domenica 27 marzo 2016

L’irriducibile Paolo Poli

[Gianfranco Capitta da "Il Manifesto" del 27/03/2016] 
Ritratti. L’attore fiorentino, scomparso venerdì a 86 anni, ha raccontato in scena attraverso la sua cultura multiforme e sterminata, l’Italietta e le sue istituzioni, i pregiudizi e i suoi comportamenti fascisti. Dagli esordi con la compagnia genovese la Borsa d’Arlecchino agli incontri romani, l’amicizia con Laura Betti e la lunga parentesi televisiva. Dai ’60 assurge a grande star del palcoscenico nazionale, con storie comiche, eppure di respiro intellettuale e politico


Se ne è andato con discrezione Paolo Poli, un mese dopo che un ictus l’aveva costretto al ricovero nell’ospedale romano Fatebenefratelli, dove la sua fibra fortissima era riuscita anche a superare una broncopolmonite. Stava per compiere 87 anni (era nato nel maggio del 1929), ma era ancora un «ragazzo», asciutto e scattante, lasciati da due anni i palcoscenici perché era difficile tenere in piedi una compagnia quando anche un teatro di quelli cosiddetti primari, non gli aveva pagato i cachet, pur dopo un mese di sala esaurita. Non era impossibile fino ad allora, incrociarlo su qualche marciapiede ferroviario attorniato da un bel numero di valigie e borsoni. Gli piaceva assai fare l’attore, e addossarsene fatiche e difficoltà, anche quelle di spostamento.
Ora che non ci colpirà più con le sue battute, sferzanti come frustate, forse qualcuno si dedicherà a studiarne seriamente lo straordinario talento, la cultura multiforme e sterminata, l’arte ipnotica con cui ha fatto polpette di istituzioni e nazionalismi, pregiudizi e comportamenti fascisti, esibizioni machiste e valori consolidati sui ruoli e sui poteri. Tutto questo, pur rivolgendosi in maniera privilegiata ad abbonati ed abbonate dei teatri più tradizionali, platee di giacche scure e pellicce fresche di parrucchiere, cui lui solleticava gli istinti più privati e inconfessabili, ne scopriva i limiti piccoloborghesi cantando canzonette d’epoca. Usando per altro la cultura più «seria» e la letteratura più amata, da cui lui poteva far scaturire il veleno moschicida dei buoni sentimenti falsamente intesi.
Del resto quel giovane fiorentino laureato su un drammaturgo francese, Henry Becque, e già avviato all’insegnamento (come la mamma, mentre il padre era carabiniere), aveva tutti gli strumenti per maneggiare i materiali più delicati. Ma l’amore per il teatro e l’intraprendenza civile lo fanno muovere già alla fine dei ’50 verso la Borsa d’Arlecchino genovese animata da Aldo Trionfo, e poi a Roma spinto da altri toscani come Franco Zeffirelli prima e poi Mauro Bolognini. Qualche parte in teatro, e tanti incontri cruciali ed elettrizzanti in quegli anni di boom anche dei costumi. Con Laura Betti divide addirittura la casa a via Margutta, e insieme scandiscono attraverso La ballata del pover’uomo lo sceneggiato tv tratto dal romanzo di Fallada. Con la Masiero fa le operette, ma con Sandra Mondaini fanno una pestifera coppia di bambini birignao. Filiberto ed Arabella.


Si apre per Poli la strada maestra della tv dei ragazzi, distaccamento milanese della Rai dove si trova a lavorare con Claudia Lawrence sublime maestra di mimo, Jacqueline Perrotin enciclopedica maestra musicale capace di frugare nelle canzonacce pre e postfasciste come nella grandeur militarista francese; e con loro collaborerà poi per tutta la sua vita in palcoscenico, come con Santuzza Calì per i costumi sfolgoranti, Lele Luzzati per i meravigliosi fondali da sillabario, e Ida Omboni per le incursioni letterarie più deliranti.
Dagli anni ’60 infatti Paolo Poli assurge a grande star del palcoscenico nazionale. Capace di costruire un teatro fatto di grandi storie con piccoli mezzi, di citazioni classiche che non distinguono tra scrittura alta e bassa, ma sono sempre impregnate di rivelazioni stupefacenti e di allusioni spesso e volentieri inferte sotto la cintura. Un teatro irresistibilmente comico, eppure di grande respiro intellettuale. Un teatro che è stato capace di essere aggressivamente «politico» ma senza volerla dare a vedere. Con effetti fragorosi sorprendenti, rappresentando il mitico futurismo marinettiano e «fascista» di Marinetti come Suggeritore nudo (letteralmente, appena velato da una calzamaglia a pelle), oppure scoprendo i deliri sacroerotici di Rita da Cascia, che gli valse denunce e censure.

Perché bisogna ricordare che una scuola di alta formazione è stata per Poli la mitica compagnia D’Origlia-Palmi, ultimo esemplare di ditta «all’antica italiana», di cui l’attore fu prima avido spettatore e poi reinventore originale. Così come lo fu, è notorio, l’altro asso del nuovo teatro italiano, Carmelo Bene: ci andavano tutti la domenica pomeriggio al teatrino di Borgo Santo Spirito, magari assieme alla suddetta Betti e ad altre future signore della scena, a bearsi e dannarsi dall’invidia e dalle risate, davanti a quelle vibranti «vite delle sante». Del resto era quasi un omaggio forever a Bianca D’Origlia quella Nemica in travesti di Nicodemi che consacrò poco dopo Paolo Poli signora per sempre di un teatro capace di rappresentare buoni sentimenti e nefandezze, i vizi e i pregiudizi della nuova Italietta scudocrociata, mammona e crudele.
Da allora ogni anno, al massimo due, il beato Paolo che aveva ormai perso il pudore dell’ipocrisia, divenne un appuntamento imperdibile per pubblici diversi: quello degli abbonati che i teatri allora tenevano in attivo, e quello di giovani generazioni che scoprivano la possibilità di un teatro divertente e irriverente, ma in grado di infliggere sonori manrovesci ai valori costituiti, ai loro potentati, alle polizie da grand guignol che ne erano custodi. Per di più partendo da una ispirazione letteraria di alto e altissimo livello: gli autori di culto del Poli lettore raffinato e multiforme, dal prediletto Palazzeschi (dalla cui invocazione «Lasciatemi divertire» nasceva il titolo della trasmissione tv dell’attore dello scorso anno) a Queneau, da Parise ad Apuleio, da Savinio alla Ortese, da Swift a Pascoli tra i molti. Ma anche quelli superpop, da Dumas a Carolina Invernizio, per altro rispettata anche da Gramsci. Racconti fantastici e spesso gotici, capaci di dare nella loro essenzialità brividi insieme di inquietudine e di ilarità. Riscattati nei finali e nei bis da certe canzoncine «peccaminose» d’inizio ’900: La lattaia, La petite tonkinoise, e altre piacevolezze pornomilitariste.
Cantate con qualche malizia e molta crudeltà, magari assieme a Jole Silvani che come Milena Vukotic per un periodo lo hanno accompagnato in scena. E masticate dal coro del pubblico devoto di tutte le età.
Lì si chiudeva il sipario (dopo il suo ineluttabile gesto della mano che indicava l’uscita, anche questo condiviso con Carmelo Bene) e da lì bisognerebbe ripartire per dare dignità e spessore a un teatro che non è stato mai visto in profondità. Spesso, anche nei primi commenti e ricordi sui giornali di ieri, si è finito per dare più importanza alla sua omosessualità e alla sua passione maniacale per il travestimento femminile. Che sono state appariscenti, anche perché Poli si divertiva a rispondere a quelle morbose curiosità sparandole ancora più grosse. Come quando approfondiva l’importanza estetica dei pompieri in servizio sul palcoscenico, o quando scegliendo il titolo per un libro di memorie, lamentava di aver avuto «tanti fiori, ma non il fioraio».
Irresistibile nella sua perfidia, crudele nella sua analisi antropologica, Paolo Poli era poi un fantastico narratore di favole per i bambini, e acutissimo nocchiero tra le ricette di Artusi registrate in un magnifico audiolibro. Ci ha insegnato e ci ha donato davvero molto; con la sua arte e col piacere che ci ha dato in tutti questi anni, bisognerà davvero fare i conti e rendergli i dovuti onori.

lunedì 21 marzo 2016

85 anni dalla nascita di Alda Merini


A tutte le donne
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra

Mi sento un po' come il mare: abbastanza calma per intraprendere nuovi rapporti umani ma periodicamente in tempesta per allontanare tutti, per starmene da sola.

La sensibilità non è donna, la sensibilità è umana. Quando la trovi in un uomo diventa poesia

È necessario che una donna lasci un segno di sé, della propria anima, ad un uomo perché a fare l'amore siamo brave tutte!

giovedì 10 marzo 2016

Ragazze all'infinito



Siamo ragazze volanti, nude, liberate. Non abbiamo timore di metterci in mostra ma non abbiamo perso la vergogna, siamo timide ma perverse, allegre seppure introverse. Ci scambiamo i cappelli, le chiome, gli sguardi, siamo una nessuna cinquecentomila, ci perdiamo tra le note, tra le rose, ci ritroviamo in altri mondi, dentro i caratteri tipografici di un volume ingiallito, in trasparenza tra i petali violacei di un iris. Stiamo in posa delicate, un piedino alzato, la caviglia sottile, come sui tacchi ma scalze, la terra ci è lieve come nuvola, ci torciamo avvitate verso un desiderio inaudito e inesaudibile, siamo gocce, essenze di fiori intensi, potenti come veleno radioattivo, lucenti tra sfumature scarlatte. Siamo bamboline mascherate su una torta di panna, siamo tappezzeria da suite azzurra di un albergo in decadenza, siamo decapitate dalla parola ma pensanti dai mille volti femminili.
Siamo donne, femmine, bambine, seduttive e smargiasse, smaglianti e teatrali, occhi racchiusi nel preciso disegno di un eye-liner da cui possono uscire raggi di fuoco, petali di rosa, lacrime di coccodrillo. Siamo farfalle circensi, moderatrici, immodeste modelle da accademia d’arte, uniche e imprescindibili, acrobate sguiscianti incomprensibili, motori di assassinii, natanti affacciate sul vuoto, belle natiche esposte con disinvoltura, forse maschile, ai passanti sulla via.
Ci distendiamo sul monte di Venere perché possediamo le doti dell’amore, la simpatia, la musica, la grazia e la passione. Ci massaggiamo le bianche dita dei piedi accovacciate sul monte di Apollo perché siamo focose brillanti artiste felici di successo. Perché laddove qualcuno ci dirà qualcosa di diverso ci mentirà, tradendo la fiducia concessagli, ferendoci il seno con un’aspide, in quell’istante preciso tondo unico saremo pronte a colpire, ad azzannare, a trasformarci da dolci figurine bidimensionali a virago predisposte ad uccidere. Nulla di tutto ciò diverrà verbo, nulla di tutto ciò accadrà se una equilibrata convivenza basata sul rispetto delle diversità rimarrà reale e fattiva.
Tra peonie e bulbi siamo le ragazze di Gauguin impallidite dalla non esposizione al sole, tra albicocche e frutto della passione non sappiamo cosa scegliere, ci rilassiamo in morbidezze petalose, vellutezze solleticanti la punta dei piedi o la mezzaluna della coda di sirena. Perdiamo lo sguardo nell’infinito ma non perdiamo la testa neppure se la vediamo allontanarsi senza meta e senza permesso verso un altrove. Siamo modelli arcaici, siamo senza tempo, evanescenti e pure, impalpabili eppure palpate e papabili, fisicità e destino, genesi e decomposizione, gioia massima e addii.
Portatrici di fortune e disgrazie, di bellezza a tripudio e di ossessione mortale. Vorremmo nascere e sparire, tornare a vivere e rinascere all’infinito, senza che uno scrittore posi mai la penna sul tavolo con la consapevolezza di una fine. Vorremmo non sparire mai.
Ci chiamiamo Odile Lucile Carmen Sonia Elise Armande Colette Lili Rose Arielle Henriette Martine Marthe Elsa Viviane Irene Blanche Louise Lise Sissy Camelia Angèle Clémentine Anna Alice Giselle Julie Ruth Adèle. Cognome paterno: Simenon.
(«Simenon», Rossella Fumasoni; Galleria Diagonale, Via dei Chiavari 75, Roma)
[Fabiana Sargentini da "il manifesto" del 10/03/2016]

mercoledì 2 marzo 2016

Alla conquista dei futuri lettori

Claudio Giunta, Il Sole 24 Ore, 29 febbraio 2016,
"E come è stato il suo di tempo?"
"Tutto sommato fortunato: Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano "Omero". Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri."
Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. E' difficle dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell'istruzione: trasmettere l'amore per i libri, libri di ogni genere, perchè questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così?
Ora, una delle buone idee del secondo Novecento è che l'amore per i libri non dev'essere trasmesso soltanto ai pochi predestinati che, come Scola, hanno un nonno che quei libri li ha letti, ma a tutti quanti, perchè tutti quanti hanno il diritto di entrare in contatto, per qualche anno della loro esistenza, con nozioni, idee, immagini, parole che non hanno una finalità pratica, come la coltivazione dei campi o la ginnastica, ma che "ci hanno detto e ci crediamo ancora" servono a vivere la vita in maniera più consapevole.
La scuola dovrebbe assolvere questo compito attraverso buoni insegnanti e buoni libri, e chiunque sia stato a scuola sa che i primi sono più importanti dei secondi, e che il mediatore (l'essere umano che parla in classe) conta più della cosa mediata (ciò di cui si parla in classe).
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sabato 20 febbraio 2016

ciao Umberto

LEGGERE
Chi non legge, a settant'anni avrà vissuto una sola vita. Chi legge avrà vissuto 5000 anni
CREDERE
I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti ad indagine.
CHI SCRIVE
Ognuno dovrebbe morire dopo aver scritto per non disturbare il cammino del testo.
SFOGLIARE
I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare.

mercoledì 17 febbraio 2016

Il lettore collettivo

Si riuniscono, condividono un libro per giorni, poi lo discutono insieme Da vicino. Parallelamente ai social, crescono sempre più i circoli letterari. In Italia solo quelli “ufficiali” sono più di 400. E non hanno nulla di virtuale
Il lettore collettivo
Chi sceglie i titoli da affrontare? Una somma di nomination o i consigli di un leader riconosciuto
MICHELE SMARGIASSI



Lo schema è semplice semplice. «Biscottini. Poi ci scanniamo. Poi, altri biscottini». È successo ormai un centinaio di volte, in sei anni, sempre qui, nella sala da tè di un bel bed&breakfast nel centro di Bologna, nido del gruppo di lettura Bookies&Cookies. Un libro al mese, una serata al mese di discussione bollente come un tè, «a volte fino alle lacrime». Più è calda e agitata, meglio è. «Sulla Ferrante è stata moscia, eravamo tutte d’accordo. Su Anna Karenina a momenti si arrivava alle mani». L’avvocata, la farmacista, l’impiegata, la mamma. Uomini zero, esclusi per statuto: «I lettori maschi», spiega Ilaria Zucchini, fondatrice, «cercano il palcoscenico ». Mentre è un’altra cosa, né raduno di critici letterari, né vanitoso social network. Ma cosa sono, allora, i gruppi di lettura? Oggetti culturali non identificati. Eppure tutt’altro che inediti, forse addirittura secolari, tutt’altro che invisibili, anzi studiatissimi, coccolati dalle biblioteche, lusingati dagli editori, analizzati dai sociologi. Oggetti che sembrerebbero impossibili, anacronistici nell’era del libro immateriale e della condivisione online. Però esistono, e non sono mai stati così tanti. Il portale Biblioclick promosso dal sistema bibliotecario Milano Nord-Est ne cataloga 408 in Italia, ma è una mappa a iscrizione libera e basta qualche verifica a campione città per città per realizzare che in realtà sono almeno quattro o cinque volte tanti. Con una media di una trentina di lettori a gruppo, fanno circa sessantamila italiani (italiane: la preponderanza femminile è schiacciante), lettori accaniti, che quando arrivano alla quarta di copertina non sono ancora soddisfatti. Vogliono di più. Lo cercano, e lo trovano, negli altri lettori. «Finora il gruppo ha letto oltre duecento romanzi», proclama con orgoglio quello che si ritrova alla biblioteca di Segrate.
Ma come, «il gruppo ha letto»? Sembra un paradosso. Nulla di più individuale della lettura, no? Almeno, da quando anche nei conventi non si legge più ad alta voce in refettorio. «Ma il precetto della lettura solitaria è rispettato », spiega Luca Ferrieri, bibliotecario di Cologno Monzese, pioniere e luminare riconosciuto del fenomeno, «solo in rari casi si fa lettura comunitaria ad alta voce. I gruppi sono uno spazio sociale intermedio, sospeso fra l’intimità sacra del rapporto fra autore e lettore e la collettività».
Ciascuno se lo arreda come crede, quello spazio. Non c’è una tipologia stabile. Costante è solo la prevalenza assoluta della narrativa. Ad ampio spettro però, classici e novità volentieri alternati. Rare le monomanie: una setta di solo-Jane-Austen a Bologna, una lobby rigorosamente proustiana a Milano. Più diffusi i gruppi di genere: gialli, libri di viaggio. Certi ammettono nuovi soci solo a invito, altri sono come autobus dove si sale e si scende a piacere. Il mondo web li corteggia, ma con suo probabile disappunto non riesce ad inglobarli: Anobii, ora sotto l’ala di Mondadori, con 300 mila utenti solo in Italia, è rimasto un sito di mutui consigli di lettura. Facebook ha lanciato un anno fa il suo gruppo “A Year of Books” (un libro proposto ogni due settimane), ha 617 mila followers, in fondo pochini. Del resto, alcuni gruppi ignorano del tutto il web, altri fanno uso intensivo ma complementare dei social network, mentre i gruppi solo online sono pochi e rischiano di essere bacheche di vanitosi aspiranti critici.



La lettura condivisa resta tutto sommato ben radicata nel mondo fisico. Molti gruppi si appoggiano alle biblioteche pubbliche. Ci sono grandi strutture come il Circolo dei lettori di Torino, autentica business class della lettura, sale eleganti, budget da 2 milioni di euro sostenuto da una fondazione, tutor professionali, duemilacinquecento soci, centottanta eventi al mese. Ed esperienze micro-garibaldine come “Viola legge” (dal nome della più piccola frequentatrice), qualche centinaio di lettori catalizzati dalla libreria editrice Kindustria in un paese di diecimila abitanti, Matelica, entroterra marchigiano. In mezzo, l’Italia carbonara dei “lettori forti” (bastano dieci libri l’anno, in Italia, per far parte dell’élite) che cercano altri lettori forti e fondano microsocietà di uomini-libro, dai nomi un po’ pedanti, “Gruppo di lettura di…” o viceversa romantici, “Club dei gatti libidinosi”, “Club dei lettori ispirati”. Non più clandestini, a Bologna il Festival dei lettori li ha per la prima volta portati su un palcoscenico lo scorso settembre. A Fahrenheit, la trasmissione bibliomane di RadioTre, Loredana Lipperini li sta convocando al microfono uno ad uno, ogni lunedì, scoprendo «un mondo di lettori resistenti a molte sirene, che difendono la lettura come puro piacere».
Tecnicamente, l’unico impegno del “lettore sociale” è di leggere lo stesso libro che leggono i consoci entro la data della discussione. Chi sceglie i titoli? Una somma di nomination, o viceversa il consiglio di un “leader” più o meno riconosciuto.
A Cervia, la biblioteca comunale ha formalizzato la figura del “maestro di gioco”, un po’ stimolatore, un po’ arbitro, che svela la natura dei gruppi come strani ibridi fra seduta di autocoscienza e role game. Talvolta, le discussioni si concludono con un voto. Tra le Bookies bolognesi, il medagliere vede in cima la Trilogia del- la città di K della Kristof e in fondo Sottomissione di Houllebecq, «buona intuizione, cattiva scrittura ».



Il mondo ufficiale del libro guarda con curiosità, ma anche con perplessità. I gruppi non hanno un progetto razionale di lettura, è il presunto difetto che qualche biblioteca cerca di correggere con percorsi guidati, a volte rovinando tutto. Lo spontaneismo è sacro. I gruppi sono un po’ presuntuosi, si sussurra nei convegni, pensano di poter fare a meno dei mediatori professionali, i recensori.
Sono un «fai-da-te della competenza », ha scritto Valerio Magrelli, poeta e saggista, che pure li apprezza come «profughi dalla desertificazione dei diserbanti televisivi ». Tutto vero. Ma sono proprio questi i loro punti di forza. «Non dobbiamo diventare dei critici per amare un libro», concordano le Bookies bolognesi. È l’orgoglio del lettore che rivendica la propria necessità, la propria specularità creativa rispetto all’autore, quasi su un piano di parità, sulla base del principio: un libro senza lettore non è compiuto. Se è la “cooperazione interpretativa”, per dirla con Umberto Eco, che realizza il senso di un testo, i gruppi di lettura ne sono la versione socialmente organizzata. Questo invadente lector in fabula incuriosisce e sconcerta gli autori stessi. «Ho condotto un gruppo di lettura su Dürrenmatt ma mi imbarazzerebbe partecipare a una discussione su un mio libro », ammette Ugo Cornia, scrittore.
Piccole minoranze forti, cultori orgogliosi della parola inquieta. Solo questo? Nella sala da tè bolognese, altro giro di biscottini. «Alla fine», medita Cristina, «il libro fa quel che ha sempre fatto, fa incontrare persone distanti, l’autore e il lettore, e i lettori fra loro. Il vero scopo in fondo è quello. Vede molti altre occasioni di incontri umani, in giro?».



Da “Pickwick” a Gadda il fascino discreto del club
MICHELE MARI

La Macchina del Tempo di Wells si apre con una lunga discussione fra l’inventore e una serie di personaggi tanto incuriositi quanto scettici: un editore, un giornalista, uno psicologo, un medico, un politico e diversi altri. Autorevoli rappresentanti dell’opinione pubblica vittoriana, essi compongono quel pubblico scelto che decreta il successo o l’insuccesso di qualsiasi “novità”: da questo punto di vista l’inventore wellsiano non è diverso da Bel-Ami o Dorian Gray, poiché come loro deve uscire vincitore da un confronto ravvicinato con i propri giudici, che egli dovrà sedurre prima ancora che convincere.
Il corrispettivo istituzionale di questa situazione, in cui si aggiornano le antiche accademie, è il “circolo”, declinato dai romanzieri nei modi più diversi: se per Wells è una riunione settimanale in un salotto privato, per Dickens è fondamentalmente una società itinerante (il circolo Picwick è ovunque tranne che nella propria sede), mentre per Conan Doyle o Conrad è piuttosto un club di fumatori; per i russi, quando non sia un covo di cospiratori, è spesso una società letteraria, dove i sentimenti patriottici e le tentazioni occidentali possono confliggere liberamente: diventerà poi, soprattutto in Italia e in Francia, il caffè letterario, luogo di affratellamento esistenziale e di accanite discussioni. Ma se al “caffè” associamo quasi automaticamente l’idea di avanguardia, il circolo è prevalentemente una roccaforte dei valori tradizionali: «Le prospere condizioni commerciali della città nostra», si legge nello statuto fondativo del Circolo Filologico Milanese (1872), «esigono un’istituzione di tal natura. Vogliamo avere un luogo dove ci riuniremo per studiare le lingue con la scorta di valentimaestri, ove troveremo giornali e libri italiani ed esteri; vogliamo che il Circolo diventi ritrovo della gente colta, garbata e studiosa. Letture e conferenze: feste no».
Feste no: fra chi trasse giovamento dalla frequentazione di un luogo così serio ci fu Carlo Emilio Gadda, al quale la riconoscenza non impedì tuttavia di satireggiarlo, per la sua pompa “trombonesca”, insieme ad altre due illustri istituzioni di quella Milano, il Conservatorio Giuseppe Verdi e il “noster Politèknic”.
Con tutto ciò, nella nostra immaginazione, il circolo rimane qualcosa di essenzialmente anglosassone. Ircocervo di ristorante, caffè, sala da biliardo, sala di lettura e
fumoir, il club è quella zona limbica in cui non si è né al lavoro né a casa, né totalmente in pubblico né in privato; è per eccellenza il luogo dell’abitudine (il proprio tavolo, la propria poltrona, il proprio sigaro, “il solito” da bere) e di quelle pubbliche relazioni che vogliano essere anche un po’ private; dunque, di necessità, anche dell’understatement. Ci sono scrittori che qui hanno saggiato le proprie trovate narrative, al punto da tematizzare il circolo stesso come cornice di un romanzo, di un racconto o di una serie di racconti: Kipling, Conrad, James, Conan Doyle, Wilkie Collins ci fanno ascoltare personaggi che chiacchierano di altri personaggi, a volte trasmettendoci un senso di frivola dispersione, a volte (come per il Marlow conradiano) di morbosa fissazione. E tuttavia il caso più esplicito di interiorizzazione narrativa di un circolo va cercato in Francia, in quelle Serate di Médan (1880) che raccolgono le novelle di sei scrittori ospitati e coordinati da Zola: e forse fu proprio per rinnegare un così impegnativo battesimo consociativo che qualche anno dopo uno di loro, Huysmans, scrisse il libro più solipsistico e asociale dell’Ottocento, À rebours.



Michele Mari è uno scrittore, tra i suoi romanzi Di bestia in bestia e Roderick Duddle pubblicati da Einaudi

mercoledì 27 gennaio 2016

Giorno della Memoria

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case, 
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è un donna,
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

mercoledì 13 gennaio 2016

Il digiuno culturale

Oggi su “la Repubblica” è comparso un articolo di Laura Montanari dal titolo Il digiuno culturale che presenta uno spaccato sulle abitudini degli italiani che non leggono libri, non vanno ai concerti o a teatro. Ignorano le rassegne ed il cinema (1 su 5) per scelta.
I “no-cult” non sono marziani e nemmeno abitano in una riserva indiana, sono nell’Italia di oggi calati nelle città e soprattutto nei piccoli comuni sotto i duemila abitanti dove il teatro è chiuso da tempo, il cinema o la sala parrocchiale da qualche anno, la cartolibreria ha tirato giù le saracinesche ancor prima della crisi per far posto a un negozio di abbigliamento o di telefonia. Vivono più al sud che al nord tanto per ribadire l’Italia a due velocità. Sono tanti i “no-cult” quando i capelli imbiancano parecchio dai 60 anni in su. Lì lo strapotere della tv  non si argina.
Come dice giustamente Fabrizio Tonello docente di Politica comparata all’università di Padova e autore de “L’età dell’ignoranza” magari non hanno comprato il giornale ma lo hanno letto al bar, magari non sono andati al cinema ma hanno visto alla televisione un film di Woody Allen. Oppure scaricano web series, musica, libri o posso aggiungere la mia esperienza sottolineando che non sempre si compra un libro ma lo si prende in prestito alla Biblioteca, non si va spesso al cinema ma si noleggia un film in videoteca.
Il divario Nord-Sud resta abbagliante. Il problema è politico, servono incentivi e contenuti dice Stefano Massini drammaturgo e consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano.
Mi riallaccio ad un articolo comparso domenica su “Il Sole 24 Ore” di Franco Matticchio che parla delle scrittrici canadesi: quelle degli annoi 30 (da Munro a Atwood) e quelle degli anno 60.
Negli anni 60 il governo centrale canadese cominciò una politica di sostegno alla letteratura, con finanziamenti, borse di studio, residence per scrittori. Forse non un aiuto all’ispirazione ed al talento, ma certo un contributo alla possibilità a concentrarsi sul mestiere di scrivere e un riconoscimento della sua importanza e della necessità di un contesto favorevole.
La politica deve rendere fruibile la cultura – riprende Massini – è una missione bisogna decentrare. Per fare un esempio in Toscana ed Emilia e altri posti gli spettacoli vengono programmati dalle Regioni nei piccoli Comuni.
Se si reputa il patrimonio artistico una fonte di ricchezza - dichiara Natali ex direttore degli Uffizi – bisogna incentivare la Storia dell’arte a scuola. Solo lo studio genera conoscenza e risveglia l’interesse.
In un paese dove la tv tocca il 92 per cento degli spettatori, libri e giornali arrancano: il 2015 almeno è l’anno in cui si ferma l’emorragia dei lettori. I libri sono snobbati dalla metà delle donne che comunque leggono più degli uomini. Tra chi si dedica alla lettura poi, il 45.5% ammette di leggere al massimo tre libri all’anno e sono in particolare i giovani.
Mariapia Veladiano  sostiene che leggere non è questione di tempo. Il report annuale 2015 di We are social racconta che mediamente gli italiani passano quattro ore e 28 minuti si internet, due ore e 30 minuti su piattaforma social, due ore e 39 minuti davanti alla tv. I più teledrogati d’Europa. Dentro questo oceano di ore un libro all’anno o uno spettacolo teatrale non sono questione di tempo.
Cultura e potere hanno viaggiato insieme a lungo e chi non frequenta libri e giornali soffre ancora di un moderato  disagio. Poco poco, perché il potere si sta emancipando con fiera baldanza dalla cultura e da Tremonti in poi si sa che “con la cultura non si mangia” e ormai non essere laureati è quasi un requisito per far carriera politica.
A parte la scuola, e infatti l’Istat dice che sono proprio i bambini e i ragazzi i principali fruitori culturali, non c’è molto del nostro ordinario mondo quotidiano che racconti che la cultura è importante. Ogni paese ha le sue storie. La nostra dice che libri, musei e teatro sono per ora cose di scuola. Non basta, ma graziealcielo c’è la scuola.

venerdì 1 gennaio 2016

Odio il Capodanno, Antonio Gramsci

Stamane ascoltando RAI3 citavano un articolo che Antonio Gramsci scrisse nel lontano 1 gennaio 1916, sull'Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole. Lo stesso articolo venne riportato il 31 dicembre 2014 su Internazionale:

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. 
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

mercoledì 23 dicembre 2015

L' albero di Natale, Andersen H. Christian; Boutavant Marc


C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere”.

Fra i classici, intramontabili, spicca “L’albero di Natale”, anche detto “L’abete”, di Hans Christian Andersen, da preferire quella pubblicata da Rizzoli nel 2009, con traduzione di E. Dragoni e illustrazioni di Marc Boutavant. Si tratta di una delle fiabe più belle e commoventi dello scrittore danese Hans Christian Andersen (1805- 1875), celebre per opere quali “La principessa sul pisello” (1835), Mignolina (1835) “La sirenetta” (1837), “Il soldatino di stagno”, “Il brutto anatroccolo” e “La piccola fiammiferaia” (1845).
Pubblicata per la prima volta nel 1844, la fiaba narra, nello specifico, di un abete ansioso di crescere che non riesce mai ad apprezzare le piccole cose che gli capitano. Se solo fosse più grande, come gli altri alberi della foresta, gli uccelli costruirebbero nidi sui suoi rami, e la sua vita potrebbe considerarsi davvero “incominciata”. Il fatto di essere considerato “il piccolo della foresta” gli crea imbarazzo. Egli sogna di diventare legno per costruire grandi navi e solcare mari lontani; così come di arredare case lussuose, senza coscienza alcuna che questo significhi perdere la vita.

"Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!" - sospirava il piccolo abete: "Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi."
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia... Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
"Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! - pensava il piccolo abete."

Fino a quando un giorno, il giovane albero viene tagliato e condotto in una casa dove, la vigilia di Natale viene addobbato con candele, mele colorate, giocattoli e caramelle.

Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: "Che bell’albero!" - e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti... Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno - nemmeno gli uccelli, forse... Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
"Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo."
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire - almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perché era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive - l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, - si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.

I bambini che vi abitano saccheggiano i doni dai suoi rami, e gli si siedono intorno ad ascoltare le favole degli adulti. 
Il giorno seguente, l’albero si aspetta di rivivere quella stessa magica atmosfera, mentre invece viene spogliato e relegato in una soffitta buia. 

 "La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
"Ecco che ora ricomincia il mio splendore!" - pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
"Che significa questa faccenda?" - pensò l’albero: "Che vogliono che faccia qui? Ed ora, che cosa accadrà?"
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perch* passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
"Fuori è inverno, ora" - pensava l’albero: "la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!... Mai che si veda nemmeno un leprottino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto... Allora, mi faceva arrabbiare... Che malinconia in questa solitudine!"

A lui si uniscono dei topolini, ai quali l’abete racconta la favola che ha udito quando era in casa, al centro dell’attenzione di tutti. Terminato il racconto, anche i topi lo lasciano solo. Con l’arrivo della bella stagione, l’albero che ha perso i suoi colori, viene portato in cortile. Un ragazzo prende la stella rimasta sulla sua cima, ultimo baluardo della vita che ha vissuto, mentre l’abete viene tagliato a pezzi e bruciato. La logica fine di un albero, di cui egli, purtroppo, non ha mai avuto consapevolezza.
A mano a mano che la storia si sviluppa, cresce la delusione dell’albero per la situazione contingente, mentre fa breccia in lui la nostalgia per gli eventi passati. Tale descrizione coincide col tipico atteggiamento dell’essere umano che, al di là del tempo e del luogo, si rende sempre conto di quello che possiede, soltanto dopo averlo perso.

lunedì 21 dicembre 2015

I fratelli Kristmas, Giacomo Papi



È la notte del 24 dicembre, ma il vecchio Niklas Kristmas, alias Babbo Natale, non può consegnare i regali. Ha una febbre da cavallo e una tosse spaventosa. Se uscisse al gelo - sentenzia l'elfo dottore - ci lascerebbe le penne. Cosí, a malincuore, l'incarico viene affidato a Luciano, il fratello minore di Niklas. I due hanno litigato anni prima, perché Luciano è un uguagliatore: per lui tutti i bambini sono uguali, e vuole portare a ciascuno lo stesso numero di doni. Mentre lo gnomo orologiaio rallenta il tempo, Luciano ed Efisio, il nano picchiatore, partono a bordo della slitta volante. Ma l'avido industriale dei giocattoli Panicus Flynch, che trama per impadronirsi del Natale, ha sguinzagliato sulle loro tracce le feroci valchirie. Ad aiutare Luciano ed Efisio saranno Maddalena e suo fratello Pietro, due bambini di nove e dodici anni. Per portare a termine la missione c'è bisogno del loro coraggio.

domenica 20 dicembre 2015

Segni e simboli del Natale, Rudolf Steiner


Tre conferenze a Berlino 1904 - 1905 - 1906 «Chi ai giorni nostri durante il periodo natalizio passeggi in mezzo agli alberi addobbati, potrebbe agevolmente pensare che la tradizione dell'albero di Natale sia molto antica. È proprio partendo da questa consuetudine che potremmo analizzare come sono mutati gli usi e i costumi dei popoli: l'abete che oggi è presente in quasi tutte le case, infatti, non ha ancora compiuto cent'anni. Cent'anni fa non avreste potuto trovare le strade ingombre di alberi di Natale. [...] Chi comprenda il reale significato del Natale coglie la saggezza nascosta in questa celebrazione. Feste come quelle di Natale, Pasqua, Pentecoste non sono altro che date, istituite dai nostri antenati per mostrare a noi, loro discendenti, come intendevano il rapporto tra il mondo e l'uomo e come hanno interpretato i grandi segreti dell'essere».  

Rudolf Joseph Lorenz Steiner è stato un filosofo, pedagogista, esoterista, artista e riformista sociale austriaco. È il fondatore dell'antroposofia, di una particolare corrente pedagogica (la pedagogia Waldorf), di un tipo di medicina (la medicina antroposofica o steineriana) oltre che l'ispiratore dell'agricoltura biodinamica, di uno stile architettonico e di uno pittorico. Ha posto anche le basi dell'euritmia, del Massaggio Ritmico Antroposofico e dell'arte della parola. Si è occupato inoltre di filosofia, sociologia, antropologia e musicologia.
In Italia la sua filosofia è stata diffusa inizialmente dai primi seguaci italiani, la baronessa Emmelina Sonnino (De Renzis), suo figlio Giovanni Antonio Colonna di Cesarò e il medico romano Giovanni Colazza, e dopo la seconda guerra mondiale da Massimo Scaligero e dal medico milanese Aldo Bargero.
Da allora la crescita dell'impulso medico antroposofico è stata accompagnata dalla pubblicazione di numerosi titoli - per lo più traduzioni da autori di lingua tedesca, inglese o francese - soprattutto di carattere divulgativo. Solo a partire dal 1990 si trovano anche testi di autori italiani. Ma intanto, essendo Colazza e Bargero medici, si è sviluppata in Italia una notevole comunità di medici ad indirizzo antroposofico.
Contemporaneamente in diverse città italiane apparvero le prime scuole Waldorf nelle quali viene attuato il modello pedagogico steineriano.

sabato 19 dicembre 2015

Regalo di Natale, Maurizio de Giovanni, Alicia Giménez-Bartlett, Bill James, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami

Regalo di Natale è una raccolta di sei gialli sul tema del Natale e del regalo,
In questa raccolta, affrontano l’indagine del regalo di Natale gli investigatori: Petra Delicado e il vice Fermín Garzón (autrice: Alicia Giménez-Bartlett); Gelsomina Settembre, assistente sociale (che Maurizio de Giovanni ha appositamente immaginato per questa antologia); la Casa di Ringhiera (il caso e la necessità in versione mistero guidati da Francesco Recami); Rocco Schiavone (sempre più arruffato da Antonio Manzini); Harpur & Isles (la coppia angeli-demoni del gallese Bill James); e i vecchietti del BarLume (gli artisti del pettegolezzo investigativo inventati da Marco Malvaldi).

Maurizio de Giovanni
Un giorno di Settembre a Natale è la storia di Gelsomina Settembre, per tutti Mina, assistente sociale napoletana che si trova a dover aiutare una ragazza che non vedeva da tanto tempo. Anna era una bambina che viveva in condizioni disagiate, ma dopo dodici anni è diventata una escort ed è stata coinvolta  dal un boss del luogo nell’omicidio di un uomo: ad un appuntamento con lui sulla barca deve avvelenarlo. Le hanno pure rapito il figlioletto e di chiamare la polizia non se ne parla proprio. Ma Mina, aiutata da Domenico-chiamami-Mimmo (un affascinante ginecologo che lavora con lei allo studio), dal portinaio Rudy e dall’ex marito Claudio (magistrato) riuscirà a risolvere la questione tra pasticci e colpi di genio.
Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta e protagonista dei romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia e Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013). Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti.
Alicia Giménez-Bartlett
La principessa Umberta è incentrato sulla morte di una principessa italiana: Umberta, appunto. L’ispettore Petra Delicado deve indagare sul decesso della donna partendo da uno strano messaggio trovato sul cellulare appena regalato ad un collega per i suoi quarant’anni di carriera.
Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado. I romanzi della serie sono stati tutti pubblicati nella collana «La memoria» e poi riuniti nella collana «Galleria». Ha anche scritto numerose opere di narrativa non di genere, tra cui: Una stanza tutta per gli altri (2003, 2009, Premio Ostia Mare Roma 2004), Vita sentimentale di un camionista (2004, 2010), Segreta Penelope (2006), Giorni d’amore e inganno (2008, 2011), Dove nessuno di troverà (2011, 2014) e Exit (2012). Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.
Bill James
Arriva Natale eccetera eccetera sembra un po’ un poliziesco degli anni sessanta, settanta, poco attuale. I poliziotti Harpur e Iles si trovano invischiati in storie di spacciatori di droga e delinquenti nell’Inghilterra del sud .
Bill James – definito dalla critica «il miglior prosatore del giallo britannico» – è lo pseudonimo del gallese James Tucker, ex giornalista di cronaca nera, collaboratore della rivista umoristica Punch e autore di testi di critica letteraria. È l'inventore della serie di Harpur e Iles, che coinvolge poliziotti e criminali di tutti i tipi, presi nel loro ambiente umano e familiare. Con questa casa editrice ha pubblicato: Protezione (2008, premiato in Francia quale miglior poliziesco europeo nel 2004), Confessione (2009), Club (2010), Rose, rose (2011), Il detective è morto (2012), Il mattatore (2012) e Tip Top (2013).
Marco Malvaldi
La tombola dei troiai narra l'omicidio di un farmacista e quando la postona (una postina un po’ voluminosa) Annacarla si presenta al BarLume e dice ad Aldo che alla tombola dei troiai (per intenderci, regali brutti da riciclare) ha vinto un tagliacarte antico e costoso, i vecchietti fanno due più due e trovano l’arma del delitto. Massimo, al solito, si ritrova a badare ai quattro ottuagenari con manie da signora in giallo che però, stavolta, vengono presi sul serio dal commissario, che non è più Fusco, ma Alice Martelli, una ragazza un po’ strana. Il barrista arriva alla soluzione prima di tutti e si diverte a vedere quanto ci mettano gli altri a capire chi è l’assassino.
Marco Malvaldi (Pisa, 1974), di professione chimico, ha pubblicato con questa casa editrice i romanzi della serie dei vecchietti del BarLume (La briscola in cinque, 2007; Il gioco delle tre carte, 2008; Il re dei giochi, 2010; La carta più alta, 2012; Il telefono senza fili, 2014, salutati da un grande successo di lettori. Ha pubblicato anche Odore di chiuso (2011, Premio Castiglioncello e Isola d’Elba-Raffaello Brignetti), giallo a sfondo storico, con il personaggio di Pellegrino Artusi, Milioni di milioni (2012), Argento vivo (2013) e Buchi nella sabbia (2015).
Antonio Manzini
Buon Natale, Rocco! vede il vicequestore Rocco Schiavone alle prese con un caso di omicidio: sono stati uccisi due anziani coniugi e a trovarne i corpi è la signora che fa le pulizie nel palazzo. Rocco, con l’influenza e in attesa della lettera con la meta del suo trasferimento, si trova, nei giorni di Natale, ad indagare su chi erano davvero queste persone per capire il perchè della loro morte. Conosce così i figli delle vittime e qualcuno tenta pure di depistarlo.
Antonio Manzini, attore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio e La giostra dei criceti. La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui è seguito La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015) e Era di maggio (2015). Ne fanno parte anche i racconti presenti nelle antologie poliziesche Capodanno in giallo, Ferragosto in giallo e Regalo di Natale. Con questa casa editrice ha pubblicato anche Sull'orlo del precipizio (2015).
Francesco Recami
Scambio di regali nella casa di Ringhiera ha come protagonista Angela, che come ogni anno è impegnata a fare i regali di Natale: libri per tutti, perchè sono regali personalizzati. Mentre cucina il brasato per il suo fidanzato, una signora del palazzo le chiede di essere accompagna in banca perchè invalida. Angela va con lei e rimane coinvolta in una rapina, ma per fortuna finisce tutto bene. A differenza di quello che succederà coi suoi regali!
Francesco Recami (Firenze, 1956) con questa casa editrice ha pubblicato L’errore di Platini (2006), Il correttore di bozze (2007), Il superstizioso (2008, finalista al Premio Campiello 2009), Il ragazzo che leggeva Maigret (2009), Prenditi cura di me (2010, Premio Castiglioncello e Premio Capalbio), La casa di ringhiera (2011), Gli scheletri nell’armadio (2012), Il segreto di Angela (2013), Il caso Kakoiannis-Sforza (2014), Piccola enciclopedia delle ossessioni (2015) e L'uomo con la valigia (2015).

venerdì 18 dicembre 2015

Il panettone prima del panettone, Porzio Stanislao


Tutti sanno cos'è, troneggia in tutte le vetrine delle pasticcerie e imperversa al supermercato per interi scaffali; a volte si presenta in versione "gourmand", arricchito con creme sontuose e confezionato in scatole allegre; a volte fa la sua comparsa fasciato in nastri e carte molto chic e un po' pretenziose, soprattutto se pensiamo alle sue origini... Ma sappiamo davvero quali sono le origini del panettone? 
Da dove viene questo dolce che ha conquistato tutti gli italiani, diventando un simbolo del Natale? A parte il legame con la sua città, Milano, ha una lunga storia e, come succede per tutte le ricette tradizionali, un esordio a dir poco nebuloso. 
Il panettone non è sempre stato quello che conosciamo adesso. Un tempo era basso, e con molto meno burro. Stanislao Porzio è così appassionato di questo dolce che nel 2007 ha scritto una monografia sull’argomento e l’anno dopo ha creato Re Panettone, una kermesse che si svolge a Milano nel periodo natalizio e che mette in vetrina le creazioni più buone e curiose di Maestri Pasticcieri italiani e internazionali.




Ci sono regole precise perché un prodotto dolciario possa essere chiamato “panettone”. Esiste un decreto ministeriale del 22 luglio 2005 che stabilisce gli ingredienti e le caratteristiche di alcuni dolci tradizionali italiani, come ad esempio gli amaretti, i savoiardi, la colomba, il pandoro e, naturalmente, non poteva mancare il panettone. Il classico milanese deve essere a pasta morbida e ottenuto per fermentazione naturale da pasta acida. Deve essere fatto con farina di frumento, zucchero e uova, ma con una maggiore percentuale di tuorli rispetto agli albumi. Poi uvetta e scorza di agrumi canditi in quantità non inferiore al sedici per cento, burro, in quantità non inferiore al sedici per cento, lievito naturale e sale. Sul panettone non si scherza!



Questo agile libretto ripercorre le avventure del panettone ai suoi inizi: è una specie di atto di nascita colto, istruttivo e filologicamente ben documentato di un impasto che, pensato per diventare un pane, si è trasformato nel tempo, grazie all'estro di fornai e pasticceri, in qualcosa di dolce e confortante, per celebrare la magia del Natale e il senso di condivisione che ne deriva. Da un manoscritto ambrosiano di Giorgio Valagussa.

giovedì 17 dicembre 2015

Holidays on ice, David Sedaris


La prima edizione americana risale al 1997 e contiene sei racconti, mentre la prima edizione italiana è del 2003 e contiene solamente quattro racconti. Tema centrale della raccolta sono le festività natalizie, analizzate con spirito dissacrante e spietato umorismo nero.
 
Il debutto di David Sedaris avvenne all'inizio degli anni '90 con la lettura alla radio del racconto della sua esperienza come elfo natalizio in un grande magazzino di New York: una serie di scene esilaranti e corrosive che fotografavano impietosamente le icone sacre del mondo di oggi: il mito del Natale affogato nei consumi, il muto naufragio dei bambini, vittime inconsapevoli delI'insensatezza della festa, la surreale crudeltà dei rapporti di lavoro e di famiglia, il vuoto e la solitudine che la valanga scintillante dei regali non può nascondere... Questo libello sul falso luccichio del Natale rivelò il talento di questo giovane umorista, comico spietato e sottilissimo, implacabile osservatore delle follie della modernità.  

Ecco i racconti presenti nell'edizione italiana:

Dinah, la zoccola di Natale: Sedaris racconta di una nottata insieme alla sorella Lisa nel tentativo di liberare una prostituta dal suo fidanzato violento.

Al centro della prima fila con Thaddeus Bristol. Un resoconto del pessimo spettacolo natalizio messo in scena dai bambini di una scuola elementare.


Tratto da una storia vera. Il produttore esecutivo di un'importante televisione, parlando dal pulpito di una chiesa, cerca di convincere i fedeli a dargli tutte le informazioni relative a una ragazza della loro comunità che ha una storia straziante da raccontare: intento del produttore è quello di costruire un programma televisivo intorno a questa disgraziata vicenda.


Natale significa dare. Due famiglie di vicini benestanti rivaleggiano in una gara di generosità durante le festività.


Racconti non presenti nell'edizione italiana (ma presenti in "Ciclopi")

SantaLand diaries. Sedaris racconta della sua esperienza di lavoro come elfo presso un centro commerciale Macy's.

Season's greetings to our friends and family!!!Una lettera di Natale scritta dalla signora Dunbar, matriarca del clan Dunbar.

 

 per approfondire e sentire un punto di vista differente: https://lucarota.wordpress.com/recensioni/david-sedaris-holidays-on-ice-mondadori/ 



Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo