuale comparsa di altri piccoli focolai come quello attuale.”
Questo solo per dire quanto difficile sia davanti a questa emergenza fare previsioni, quanta nebbia debba diradarsi prima di capire quando e soprattutto come ne usciremo. Ecco, se c’è una cosa che è possibile prevedere è che da questa pandemia, come da tutte quelle che l’hanno preceduta, se ne uscirà.  Ma quando e come, ad oggi, nessuno può dirlo. Le notizie che arrivano dalla Cina e dalla Corea sono confortanti, quelle che arrivano dall’Europa, dall’America e dall’Africa , povera Africa, molto meno.  E anche su queste notizie, confrontando statistiche e numeri,  si aprono problemi che è difficile al momento risolvere.
La Primavera è la stagione del risveglio e della speranza , oggi è difficile viverla, ma confidiamo che la prossima sarà certamente migliore.
Un saluto a tutti
Paolo

mercoledì 4 marzo 2020

incontro del 4 marzo 2020

 Carissim*, 
epidemia permettendo, ci troviamo mercoledì 4 marzo a casa di Chiara per rileggere insieme L'Ibisco Viola di Chimamanda Ngozi Adichie.
Per motivi organizzativi, date conferma.
Grazie
A presto
Silvia


martedì 14 gennaio 2020

Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne, SaraR: Farris

Non si può ricordare tutto e a volte non si vuole. Per esempio la campagna della Lega nel 2005 contro l’ingresso in Europa della Turchia, l’Italia tappezzata di cartelloni che rappresentano tre donne: una con il velo, imprigionata, e due vestite all’occidentale coi capelli corti, in un ufficio luminoso e poi «la didascalia sulla sinistra dice “loro”, quella sulla destra “noi”. Sotto l’immagine c’è una domanda quasi retorica: volete correre il rischio? No alla Turchia in Europa». Sara R. Farris nel suo Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne (Edizioni Alegre, pp. 303, euro 18, traduzione di Marie Moïse e Marta Panighel) ricorda questo e altro, in un’analisi che all’interno di un quadro teorico molto ampio e approfondito definisce la nozione di femonazionalismo, contestualizzandola all’interno dei casi nazionali di Paesi Bassi, Francia e Italia.
IL FEMONAZIONALISMO è la «convergenza» del femminismo con posizioni nazionaliste e neoliberali, avvenuta in nome della difesa dei diritti delle donne. A far muovere alcune femministe verso posizioni xenofobe è stata l’esistenza di un nemico comune: l’Islam. Alla base di tale convergenza c’è, quindi, la convinzione della supremazia occidentale, per cui la nostra civiltà, essendo maestra in tema di parità di genere, costituirebbe il modello a cui anche le altre dovrebbero adattarsi. Farris, però, evidenzia: «suggerendo che l’uguaglianza di genere sia un problema soprattutto per le donne non occidentali, le femministe e femocrate anti-musulmane hanno contribuito a distogliere l’attenzione dalle molteplici forme di disuguaglianza che ancora colpiscono le donne occidentali».
I rischi del femonazionalismo ricadono, ovviamente, anche sulle donne migranti: sono considerate, infatti, soggetti chiave nel processo di integrazione: «se educhi una madre, educhi una famiglia!». Le politiche in merito nei Paesi Bassi, in Italia o in Francia, insistono molto sul ruolo fondamentale delle donne che possono – e devono – favorire l’integrazione dei propri figli, partecipando al processo educativo, alle attività scolastiche, salvo poi vedersi rifiutare l’accesso a scuola (succede in Francia) perché indossano il velo. Le femministe che aderiscono a questa politica di liberazione delle migranti dal giogo islamico, allora, cercano di imporre a queste donne quel ruolo di Madre da cui loro hanno cercato invece di emanciparsi.
L’AUTRICE SARDA, docente alla Goldsmith University of London, dettaglia come il femonazionalismo sia anche conseguenza del neoliberismo. L’emancipazione delle donne attraverso il lavoro salariato è un’altra delle richieste che nazionalisti e femministe insieme fanno alle donne migranti: devono trovarsi un impiego per rendersi autonome e liberarsi dalle imposizioni di padri e mariti. Quale lavoro, però? Di cura. Di nuovo, allora, ci troviamo di fronte a una violenta contraddizione: perché le donne migranti dovrebbero voler svolgere quel tipo di attività, della riproduzione sociale appunto, da cui le femministe in Occidente hanno cercato di liberarsi? La risposta è tanto chiara quanto dolorosa: «l’etica produttivista del femminismo converge con le politiche neoliberiste di workfare».
L’emancipazione femminile attraverso la produttività ha creato in Occidente un bisogno di lavoro di cura che le donne migranti assolvono, con condizioni salariali ingiuste e spesso senza garanzie. Farris fa infatti notare come la retorica dello straniero che venendo qui ci ruba il pane vale solo per gli uomini che sarebbero «d’ostacolo alla integrazione sociale e culturale». Che tolgano il velo, quindi, e mettano il fazzoletto in testa.

martedì 7 gennaio 2020

Prossimo incontro

Ci troviamo lunedì 13 alle 21.00 a casa di Roberta per rileggere  "Il Pastore d'Islanda" di Gunnar Gunnarsson.




mercoledì 20 novembre 2019

Le Favole da riformatorio di Ugo Cornia

Una pecorella smarrita e un lupo emarginato, un cacciatore e un pastore innamorati in una casa nel bosco: si alternano saltando e rompendo gli schemi classici a cui pure si ispirano le provocatorie e delicate storie di Ugo Cornia. Le Favole da riformatorio (Feltrinelli, pp. 118, euro 13) dello scrittore modenese prendono spunto, nell’ispirazione, dalla favola classica sviluppandosi in uno scenario stralunato e tutto padano in cui la disoccupazione colpisce la strega cattiva e al contadino in pensione non resta che immaginare un giardino con animali di gesso, ma veri e messi in posa dopo un lungo apprendistato, compreso un incorreggibile e sempre affamato lupo.
CORNIA utilizza così la favola per stigmatizzare il nostro tempo, quasi dei racconti morali acidi, capaci di far riflettere con la semplice qualità di una letteratura tutt’altro che improvvisata. Cornia è sì comico ma nel novero dei grandi novellieri italiani; ci si diverte a leggere il libro, ritrovandosi immersi in una lettura sapiente nel senso più ampio, capace di consegnare orizzonte e sguardo – alla parola come al discorso. In un’epoca vergata da un eccesso autoreferenziale e patetico del sé, nell’esagerazione favolistica l’autore riferisce la misura delle cose, svelando la piccineria dell’umano e la sua banalità esistenziale fatta tutta vuoti conformismi, di professioni, di ruoli, di autorevolezze presunte e piccoli poteri da sottoscala.
Non ha bisogno di fustigare o condannare, a Cornia basta il disincanto di una letteratura che prende avvio dalla tradizione italiana e diventa narrazione: quella che fa della scrittura un racconto stupefatto delle cose. Un racconto collettivo in cui il comico è il collante di disgrazie e ridicole avventure, ma anche di sconforti e tradimenti. Favole da riformatorio sotto l’aspetto classico da «storia semplice» restituisce un’idea di società ben precisa, un luogo inclusivo e delicato in cui le condanne anche le più tremende hanno una qualche sfumatura dolce. La morale sta tutta nella libertà di vedere e di permettersi di osservare, Cornia getta uno sguardo audace e divertito sulle colpe e inadeguatezze dei suoi sventurati protagonisti non dimenticando mai però che proprio perché sono colpe e inadeguatezze restano prive di reale peso, cose assolutamente di poca importanza.
LA CRITICA SOCIALE delle favole non diventa così mai feroce, si limita all’evidenza di ciò che è, strappa un sorriso – a volte agrodolce oppure tenero – perché nonostante i grandi discorsi quotidiani che vedono ogni volta l’umano al centro che sia per la salvezza come per la distruzione del mondo, in tutto appare la nostra piccolezza. È infatti ben evidente che rispetto all’enormità delle cose ogni nostro possibile indaffarato agire non ha altro – nella migliore delle ipotesi – che la forma di un buffo inciampo. Corrodendo piano piano l’apparenza, come nell’ultima favola, in cui i personaggi fanno i conti con una improbabile storia noir; Cornia riporta il lettore a casa, davanti alle sue invincibili paure, ma anche di fronte alla tenerezza fatta di affetti e relazioni necessarie che quel limite porta con sé.

domenica 17 novembre 2019

prossimo incontro

Carissim*,
confermo il prossimo incontro per LUNEDI' 18, a casa di Ida, che ci guiderà nei meandri psicologici della Brexit, con MIDDLE ENGLAND di Jonathan Coe.
Confermate la vostra presenza, grazie.
A presto
Silvia


giovedì 3 ottobre 2019

Apertura stagione

Carissim*,
finalmente apriamo le danze! Ci troviamo lunedì 14 ottobre, ore 21.00, a casa mia . Il tema sarà la parola FIUME. Fiumi veri, fiumi metaforici, fiumi di libri da scambiarci, sicuramente fiumi di parole!

I libri successivi saranno:
Jonathan Coe, MIDDLE ENGLAND
Gunnar Gunnarsson, IL PASTORE D'ISLANDA
Chimamanda Ngozie Adichie, IBISCO VIOLA
(presumibilmente in quest'ordine)

Buona lettura e a presto
Silvia

sabato 31 agosto 2019

Zucchero e catrame, Giacomo Cardaci



«Dalla prima elementare avevo intuito che per stare a galla dovevo piacere agli altri»: è questo che scrive, dal carcere, Cesare Barozzi, diciannovenne protagonista del nuovo ottimo romanzo di Giacomo Cardaci, Zucchero e catrame (Fandango, pp. 282, euro 17,50). Cresciuto nella provincia di Udine, Cesare ha dovuto imparare presto a camuffare i propri desideri e la propria natura, fin dalle scuole elementari, quando suor Dolores – temibile insegnante nostalgica dei vecchi metodi educativi-punitivi, più simile alle Streghe dell’omonimo romanzo per l’infanzia di Roald Dahl – scoprì nel suo zaino Miss Raperonzolo dai lunghi capelli viola, costringendolo a testimoniarne il supplizio di nylon tagliato e plastica sventrata sulla cattedra. La sofferenza della bambola, quella mattina, avrebbe lavorato nella mente di Cesare per anni. Fortuna che in classe c’è Ines, ribattezzata Lines per via della pubblicità degli assorbenti. Lines che quando suor Dolores mette sotto chiave quel che resta di Miss Raperonzolo, dice a Cesare «Riprendiamocela». È in quel plurale che si annida la forza, la complicità, l’amicizia, e quel plurale è l’opposto della solitudine. Lines che quando anni dopo andrà incontro a Cesare in piazza Cairoli a Milano è talmente cambiata da non avere più un passato comune. È così che lavora il tempo, deforma i ricordi per rendere più sopportabili le storture della vita, o almeno per darle quel poco di coerenza che è necessaria a non soccombere del tutto.
MA LE INTERMINABILI GITE con i perfidi compagni di classe vengono archiviate quando il padre di Cesare, criminale e primo responsabile del senso di inadeguatezza del figlio, annuncia alla famiglia il trasferimento in città, in un monolocale claustrofobico nella periferia milanese, una periferia evocata da Cardaci con una potenza e una verità che si fa odore sulla carta. È nell’agglomerato di cemento che Cesare incontra per la prima volta Gabriele, «Gabbo», un sedicenne sfrontato e bellissimo che abita al piano di sopra; impossibile non vivere quell’incontro come un assedio, una presa, il primo grande amore della giovinezza assurdo e vertiginoso. «Allora confondevo l’affetto con la bellezza», ed è questa per Cesare una linea di demarcazione invisibile nell’adolescenza che lo porta col tempo a fidarsi di Gabbo e a preferire il dolore al nulla, il disprezzo alla disattenzione. «Capii che renderlo felice mi rendeva felice: anche se si trattava di una felicità prezzolata, destinata a svanire presto». Cesare desidera tutto di Gabbo, desidera il suo corpo da quando gli ha permesso di masturbarlo in camera davanti a un dvd porno etero, desidera essere lui quando Gabbo gli parla della ragazza che vuole conquistare.
IL DESIDERIO, nel romanzo di Giacomo Cardaci, è un motore neutrale: può spingere verso la vita o verso la distruzione. È così per Cesare, incapace di trasformare l’odio in oro come un moderno Mida metropolitano, sempre intento a fingersi esattamente come gli altri lo vogliono senza mai riuscirci. È tramite Gabbo che conoscerà Franco Mori, maniaco cinquantenne pronto a pagare qualunque prezzo per farsi umiliare sessualmente dai ragazzi che Gabriele gli procura. Emulando il suo amore impossibile, Cesare si renderà complice di quel giro di prostituzione, imboccando una strada senza uscita.
Cardaci ha scritto un mirabile libro sulla costruzione dell’identità negativa e lo ha fatto decidendo di narrare una storia feroce, disturbante, priva di redenzione e salvezza, dall’incredibile impatto emotivo, dimostrando una capacità romanzesca fuori dal comune. È un piacere e un dono, in tempi di dilagante (seppur valida e fortunata) autofiction, leggere Zucchero e catrame, uno dei romanzi più pudicamente politici e sfrontatamente etici di questi ultimi anni.

Iran

In Iran la lotta per le diseguaglianze di genere viaggia non solo su un paio di ruote sgangherate per le strade polverose di Isfahan, ma anche sui binari delle piattaforme social. Sono infatti decine i video di donne in sella a una motocicletta apparsi sul web dopo il ricorso alla Corte amministrativa di giustizia presentato da Fatemeh Eftekhari, trent’anni appena, appassionata di parapendio e sport estremi.
LA RAGAZZA, che da circa sei anni rivendicava il diritto a spostarsi pubblicamente con la sua moto, ha ottenuto all’inizio di agosto dal Tribunale di Isfahan il rilascio della patente di guida per motocicli. Anche se la sentenza si applica solo al caso specifico e non a tutta la popolazione femminile e può essere revocata in qualsiasi momento, si tratta di una piccola vittoria per le donne iraniane. Per Eftekhari, che dice di non credere nelle rivoluzioni, ma a «piccoli sorsi di cambiamento», seguire le vie legali è «il modo migliore e civile per ottenere il rispetto dei propri diritti e non crogiolarsi nello status quo». «Il codice della strada non menziona il genere sessuale. È il legislatore che però deve avere l’ultima parola», ci racconta Eftekhari. «Nelle condizioni socio-economiche attuali – continua – molte donne non possono permettersi di comprare un’auto. Una motocicletta può quindi essere una valida alternativa per muoversi liberamente sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Ecco perché questa sentenza avrà un forte impatto sulla vita delle iraniane. Siamo ancora in attesa di vedere cosa accadrà al momento del ricorso, ma speriamo nel cambiamento».
ATTUALMENTE IN IRAN non ci sono leggi che vietano esplicitamente alle donne l’uso di moto e motorini. «Si tratta piuttosto di un modus operandi adottato arbitrariamente dalla polizia stradale e supportato dalle autorità religiose e dalle fazioni più conservatrici della società. È una questione legata all’equilibrio di poteri, non di giustizia», ci spiega Jasmin Ramsey, del Center for Human Rights in Iran con sede a New York. «Si vuole evitare di rilasciare le patenti per le due ruote, nonostante le donne possano guidare auto, bus e perfino camion».
Facile indovinare il motivo: i motocicli sono tra i mezzi più veloci per muoversi nel traffico. E in un Paese come l’Iran, spostarsi in modo autonomo equivale a ritagliarsi la propria fetta di indipendenza all’interno di un sistema dove il piatto della bilancia premia sempre il potere maschile.
PER CHI PREFERISCE interpretare la legge a righe alternate, una donna su due ruote è quindi una donna che rischia di minare l’immagine di famiglia raccontato dai religiosi, fatto di figure femminili dedite principalmente alla cura della casa e dei figli in nome della «modestia». A parte un timido appoggio alla causa delle motociclette proveniente anche dall’ala conservatrice, il caso di Eftekhari però rischia di restare un’eccezione.«Perché non rimanga tale, il Parlamento dovrebbe varare una legge ad hoc che non lasci dubbi sull’interpretazione del codice della strada. Ma questo non sta accadendo. Almeno al momento questo non è nell’agenda del governo», fa sapere Ramsey.
Eppure, nonostante il vuoto legislativo, le donne delle motociclette rappresentano ormai un caso trasversale all’interno della società iraniana. «Le motocicliste – spiega ancora Ramsey – si oppongono alle politiche discriminatorie e provengono da ogni strato della popolazione». Non a caso, alcuni dei video postati su Twitter sono stati accompagnati dall’hashtag #genderequality. Solo lo scorso luglio era apparso sui social un video in cui la campionessa iraniana di motociclismo Benhaz Shafiei veniva fermata da un poliziotto perché in sella alle sue due ruote.
«SHAFIEI È UNA DELLE TANTE donne che stanno facendo la storia, spingendo per il cambiamento», ha detto Ramsey. «È dalla Rivoluzione islamica che le attiviste per i diritti umani si battono per essere uguali agli uomini agli occhi della legge. Per usare le parole dell’avvocata Nasrin Sotoudeh, tutti hanno bisogno di “libertà, sicurezza sociale e giustizia”. Si tratta di un processo lungo e sfaccettato, che non può esaurirsi in un unico episodio».
[Melissa Aglietti 31/08/2019]

domenica 25 agosto 2019

Fridays for future

L’Amazzonia, il polmone della Terra, brucia, liberando milioni di tonnellate di CO2. La Siberia brucia, emettendo altro CO2 e immense quantità di metano. I ghiacci della Groenlandia si sciolgono a ritmo vertiginoso e così anche la banchisa polare, le calotte glaciali dell’Artico e dell’Antartico e tutti i ghiacciai del mondo. In India, in preda alla siccità, muoiono di sete migliaia di persone e in tutto il mondo, Mediterraneo e Italia compresi, si moltiplicano i fenomeni metereologici estremi: ondate di calore, tempeste tropicali, gelate fuori stagione.
Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e al tempo stesso cause del suo rapido aggravamento. Di tutto questo non c’é alcun riflesso nel Parlamento italiano né nelle manovre per formare un nuovo governo. Le istituzioni del nostro paese non si sono solo allontanate dai cittadini (e viceversa). Sono ormai lontane mille miglia dalla realtà (come lo sono i media che si occupano delle loro vicende). Ma è così anche in quasi tutto il resto del mondo.
C’è però in Italia e in tutto il mondo un “popolo” che quei fatti li ha messi al centro dell’attenzione, delle sue preoccupazioni e della sua iniziativa: i giovani di Fridays for future, che è un movimento mondiale la cui crescita non si fermerà più; la rete di Extinction Rebellion; i tanti movimenti contadini che difendono un’agricoltura sostenibile come Via campesina che riunisce 400 milioni di agricoltori; i popoli indigeni in lotta contro la devastazione dei loro habitat, in particolarel’Amazzonia, oggi sotto attacco, ma che sarà al centro di un sinodo voluto da Papa Francesco.
È statisticamente quasi impossibile che tra i mille parlamentari italiani non ce ne sia nemmeno uno che non si renda conto di quanto sia criminale ignorare la crisi climatica. Se anche in pochi, approfittando della visibilità che avrebbero in questo momento, formassero un raggruppamento interpartitico, non per “mettersi alla testa” dei movimenti già attivi in questo campo, magari con mire egemoniche (non ne avrebbero alcun titolo), ma per porre la crisi climatica e ambientale al centro delle loro preoccupazioni, potrebbero gettare un pesante masso nello stagno delle trattative per la formazione del nuovo governo e tutto il quadro politico potrebbe venirne scompaginato anche nel caso di eventuali elezioni.
Si tratterebbe di mettere all’ordine del giorno, non solo del Parlamento, che su questo tema per ora è sordo, ma del pubblico più vasto possibile, non l’inserzione dell’ambiente come una postilla in programmi inconcludenti e di facciata, ma la necessità inderogabile di una svolta radicale: abbandonare al più presto i progetti, le attività e i consumi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti per promuovere ovunque impianti, sistemi e consumi a emissioni basse o nulle. Molte misure da assumere sono impopolari e per molti inaccettabili.
Ma di fronte all’evidenza dei fatti questi atteggiamenti non dureranno a lungo anche perché i movimenti in campo per esigere un cambiamento radicale delle politiche cresceranno mano a mano che la crisi climatica farà sentire i suoi effetti.
Inoltre quei movimenti sono già fortemente intersecati dalle altre correnti di pensiero e di azione impegnate sulla prospettiva di un mondo diverso: il movimento delle donne contro il patriarcato e le sue tante manifestazioni, la solidarietà contro abbandono e respingimento dei migranti, le mobilitazioni contro la devastazione di territori e comunità in nome di progetti senza avvenire come NoTav o NoTap, i movimenti contro la guerra e le armi. Certamente più difficile, nell’immediato, sarà raccogliere adesione e rivendicazioni di chi oggi lotta o vorrebbe lottare per difendere reddito o posto di lavoro, contro disoccupazione e precariato, per la casa, la salute, l’istruzione.
C’è ancora da battere una cultura – negata a parole, ma confermata dalle scelte di tutte le forze politiche – che continua a contrapporre tutte queste cose alla difesa dell’ambiente; ma è e sarà sempre più chiaro che quelle rivendicazioni non avranno più alcuna possibilità di realizzarsi nella prospettiva di una generale catastrofe climatica.
Dalla capacità di affrontare qui e ora la questione della crisi climatica, senza aspettare che a muoversi siano altri paesi e altri Governi, ma con la convinzione che l’esempio ha un effetto trascinante e che chi la affronta prima si troverà in vantaggio mano a mano che gli effetti della crisi si faranno più pesanti, dipende alla fine anche la possibilità di ricondurre la politica al suo significato originario, che è quello di autogoverno. Cosa che non potrà mai realizzare una manovra chiusa nel quadro dell’attuale sistema politico, tutto legato al mito fasullo e ormai palesemente devastante della “crescita”. Il tempo per agire è ora. E se non ora, quando?
[Guido Viale 25/08/2019]

domenica 18 agosto 2019

Open Arms


«Sulla vicenda della nave Open Arms, Matteo Salvini scarica su Giuseppe Conte responsabilità che non gli competono». L’ammiraglio Gregorio De Falco, uomo di mare e senatore fuoriuscito dal Movimento, analizza i passaggi della catena di comando sugli sbarchi e ci trova numerose incongruenze. «Il decreto sicurezza bis ha formalizzato una circorcostanza che ha dell’inconsueto nell’ordinamento italiano – spiega De Falco – Bisogna premettere che stiamo parlando di una materia delicata: l’interdizione della navigazione alle navi straniere nelle acque italiane. Eppure il decreto stabilisce che il presidente del consiglio venga informato dopo che il ministero degli interni coi colleghi della difesa e delle infrastrutture e trasporti abbiano assunto una decisione».
Cosa c’è che non va in questo meccanismo?
Ci troviamo in contrasto con l’articolo 95 della Costituzione: come fa il presidente del consiglio a coordinare la politica del governo, come prevede la carta fondamentale, se in una situazione del genere viene soltanto informato in un secondo momento?
Come colloca la questione dei migranti della Open Arms in questo contesto?
Anche in questo caso, questi personaggi mostrano di volere sopperire a carenze culturali e politiche. Il ministro Salvini è consapevole di non aver mai avuto la potestà di vietare gli sbarchi, come pure ha più volte fatto. E quindi immagina che sia compito del presidente del consiglio. Eppure, questa responsabilità sta nella linea gerarchica del ministro Toninelli, individuata da articoli 80 e 65 del codice della navigazione in capo al comandante del porto. L’articolo 19 della convenzione di Montego Bay, che pure viene richiamato dal decreto sicurezza bis e dai provvedimenti in attuazione di questo, si riferisce al carico e allo scarico di cose o persone in violazione delle normative dello stato costiero da parte di nave straniera.
Ma l’efficacia del divieto di Salvini, Trenta e Toninelli che vietava lo sbarco. era stata sospesa dal Tar dal Lazio.
Per questo motivo, da quel momento riprendeva vigore il normale assetto di responsabilità. Quindi, chi può autorizzare lo sbarco è solo il comandante del porto, mentre il ministero dell’interno deve predisporre tutto per assicurare l’ordine pubblico e l’accoglienza a terra. Perché nel momento in cui la nave è di fronte al porto di Lampedusa non c’ è più margine tecnico per decidere dove deve sbarcare, a questa inerzia è corrisposto il provvedimento del Tar.
In questa fase si inserisce un altro organo. Risulta che il comando generale delle Capitanerie di porto avesse negato l’autorizzazione allo sbarco…
Proprio così. Un paio di giorni fa, quando la nave entrava in acque territoriali, veniva emanato un divieto di sbarco. Per la precisione: l’Mrcc, centro di coordinamento per i salvataggi marittimi, anziché agevolare l’organizzazione dei soccorsi ha posto il divieto di sbarco, sostanzialmente sostituendosi al giudice. Mi sono chiesto a che titolo, sulla base di quale fonte normativa, con quale motivazione e da chi fosse ordinato.
Non può essere stato il ministro competente, vale a dire Danilo Toninelli?
Quest’ultimo nel frattempo si era rifiutato di firmare un nuovo ordine, pare fosse stato già firmato da Salvini, che reiterava il divieto già sospeso. Ma qualcosa nella linea gerarchica di Toninelli sfugge, c’è qualcuno più realista del re. O che si sente re. Forse perché Toninelli non sa regnare.
Che relazione c’è tra questa confusione di responsabilità e una crisi di governo che è nata fuori dal parlamento e non si capisce come andrà a finire?
Siamo di fonte ad un’ordine che deriva da un soggetto non competente. Mi pare che si facciano degli annunci come è accaduto per la crisi. Non esiste la crisi di governo e non esiste il divieto di sbarco. Le persone soffrono sul nulla. Ci stiamo arrovellando sul nulla. Da una parte bisognerebbe far sbarcare questa povera gente, dall’altra mettersi a lavorare invece di fare annunci.

Memorie culinarie di un’infanzia felice, Alice Danchokh


Ode alla cucina tradizionale russa, celebrazione delle sue custodi, le nonne e le zie, ritratto poliedrico di una famiglia e di un paese, ricettario conviviale, Memorie culinarie di un’infanzia felice di Alice Danchokh racconta l’infanzia solare e golosa dell’autrice in un’Unione Sovietica fuori dai clichés della guerra fredda. Nata nel cuore dell’intelligencija moscovita, Alice cresce tra due kommunalki (appartamenti comunitari), quello dei nonni paterni nel quartiere dell’Arbat e quello della madre e della nonna materna, poco lontano dal Cremlino. L’estate parte all’avventura col nonno (che si consacra anima e corpo alla sua educazione tanto da esser soprannominato «il Pestalozzi dell’Arbat»), all’insegna della vita all’aria aperta e del gusto.
SIN DAL PRIMO SOGGIORNO in una dacia sovraffolata, impara a pelare le patate, a rompere le uova in una padella ben calda, a preparare la zuppa «del monastero», e ad approfittare della generosità della natura insieme agli altri bambini, facendo scorpacciate di frutti di bosco non sempre maturi («gli uccelli avevano la pazienza di aspettare, noi no»). A Koktebel’, in Crimea, rifugio eccellente di scrittori e poeti, da Pushkin a Cvetaeva, resiste al culto di Bacco praticato da tutti i residenti, vacanzieri inclusi, con un’intera generazione d’intellettuali moscoviti e pietroburghesi che matura all’ombra delle botti del rinomato vino bianco locale.
Lei professa più volentieri il culto del buon cibo, convertita in tenerissima età dalla nonna materna, Anna Vassilievna, vera maga dei fornelli, che ha il potere di «tramutare cose da nulla in meraviglie», gli ingredienti più semplici in prelibate pietanze, le ricette popolari in capolavori festivi, e persino la sua infanzia contadina nella remota Siberia, spazzata via dalla rivoluzione del 1917, in favole della buonanotte per la nipotina insaziabile di storie e sapori.
Tra i suoi capolavori, i Pelmeni (piccoli come l’unghia di un pollice, «scivolavano nello stomaco senza che si avesse il tempo di masticarli correttamente, mentre il brodo e il pepe nero macinato bruciavano il palato, e la panna sembrava esclamare ’ehi mi avete dimenticata!’»). La cucina della «nonna Stella» cui l’autrice bambina rende visita ogni estate a Nicolaev (Ucraina), non è da meno. Alice rinuncia ai giochi preferiti per assisterla nella preparazione dei Vareniki alla ciliegia. Con un bicchiere ritaglia i dischi di sfoglia sottile, su cui posa lo zucchero e tre ciliegie snocciolate.
RACCHIUSI A MEZZA LUNA, lessati e conditi con un caldo sciroppo di ciliegie, una volta a tavola questi dolci spariscono in un baleno. Quasi come la monumentale Paskha, frutto degli «sforzi titanici» di tutta la famiglia dal venerdì santo, servita al pranzo di Pasqua a parenti ed amici. Di questa piramide tronca a base di formaggio fresco, restano sempre poche briciole che la bambina mette rapidamente in salvo per godersele l’indomani, con un pezzo di Kulìc, l’altro dolce pasquale tradizionale di cui è ghiotta. .
MA NON TUTTE le specialità russe sono così gradite alla piccola Alice. Il caviale nero, ad esempio, le ricorda «il catrame utilizzato per riempire i buchi dell’asfalto», e vani restano i tentativi di convincerla a mangiarlo per le sue qualità nutritive. Preferisce il «caviale fresco» di melanzane, quello della nonna. Pure, come tutti a Nicokolaev, sgranocchia semi di girasole, condividendo questo «oro nero» con compagne e compagni di giochi. Ben presto però, ai giochi Alice preferisce la lettura. Stringendo amicizie esclusive con i libri, passa le ore a divorare romanzi insieme a una «quantità inimmaginabile di mele».
NATURALE QUINDI che sorga in lei il desiderio di assaggiare quella tazza di cioccolato fumante, delizia delle sue eroine di carta. Ma quando la nonna lo esaudisce, scopre con orrore che l’ingrediente principale altro non è che il cacao «etichetta d’oro», servito nei campi di pionieri e a scuola, che lei detesta, ed è la «più crudele delusione culinaria» della sua infanzia.
Lieta occasione di un’inatteso accostamento tra narrativa e realtà è invece il ritorno a Mosca della zia Natacha. Partita in Inghilterra alla fine degli anni Venti, la zia aveva potuto riallacciare i rapporti con la famiglia solo dopo la morte di Stalin e il 20esimo congresso del partito nel 1956. Per la sua prima visita, nel 1969, la famiglia organizza una grande festa e, nonostante la penuria cominci già a provocare «file interminabili» davanti ai negozi di alimentari, la tavola si ricopre, come per incanto, di cibi deliziosi, proprio come nei racconti.
NON MANCANO i Pirozhki della nonna paterna, ripieni di cavolo e uova, inimitabili: «ho visto decine di volte mia nonna preparare l’impasto, stufare il cavolo nella padella tonda di ghisa, l’ho pure aiutata a tagliare il cavolo in quadratini che rimestavo col cucchiaio per farli ben dorare nel burro. Ma mai sono stata capace di riprodurre la sua opera eccellente. La pasta lievitata sceglie le mani che la preparano», riconosce la scrittrice.
Come in una scena del Il maestro e Margherita di Bulgakov, allora ancora inedito, la zia Natacha arriva con una valigia carica di doni che, contrariamente al romanzo, non evaporano, anzi, verranno conservati fedelmente per decenni. Da Mosca, la zia riparte per Londra con la valigia piena di prelibatezze, tra cui una Pastila bianco-rosata, il suo dolce preferito, e un chilo di caviale in due sacchetti di cellophan nascosti dentro il reggiseno acquistato per questo «trasporto di contrabbando» oltre la cortina di ferro.
Col mutamento urbanistico del centro di Mosca, molti cittadini traslocano negli appartamenti individuali dei nuovi palazzi della periferia. Ma i nonni di Alice rifiutano di lasciare il quartiere e si trasferiscono in una kommunalka di un vecchio palazzo del centro abitato da personalità bolsceviche in pensione. Condividono così l’appartamento con Ludmilla Ivanovna Krassavina, che nel 1917, aveva copilotato l’instaurazione del potere sovietico in estremo oriente. Vittima delle «grandi purghe», condannata nel 1937 per spionaggio, questa «onesta comunista» non si dichiarò mai colpevole, nonostante le atroci torture, e solo dopo la sua «riabilitazione» godrà di tutti i privilegi dovuti al suo operato. Fautrice di una cucina genuina, Ludmilla apporta nuovi piatti al desco familiare, tra cui una versione rivoluzionaria delle barbabietole stufate, adottata all’unanimità.
TRE ANNI PRIMA della perestroika, il vecchio palazzo si riempie di crepe e gli anziani inquilini verranno trasferiti d’urgenza in un altro quartiere in costruzione. Ma Ludmilla non sopravviverà al crollo dell’Unione Sovietica. Un crollo impensabile nella fanciullezza di Alice Danchockh, quando la destalinizzazione promette ben altro avvenire, sintetizzato in un discorso di Krusciov, diffuso dall’altoparlante del villaggio in cui trascorre le vacanze.
Il Primo segretario del Comitato centrale del Pcus vi afferma che l’entrata nell’era del vero comunismo di lì a pochi anni avrebbe portato «la felicità totale e definitiva» secondo la parola d’ordine «da ognuno secondo le sue possibilità e a ognuno secondo i suoi bisogni». Lasciando gli adulti a discutere sul senso di questa frase, Alice raggiunge allora gli altri bambini che preparano un fuoco per abbrustolire il pane. Non sa ancora, che, insieme al pane, condivide già con loro quella « felicità totale e definitiva» annunciata per il futuro, presente invece tutta intera nel qui e ora della sua infanzia.
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SCHEDA:
Più volte vincitrice del premio nazionale russo «Miglior libro dell’anno», editorialista della «Literaturnaya Gazeta», Alice Danshokh ha pubblicato sei saggi su temi culturali (tra cui un libro su Firenze). Le sue «Memorie culinarie di un’infanzia felice» pubblicate in Russia nel 2015 (seconda edizione 2019), sono tradotte in francese (Editions du Rocher, 2017) e in inglese (Austin Macauley Publishers, 2019). A settembre, uscirà a Mosca il suo settimo libro «Storia della malattia o diario della salute»
[Giannina Mura 18/01/2018]

venerdì 16 agosto 2019

Kitchen», Banana Yoshimoto

Quando la traduzione italiana di Kitchen cominciò a invadere gli scaffali dei supermercati, tofu era solo una parola esotica e buffa. Nessuno avrebbe immaginato che a distanza di quasi trent’anni avremmo tutti, ben più di una volta, avuto a che fare con quella inconsistenza che i protagonisti della storia si ritrovavano di tanto in tanto sotto i denti.
La scrittura dell’autrice del piccolo volume – una ragazza di Tokyo allora poco più che ventenne che aveva scelto un nome insolito per presentarsi al pubblico, Banana – poteva forse apparire così a chi dopo mesi di file alla cassa a sbirciarne la copertina, sovrappensiero lo aveva lasciato scivolare sul nastro di gomma insieme a una fila di pomodori e tre pacchi di spaghetti.
C’ERA, IN QUEL MUCCHIETTO di pagine tenute inchiodate da una sola parola straniera, qualcosa di magnetico. Il corpicino ripetuto in serie della donna in miniatura vestita di bianco – capelli scuri di un taglio asimmetrico, mani nascoste dietro la schiena a coprire, chissà, una borsa ripiena di sedani – se ne stava come sotto vetro, sezionato, depositario di un segreto misteriosamente riproducibile.
«Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina», il romanzo iniziava così. Poi la prosa si faceva evanescente, si aveva l’impressione che le frasi evaporassero, la carta tratteneva un rimasuglio sminuzzato di fatti e di senso che due bacchette non sarebbero bastate ad afferrare. Nel romanzo morivano tutti ed era come se non fosse morto nessuno, i due protagonisti si aggrappavano l’una all’altro senza slanci – a patto di percorrere chilometri di notte pur di condividere un riso takeaway con sopra del maiale fritto. Chiamavano la solitudine solitudine, e la nostalgia nostalgia. I loro corpi non si toccavano neanche davanti a un piatto di ramen.
SEMBRAVA DI LEGGERE un cartone animato, e allo stesso tempo di non leggere niente. Mancava sempre qualcosa, e forse mancava il sale, la salsa di soia, un finale sufficiente a giustificare i milioni di copie vendute, gli adattamenti per il cinema e la televisione, il riconoscimento a cui quel titolo stava andando incontro a livello internazionale. La colpa era delle traduzioni, dell’autrice, della cultura di massa, di una generazione cresciuta a pane e manga che di Tokyo pensava di conoscere molto e invece non sapeva abbastanza.
SI TRATTAVA O NO del nuovo capolavoro giovanile della letteratura giapponese, o era la prima di una lunga serie di trovate facili destinate a ragazzine sensibili alle avvisaglie di una depressione globale? Ci furono diverse risposte, ma le domande probabilmente erano sbagliate. Una cucina di notte scintilla sempre davanti alla luce di un frigo, e alcune immagini, che ci piaccia o meno, sopravvivono anche alle trame scadenti. Le cucine di Kitchen esistono ancora nei sogni e nella realtà e fanno la loro parte mentre tutti dormono. Non sono semplicemente stanze di una casa, ma orologi che seguono un proprio andamento. In questi luoghi-soglia il tempo scorre regolare, goccia a goccia, poi si ferma.
È qui che la protagonista Mikage ricompone il puzzle di sé nel complicato tentativo di digerire un deserto pronto a trasformarsi in vertigine, la scomparsa dei suoi familiari. Ci si deve sentire così a scampare un’estinzione, un cataclisma: sfortunatamente ancora vivi e allo stesso tempo per fortuna appena nati, pronti a tutto – consapevoli che nel «susseguirsi delle notti e dei risvegli che verranno, uno dopo l’altro, anche questo momento diventerà un sogno». È qualcosa che, presto o tardi, capita a tutti. Non conta se saremo rimasti gli ultimi del nostro sangue, o semplicemente una sera non avremo più nessuno a cui telefonare: c’è una legge spietata, dice che anche nel peggiore dei casi dovremo comunque mangiare qualcosa.
Per Mikage si tratta di una data spartiacque, la prima volta in cui non ci sarà nessuno a prepararle niente. «Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola», si ripete prima di addormentarsi sopra a un futon, ai piedi del frigorifero. Una scena che potrebbe durare per sempre se Yuichi Tanabe, il ragazzo del negozio di fiori, non suonasse alla porta invitandola a trasferirsi nell’appartamento che condivide con Eriko, la sua madre trans – il padre biologico che, rimasto vedovo, ha intrapreso una inverosimile transizione. «Diventare donna è terribile, sai?», dirà una sera a Mikage che donna sta per diventare, a forza di fare i conti con i suoi mai più.
MIKAGE RINTRACCIA se stessa nell’andirivieni accidentato tra la sua vecchia cucina e quella dei Tanabe, nel ruotare ininterrotto delle asciugatrici dove ripone strofinacci da smacchiare, nel vapore che resta sospeso fuori dalle finestre. Il suo alfabeto ha la forma di scodelle e pavimenti verde chiaro, padelle in Silverstone e pelapatate, ma si trova da un’altra parte rispetto alla semiotica che Martha Rosler anni prima aveva elaborato sbattendo uno alla volta sopra a un ripiano gli strumenti di una routine opprimente – la «soggettività imbrigliata» amplificata dalle dimostrazioni televisive di Julia Child negli Stati Uniti degli anni ’60 e destinata a finire sottotraccia nei deliri dello show cooking contemporaneo. Nelle cucine di Yoshimoto ci si affida al ronzio protettivo di un frigorifero, ci si appoggia agli sportelli, il tavolo non c’è, a terra si sistemano cuscini e piccole zuppiere ricolme di minestre e insalate di cetrioli, il tè ha un’ombra verde che si riflette tremolante sulle superfici.
DAVANTI A UN UOVO in camicia affogato in un groviglio di noodles, appena prima di addentare un cubetto di tofu fritto o la pastella di una tempura, le persone incontrate per caso o per fatalità finiscono per assomigliare a un cane che avevamo e che adesso non esiste più, le centrifughe sembrano prodigi dell’anima, capaci di tirar fuori succhi da qualsiasi cosa. Ci sono bicchieri comprati per dono, in queste cucine, talmente «speciali» da far «salire le lacrime agli occhi». E ci sono lavelli di acciaio inossidabile eppure sempre da pulire per iniziare a schiarirsi le idee nei momenti di confusione. I pavimenti sono disseminati di pezzettini di verdura, di tanto in tanto un nuovo marchingegno viene sfilato da una grossa scatola. Se la stanza adibita alla cottura dei cibi ha sempre rappresentato lo spazio della segregazione già solo per il fatto di trovarsi separata dal resto della casa nelle planimetrie, qui coincide con un ambiente dai margini imprecisi, che sconfina verso un divano largo, davanti a un televisore, in prossimità di una porta d’ingresso.
IN CUCINE come queste non esistono breadwinner e angeli del focolare – che siano madri-padri, ragazzi tristi o ospiti inattesi, il piano cottura è alla portata di tutti. È davanti alle piastrelle ancora luccicanti, alle fiammelle dei fornelli appena accesi, che avviene l’incontro di solitudini, il recupero della memoria onirica, la presa in carico di sé. Le cucine di Kitchen hanno dimenticato l’oppressione, scintillano anche quando i fornelli sono sporchi di grasso e i coltelli arrugginiti. Sono l’anticamera dell’indipendenza, lontane anni luce dalla cucina dove April, in Revolutionary road, prepara una impeccabile colazione per Frank, suo marito, un attimo prima di procurarsi un aborto. Da quella in cui Laura Brown, in Le ore di Michael Cunningham, prova a fare una torta per il compleanno di Dan e non ci riesce.
Sembrano altrove persino rispetto alla cucina in cui la Dorothy di Rachel Ingalls tagliuzza avocado per un amante dalle sembianze di rana. Stavolta non c’è nessuno da servire e tutti sono rimasti orfani, la scelta è tra comporre un’altra lista della spesa o dimenticarsi di sé.
[Claudia Bruno 5/08/2019]

sabato 10 agosto 2019

Condivido

"Solo un paese che ha smarrito il più elementare alfabeto civile e costituzionale può assistere in silenzio a un vicepremier di minoranza di un esecutivo che apre la crisi di governo, convoca il Parlamento ed evoca lo scioglimento delle Camere, come se fosse contemporaneamente il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica in carica.

Solo un paese che ha perso ogni dignità può accettare senza battere ciglio che un capopartito chieda di essere investito di “pieni poteri”, neanche fossimo nell’ottobre del ‘22.

Solo un paese che ha perduto completamente il senso delle istituzioni può rimanere zitto mentre un ministro si rivolge a parlamentari della Repubblica eletti invitandoli ad “alzare il c***” e presentarsi in Aula il prossimo lunedì, come se fossero pedine alle sue dipendenze.

Non siamo più di fronte alle sbruffonate di un cialtrone sulla spiaggia con un Mojito in mano. Queste sono prove tecniche di regime. E, se può fare tutto questo, se può spingersi tanto in là, non è solo per i 10 milioni di italiani che lo applaudono, ma per i 50 che stanno zitti.

Ogni nostro silenzio, ogni nostro arretramento, è un segnale di resa delle democrazia e delle istituzioni. È una tacca in più nella discesa verso l’abisso e un piccolo assaggio di quello che sarà. I campanelli d’allarme nella storia suonano sempre fortissimi, solo che non ci sono mai abbastanza orecchie ad ascoltarli."
(Lorenzo Tosa)

mercoledì 7 agosto 2019

Il ricordo di Obama: «Che dono poter respirare, almeno per un tempo, la stessa aria»


A differenza di molti paesi europei – scriveva Toni Morrison, quando forse era ancora lecita questa illusione – gli Stati uniti considerano la bianchezza una forza unificante. Qui, per molti, la definizione di ‘americanità’, è il colore».
ERA NOVEMBRE DEL 2016 e l’elezione di Donald Trump aveva traumatizzato profondamente l’America pensante. In un saggio per il New Yorker, Morrison, prima e ancora unica donna afroamericana insignita del premio Nobel, stilava parole intrise di disgusto e sarcasmo. «Per riportare la bianchezza al precedente lustro come marcatore di identità, molti americani bianchi stanno facendo sacrifici personali», affermava. I «sacrifici» comprendevano l’abbandono della dignità e la vigliaccheria, fino all’incendio di chiese e gli attentati ai fedeli. Le parole, riferite alla strage perpetrata qualche mese prima da Dylann Roof alla Emanuel Ame church di Charleston, sono ancora più pesanti lette due anni – e una mezza dozzina di attentati suprematisti – dopo.
IL CATTIVO PRESAGIO di Morrison era – ed è – condiviso da molti afroamericani e intellettuali che leggono gli Stati Uniti trumpisti come un’ineluttabile restaurazione di antichi mefitici equilibri – il tentativo di ripristinare il segregazionismo da cui per secoli il popolo afroamericano ha tentato di emanciparsi.
Tanto più doloroso era per lei, inarrivabile poetessa dei fantasmi che dalle paludi e dalle piantagioni sudiste tormentano ancora la psiche e gli incubi della nazione. Come ha detto ieri Joyce Carol Oates, «spezza semplicemente il cuore che non abbia potuto sopravvivere all’oscurantismo del razzista» nella Casa bianca.
PER MORRISON e altri luminari letterari che hanno articolato lo sguardo afroamericano sul destino tortuoso del proprio popolo, il presente equivale a una tragedia nazionale e, al contempo, il prosieguo naturale di una epopea tragica. Come ha scritto Ta-Nehisi Coates, la stagione che dopo mezzo secolo di progressi sui diritti civili si ritorce su se stessa in un’implosione di razzismo e suprematismo istituzionale riproduce la reazione seguita alla breve emancipazione degli schiavi, attinge a un torbido rigurgito. E allo stesso humus in cui Morrison radicava le sue storie oniriche e animiste di fatali destini.
Toni Morrison aveva coniato per Bill Clinton la definizione di first black president, «il primo presidente nero» in virtù di un’affinità «culturale» di sudista figlio di madre single cresciuto in povertà nell’Arkansas. È giunta a contemplare nell’autunno della vita, il «first white president» (citazione sempre di Coates): il primo presidente eletto specificamente per ristabilire gli equilibri dopo «l’ingiuria» di Obama.
PRIMA, L’ACCELERAZIONE storica di questi ultimi anni l’aveva portata ad assistere all’insediamento proprio di Barack Obama. Aveva dichiarato allora di essersi per la prima volta sentita «americana» e «potentemente patriottica…come una bambina». Da lui avrebbe anche avuto la medal of freedom (assieme a Bob Dylan e Cesar Chavez), onorificenza dovuta di una nazione che fatica tutt’ora a riconoscere i contributi delle «minoranze». «Alcuni (dei premiati) forse non conosceranno mai del tutto la propria influenza o il contributo che hanno dato – aveva detto allora il presidente – è nostro dovere trasmettergli il senso dell’impatto che hanno avuto sulle nostre vite». E ieri Obama ha unito la propria voce al coro dei ricordi: «La sua scrittura era una meravigliosa ed eloquente sfida alla nostra coscienza e alla nostra immaginazione morale. Che dono poter respirare, almeno per un tempo, la stessa aria».
La scrittrice aveva sostenuto di voler dare alla letteratura nera la stessa complessità «del jazz o della pallacanestro». «Poet laureate» dei fantasmi schiavisti – e del peccato originale americano – non conosceva compromessi. A chi invocava l’archiviazione della dolorosa storia aveva replicato: «Quando un poliziotto sparerà alla schiena di un adolescente bianco disarmato, quando un uomo bianco verrà condannato per lo stupro di una donna nera, allora sarò d’accordo con voi».
SOPRA A TUTTO, c’era l’amore del linguaggio, un senso di meraviglia per la potenza della parola. In The Pieces I Am, il documentario a lei dedicato con la partecipazione di Angela Davis, Fran Lebowitz, Walter Mosley e Russell Banks, presentato al Sundance scorso, Morrison ricordava come il nonno si vantasse sempre con lei di aver «letto la bibbia» – negli anni in cui agli afroamericani era ancora vietato leggere – e di aver imparato da lui a concepire la parola e la letteratura come atto rivoluzionario. Un atto cui ha dedicato tutta la sua vita.
[Luca Celada 07/08/2019]

È morta a 88 anni la scrittrice di «Amatissima», nobel nel 1993

Una sera a Harlem, poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel a Toni Morrison, vidi un cartello nella vetrina di una piccola libreria. Diceva: «Congratulazioni, Toni Morrison, la nostra amatissima» (our beloved).
La prima volta che ebbi l’emozione di incontrarla le domandai: «Che effetto le fa quel “nostra”?». «Non mi dispiace affatto» rispose lei: «Anzi, mi fa piacere assumermi la responsabilità che si accompagna col fatto di essere rappresentativa. Non mi ci obbliga nessuno, e mi hanno avvertita più volte che poteva essere un peso troppo grande. Ma nei miei libri come nella mia vita io penso molto alle persone che non hanno mai potuto parlare, i ragazzi con le menti bloccate, nelle strade, nella droga. E penso al debito che ho verso le persone che hanno fatto delle cose da cui io ho tratto dei benefici. Penso che non sarebbe giusto dimenticare quel debito, e prendo su di me il debito di persone che non conosco. Perciò quel cartello è un segno di riconoscimento a cui tengo molto. Perché vuol dire che non sono sola. C’è stato chi ha fatto cose molto importanti affinché io non fossi sola e affinché potessi essere il più libera possibile. Questa libertà comporta obblighi, e mi dà forza: ci sono moltissime cose che non riuscirei a sopportare, se dovessi farlo solo a mio nome».
Diceva Toni Morrison: «Scrivo qualcosa che ho cominciato a chiamare letteratura da villaggio, letteratura per il villaggio, per la tribù. Letteratura contadina per la mia gente». Donna e nera, scrive grazie alla sua gente, e scrive per la sua gente, nella lingua della sua gente. Si mette in un angolo, e quell’angolo diventa il centro da cui cambia la coscienza di tutti. La domanda essenziale è sempre la stessa: che cosa vuol dire essere umani. E, come Primo Levi, risponde che solo coloro la cui umanità è stata freddamente messa in dubbio – Levi equiparato dai nazisti a vermi e insetti, lo schiavo Frederick Douglass catalogato fra i cavalli e i porci della piantagione, la sua protagonista Sethe di cui il padrone insegna a distinguere «su una colonna i lati umani, su un’altra quelli animali», il suo personaggio Paul D che impara a sentirsi inferiore anche a un animale da cortile – solo loro, a cui è stata negata, possono insegnare a tutti noi che cosa vuol dire umanità. «E nessuno, nessuno al mondo, avrebbe elencato su un foglio le caratteristiche animali di sua figlia, sotto l’apposita colonna».
La letteratura di villaggio di Toni Morrison è letteratura di battaglia, rivendicazione di umanità e strumento della sua ricostruzione. Solo lei riesce a tenere insieme due modalità che nella storia della letteratura afroamericana sembravano in conflitto fra loro: la denuncia dell’oppressione (Richard Wright) e l’esaltazione della bellezza e grandezza della cultura afroamericana (Zora Neale Hurston). Toni Morrison sapeva che quella bellezza nasce e vive under duress, sotto costrizione, ed era un modo per non farsi completamente possedere dall’oppressione, per sopravvivere, per resistere e per combatterla.
In tutta la sua opera coscienza politica e bellezza sono inestricabili: oggi, ha scritto, si pensa che «se un’opera d’arte ha un minimo di impatto politico, allora è corrotta. Io penso esattamente il contrario; è corrotta se non ce l’ha», perché «l’arte migliore è politica e devi essere capace di farla incontestabilmente politica e irrevocabilmente bella al tempo stesso».
COMINCIA TUTTO con la lingua, col doloroso piacere del suo linguaggio «ruvido, sedizioso, aggressivo, manipolativo, inventivo, lacerante, mascherato e smascherante», «parlato e parlante, aurale, colloquiale». Diceva: «Voglio intrecciare il dialettale con il lirico, con il linguaggio standard e con quello biblico, perché è questa l’eredità della mia famiglia». Possedeva e amava pienamente il dialetto e il folklore afroamericani, ma sapeva che la sua eredità culturale era più vasta, e abbracciava e trasformava a suo modo l’intera gamma dei linguaggi dell’America. Cultura afroamericana non è un ghetto ma un orizzonte di possibilità tenute insieme dalla bellezza.
La bellezza – cercata, descritta, riconosciuta, creata – è uno dei pilastri su cui si regge la sua arte. L’altro pilastro è l’amore. Diceva: «Cerco di arrivare a tutti tipi e definizioni dell’amore». Due romanzi hanno l’amore nel titolo: Beloved (1987) e Love (2003); ma una interrogazione sulle possibilità, i rischi, l’essenza, l’assenza dell’amore ricorre e si rinnova in tutta la sua opera. La «connessione» che tiene insieme la trilogia storica Beloved, Jazz e Paradise, diceva, «è la ricerca della persona amata».
Come la bellezza, anche l’amore è under duress: come posso amare me stessa quando sono collocata alla stregua di un animale da fattoria, come posso amare i miei figli quando non mi quando sono proprietà di altri? La violenza distorce anche l’amore, il modello della schiavitù come proprietà e possesso di un altro essere umano, de quello del capitalismo come brama di possesso, interferiscono con le forme possibili dell’amore. «Troppo spesso», dice Morrison, «l’amore consiste nel possedere un’altra persona». «La sola cosa importante che devi sapere: possedere le cose, e che le cose che possiedi posseggano altre cose. Allora possiederai te stesso e anche gli altri», dice il padre al protagonista di Song of Solomon.
Schiavitù e capitalismo – possesso delle cose, possesso delle persone, possesso fra le persone: come ha scritto Jean Wyatt, una delle sue lettrici più acute, «in tutta la sua opera scorre un tema dominante: la possessività distrugge l’amore». Anche questa è una lezione per tutti; ma ce la insegnano soprattutto coloro che sono stati «posseduti» – oggetti di proprietà e, soprattutto se donne, soggetti violati.
C’è una scena in The Bluest Eye in cui due ragazzi neri stanno facendo l’amore, esplorando la propria sessualità adolescente. Improvvisamente, su di loro incombono «due uomini bianchi, uno con una lampada a spirito, l’altro con una torcia». Quando la luce della torcia si abbatte su di loro, i ragazzi si sentono sporchi e umiliati: lo sguardo egemonico riduce il loro gioco a pura bestialità e gli impedisce sia di amarsi fra loro, sia di amare se stessi.
PARTE DELLA RESPONSABILITÀ che Toni Morrison si assume, come artista e come intellettuale pubblica, saggista, studiosa, è quella di rovesciare questo sguardo. Perciò parlare degli afroamericani nella letteratura americana non significa solo proclamare la presenza degli scrittori neri ma soprattutto, come in Playing in the Dark (Giochi nel buio), mettere a nudo un’assenza, interrogarsi sulla pesante rimozione della presenza nera dal canone letterario riconosciuto. Come si fa, quanta fatica costa, costruire un’immagine letteraria dell’America dove gli afroamericani non esistono, o sono ridotti a banali stereotipi e margini? Che violenza hanno dovuto esercitare – su se stessi! – gli scrittori canonici per riuscirci? Ancora una volta, quando parliamo (o non parliamo) di afroamericani parliamo di tutti: la rimozione della presenza nera distorce e falsifica un’intera cultura. E forse non solo negli Stati Uniti.
Chiuderei con un ricordo. Parigi, 1993, è la prima giornata internazionale di studio su Toni Morrison. Ha appena avuto il Nobel, ma l’incontro era programmato già da prima. I nostri media sono sorpresi e sconcertati (il Nobel a una sconosciuta? Mai sentita nominare… avrà vinto per correttezza politica perché è nera e donna… avrà vinto perché lo impone l’imperialismo americano…) ma gli americanisti della Sorbona si erano accorti ben prima di quasi tutti noi che eravamo in presenza di un classico (a nearness to tremendousness, mi viene da dire, con le parole di Emily Dickinson: la vicinanza, nella persona e nell’opera, di qualcosa di più grande, più vasto, più profondo, più potente. Più umano). Nel suo intervento in quel seminario parigino, una studiosa greca, Stephanie Demetrakopoulos, raccontò: «Stavo leggendo Beloved insieme con un gruppo di donne della Tracia rurale. A un certo punto, una di loro mi interrompe gridando: “Quel libro ha rubato la mia vita. Sono io che ho ucciso mia figlia durante la guerra civile, per evitare che cadesse nelle mani dei fascisti. Quella storia è la mia”». Ancora una volta, Beloved, she’s mine.
[Alessandro Portelli 07/06/2019]

giovedì 18 luglio 2019

E' morto Camilleri




Forse non è un caso che malgrado dovesse la propria notorietà al personaggio del commissario Montalbano, l’ultima figura nella quale si è immedesimato sia stata quella di Tiresia, l’indovino che nell’Odissea indica a Ulisse la via del ritorno e che malgrado la cecità ha una «visione» molto chiara della realtà che lo circonda. Perché tra i tanti possibili modi di ricordare Andrea Camilleri – scomparso ieri mattina a 93 anni all’ospedale Santo Spirito di Roma dove era stato ricoverato dal 17 giugno in seguito ad un arresto cardiaco -, accanto all’uomo di cultura raffinato, allo scrittore prolifico e sornione, c’è sicuramente anche l’intellettuale civile che in punta di piedi, quasi suo malgrado e facendo violenza alla riservatezza di una vita, ha sentito negli ultimi anni la necessità di far sentire la propria voce di fronte al crescente imbarbarimento della società italiana.
SE L’AFFINITÀ con Tiresia, a partire dalla cecità che lo aveva colpito di recente, lo hanno portato ad impersonare l’indovino sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa, la lucidità del suo «sguardo» non ha mancato di accompagnare i passaggi più difficili della recente storia nazionale. L’inventore dell’inedita forma narrativa che ruota intorno alle indagini del commissario di polizia dell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata, anch’egli, come il suo creatore, eroe suo malgrado, si era fatto sentire negli anni del berlusconismo rampante, contro le violenze al G8 di Genova del 2001 come nei confronti dell’onda xenofoba incarnata da Salvini e dalla Lega.
Nettissimi alcuni suoi commenti recenti, come quello espresso riguardo il crescente consenso al Carroccio: «Non voglio fare paragoni ma intorno alle posizioni estremiste di Salvini avverto lo stesso consenso che nel 1937 sentivo intorno a Mussolini».
ANCHE PER QUESTO, nella lista pressoché infinita degli omaggi pubblici resi alla figura di Camilleri, dopo che le agenzie avevano battuto nella prima mattinata la notizia della sua morte, e a riprova della caratura civile oltreché intellettuale del personaggio, ha stupito e destato qualche inquietudine proprio quello espresso da Matteo Salvini.
«Addio ad Andrea Camilleri, papà di Montalbano e narratore instancabile della sua Sicilia», ha twittato il vicepremier e ministro degli Interni, aggiungendo, «so che politicamente me ne ha dette dietro di tutti i colori, ma l’Italia ha perso qualcosa». Parole che sui social, dove la figura dello scrittore era stato spesso oggetto di attacchi brutali e volgari, anche dopo il suo ricovero in ospedale, proprio per i suoi interventi contro il razzismo e le discriminazioni crescenti nel nostro paese, sono stati accolti dall’accusa di «speculazione politica» e «sciacallaggio». «Ora lo celebri? Quando per mesi gli hai aizzato contro le peggiori bestie social», ha scritto un utente di Twitter. Mentre, Michele Anzaldi, membro Pd della commissione di Vigilanza Rai, ha ricordato come il servizio pubblico «stia oscurando in queste ore» un’intervista allo scrittore – rilasciata a Fabio Fazio in una puntata di «Che tempo che fa» del 18 ottobre, nella quale Camilleri disse di «ritenersi fortunato ad essere cieco per non dover vedere certe facce ributtanti che seminano odio».
Lontano dalle polemiche, l’omaggio arriva però anche dalle più altre cariche dello Stato. Camilleri «lascia un vuoto nella cultura italiana», si legge ad esempio nel messaggio del Presidente Mattarella, mentre, da sinistra e dal mondo del lavoro si moltiplicano i messaggi di cordoglio, da Fratoianni e Landini, tra gli altri. Per il segretario della Cgil, «la sua scomparsa lascia un grande vuoto di passione civile».
E C’È DA CREDERE che proprio per questo in molti si ritroveranno questo pomeriggio alle 15 al Cimitero Acattolico, nel quartiere romano di Testaccio, per un ultimo caloroso saluto ad Andrea Camilleri che aveva affidato proprio a Tiresia il suo «arrivederci» postumo: «Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti quanti, qui, in una sera come questa, tra cento anni!».

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il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo