Ancóra, Hakan Günday

Gazâ non ha che 9 anni quando debutta nel suo lavoro di passeur, la merce di cui vive con suo padre sono infatti gli esseri umani: uomini, donne e bambini che attraverso la Turchia tentano di giungere in Europa alla ricerca di un riscatto o di una nuova opportunità di vita. La sua vicenda e la sua contraddittoria presa di coscienza ci guidano attraverso le rotte della morte lungo il mare Egeo, tra speranze, illusioni, soprusi e violenze. Un viaggio verso i confini ma anche attraverso l’animo umano che semina domande e interrogativi come boe galleggianti cui aggrapparsi per non annegare.
Ancóra (Marcos y Marcos, pp. 492, euro 18) di Hakan Günday è forse il romanzo più bello che sia stato scritto negli ultimi anni sul fenomeno delle migrazioni verso un’Europa che sta chiudendo progressivamente le sue frontiere. Duro, crudo, a tratti nerissimo ma senza perdere la speranza e talvolta perfino l’ironia, riesce infatti a raccontare sia ciò deve affrontare chi si mette in viaggio, sia ciò che avviene nei luoghi attraversati e tra la popolazione di questi paesi, in questo caso la Turchia primo rifugio negli ultimi anni per i profughi siriani. Il tutto attraverso gli sguardi incrociati di un piccolo trafficante e di un piccolo migrante.
Non a caso Günday, 39 anni, tra i protagonisti della nuova scena letteraria turca che ha all’attivo circa una decina di romanzi e che con questo libro ha vinto lo scorso anno il prestigioso Prix Médicis, è stato scelto, insieme a Claudio Magris per inaugurare questa sera la XV edizione del festival «Letterature» di Roma (ore 21 Basilica di Massenzio) con un testo sulle memorie migranti.
Il personaggio principale del suo romanzo, Gazâ, segue le orme del padre divenendo anche lui un «passeur». All’inizio del libro, afferma che l’umanità è in qualche modo figlia di assassini che sono sopravvissuti alla morte di altri: la tragedia dei migranti ci rende tutti colpevoli?
Nel teatro c’è un termine, quello di huis clos,  usato per segnalare che lo spazio e il tempo sono limitati. Soprattutto lo spazio. Eppure, abbiamo la tendenza a dimenticare che la Terra stessa è un huis clos e che perciò non possiamo, come fa la gran parte del pianeta, continuare a dimenticarci che tutto quello che avviene qui riguarda tutti. Guardiamo in tv le immagini dell’ennesimo naufragio dell’ennesima carretta del mare e pensiamo: «Che tragedia!». E quando non ne possiamo più, cambiamo canale. Ci sforziamo in tutti i modi di ignorare ciò che accade intorno a noi e che è invece esattamente ciò che ci rende tutti responsabili e colpevoli. Abbiamo accettato come normale il fatto che mentre noi viviamo comodi nelle nostre città ci sia chi vive in mezzo all’inferno della guerra e dello sfruttamento, che sono poi frutto della vendita di armi e della volontà di profitto a tutti costi. Se poi le persone decidono di fuggire da tutto questo e arrivano dalle nostre parti, allora ci permettiamo perfino di averne paura. Certo che siamo tutti colpevoli.
Nelle pagine di questo libro urgenza narrativa e civile si mescolano drammaticamente, quando e come è nata l’idea di scriverlo?
Ho cominciato a scriverlo nel 2012, prima del picco della fuga dei siriani verso la Turchia, ma quando già il nostro paese, che è da sempre una sorta di ponte tra Oriente e Occidente e dove sono quindi transitate nel corso del tempo milioni di persone, si trasformasse nella prima tappa di un viaggio che per alcuni si conclude spesso con la morte. All’epoca, migliaia di persone attraversavano già da est ad ovest tutti i 1565 chilometri del territorio turco senza però lasciare apparentemente alcuna traccia: su di loro si potevano leggere al massimo tre righe su qualche giornale se finivano annegati nell’Egeo alla fine di quel percorso. Per il resto, niente. Erano degli invisibili, dei fantasmi. E il fatto che nessuno si fosse accorto del loro passaggio e delle loro vite rendeva il nostro paese come quelle case infestate dei romanzi gotici. Così, ho deciso di scrivere un libro che cercasse di dare un nome e un volto, se non a ciascuno di loro, almeno a qualcuno che potesse parlare per tutti gli altri.
Questo romanzo affronta un tema divenuto ancor più centrale per il suo paese dopo l’accordo firmato a marzo tra l’Unione europea e Ankara che fa della Turchia una sorta di gendarme dei migranti del Mediterraneo. Il tutto in cambio di ingenti finanziamenti e di una maggiore apertura all’ingresso dei cittadini turchi in Europa. Cosa ne pensa?
L’idea stessa su cui si basa questo accordo è umiliante. A cominciare dal commercio che viene fatto sulla pelle dei migranti, che per altro smentisce nettamente il discorso umanitario esibito dal regime di Ergogan. Inoltre non esiste alcun rapporto tra il diritto dei cittadini turchi a circolare più liberamente nei paesi dello spazio Schengen e la situazione dei rifugiati. Queste persone rischiano di farsi ammazzare cercando di attraversare l’Egeo, mentre noi turchi chiediamo il diritto di fare i turisti e di andare a farci le foto davanti alla tour Eiffel. Inoltre, l’accordo è nutile. Non è una risposta ai milioni di persone che vogliono raggiungere l’Europa. Dei 3 milioni di siriani che vivono in Turchia, almeno mezzo milione si trova ancora in condizioni durissime nei campi profughi e non ha altra prospettiva che quella di proseguire il viaggio verso ovest.
Intanto il clima politico interno al paese si fa sempre più duro. Vengono colpite l’opposizione, i partiti curdi, giornalisti e intellettuali. Cosa sta accadendo, si sente minacciato anche personalmente?
Nel mio paese c’è un problema di violenza estrema, le fondamenta stesse delle nostre istituzioni sono molto fragili, la vita umana perde ogni giorno di valore come i diritti civili. Di fronte a tutto questo gli intellettuali devono continuare a denunciare la realtà sempre più oppressiva e cercare di far arrivare le loro parole all’opione pubblica. Quanto alle minacce, in realtà in Turchia scrittori e giornalisti hanno spesso subito la medesima sorte. Settanta o ottant’anni fa, al tempo di Atatürk, quelli che urlavano più forte erano i poeti e Nâzim Hikmet, uno dei più grandi poeti turchi, scontò più di dieci anni di carcere perché era comunista. Poi, negli anni Settanta, scrittori come Oguz Atay, sono diventati il nemico pubblico numero uno dei militari golpisti a causa dei temi intimisti e psicologici che trattavano: erano trattati come traditori, disfattisti. Oggi, nel mirino ci sono i reporter: un tweet di 140 caratteri fa molta più paura di un romanzo di 500 pagine. Personalmente, nel 2009 mi è capitato di suscitare l’interesse delle autorità con il mio romanzo Ziyan che parlava del nostro esercito. I generali mi volevano mettere sotto processo, ma alla fine me la sono cavata grazie ad una legge sulla libertà d’opinione che era stata varata solo pochi mesi prima.
La Turchia degli ultimi anni ha però assistito anche ad un risveglio democratico che ha avuto come primo epicentro la rivolta di Gezi Park, a Istambul, nel 2013. Malgrado la repressione, quali tracce ha lasciato dietro di sé quel movimento?
Recentemente, quando sono stato a Parigi, mi sono recato a place de la République e ho partecipato ad uno degli incontri della Nuit debout. Mi sono trovato così a pensare a quel movimento nato nel parco e in piazza Taksim. Nel corso di un paio di anni in Turchia sono scese in piazza qualcosa come 6 milioni di persone che esprimevano punti di vista e richieste diverse ma che erano unite dalla volontà di rivendicare la loro libertà e il loro diritto a manifestare. L’impatto di tutto ciò è stato reale, ha avuto un effetto profondo sulla stessa composizione sociale e culturale del paese che, credo, ne sia uscita modificata per sempre. Credo che niente in Turchia potrà essere davvero come prima di Gezi Park: il seme della rivolta è entrato nei nostri corpi e prima o poi tornerà a farsi notare quando meno ce lo aspettiamo.
[Guido Caldiron 14/06/2016]

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