venerdì 22 giugno 2018

Non dite che non abbiamo niente, MADELEINE THIEN

Madeleine Thien – canadese di origini sino-malesi – è l’autrice di Non dite che non abbiamo niente (66th and 2nd, traduzione di Maria Baiocchi, Anna Tagliavini, pp.484, euro 22), romanzo finalista al Man Booker Prize del 2016 e grande rivelazione anche sul mercato italiano.
Il suo romanzo si basa su tre vicende umane intersecate fra loro attraverso i momenti culminanti delle proteste del 1989. Tra i tanti pregi del libro quello più potente riguarda la struttura: protagonista del volume è la musica, quella proibita durante la Rivoluzione culturale e quella resa vivida dall’incastro voluto dalla scrittrice; Thien crea un congegno narrativo volutamente sinfonico: non si può comprendere l’intreccio del romanzo se non si «prende» il ritmo della scansione decisa dall’autrice. Noi lettori siamo uno strumento di questa orchestra.
Il prossimo 26 giugno, Madeleine Thien sarà ospite al Taobuk, Festival internazionale del libro di Taormina.
A proposito del 1989, uno dei temi del suo libro. Lo scrittore cinese Yu Hua ritiene che sia stato l’ultimo momento davvero politico in Cina. Da allora solo economia, soldi e fine della categoria della «politica»: è d’accordo?
Gli anni ’80 in Cina sono stati un periodo di transizione e di cambiamento stupefacente, in cui il futuro sembrava a portata di mano per chiunque. Dopo le tragedie della dittatura di Mao Zedong, le persone sentivano che finalmente c’era più spazio, più libertà per discutere dell’attualità della Cina e di come una nuova realtà potesse essere. Nel 1978 Wei Jingsheng scrisse: «Non vogliamo più dèi né imperatori, né salvatori di alcun tipo…la democrazia, la libertà e la felicità sono gli unici obiettivi del processo di modernizzazione», e fu spedito in prigione per 14 anni. Uno degli striscioni alzati durante le manifestazioni del 1989 era «Una nuova strada si sta aprendo: la strada che molto tempo fa abbiamo mancato». L’economia e il denaro hanno prevalso a partire dal massacro di Tienanmen, ma le vecchie idee, i desideri di un tempo non sono venuti meno.
Il «libro dei ricordi» del suo libro ricorda lo «Shiji» del celebre storico cinese Sima Qian. Lui però venne evirato e il suo libro fu tenuto nascosto per paura delle ire imperiali: in Cina è così difficile annodare i fili storici?
Penso che seguire il filo della storia sia difficile in molti Paesi – in Cina, negli Usa, e anche nel mio paese, il Canada. Molti stati distorcono la propria storia in modo da adattarla a ciò che vogliono credere – o far credere ai propri cittadini – nel presente. Il governo cinese è convinto che la storia eserciti una profonda influenza emotiva e intellettuale nel presente, è molto soggetto alla forza di persuasione della storia.
Louisa Lim descrive la Cina in modo memorabile e molto potente come la «Repubblica Popolare dell’Amnesia». Tenere una commemorazione per il massacro di Tienanmen del 1989 o menzionare, sulla carta stampata o online, le manifestazioni di Tienanmen è un atto illegale. Penso che il tentativo del Partito comunista cinese di legiferare «dimenticando» serva solamente a ricordarci una volta in più quanto incisive siano state quelle manifestazioni. La memoria viene dimenticata fino a quando non diventa sicuro ricordarla nuovamente pubblicamente.
A volte si ha la sensazione che si parli di Xi Jinping e del potere cinese, ma in realtà i cinesi pensano soprattutto a gestirsi al meglio le proprie vite. È anche per questo che difficilmente potrà esserci ora un altro 1989?
Penso che dieci anni fa davvero poche persone credessero che Xi Jinping avrebbe intrapreso l’attuale svolta dura e nazionalista. La Cina rimane imprevedibile. Penso sarebbe sciocco cercare di riassumere o semplificare lo spettro di desideri, credenze e aspirazioni di milioni di persone – come paese ci sorprenderà sempre perchè le sue possibilità sono vaste e complesse. Il China Labour Bulletin ha registrato 2774 scioperi nel 2015. I diritti dei lavoratori e le condizioni lavorative, le espropriazioni di terreno e il degrado ambientale fanno tutti parte del dibattito nazionale. Nel 2008 il governo cinese smise di fornire dati statistici sui numeri delle proteste diffuse su tutto il territorio nazionale, ma il numero riportato per il 2008 è stato di oltre 100mila. Altre fonti ne hanno registrate più di 180mila nel 2010. Come in ogni altro luogo, le persone sono coinvolte nella vita della propria nazione, nella sua istituzione e nei loro diritti, e non penso che questo cambierà molto presto.
Come le è venuta in mente la struttura del suo romanzo, «Non dite che non abbiamo niente»: i diversi piani, la voglia di lasciare la storia con la S maiuscola frammentaria e nascosta tra le pieghe dell’immaginazione. Ha pensato anche ad altre strade da un punto di vista stilistico?
La struttura di Non dite che non abbiamo niente è debitrice alle Variazioni Goldberg di J.S. Bach nel motivo solo apparentemente semplice che dà vita a una forma via via più complessa. Riguarda anche l’idea di Piazza Tienanmen vista come il «punto zero» dagli architetti cinesi che la hanno ridisegnata nei primi anni Cinquanta, il punto da cui tutto ha origine. Questo punto nel libro è rappresentato dalle manifestazioni del 1989, il momento cui tutti gli altri, prima e dopo, sono in qualche modo connessi.
La parola «rivoluzione», oggi: che sentimenti le scatena?
Il termine «rivoluzione» oggi è usato in riferimento a una grande varietà di movimenti sociali, dalla Brexit a MeToo, dalla Primavera araba alla presidenza Trump, e molti altri ancora. Penso che evochi la deposizione di un gruppo da parte di un altro che, a ragione o a torto, si sia sentito marginalizzato, in una posizione periferica rispetto al potere e insignificante. Mao notoriamente ha scritto che una rivoluzione non è una cena, è un’insurrezione, un atto di violenza attraverso il quale una classe prevarica su un’altra.
I dieci anni che ho speso scrivendo di rivoluzione – in Cina e in Cambogia – mi hanno resa diffidente rispetto alla rivoluzione come metodo di cambiamento sociale. Il potere ha tentacoli ovunque e non è facilmente eliminabile; le rivoluzioni mettono le persone le une contro le altre, spesso legittimando gli orrori della violenza, lasciando al contempo intatta la struttura generale del potere. Forse non è tanto nella rivoluzione che non ho fiducia, quanto nella violenza che adottiamo nella convinzione che possa essere mondata dalla correttezza dell’ideologia o dalla giustezza morale.
Pensando alla Cina: il termine rivoluzione di solito si associa subito a «culturale» o le viene in mente altro istintivamente?
Per me non è istintivamente legata a «Rivoluzione culturale». Tutto il Novecento in Cina è stato segnato dal cambiamento rivoluzionario. Quello del 1911 ha segnato la fine di 2000 anni di governo imperiale, e il Movimento del 4 Maggio 1919 continua a risuonare con forza. Le sei settimane di protesta in Piazza Tienanmen nella primavera del 1989 – che hanno richiamato un milione di persone in Piazza, persone da ogni classe e background – hanno dato il via a un’ondata di proteste in Europa che ha trasformato per sempre il nostro scenario politico.
Infine: la Cina è stata spesso criticata dalla stampa occidentale, tanto che a Pechino si parla spesso di «China bashing» dei media occidentali. Oggi però viene spesso descritta come unica potenza responsabile e si dimenticano i sui tanti «problemi interni»: perché secondo lei?
Penso che la complessità della Cina sia qualcosa che molti media occidentali non sanno come approcciare, o non hanno il tempo di farlo. Sicuramente in Nordamerica la Cina è spesso ritratta in modo unitario, il che è assurdo se si considera la vastità e la diversità della popolazione, con oltre duecento dialetti e paesaggi che vanno dal deserto del Gobi alle pianure alluvionali dello Yangtze e del Fiume Giallo, le vaste regioni montuose, e quelle tropicali del Sudovest.
C’è una vita, e un’esperienza di vita, eccezionale lì. Come ovunque, le persone desiderano vivere le loro vite e crescere la propria famiglia in relativa sicurezza e prosperità; e la nostra comune tragedia è che le persone in tutto il mondo vedono sempre più i governi autoritari – e la paura dell’altro, la paura reciproca – come la strada per questa stabilità. Credo che tutti noi abbiamo una responsabilità nell’enunciare come dovrebbe essere un mondo giusto, e come lo possiamo ottenere per più persone possibile. Abbiamo il dovere di persuadere – di discutere, dibattere e convincerci gli uni gli altri che le nostre società meritano confronti complessi e reazioni umane.
[Simone Pieranni 22/06/2018]

martedì 19 giugno 2018

«Big Fish & Begonia», l’animazione di Xuan Liang e Chun Zhang

Comincia tutto nel 2004 con un sogno, in cui un piccolo pesce cresce e diventa tanto grande da non poter più rimanere nella sua vaschetta, fino ad occupare tutto il cielo. Il sognatore si chiama Xuan Liang, all’epoca studente di ingegneria all’università di Tsinghua in Cina, che raccontò l’episodio al suo amico Chun Zhang, studente di belle arti nella stessa università. I due si rendono conto che l’idea è assai potente e così decidono, assieme ad altri amici, di realizzare una breve animazione in Flash. Dopo sette mesi il corto, che racconta la storia di una ragazza a cui viene data in regalo una piccola balena che continua a crescere fino a riempire tutto il cielo con la sua massa, è completato e viene distribuito in rete.
Sono queste le premesse che hanno portato i due giovani, nel corso di più di dieci anni, a realizzare Big Fish & Begonia, lungometraggio animato da loro stessi diretto e sceneggiato, uscito due anni fa nelle sale cinesi e che non solo ha conquistato il botteghino del Paese asiatico con più di 85 milioni di dollari, ma ha anche riscosso successo di critica.
Dopo essere passato all’Annecy International Animation Film Festival lo scorso anno ed essere sbarcato negli Stati Uniti in aprile, Big Fish & Begonia approderà nei cinema italiani dal 21 giugno, distribuito dalla Draka Distribution e dalla Twelve Entertainment.
La storia, nei dodici anni passati da quel piccolo cortometraggio in Flash nato dal semplice sogno di uno dei due registi, si è sviluppata e arricchita attraverso vari passaggi produttivi e artistici. Per realizzare la pellicola Xuan Liang e Chun Zhang hanno infatti fondato nel 2005 la loro casa di produzione, ma ben presto sono finiti i soldi costringendoli a dedicarsi ad altri progetti, fra cui Swallotail Butterfly, del 2006. Nel 2013 arriva però la svolta, con l’interessamento, dopo una campagna online, della casa di produzione cinese Enlight Media a contribuire e finanziare il progetto.
Dal punto di vista artistico Big Fish & Begonia è l’incontro di diversi elementi: l’animazione mista fra 3D e 2D è anche frutto della collaborazione con la sud coreana Mir, le musiche sono del giapponese Kiyoshi Yoshida, mentre per la stesura del soggetto e della sceneggiatura, partendo dall’idea avuta nel sogno, i due registi hanno pescato a piene mani dalla mitologia classica cinese. Fra i libri che hanno ispirato più direttamente il lungometraggio c’è ad esempio uno dei testi taoisti più importanti, lo Zhuang-zi.
Sotto al mare, in una sorta di mondo parallelo vivono gli «Altri», esseri sovrannaturali che regolano con i loro poteri le stagioni, il tempo e gli elementi del mondo umano. Gli umani non sono però consapevoli dell’esistenza di questa diversa realtà, ed è importante che gli abitanti dei due regni non vengano mai a contatto e non si mescolino. Chun (Begonia) è una ragazzina che vive nel mondo parallelo degli «Altri» e come tutti i suoi coetanei, compiuti i sedici anni, come rito iniziatico viene mandata per sette giorni, sotto le sembianze di un delfino rosso, nell’oceano del mondo umano per osservarlo e capirlo meglio.
Verso la fine del suo viaggio però, il delfino-ragazza rimane impigliata nelle reti da pesca durante una tormenta, e a salvarla interviene un giovane umano. Cominciano così una serie di avventure che porteranno Chun a sfidare le regole del suo mondo, e a compiere difficili scelte che comporteranno uno squilibrio fra i due regni.
Visivamente, in molte sue parti il lavoro ricorda certi passaggi dei film di Hayao Miyazaki, La città incantata su tutti, ma si tratta di un’ispirazione dovuta che viene mescolata e resa originale dall’intreccio con motivi estetici provenienti dalla tradizione cinese classica, una mitologia davvero ricca e, seppur nella sua specificità, capace di parlare ad un pubblico più ampio e toccare temi universali quali l’amore e il sacrificio.
Opera godibile anche per i bambini più piccoli, in realtà Big Fish & Begonia tocca quindi dei temi adulti e seri come la morte e il senso della vita, mai però in modo banale e con una narrazione dove non c’è un cattivo da sconfiggere, ma piuttosto una serie di situazioni complesse che portano ogni volta a difficili decisioni da prendere. Con tutta probabilità il film rappresenterà uno snodo importantissimo per il cinema cinese contemporaneo: prodotto di altissima qualità e di ottima fattura, potrebbe funzionare nei prossimi anni da apripista per un risveglio e uno sviluppo dell’animazione cinese di livello.
[Matteo Boscarol 19/06/2018]

domenica 17 giugno 2018

Ombre giapponesi, Lafcadio Hearn

Tra il 1890, anno del suo arrivo a Yokohama, e la morte, sopraggiunta nel 1904, Lafcadio Hearn scrisse sul Giappone sia opere dall’impianto rapsodico e impressionistico, sia testi di grande rigore analitico. Non si è forse mai esaurito il dibattito intorno alla validità delle immagini che ci ha consegnato, e la recente pubblicazione di Ombre giapponesi (Adelphi, pp. 302, € 15,00), curata da Ottavio Fatica e arricchita da uno scritto di Hugo von Hofmannsthal, è anche un invito a riconsiderare questo importante personaggio e il suo instancabile lavoro di traduzione e di scrittura. La sua era la visione romantica di un paese ideale, un paese che non esiste, come ebbe a dire Wilde con parole ricordate da Fatica nella postfazione, o fu uno sguardo accurato sul contesto giapponese, come riteneva Basil Chamberlain?
Fatica osserva nel suo testo come gli scritti di Hearn siano di prezioso ausilio alla comprensione di un paese che egli amava perché partecipe della sua vita interiore, il kokoro. Slancio romantico e acume intellettuale coesistono nella sua produzione, dove l’interesse per la spiritualità orientale si lega a convinzioni scientifico-filosofiche (in primo luogo il pensiero di Spencer) e la frammentarietà delle intuizioni e la fugacità degli sguardi trovano un complemento in analisi attente e irreprensibili. In gioco, infatti, non sono alternanze né contrasti, bensì una composizione perfetta che riflette la profonda conoscenza dell’oggetto sul quale Hearn scriveva.
Pregevole, nella raccolta, è la scelta con cui i testi si succedono: non subordinati alla scansione cronologica (i trentanove scritti provengono da undici libri pubblicati tra il 1894 e il 1918), ma affrancati da ogni necessità di ordine e sistema, privilegiando un processo per associazioni che fa emergere, attraverso ombre, sequenze, affinità, una rappresentazione fedele e al tempo stesso inedita del Giappone di Hearn.
Di particolare rilievo il tema del sogno, che ha connotazioni mitiche, filosofiche, fantasmatiche, poetiche. Hearn si rifà a incanti e inquietudini dell’esperienza personale come alla letteratura, e il mondo onirico è come un velo di nubi quasi mai dissipato se non per mostrare, attraverso improvvisi spiragli, l’arcano e il perturbante.
Del resto, il Giappone era per Hearn «la terra dei sogni», come scrisse in una lettera del novembre 1890: «Eccomi nella terra dei sogni, circondato da strani dèi. Mi pare di averli già conosciuti e amati da qualche parte». Queste parole, che sembrano tornare in quella Constatazione di Caproni che dice «Non c’ero mai stato./ M’accorgo che c’ero nato», raccontano il piacere del ritorno nella scoperta, l’affinità che trascende la retorica della nazione e oppone la verità dello spirito all’arbitrarietà dei confini.
Non a caso, il libro si apre con la rivisitazione del mito del monte Horai, chiamato anche «Miraggio – la Visione dell’Intangibile. E la Visione stinge – per non più riapparire fuorché nei dipinti, nelle poesie, nei sogni…». Hearn attinge alla storia, alla mitologia, all’epica, ai racconti popolari, e affida a una lingua vibrante racconti che uniscono il rigore della ricostruzione al piacere delle suggestioni, in un dedalo di generi, forme e suoni.
Il volume si chiude con la storia di una giovane che osserva nello specchio la propria immagine credendola l’ombra della madre morta, e provando la certezza di un contatto: è un richiamo all’atmosfera di Horai, composta non d’aria, ma «della sostanza di generazioni d’anime a quintilioni, circonfuse di un’unica immensa traslucidità», che al mortale basta inalare perché quegli spiriti trasmutino i suoi sensi, «talché quegli vedrà soltanto come essi vedevano, e sentirà soltanto come essi sentivano, e penserà soltanto come essi pensavano».
Quella di Hearn fu una visione estetizzante, romantica? Risponde al vero la sua rappresentazione del Giappone? Domandarselo è probabilmente fuori luogo. La sua opera riflette le proiezioni dell’io in uno spazio dell’altrove, allude a un continuo sconfinamento, a inabissamenti e emersioni. E, in definitiva, testimonia di un lungo e appassionato incontro.
[Gala Maria Follaco 17/06/2018]

Cox o il corso del tempo, Christoph Ransmayr

«Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi?», pensa Tony Webster, all’inizio di quel capolavoro sui non negoziabili rapporti fra il passato e il presente che è Il senso di una fine di Julian Barnes. «Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano».
L’idea dell’ultimo romanzo di Christoph Ransmayr, Cox o il corso del tempo (Feltrinelli, traduzione perfetta di Margherita Carbonaro pp. 201, euro 16,00) sembra derivare direttamente da questa riflessione. Ma a differenza di Barnes, che la declinava ironicamente in un romanzo tragico e lieve allo stesso tempo, un vero prodigio di equilibrio formale e stilistico, Ransmayr – rimasto fra i pochi narratori di lingua tedesca capaci di raccontare una storia senza sentire il bisogno di imporle continue deviazioni, di concettualizzarla con riflessioni più o meno congrue e di immergerla nella rarefatta sfera dell’astrazione – sceglie decisamente la via seria, secondo la prospettiva che gli detta la grande tradizione di cui è, forse, l’ultimo legittimo erede.
Stringata e ridotta quasi alle dimensioni di un apologo, la vicenda è tutta incentrata sulla immaginaria visita del celebre orologiaio e inventore di automi Alister Cox (alter ego romanzesco del vero James Cox) nella Cina della seconda metà del XVIII secolo, compiuta allo scopo di realizzare per l’imperatore una serie di orologi capaci di misurare il tempo secondo le diverse forme della sua percezione: il tempo del bambino, quello del moribondo o quello, più di tutti impossibile da realizzare, dell’imperatore stesso, il «signore dei diecimila anni», che vive al di là e al di sopra del tempo e sembra non conoscere infanzia né fine possibile.
Due direzioni della trama
L’idea si racchiude facilmente in poche righe, ma è l’arte di Ransmayr a svolgerla abilmente secondo due diverse direttrici, una più estrinseca – la lotta dell’orologiaio e dei suoi collaboratori per realizzare il desiderio dell’imperatore – e una solo apparentemente secondaria, che si sviluppa tutta nell’interiorità di Cox, marito infelice di una moglie lontana che ama non ricambiato e che la morte dell’unica figlia ha rinchiuso in un mutismo incontrovertibile.
La stampa tedesca, affidataria delle prime reazioni al romanzo, si è concentrata sulla trama estrinseca, se non proprio stroncandolo, quantomeno riservandogli critiche poco benevole. Soprattutto ha insistito sulla (oggettiva) debolezza dell’idea che l’immaterialità del tempo possa essere afferrata da alcunché, fosse anche il più raffinato e futuribile degli orologi umani; ha quindi insistito sulla debolezza dell’assunto «metafisico» del romanzo pur lodandolo per i pregi estetici, e lo ha disinvoltamente relegato in seconda fila fra le opere di Ransmayr. Ora, non si può non concordare con le lodi allo stile di Ransmayr, probabilmente lo scrittore di lingua tedesca che oggi meglio sorveglia e utilizza gli arnesi letterari e che sa piegare il suo stile, in un flusso apparentemente ininterrotto e uniforme assimilabile al moto perpetuo immaginato da Cox, a un’infinità di variazioni di ritmo e dinamica (di qui le lodi alla traduzione di Magherita Carbonaro che queste variazioni segue con precisione cartesiana). Tuttavia l’incomprensione che è stata riservata al romanzo è almeno degna di una delle torture cinesi che Ransmayr accuratamente descrive (per ragioni che si capiranno subito, ma anche questo motivo del libro non è stato compreso, ed è stato anzi considerato, in nome della contemporanea correctness una superficiale e imperdonabile indulgenza dell’autore a stereotipi culturali se non proprio a pregiudizi occidentali). La ragione della condanna che toccherebbe ai critici di lingua tedesca è quella di non aver notato come il romanzo di Ransmayr sia una variante, nel suo insieme, di uno dei massimi capolavori della letteratura romantica tedesca, vale a dire la Meravigliosa favola orientale di un santo nudo di Wilhelm Heinrich Wackenroder e, indirettamente, di tutta la grande letteratura che ne deriva fra cui – precedente di sicuro non secondario per l’austriaco Ransmayr – La donna senz’ombra di Hugo von Hofmannsthal.
Affinità incomprese
La «favola orientale» di Wackenroder, come ancora qualcuno sa, consta di quattro pagine assolutamente geniali contenenti anch’esse una narrazione in forma di apologo (di cui la nuova, eccellente edizione delle Opere e lettere curata da Elena Agazzi per Bompiani offre un’ottima traduzione). La favola è centrata sulla misteriosa figura di un «santo» che trascorre tutta la sua vita costretto a girare incessantemente un’invisibile e immensa ruota del tempo che lo tormenta con un rumore simile a una «cascata di mille e mille fragorosi torrenti» e lo perseguita facendolo impazzire, fino a quando il canto lontano di due innamorati non lo libera dalla sua tortura, restituendolo al cielo da cui proviene come una divinità dell’amore. L’epifania dell’umano, il rivelarsi della profonda e umanissima verità dell’eros scioglie il santo dal suo vincolo.
Non basta ai critici tedeschi che Ransmayr racconti anch’egli una «favola orientale»; che egli descriva torture collegabili per analogia a quella che il santo di Wackenroder patisce attaccato com’è alla sua ruota; che nel padiglione della città imperiale di Jehol, dove Cox realizza il suo ultimo e più grande orologio, si oda il rombo di una cascata; che anche Cox venga restituito alla sua umanità, non da un canto, bensì dal tocco delle mani e dal profumo della favorita dell’imperatore; che questa restituzione all’umano avvenga attraverso una rivelazione dell’amore che lo lega al di là del mondo e dell’universo alla moglie e alla figlia defunta. Non basta loro nemmeno che il tema del mutismo, variato da Hugo von Hofmannsthal nel suo romanzo o in un altro capolavoro come L’uomo difficile si replichi nel silenzio infelice della moglie di Cox e nel muto e rivelatore dialogo a distanza che i due coniugi conducono.
Un narratore colto
Il romanzo resta per loro un incomprensibile passo falso del miglior narratore che l’Austria oggi possa vantare. Un narratore, per di più, colto, anzi, coltissimo, che sul dialogo con la grande letteratura di ogni tempo ha costruito tutti i suoi libri a partire dal primo, forse insuperato, Il mondo estremo, riscrittura delle Metamorfosi ovidiane. Ma incompreso perché ormai pressoché inaccessibile a una cultura che ha perso contatto con la propria tradizione letteraria e ne ignora i testi o, se non li ignora, volentieri li dimentica. L’oblio liberatore del Nietzsche inattuale si è trasformato in una sindrome di affrancamento dalla tradizione sui cui precedenti molto ci sarebbe da dire, ma che ha come prima conseguenza la trasformazione del dialogo culturale in una conversazione impossibile.
Anche il Tony Webster di Barnes è costretto, alla fine della sua storia, a prendere atto che il tempo in cui tutti viviamo ci obbliga, prima o poi, a fare i conti con ciò che abbiamo lasciato indietro. Forse il compito della poca critica letteraria consapevole oggi superstite è quello stesso che nel romanzo di Barnes aveva la lettera da cui tutto prende l’avvio: quello di lanciare un messaggio nel tempo in attesa di chi, un giorno o l’altro, sarà costretto a raccoglierlo.
[Luca Crescenzi 17/06/2018]

martedì 12 giugno 2018

Letture per l'estate e per il prossimo anno

Ieri abbimo concluso i nostri incontri e si apre il periodo delle ferie e naturalmemte sono aperte le proposte per la prossima stagione.
Tra le proposte suggerite ci sono
1 - Don Chisciotte


2 - Pastorale americana Philip Roth
Attendiamo tante altre proposte.......
Buone vacanze