Sembrava una felicità, Jenny Offill

Compatto e misterioso come un neutrone. Così Michael Cunningham ha definito Dept. of speculation (2015), l’ultimo romanzo di Jenny Offill pubblicato in Italia per l’editore NN (pp. 168, euro 16, traduzione di Francesca Novajra) con il titolo Sembrava una felicità, in finale al Folio Prize. Lingua evocativa e sapiente, al confine tra poesia e filosofia, quasi verso l’aforisma, il romanzo è una interrogazione inconsueta delle complicanze relazionali. Jenny Offill, scrittrice statunitense che insegna scrittura alla Columbia, alla Queens University e al Brooklyn College, è attenta esploratrice della condizione umana, delle sue pieghe di senso che si innervano in una piccola e apparentemente trascurabile metafisica quotidiana. Con lo stesso passo si apre anche Last things (1999), romanzo di esordio appena arrivato nelle librerie italiane che da subito le era valso l’attenzione della critica insieme alla promozione come Notable Book dal New York Times. Le cose che restano (NN, pp. 234, euro 13, traduzione di Gioia Guerzoni), domani sarà al centro di un incontro pubblico in presenza della sua autrice invitata a «La grande invasione. Festival della lettura» di Ivrea.
Nei suoi romanzi vi sono molte citazioni, alcune esplicite e altre nascoste. Le fonti utilizzate sono trasversali e di diversa provenienza. Da Sartre, Wittgenstein, Weil passando per Dickinson e Rilke. Poi ulteriori classici, sia filosofici che letterari, che articolano un immaginario notevole; c’è il sapore della madeleine proustiana, il mormorio e le pietre di Virginia Woolf, l’osservazione dei rapporti tra genitori e figli di Grace Paley, i cassetti della memoria di Henri Bergson. Come si relaziona con i materiali che utilizza?
Amo leggere e attraversare molti generi diversi. Il mio approccio alla scrittura somiglia a quello di una gazza che cerca le cose luccicanti e poi si costruire un nido intorno. Per questa ragione, A causa di questo, sono costantemente alla ricerca di fatti e sono influenzata dall’idea di utilizzare operazioni casuali per contribuire a creare le cose. In particolare, la mia personale operazione casuale è che mi aggiro su e giù per i corridoi di biblioteche universitarie, raccogliendo affascinanti libri – spesso obsoleti – i cui titoli mi intrigano e mi raccontano qualcosa. Allora li sfoglio per capire se vi siano eventuali piccole cose strane e belle per me. A volte non trovo niente e rimetto a posto il libro, altre volte invece mi sento (a little ping) fortunata perché so di aver inciampato in qualcosa che mi commuove. Non so mai quando userò ciò che ho trovato, forse non subito o addirittura molto tardi rispetto al ritrovamento. Sul mio sito ho una sezione chiamata Half A Library in cui elenco alcuni dei libri con cui ho un debito o che semplicemente mi hanno influenzata. Il nome deriva da una citazione di Samuel Johnson che dice: «bisogna girare oltre la metà di una libreria per fare un libro». È molto vero anche per me.

Sia in «Sembrava una felicità» che in «Le cose che restano», si indagano le relazioni famigliari. Se l’amore ha un’anatomia incerta, la struttura della scienza è invece esatta. Eppure entrambi, l’amore e la scienza, sembrano accomunati da un profondo e insondabile enigma poetico…
È come un gioco, mi piace usare qualcosa di preciso come la scienza accanto a qualcosa che definirei «senza forma» simile all’amore. Quando scrivo, spesso avverto che i momenti migliori sono proprio quelli che provengono e sono prodotti da forti contrasti. Così mi autorizzo a parlare di uno scienziato che cerca di misurare un momento di emozione attraverso dei dati, come nel caso del protagonista maschile di Le cose che restano, o di una donna che rifiuta il tentativo di utilizzare la teoria evoluzionistica per comprendere le difficili ragioni della monogamia, come nel caso della protagonista femminile di Sembrava una felicità. La scienza ha già di per sé tutti gli elementi ottimali per costruire un’ottima fiction o alludere al mistero poetico, insieme alla bellezza e alla sorpresa.
Le sue protagoniste hanno una grande capacità di osservare e restituire il mondo. Anne lo modifica perché altrimenti le sembrerebbe insopportabile, Grace lo guarda come se assistesse al battesimo di ogni cosa, la donna senza nome di «Sembrava una felicità» lo seziona e lo digerisce lentamente come una Mrs Dalloway contemporanea…
Credo che si riesca a osservare di più e forse a sentire meglio in quei passaggi in cui siamo fuori dal passo del mondo che ci circonda. Sono attimi in cui ci si sente come avvolti da un’estraneità, alienati rispetto il rapido flusso della vita intorno, e ciò è come se ci rallentasse in modo da essere più attenti. Tendo a scrivere di personaggi che sono eccentrici, scardinati o sradicati, in qualche modo, perché il più delle volte sono proprio loro a essere i migliori spettatori del mondo.
Alcuni temi sono ricorrenti nella sua scrittura, per esempio la meditazione sulle categorie di tempo e spazio. L’intersezione fra le due è per lei il vissuto dell’abbandono. Si tratta di un territorio che non si presta a indagini speculative e che rimane oggetto della letteratura?
I romanzi che ho scritto ruotano intorno alla solitudine e alla nostalgia, penso siano soggetti complessi e figurazioni inesauribili nelle loro declinazioni. In fondo, cosa c’è di più perdutamente solitario di essere e stare in questo piccolo mondo blu circondato dall’immensità dello spazio?
Fra «Le cose che restano» vi sono i reperti raccolti da Grace e sua madre Anna. Possiedono un qui e ora o sono accompagnati da una freccia che li direziona nettamente, misurabili e collocabili seppure nel bislacco calendario cosmico creato da Anna. L’unica dismisura è forse affidata alla relazione tra madre e figlia?
Anna vuole che Grace cerchi di capire come gli esseri umani contemporanei siano sistemabili nella scala temporale dell’universo. Anna vuole che la figlia sappia che ciascuno è qui solo per una scheggia di tempo. Tuttavia, anche se questo è vero, è una cosa strana da insegnare a una bambina. Di solito una bambina, un bambino viene fatta sentire un assoluto al centro dell’universo, non come un minuscolo granello sospeso. In un certo senso questa è una parte della follia di Anna, cioè lei pensa al tempo in relazione a una ampia scala che però ha caratteristiche inumane, crudeli, per tutti.
Ci sono anche quelle che lei chiama «ore perdute». Una in particolare è quella della separazione definitiva. Lei, nella vicenda di Anna e Grace, mette in atto dei dispositivi attraverso cui questo strappo possa essere in qualche modo riparato?
L’ultima sezione del libro è destinata a mostrare come Grace impari a raccontare e a scrivere la propria storia non solo attraverso l’ascolto della propria madre. La bambina intercetta e assorbe momenti sia dalle proprie memorie che dalle memorie della propria madre e, come in uno spazio onirico, confronta, fonde e confeziona i frammenti in una nuova narrazione. È la piccola Grace che trova “l’ora perduta” e conferisce a essa un finale in cui sua madre rimarrà al suo fianco.
Per Anna, la lingua serve a codificare l’universo e le sue regole. È però una codifica nascosta, una «lingua tutta per sé» che si affida alla fantasia e che condivide solo con sua figlia Grace…
Verso la fine del romanzo, Anna sembra essersi ritirata in un mondo tutto suo e se le fosse stato possibile avrebbe vissuto lì e in quel modo per sempre insieme a sua figlia. Il mondo fuori dalla loro finestra è crudele e deludente per Anna, così – prima di decidere di esplorarlo – fa ciò che è in suo potere per fabbricarne uno nuovo ed esclusivo solo per loro. Il linguaggio segreto è uno dei modi con cui la madre cerca di attirare la propria figlia in quell’altrove.

SCHEDA

Le scritture plurali sono finestre sul mondo. Alla kermesse di Ivrea tra gli ospiti Etgar Keret e Alan Pauls

Ivrea da oggi è il teatro letterario della quarta edizione del festival «La grande invasione». Fino al 5 giugno, saranno più di 100 gli appuntamenti per «lettori professionisti» e «sfogliatori occasionali», quindi scrittura nella pluralità delle sue forme con ragguardevoli ospiti internazionali. Dall’arte alla musica, dalla letteratura al fumetto passando per il teatro e l’architettura, anche quest’anno il programma è stato curato da Marco Cassini e Gianmario Pilo, con la sezione «piccola invasione» affidata invece a Lucia Panzieri. Un vivido festival della lettura, in cui autori e autrici si confronteranno con l’iniziativa, ormai consolidata, «la nostra carriera di lettori» per condividere con il pubblico il proprio percorso di letture. Sarà la volta di Michela Murgia, Niccolò Ammaniti, Goffredo Fofi, Paolo Cognetti, Edoardo Nesi, Concita De Gregorio e Antonio Manzini.

Tra Stati Uniti, Israele, Islanda e Argentina, alcuni scrittori e altrettante scrittrici vi saranno le presenze di Catherine Lacey, Andre Dubus III, Jenny Offill, Etgar Keret, Alan Pauls, Jon Kalman Stefánsson.
A Ivrea, dal palco del Giacosa, arriva anche la contaminazione tra letteratura e teatro con Anna Bonaiuto e le sue letture imperdibili tratte da L’amica geniale di Elena Ferrante. Oltre a lei anche Vinicio Marchioni con frammenti di Julio Cortázar nel suo L’inseguitore. Diversi anche i cantautori per «Leggere la musica»: Dario Brunori, Vasco Brondi e Massimo Zamboni in conversazione con Valerio Corzani.
La retrospettiva sognante delle illustrazioni di Rebecca Dautremer inaugurerà la sezione riguardante l’arte. Sono «Piccole meraviglie di carta», in mostra da oggi al 30 luglio. Altro spazio all’arte sarà dedicato ai grandi maestri della pittura, tra Caravaggio, Raffaello e Rembrandt.Anche «La piccola invasione» ha un fitto calendario di spettacoli, letture e laboratori per bambini e bambine con Il circo delle nuvole di Gek Tessaro, e ancora Pino Pace e Tommaso Percivale.
Per consultare il programma completo si può visitare il sito ufficiale del Festival.

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