domenica 26 aprile 2020

incontro in video conferenza


Ci siamo date appuntamento con Google Meet  alle ore 21.00; eravamo Silvia, Paola, Rossella, Francesca, Ida, Roberta e Chiara.

Dopo i soliti convenevoli ci siamo confrontate sulle letture al tempo del Covid 19 fatte in questo periodo: Rossella e anche Roberta hanno letto

In questo romanzo si parla  di Vera, Nina e Ghili, rispettivamente nonna, madre e nipote, che si ritrovano nella stessa stanza dopo lunghi anni in occasione del novantesimo compleanno di Vera. La vita di Nina non è rimasta a lungo sui binari del resto della famiglia e, ora che è tornata con una domanda da fare e numerose risposte da cercarle, accoglierla come se non fosse un’estranea sembra quasi uno sforzo. È grazie a lei, tuttavia, che la nonna riesce a ripercorrere le tappe di un’esistenza rimaste sepolte sotto il peso del tempo, della vergogna, del dolore. Da ebrea croata quale era, infatti, aveva trascorso una giovinezza complessa dal momento in cui si era innamorata del serbo Miloš e lo aveva poi visto finire in prigione perché ritenuto una spia sovietica. Quando la figlia aveva da poco compiuto sei anni, per di più, era stata deportata in un campo di rieducazione sull’isola di Goli Otok, senza che Nina fosse mai riuscita a capacitarsi fino in fondo della sua assenza.
La stessa Ghili ha un rapporto conflittuale con la madre, per motivi che vengono svelati con delicatezza nel corso della vicenda, e in un perenne salto tra l’infanzia e l’età adulta, tra la leggerezza dei desideri e la pesantezza della Storia, alla famiglia viene data un’occasione di perdono e di riscatto. Per riuscire a superare gli anni di silenzio e di dolore dei quali si è circondata, però, è necessario tornare nella prigione politica dei tempi di Tito non soltanto con la memoria, e fare ammenda con il passato reintegrandolo a pieno titolo nel presente. La sfida è complessa da accettare, ancora di più da portare a termine: l’odio e l’assenza si frappongono tra Ghili e Nina come un tendone spesso, che forse solo il figlio adottivo di Vera, di nome Rafael, può riuscire a scostare una volta per tutte.


Ida ha riletto il libro dello scrittore turco Pamuk dal titolo “Neve”
Mandato a scrivere un reportage in una lontana città turca di confine, il poeta Ka deve fare i conti con la propria crisi esistenziale e spirituale, e con alcuni fatti inquietanti. Negli ultimi tempi, in città, sono avvenuti degli strani suicidi:ragazze obbligate a togliere il velo per entrare all'università hanno preferito farla finita. E poi terroristi islamici che minacciano attentati, e militari nazionalisti che preparano la repressione. Ka cerca di non farsi coinvolgere dalla tragedia che sta per insanguinare il piccolo centro. Tutto ciò che vuole è convincere Ipek, la donna che ama, a fuggire con lui in Germania. Intanto la neve, indifferente ai complotti, agli omicidi, all'odio e alle altre passioni umane, continua a cadere.

Silvia in lingua originale sta leggendo
 Il terzo libro, in lavorazione, si chiamerà The Mirror and the Light.
A risuscitare il romanzo storico nel XXI secolo è stata senz’altro la britannica Hilary Mantel, 69 anni dalle Midlands orientali, l’unica scrittrice a cui è stato assegnato per due volte il Booker Prize, il più prestigioso premio letterario del mondo anglo-sassone. Il bello della faccenda è che la Mantel scrive dei romanzi giganteschi, raramente sotto le 500 pagine. Ha iniziato con una trilogia sulla rivoluzione francese, La storia segreta della rivoluzione, affascinata subito dai tre giovani rivoluzionari caduti, poco più che trentenni, sotto la ghigliottina nello stesso anno, il 1794: Robespierre, Danton e Desmoulins. Ha poi continuato con la Trilogia di Thomas Cromwell di cui sono usciti due volumi e il terzo conclusivo è atteso per il 2019. Thomas Cronwell non è il Cromwell dell’unica esperienza repubblicana tentata nelle isole britanniche; quello è Oliver e lo si studia anche alle medie. Thomas è il primo ministro di Enrico VIII, un politico di umili origini, ma abilissimo e machiavellico, che però non riuscì a sfuggire al tragico destino di tutti coloro che si erano avvicinati al mercuriale monarca inglese.

Roberta e anche Silvia hanno letto
 Ne "I vagabondi" Olga Tokarczuk riesce a ripristinare un concetto importantissimo in un’epoca di riflessioni su cosa significa abbandonare un posto e reinventarsi altrove, e su chi ha il diritto di farlo: presentando il movimento come una condizione universale, disciplinata dalla storia ma con una forza anarchica tutta sua, ricorda al lettore che lo spostarsi non è fatto solo da necessità ma anche da desiderio, ed è repressivo tarare qualsiasi discorso sulla migrazione in base all’emergenza e il bisogno, poiché il desiderio di un luogo, o di qualcosa da scegliere, trova uno spazio anche lì... - Su ilLibraio.it Claudia Durastanti racconta il libro cult dell'autrice polacca, che ha ridefinito il rapporto tra scrittura, viaggio e l’io testimoniale

sabato 21 marzo 2020

sabato 21 marzo 2020

Carissime,

Il primo giorno di Primavera del 2010 non si potrà dimenticare. Abito in campagna e vivo il privilegio di questa condizione pensando a chi da giorni è confinato nel proprio appartamento, magari in uno di quei quartieri delle periferie degradate delle nostre città. Uscito di casa posso godere del  tepore del sole primaverile camminando lungo l’argine dell’Adige che scorre placido e inconsapevole, in un ambiente campestre dove gli unici  suoni sono quelli  degli uccelli che intrecciano i  loro voli in un ambiente in cui la natura in fiore dovrebbe aprire l’animo ad un’esperienza di armonia e di serenità. Ma  i pensieri corrono in un’altra direzione, lo spirito non può sintonizzarsi con l’ambiente circostante, la mente è pressata dai dati sempre più preoccupanti sull’emergenza causata dal diffondersi nel mondo del coronavirus.
E da questa prospettiva, quella della storia degli uomini, della società e della cultura mi sembra, invece, di vivere l’esperienza del passaggio in una nebbia imprevista e impensabile nelle sue proporzioni, che impedisce di capire, vedere, prevedere. E tutto concorre a creare un senso di precarietà e fragilità che non di potrà dimenticare.  Si vive in una profonda incertezza che si allarga soprattutto davanti al nostro sguardo verso il futuro, quello più prossimo, che nessuno è in grado di prefigurare. Anche la scienza vacilla e naviga a vista e questo mi sembra il dato più significativo di questo evento epocale. Nel mondo secolarizzato della modernità nel quale le religioni hanno perso quel ruolo di creazione di orizzonti di senso , di costruzione di certezze indiscusse, la scienza si era assunta il compito di definire nuovi, seppure provvisori, capisaldi su cui l’umanità poteva contare per continuare il suo cammino. Ma vediamo quanto siano fragili e quanto poco sia sufficiente per rovesciare sicurezze, previsioni ed aspettative che neanche erano ipotizzabili tanto sono impreviste e imprevedibili. Non possiamo evitare di affidarci in questo momento agli esperti, agli scienziati che i governi consultano per prendere i provvedimenti  ritenuti necessari per fronteggiare l’emergenza, ma vediamo quanto anche gli uomini di scienza siano in difficoltà nel capire e prevedere e quanto questa incapacità si traduca in contrasti e divergenza di opinioni. E’ stato spontaneo in questi giorni stupirci, e magari indignarci, per le affermazioni e le decisioni di Boris Johnson, ma dietro a Johnson, come a tutti i capi di governo, ci sono gli scienziati, con le loro analisi, le loro previsioni, i loro modelli matematici. I picchi, di cui tutti ormai parlano,  previsti secondo questi modelli, sono sistematicamente corretti e posticipati nel tempo.  Ed è quasi paradossale che tutto questo ciclone sia causato da un virus, cioè da un ente il cui statuto ontologico non è ancora definito. Non intendo il coronavirus che è un virus di cui conosciamo pochissimo, ma proprio il virus come ente generico di natura che aspetta ancora una classificazione condivisa. Il virus è un organismo vivente o va riferito al mondo dell’inorganico? Il problema è aperto e discusso.
Il 26 Febbraio sul “il manifesto “ è apparso un intervento del filosofo Giorgio Agamben che ha sollevato un putiferio, il titolo era: “Lo stato d’eccezione provocato da un’emergenza immotivata”.  Il pensiero di Agamben si può riassumere in questa frase che cito testualmente “Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite”. I provvedimenti d’eccezione sono quelli che stanno limitando enormemente le libertà individuali, ma non sono interessato qui a discutere la tesi di Agamben. Quello che tutti i commentatori , alcuni con toni sprezzanti, hanno trascurato è la premessa del ragionamento di Agamben. In premessa citava una nota molto rassicurante del CNR, dal titolo “Coronavirus. Rischio basso, capire condizioni vittime”, cioè assumeva, con atto di fede, il messaggio che arrivava dalla fonte delle nostre sicurezze : la scienza . Quella nota del 22 Febbraio a leggerla in questi giorni sembra di qualche anno fa. Vi era scritto tra l’altro “l’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva”. E più avanti “Non c'è un'epidemia di SARS-CoV2 in Italia. Il quadro potrebbe cambiare ovviamente nei prossimi giorni, ma il nostro sistema sanitario è in stato di massima allerta e capace di gestire efficacemente anche la eventuale comparsa di altri piccoli focolai come quello attuale.”
Questo solo per dire quanto difficile sia davanti a questa emergenza fare previsioni, quanta nebbia debba diradarsi prima di capire quando e soprattutto come ne usciremo. Ecco, se c’è una cosa che è possibile prevedere è che da questa pandemia, come da tutte quelle che l’hanno preceduta, se ne uscirà.  Ma quando e come, ad oggi, nessuno può dirlo. Le notizie che arrivano dalla Cina e dalla Corea sono confortanti, quelle che arrivano dall’Europa, dall’America e dall’Africa , povera Africa, molto meno.  E anche su queste notizie, confrontando statistiche e numeri,  si aprono problemi che è difficile al momento risolvere.
La Primavera è la stagione del risveglio e della speranza , oggi è difficile viverla, ma confidiamo che la prossima sarà certamente migliore.
Un saluto a tutti
Paolo

mercoledì 4 marzo 2020

incontro del 4 marzo 2020

 Carissim*, 
epidemia permettendo, ci troviamo mercoledì 4 marzo a casa di Chiara per rileggere insieme L'Ibisco Viola di Chimamanda Ngozi Adichie.
Per motivi organizzativi, date conferma.
Grazie
A presto
Silvia


martedì 14 gennaio 2020

Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne, SaraR: Farris

Non si può ricordare tutto e a volte non si vuole. Per esempio la campagna della Lega nel 2005 contro l’ingresso in Europa della Turchia, l’Italia tappezzata di cartelloni che rappresentano tre donne: una con il velo, imprigionata, e due vestite all’occidentale coi capelli corti, in un ufficio luminoso e poi «la didascalia sulla sinistra dice “loro”, quella sulla destra “noi”. Sotto l’immagine c’è una domanda quasi retorica: volete correre il rischio? No alla Turchia in Europa». Sara R. Farris nel suo Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne (Edizioni Alegre, pp. 303, euro 18, traduzione di Marie Moïse e Marta Panighel) ricorda questo e altro, in un’analisi che all’interno di un quadro teorico molto ampio e approfondito definisce la nozione di femonazionalismo, contestualizzandola all’interno dei casi nazionali di Paesi Bassi, Francia e Italia.
IL FEMONAZIONALISMO è la «convergenza» del femminismo con posizioni nazionaliste e neoliberali, avvenuta in nome della difesa dei diritti delle donne. A far muovere alcune femministe verso posizioni xenofobe è stata l’esistenza di un nemico comune: l’Islam. Alla base di tale convergenza c’è, quindi, la convinzione della supremazia occidentale, per cui la nostra civiltà, essendo maestra in tema di parità di genere, costituirebbe il modello a cui anche le altre dovrebbero adattarsi. Farris, però, evidenzia: «suggerendo che l’uguaglianza di genere sia un problema soprattutto per le donne non occidentali, le femministe e femocrate anti-musulmane hanno contribuito a distogliere l’attenzione dalle molteplici forme di disuguaglianza che ancora colpiscono le donne occidentali».
I rischi del femonazionalismo ricadono, ovviamente, anche sulle donne migranti: sono considerate, infatti, soggetti chiave nel processo di integrazione: «se educhi una madre, educhi una famiglia!». Le politiche in merito nei Paesi Bassi, in Italia o in Francia, insistono molto sul ruolo fondamentale delle donne che possono – e devono – favorire l’integrazione dei propri figli, partecipando al processo educativo, alle attività scolastiche, salvo poi vedersi rifiutare l’accesso a scuola (succede in Francia) perché indossano il velo. Le femministe che aderiscono a questa politica di liberazione delle migranti dal giogo islamico, allora, cercano di imporre a queste donne quel ruolo di Madre da cui loro hanno cercato invece di emanciparsi.
L’AUTRICE SARDA, docente alla Goldsmith University of London, dettaglia come il femonazionalismo sia anche conseguenza del neoliberismo. L’emancipazione delle donne attraverso il lavoro salariato è un’altra delle richieste che nazionalisti e femministe insieme fanno alle donne migranti: devono trovarsi un impiego per rendersi autonome e liberarsi dalle imposizioni di padri e mariti. Quale lavoro, però? Di cura. Di nuovo, allora, ci troviamo di fronte a una violenta contraddizione: perché le donne migranti dovrebbero voler svolgere quel tipo di attività, della riproduzione sociale appunto, da cui le femministe in Occidente hanno cercato di liberarsi? La risposta è tanto chiara quanto dolorosa: «l’etica produttivista del femminismo converge con le politiche neoliberiste di workfare».
L’emancipazione femminile attraverso la produttività ha creato in Occidente un bisogno di lavoro di cura che le donne migranti assolvono, con condizioni salariali ingiuste e spesso senza garanzie. Farris fa infatti notare come la retorica dello straniero che venendo qui ci ruba il pane vale solo per gli uomini che sarebbero «d’ostacolo alla integrazione sociale e culturale». Che tolgano il velo, quindi, e mettano il fazzoletto in testa.

martedì 7 gennaio 2020

Prossimo incontro

Ci troviamo lunedì 13 alle 21.00 a casa di Roberta per rileggere  "Il Pastore d'Islanda" di Gunnar Gunnarsson.




mercoledì 20 novembre 2019

Le Favole da riformatorio di Ugo Cornia

Una pecorella smarrita e un lupo emarginato, un cacciatore e un pastore innamorati in una casa nel bosco: si alternano saltando e rompendo gli schemi classici a cui pure si ispirano le provocatorie e delicate storie di Ugo Cornia. Le Favole da riformatorio (Feltrinelli, pp. 118, euro 13) dello scrittore modenese prendono spunto, nell’ispirazione, dalla favola classica sviluppandosi in uno scenario stralunato e tutto padano in cui la disoccupazione colpisce la strega cattiva e al contadino in pensione non resta che immaginare un giardino con animali di gesso, ma veri e messi in posa dopo un lungo apprendistato, compreso un incorreggibile e sempre affamato lupo.
CORNIA utilizza così la favola per stigmatizzare il nostro tempo, quasi dei racconti morali acidi, capaci di far riflettere con la semplice qualità di una letteratura tutt’altro che improvvisata. Cornia è sì comico ma nel novero dei grandi novellieri italiani; ci si diverte a leggere il libro, ritrovandosi immersi in una lettura sapiente nel senso più ampio, capace di consegnare orizzonte e sguardo – alla parola come al discorso. In un’epoca vergata da un eccesso autoreferenziale e patetico del sé, nell’esagerazione favolistica l’autore riferisce la misura delle cose, svelando la piccineria dell’umano e la sua banalità esistenziale fatta tutta vuoti conformismi, di professioni, di ruoli, di autorevolezze presunte e piccoli poteri da sottoscala.
Non ha bisogno di fustigare o condannare, a Cornia basta il disincanto di una letteratura che prende avvio dalla tradizione italiana e diventa narrazione: quella che fa della scrittura un racconto stupefatto delle cose. Un racconto collettivo in cui il comico è il collante di disgrazie e ridicole avventure, ma anche di sconforti e tradimenti. Favole da riformatorio sotto l’aspetto classico da «storia semplice» restituisce un’idea di società ben precisa, un luogo inclusivo e delicato in cui le condanne anche le più tremende hanno una qualche sfumatura dolce. La morale sta tutta nella libertà di vedere e di permettersi di osservare, Cornia getta uno sguardo audace e divertito sulle colpe e inadeguatezze dei suoi sventurati protagonisti non dimenticando mai però che proprio perché sono colpe e inadeguatezze restano prive di reale peso, cose assolutamente di poca importanza.
LA CRITICA SOCIALE delle favole non diventa così mai feroce, si limita all’evidenza di ciò che è, strappa un sorriso – a volte agrodolce oppure tenero – perché nonostante i grandi discorsi quotidiani che vedono ogni volta l’umano al centro che sia per la salvezza come per la distruzione del mondo, in tutto appare la nostra piccolezza. È infatti ben evidente che rispetto all’enormità delle cose ogni nostro possibile indaffarato agire non ha altro – nella migliore delle ipotesi – che la forma di un buffo inciampo. Corrodendo piano piano l’apparenza, come nell’ultima favola, in cui i personaggi fanno i conti con una improbabile storia noir; Cornia riporta il lettore a casa, davanti alle sue invincibili paure, ma anche di fronte alla tenerezza fatta di affetti e relazioni necessarie che quel limite porta con sé.

domenica 17 novembre 2019

prossimo incontro

Carissim*,
confermo il prossimo incontro per LUNEDI' 18, a casa di Ida, che ci guiderà nei meandri psicologici della Brexit, con MIDDLE ENGLAND di Jonathan Coe.
Confermate la vostra presenza, grazie.
A presto
Silvia


giovedì 3 ottobre 2019

Apertura stagione

Carissim*,
finalmente apriamo le danze! Ci troviamo lunedì 14 ottobre, ore 21.00, a casa mia . Il tema sarà la parola FIUME. Fiumi veri, fiumi metaforici, fiumi di libri da scambiarci, sicuramente fiumi di parole!

I libri successivi saranno:
Jonathan Coe, MIDDLE ENGLAND
Gunnar Gunnarsson, IL PASTORE D'ISLANDA
Chimamanda Ngozie Adichie, IBISCO VIOLA
(presumibilmente in quest'ordine)

Buona lettura e a presto
Silvia

sabato 31 agosto 2019

Zucchero e catrame, Giacomo Cardaci



«Dalla prima elementare avevo intuito che per stare a galla dovevo piacere agli altri»: è questo che scrive, dal carcere, Cesare Barozzi, diciannovenne protagonista del nuovo ottimo romanzo di Giacomo Cardaci, Zucchero e catrame (Fandango, pp. 282, euro 17,50). Cresciuto nella provincia di Udine, Cesare ha dovuto imparare presto a camuffare i propri desideri e la propria natura, fin dalle scuole elementari, quando suor Dolores – temibile insegnante nostalgica dei vecchi metodi educativi-punitivi, più simile alle Streghe dell’omonimo romanzo per l’infanzia di Roald Dahl – scoprì nel suo zaino Miss Raperonzolo dai lunghi capelli viola, costringendolo a testimoniarne il supplizio di nylon tagliato e plastica sventrata sulla cattedra. La sofferenza della bambola, quella mattina, avrebbe lavorato nella mente di Cesare per anni. Fortuna che in classe c’è Ines, ribattezzata Lines per via della pubblicità degli assorbenti. Lines che quando suor Dolores mette sotto chiave quel che resta di Miss Raperonzolo, dice a Cesare «Riprendiamocela». È in quel plurale che si annida la forza, la complicità, l’amicizia, e quel plurale è l’opposto della solitudine. Lines che quando anni dopo andrà incontro a Cesare in piazza Cairoli a Milano è talmente cambiata da non avere più un passato comune. È così che lavora il tempo, deforma i ricordi per rendere più sopportabili le storture della vita, o almeno per darle quel poco di coerenza che è necessaria a non soccombere del tutto.
MA LE INTERMINABILI GITE con i perfidi compagni di classe vengono archiviate quando il padre di Cesare, criminale e primo responsabile del senso di inadeguatezza del figlio, annuncia alla famiglia il trasferimento in città, in un monolocale claustrofobico nella periferia milanese, una periferia evocata da Cardaci con una potenza e una verità che si fa odore sulla carta. È nell’agglomerato di cemento che Cesare incontra per la prima volta Gabriele, «Gabbo», un sedicenne sfrontato e bellissimo che abita al piano di sopra; impossibile non vivere quell’incontro come un assedio, una presa, il primo grande amore della giovinezza assurdo e vertiginoso. «Allora confondevo l’affetto con la bellezza», ed è questa per Cesare una linea di demarcazione invisibile nell’adolescenza che lo porta col tempo a fidarsi di Gabbo e a preferire il dolore al nulla, il disprezzo alla disattenzione. «Capii che renderlo felice mi rendeva felice: anche se si trattava di una felicità prezzolata, destinata a svanire presto». Cesare desidera tutto di Gabbo, desidera il suo corpo da quando gli ha permesso di masturbarlo in camera davanti a un dvd porno etero, desidera essere lui quando Gabbo gli parla della ragazza che vuole conquistare.
IL DESIDERIO, nel romanzo di Giacomo Cardaci, è un motore neutrale: può spingere verso la vita o verso la distruzione. È così per Cesare, incapace di trasformare l’odio in oro come un moderno Mida metropolitano, sempre intento a fingersi esattamente come gli altri lo vogliono senza mai riuscirci. È tramite Gabbo che conoscerà Franco Mori, maniaco cinquantenne pronto a pagare qualunque prezzo per farsi umiliare sessualmente dai ragazzi che Gabriele gli procura. Emulando il suo amore impossibile, Cesare si renderà complice di quel giro di prostituzione, imboccando una strada senza uscita.
Cardaci ha scritto un mirabile libro sulla costruzione dell’identità negativa e lo ha fatto decidendo di narrare una storia feroce, disturbante, priva di redenzione e salvezza, dall’incredibile impatto emotivo, dimostrando una capacità romanzesca fuori dal comune. È un piacere e un dono, in tempi di dilagante (seppur valida e fortunata) autofiction, leggere Zucchero e catrame, uno dei romanzi più pudicamente politici e sfrontatamente etici di questi ultimi anni.

Iran

In Iran la lotta per le diseguaglianze di genere viaggia non solo su un paio di ruote sgangherate per le strade polverose di Isfahan, ma anche sui binari delle piattaforme social. Sono infatti decine i video di donne in sella a una motocicletta apparsi sul web dopo il ricorso alla Corte amministrativa di giustizia presentato da Fatemeh Eftekhari, trent’anni appena, appassionata di parapendio e sport estremi.
LA RAGAZZA, che da circa sei anni rivendicava il diritto a spostarsi pubblicamente con la sua moto, ha ottenuto all’inizio di agosto dal Tribunale di Isfahan il rilascio della patente di guida per motocicli. Anche se la sentenza si applica solo al caso specifico e non a tutta la popolazione femminile e può essere revocata in qualsiasi momento, si tratta di una piccola vittoria per le donne iraniane. Per Eftekhari, che dice di non credere nelle rivoluzioni, ma a «piccoli sorsi di cambiamento», seguire le vie legali è «il modo migliore e civile per ottenere il rispetto dei propri diritti e non crogiolarsi nello status quo». «Il codice della strada non menziona il genere sessuale. È il legislatore che però deve avere l’ultima parola», ci racconta Eftekhari. «Nelle condizioni socio-economiche attuali – continua – molte donne non possono permettersi di comprare un’auto. Una motocicletta può quindi essere una valida alternativa per muoversi liberamente sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Ecco perché questa sentenza avrà un forte impatto sulla vita delle iraniane. Siamo ancora in attesa di vedere cosa accadrà al momento del ricorso, ma speriamo nel cambiamento».
ATTUALMENTE IN IRAN non ci sono leggi che vietano esplicitamente alle donne l’uso di moto e motorini. «Si tratta piuttosto di un modus operandi adottato arbitrariamente dalla polizia stradale e supportato dalle autorità religiose e dalle fazioni più conservatrici della società. È una questione legata all’equilibrio di poteri, non di giustizia», ci spiega Jasmin Ramsey, del Center for Human Rights in Iran con sede a New York. «Si vuole evitare di rilasciare le patenti per le due ruote, nonostante le donne possano guidare auto, bus e perfino camion».
Facile indovinare il motivo: i motocicli sono tra i mezzi più veloci per muoversi nel traffico. E in un Paese come l’Iran, spostarsi in modo autonomo equivale a ritagliarsi la propria fetta di indipendenza all’interno di un sistema dove il piatto della bilancia premia sempre il potere maschile.
PER CHI PREFERISCE interpretare la legge a righe alternate, una donna su due ruote è quindi una donna che rischia di minare l’immagine di famiglia raccontato dai religiosi, fatto di figure femminili dedite principalmente alla cura della casa e dei figli in nome della «modestia». A parte un timido appoggio alla causa delle motociclette proveniente anche dall’ala conservatrice, il caso di Eftekhari però rischia di restare un’eccezione.«Perché non rimanga tale, il Parlamento dovrebbe varare una legge ad hoc che non lasci dubbi sull’interpretazione del codice della strada. Ma questo non sta accadendo. Almeno al momento questo non è nell’agenda del governo», fa sapere Ramsey.
Eppure, nonostante il vuoto legislativo, le donne delle motociclette rappresentano ormai un caso trasversale all’interno della società iraniana. «Le motocicliste – spiega ancora Ramsey – si oppongono alle politiche discriminatorie e provengono da ogni strato della popolazione». Non a caso, alcuni dei video postati su Twitter sono stati accompagnati dall’hashtag #genderequality. Solo lo scorso luglio era apparso sui social un video in cui la campionessa iraniana di motociclismo Benhaz Shafiei veniva fermata da un poliziotto perché in sella alle sue due ruote.
«SHAFIEI È UNA DELLE TANTE donne che stanno facendo la storia, spingendo per il cambiamento», ha detto Ramsey. «È dalla Rivoluzione islamica che le attiviste per i diritti umani si battono per essere uguali agli uomini agli occhi della legge. Per usare le parole dell’avvocata Nasrin Sotoudeh, tutti hanno bisogno di “libertà, sicurezza sociale e giustizia”. Si tratta di un processo lungo e sfaccettato, che non può esaurirsi in un unico episodio».
[Melissa Aglietti 31/08/2019]

domenica 25 agosto 2019

Fridays for future

L’Amazzonia, il polmone della Terra, brucia, liberando milioni di tonnellate di CO2. La Siberia brucia, emettendo altro CO2 e immense quantità di metano. I ghiacci della Groenlandia si sciolgono a ritmo vertiginoso e così anche la banchisa polare, le calotte glaciali dell’Artico e dell’Antartico e tutti i ghiacciai del mondo. In India, in preda alla siccità, muoiono di sete migliaia di persone e in tutto il mondo, Mediterraneo e Italia compresi, si moltiplicano i fenomeni metereologici estremi: ondate di calore, tempeste tropicali, gelate fuori stagione.
Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e al tempo stesso cause del suo rapido aggravamento. Di tutto questo non c’é alcun riflesso nel Parlamento italiano né nelle manovre per formare un nuovo governo. Le istituzioni del nostro paese non si sono solo allontanate dai cittadini (e viceversa). Sono ormai lontane mille miglia dalla realtà (come lo sono i media che si occupano delle loro vicende). Ma è così anche in quasi tutto il resto del mondo.
C’è però in Italia e in tutto il mondo un “popolo” che quei fatti li ha messi al centro dell’attenzione, delle sue preoccupazioni e della sua iniziativa: i giovani di Fridays for future, che è un movimento mondiale la cui crescita non si fermerà più; la rete di Extinction Rebellion; i tanti movimenti contadini che difendono un’agricoltura sostenibile come Via campesina che riunisce 400 milioni di agricoltori; i popoli indigeni in lotta contro la devastazione dei loro habitat, in particolarel’Amazzonia, oggi sotto attacco, ma che sarà al centro di un sinodo voluto da Papa Francesco.
È statisticamente quasi impossibile che tra i mille parlamentari italiani non ce ne sia nemmeno uno che non si renda conto di quanto sia criminale ignorare la crisi climatica. Se anche in pochi, approfittando della visibilità che avrebbero in questo momento, formassero un raggruppamento interpartitico, non per “mettersi alla testa” dei movimenti già attivi in questo campo, magari con mire egemoniche (non ne avrebbero alcun titolo), ma per porre la crisi climatica e ambientale al centro delle loro preoccupazioni, potrebbero gettare un pesante masso nello stagno delle trattative per la formazione del nuovo governo e tutto il quadro politico potrebbe venirne scompaginato anche nel caso di eventuali elezioni.
Si tratterebbe di mettere all’ordine del giorno, non solo del Parlamento, che su questo tema per ora è sordo, ma del pubblico più vasto possibile, non l’inserzione dell’ambiente come una postilla in programmi inconcludenti e di facciata, ma la necessità inderogabile di una svolta radicale: abbandonare al più presto i progetti, le attività e i consumi responsabili delle maggiori emissioni climalteranti per promuovere ovunque impianti, sistemi e consumi a emissioni basse o nulle. Molte misure da assumere sono impopolari e per molti inaccettabili.
Ma di fronte all’evidenza dei fatti questi atteggiamenti non dureranno a lungo anche perché i movimenti in campo per esigere un cambiamento radicale delle politiche cresceranno mano a mano che la crisi climatica farà sentire i suoi effetti.
Inoltre quei movimenti sono già fortemente intersecati dalle altre correnti di pensiero e di azione impegnate sulla prospettiva di un mondo diverso: il movimento delle donne contro il patriarcato e le sue tante manifestazioni, la solidarietà contro abbandono e respingimento dei migranti, le mobilitazioni contro la devastazione di territori e comunità in nome di progetti senza avvenire come NoTav o NoTap, i movimenti contro la guerra e le armi. Certamente più difficile, nell’immediato, sarà raccogliere adesione e rivendicazioni di chi oggi lotta o vorrebbe lottare per difendere reddito o posto di lavoro, contro disoccupazione e precariato, per la casa, la salute, l’istruzione.
C’è ancora da battere una cultura – negata a parole, ma confermata dalle scelte di tutte le forze politiche – che continua a contrapporre tutte queste cose alla difesa dell’ambiente; ma è e sarà sempre più chiaro che quelle rivendicazioni non avranno più alcuna possibilità di realizzarsi nella prospettiva di una generale catastrofe climatica.
Dalla capacità di affrontare qui e ora la questione della crisi climatica, senza aspettare che a muoversi siano altri paesi e altri Governi, ma con la convinzione che l’esempio ha un effetto trascinante e che chi la affronta prima si troverà in vantaggio mano a mano che gli effetti della crisi si faranno più pesanti, dipende alla fine anche la possibilità di ricondurre la politica al suo significato originario, che è quello di autogoverno. Cosa che non potrà mai realizzare una manovra chiusa nel quadro dell’attuale sistema politico, tutto legato al mito fasullo e ormai palesemente devastante della “crescita”. Il tempo per agire è ora. E se non ora, quando?
[Guido Viale 25/08/2019]

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo