domenica 3 settembre 2017

Tutto è possibile, Elizabeth Strout

Ripetere lo schema di un romanzo che ha incontrato un grande successo è sempre rischioso, ma la singolarità dell’ultimo lavoro di Elizabeth Strout, Tutto è possibile (in uscita martedì da Einaudi, traduzione di Susanna Basso, pp. 207, euro 19,00) – che presenta una serie di racconti legati tra loro dalla presenza, sullo sfondo, della protagonista di Mi chiamo Lucy Barton – sta proprio nel ricorso a una struttura collaudata non per creare un seguito al romanzo precedente, ma per rimetterne in discussione l’assunto, offrendo una visione stereoscopica dei fatti.
Lucy era diventata famosa, presso i lettori di Elizabeth Strout, raccontando a modo suo la propria storia, nella quale aveva inserito accenni alle vite di altre persone e alle dicerie sul loro conto: sono proprio questi personaggi, parenti o compaesani, a assumere qui il primo piano, acquisendo una dignità e uno spessore che Lucy aveva loro negato e, al tempo stesso, fornendo nei loro commenti un’altra versione dei fatti che riguardano Lucy, e con ciò una diversa interpretazione del suo personaggio.
Scambi di ruoli
Tuttavia, anche chi non aveva letto Mi chiamo Lucy Barton riuscirà ad apprezzare questo romanzo successivo, anzi: non avere un’idea precostituita di Lucy, e non aver mai sentito prima i nomi di Abel, Dottie, o delle principessine Nicely, permette di accostare questi personaggi senza pregiudizi. Erano al tempo stesso figure sullo sfondo dell’incontro tra Lucy e la madre – che non si vedevano da molto tempo per poi ritrovarsi incapaci di affrontare la memoria di un passato brutale o di mettere a nudo i loro sentimenti – e oggetti del loro vuoto chiacchiericcio. Ora, in Tutto è possibile, tornano a animare una sorta di film corale (si pensi a America oggi, che Altman trasse da alcuni racconti di Carver) e l’abilità di Elizabeth Strout sta nel tenere insieme le fila di questo gioco narrativo dando valore a ogni apparizione sulla scena, fosse anche per una sola battuta o uno sguardo silenzioso.
Come in Olive Kitteridge, il libro che valse all’autrice il Pulitzer nel 2009, due sono gli elementi unificanti: lo scenario in cui si svolgono le vicende e la presenza di un personaggio che fa da collante per le varie narrazioni; e se la protagonista eponima, nel lavoro del 2009, occupava il primo piano solo in un numero ridotto di storie, in Tutto è possibile, Lucy appare in un solo racconto, mentre negli altri è citata nei pensieri e nei discorsi di qualcun altro, o non compare affatto. Eppure, man mano che la lettura procede, e personaggi appena accennati nel romanzo precedente acquistano spazio e, soprattutto, umanità, Tutto è possibile si rivela non tanto un novel in stories, come Olive Kitteridge, quanto un piccolo, ma perfetto, romanzo corale. Di storia in storia, infatti, comparse e comprimari diventano protagonisti assoluti, poi si scambiano i ruoli e si scoprono tra loro impensate, ancorché apparentemente casuali o superficiali relazioni, finché la rete tessuta dall’intreccio delle loro vicende si fa talmente fitta da non rendere più necessario il ricorso a quell’elemento unificatore che era rappresentato dall’apparizione di Lucy Barton.
Così, se in Olive Kitteridge l’austera insegnante di matematica che ne era protagonista rappresentava una middle class anonima, e la sua cittadina, Crosby nel Maine, era la raffigurazione di quella stessa provincia in cui vivono e languono le tante Olive che popolano l’universo femminile (non solo americano) in Tutto è possibile il profilo di Lucy, la ragazzina indigente che è riuscita a fuggire dalla miseria e dai maltrattamenti per diventare scrittrice di successo, non combacia più – nei ricordi misti di rabbia, orgoglio e invidia dei suoi fratelli e dei compaesani – con quello della donna che, al termine di Mi chiamo Lucy Barton esorcizzava il passato nella scrittura, rivendicando orgogliosamente le proprie origini, attraverso la fiera riappropriazione del nome di famiglia.
Più ancora di Olive Kitteridge, Tutto è possibile rimanda a un classico americano, Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson, un ciclo di racconti tenuti insieme dallo sfondo urbano, da diversi ricorrenti personaggi e dal tema della repressione sessuale nella provincia americana. Come Winesburg, Amgash e le località limitrofe dell’Illinois in cui si svolgono le storie di Elizabeth Strout sono cittadine dove gli abitanti si conoscono tutti e conoscono – o credono di conoscere – tutti i segreti altrui. E come Anderson, anche Strout dimostra che, invece, certe passioni restano chiuse tra le mura delle villette unifamiliari, sfuggendo anche all’occhio del più attento tra i vicini.
Tutti i personaggi di questo romanzo, nessuno escluso, sono vittime di traumi da cui non riescono a liberarsi, e tutti patiscono un qualche senso di vergogna; i loro sono traumi infantili terribili e inconfessabili, o traumi di guerra, o ricordi che, taciuti troppo a lungo sono divenuti, a loro volta, spaventosi. «Erano cresciuti nutrendosi di vergogna; la vergogna era stato il concime del loro terreno», si dice di una famiglia locale, in cui il padre mantiene in segreto per decenni una relazione omosessuale. Ma non provano minore vergogna la ragazza che ha scoperto la madre a letto con il proprio insegnante e la sorella di lei, sposata a un pervertito di cui da anni asseconda i vizi; la moglie che, dopo aver accudito in silenzio un marito fedifrago e irascibile, ha abbandonato settantenne il tetto coniugale, per fuggire in Italia con un coetaneo delle sue figlie; il reduce del Vietnam che ha prosciugato il conto di famiglia per aiutare una prostituta, e il cugino di Lucy che, divenuto un ricco imprenditore, prova comunque la sensazione continua di dover chiedere scusa, «pur non sapendo a chi».
L’empatia della autrice
Da questo senso di vergogna Lucy sembrava essersi sollevata alla fine del suo memoir, nel romanzo precedente, ma il tremendo attacco di panico che mette fine alla sua visita in famiglia svela ora una ben altra verità. Tocca a sua cugina Dottie, che gestisce un bed and breakfast e nota in alcuni dei suoi clienti un fastidioso atteggiamento di superiorità, offrire un’interpretazione di questo comune senso di vergogna attribuendolo alla classe sociale: «Era una questione di culture diverse … E la cultura comprendeva anche la classe sociale, cosa di cui nessuno voleva parlare nel paese perché non era educato, ma Dottie era anche del parere che la gente tendesse a non parlare di classi sociali perché non capiva che cosa fossero. Ad esempio, che cosa avrebbero pensato se avessero scoperto che lei e suo fratello da piccoli erano andati a raccogliere da mangiare nei cassonetti della spazzatura?»
Mostrando verso i suoi personaggi un’empatia priva di sentimentalismo, Elizabeth Strout conferma tuttavia la sua immersione nella consapevolezza di quanto contino le classi sociali, e come chi proviene dagli strati più umili si porti dietro le proprie origini quasi fossero «arti fantasma».
[Silvia Albertazzi 3/09/2017]

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