venerdì 6 marzo 2015

Rassegna stampa

Se dite continuerei a parlare un po’ di politica.Ho da poco visto tutte le puntate di “Breaking bad” la serie più premiata della storia della Tv americana. Più o meno 60 ore.  Notevole.E’ la storia di un tizio che fa il professore di chimica in un liceo di Albuqueque in Nuovo Messico, ha una cinquantina d’anni, una moglie bella e incinta, un figlio leggermente disabile, non ha risparmi e una assicurazione sanitaria inadeguata. Gli trovano un cancro ai polmoni. Decide, per dare un futuro alla famiglia, di creare (  è un chimico geniale)  produrre e spacciare la miglior meta anfetamina mai sintetizzata   ( l’effetto è un incrocio tra anfetamina e ecstasy, se ho ben capito). Il tutto con l’aiuto di un suo ex studente, piccolo spacciatore in proprio. Naturalmente è anche la storia della sua scalata ai vertici del crimine. Come dicevo è bellissimo. All'inizio, soprattutto,  perché cambia le coordinate e fa vedere non tanto come nasce una mente criminale ma come si manifestano i “lati oscuri” di tutti. E via via diventa sempre più complesso.Chiaramente non è il luogo e lo spazio per parlarvene diffusamente. Solo di  una  cosa voglio dire: sull'ambientazione. La storia si muove in uno spazio " vuoto". La società in America è scomparsa. Ci sono le gang, i poliziotti, le multinazionali, le famiglie, i drogati ( i consumatori). Non c’è la politica, nemmeno il sindaco che si incazza. Non c’è più la città. Centri commerciali, fast food , autolavaggi, sfascia carrozze e intorno il deserto ( se non fosse per il deserto sembrerebbe di essere a Rovigo). E, letteralmente, montagne di dollari e, of course, di morti.  “Breaking bad”  un po’ alla volta si rivela una geniale rimodulazione - “annichilita” ai giorni nostri - di un  geniale film di Martin Scorsese che si chiamava “Casinò” e dell’opera omnia di un signore che ha fatto solo film geniali e si chiamava Sam Peckinpah. Più qualche altra cosetta profondamente radicata negli archetipi della   cultura americana. Primo fra tutti il rapporto di amicizia/scontro tra uomo maturo e giovane. Per cui ….
Territorio del Nuovo Messico, 1901. Un vecchio su un calesse attraversa dei pascoli. E’ Pat Garrett ex sceriffo e ancor prima ex fuorilegge, che venti anni prima aveva deciso di passare dalla parte della legge e liquidare per conto dei grandi allevatori e dei capitalisti la sua vecchia banda e in particolare il suo vecchio amico Billy the Kid gli unici “oppositori” all'affermazione definitiva della legge (del capitale) e all'omologazione sociale. Un killer, pagato dai suoi padroni, spara anche a lui, evidentemente non del tutto in linea con il nuovo corso e soprattutto diventato “inutile”. E’ l’inizio geniale di uno dei più bei western degli anni ’70 “Pat Garrett & Billy the kid” di Sam Peckinpah del 1973 che - lunga ballata di morte -  gareggia per la palma di ultimo vero western. Forse superato solo da “Dead man” di Jim Jarmush in cui il discorso è veramente ridotto solo al “viaggio verso la morte” ( che è poi uno dei temi anche di “Breaking bad”). Con una differenza tra i due, però:  “Pat Garrett” parla molto anche di politica. Girato negli anni ‘70 parla della fine del movement ( in fondo la banda del Kid assomiglia molto anche a una comune) e della normalizzazione che sarebbe arrivata con gli anni 80 ( e non fa sconti a nessuno. Billy non è Robin Hood. E’, in fondo, un narciso innamorato del suo mito). E spiega bene un certo meccanismo. Perché sì,  Pat Garrett è ….. Matteo Renzi. E prima Tony Blair. Ovvero la sinistra che fa un paio di conti e decide di “invecchiare” serenamente. Salvo farsi ammazzare, a missione compiuta. Non lo dico io, sia chiaro. Lo dice il vecchio Sam che una decina di  anni dopo sarebbe morto di alcool, disillusioni e cocaina ( infartone). Però la metafora non è male. 
 “Pat Garrett & Billy the kid” fu alla sua uscita un film  memorabile in ogni caso e, allora, innanzitutto perché aveva una colonna sonora bellissima composta da Bob Dylan che nel film recita pure interpretando un personaggio di nome Alias. Una canzone in particolare:  “Knockin on heaven's door” che fu il “lento” delle estati 1973,74 e 75 ( allora le canzoni si bruciavano più lentamente) finché qualcuno non si accorse che il pezzo, nel film, commentava ( anche il testo), con un lirismo struggente, la morte di un vecchio sceriffo  ( la sequenza è l’unica esplicitamente citata in “Breaking bad”). La cosa divenne a quel punto imbarazzante. Anche se, col senno di poi, quantomeno il titolo, indicava in maniera piuttosto poetica le movenze e le finalità per  cui  veniva praticato il ballo c.d. “a mattonella”. 
Ah Bob Dylan. Il vecchio Bob ha inciso un nuovo bellissimo cd che si intitola “Shadows In The Night” nel quale omaggia esplicitamente un suo idolo musicale, tal Frank Sinatra reinterpretando  brani del grande song book americano  tutti già incisi da Frank. Ma come? Bob Dylan il cantante di protesta, il rocker, l’idolo di due o tre generazioni, il poeta, l’eroe della controcultura  che canta le canzoni di Broadway? Che omaggia il macho seduttore Sinatra? La cosa vi sconvolge? (la Sandra mi ha già anticipato che non gliene frega niente. Mai ascoltato Sinatra). In realtà  non è sorprendente (a parte il fatto che gli arrangiamenti e la strumentazione  sono rock minimalisti e al posto dei violini c’è la steel guitar). Perché Frank e Bob una cosa la condividono da sempre:  sono i due più grandi cantori degli amori perduti. E degli insondabili misteri delle anime femminili. E sono degli antiretorici (e nel Cd c’è il brano manifesto “Autumn Leaves”, Le foglie morte. Versi di Prevert). E, poi, fatto forse poco noto, old Frank è ben prima, che so dei Beatles o dei Pink Floyd, l’inventore del concept album: il disco che contiene un gruppo di canzoni legate da un tema, da una storia comune. Uno dei più famosi è del 1955 e si chiama “In the wee small hours” ed è tutto dedicato al fallimento amoroso (inciso subito dopo il divorzio da Ava Gardner, con tanto di tentato suicidio da parte di lei). Contiene, tra le altre, una delle più strepitose (e dolenti) versioni di “What is thing called love?” di Cole Porter.  E Dylan? Uno dei suoi capolavori resta certamente “Blood on the tracks”, Sangue sui solchi,  del 1975, lunga interrogazione sul perché della fine degli amori: riflessione  sul divorzio dalla prima moglie.  Ed infine.... La mia generazione ha conosciuto Bob Dylan proprio con quell’album. Quindi? Che si spieghi con questo la nostra maggior delicatezza, la nostra sensibilità ferita, una certa accidia che ci distingue dai fratelli maggiori che fecero il mitico ’68 cantando Blowin in the wind ? 
In realtà molto si spiega con una continuità di fondo della cultura americana. Come diceva il mio “maestro” Franco la Polla con “la capacità tutta americana di raccontare, comunque, delle storie” il che poi dà ragione della loro irresistibile  tendenza a “colonizzarci l’inconscio” ovvero a far sì che i film della New Hollywood siano, comunque, più popolari e ricordati di quelli delle tante nouvelle vague .Su questo tema mi permetto di rimandarvi anche a un mio scrittino contenuto nel cataloghino della rassegnina di cinema in corso al don Bosco. Il pezzo si chiama “Vecchiaia”. 
Bene mi resta da dirvi che il romanzo italiano sulle carceri che tanto è piaciuto a Fofi a di cui vi ho parlato malamente l’ultima volta si chiama “Cattivi” è di Maurizio Torchio ed è edito da Einaudi. 
Ho scritto queste righe di notte ( c’è sempre meno tempo ) ascoltando in sottofondo un album live di Chet Baker del 1987 che si chiama “One night in Tokyo”. Quando sento gli applausi penso sempre che tra il pubblico ci sia anche Haruki Murakami.
Ciao
Andrea
P.S. Ho riletto quanto scritto e ve lo mando così anche se forse ho esagerato. Quel culone di Renzi come James Coburn? Mammamia!
Coburn l’ho anche visto e sentito parlare anni fa ad una rassegna padovana  dedicata a Sam Peckinpah. Quella sera davano il film  “Sierra Charriba” e c’erano un sacco di attori che avevano lavorato con Sam che hanno raccontato un sacco di aneddoti e di ricordi. Non capivo un cazzo ma ero molto felice. Vicino a me per tutta la proiezione si è seduta Ali McGraw, proprio lei, quella di Love story ma anche di Getaway e di Convoy. Bellissima. E guarda i film a piedi nudi. Che brividi, ragazze.

giovedì 22 gennaio 2015

Rassegna gaia

Intanto devo dire che siamo sul pezzo.  Bollati Boringhieri ha pubblicato "A oriente del giardino dell'eden" di Israel Singer e Newton compton ha pubblicato in ultra economica tutti gli altri libri del nostro, compreso Yoshe Kalb. Quindi sull'ultimo Tuttolibri un'intera pagina con un pezzo dell'ottima Elena Lowenthal e uno assai lungo di Moni Ovadia.
Di mio ho, invece, continuato con la musica .Approfondendo le suggestioni del rapporto tra jazz e Belgio. E ho scoperto che tra i tanti meriti della nazione (ahimè assai di attualità in questi terribili giorni) c'è anche quello di avere dato i natali alla prima rivista europea di jazz nel 1946 che si chiamava "Hot club magazine". Nel primo numero dedicava un  articolo ad un signore oggi dimenticato che si chiamava Don Redman e che è stato, ancor prima di Ellington, l'inventore dell'orchestrazione jazzistica e dell'arrangiamento. Perché ve ne parlo? In realtà per parlarvi di una delle sue composizioni più famose: "Chant of the weed" Il canto dell'erbaccia, dall'atmosfera morbida e cullante, in cui prevalgono i clarinetti. Trattasi di uno dei grandi standard del jazz e l'erbaccia è la marijuana di cui tutti jazzisti di quella generazione, a partire dal consumatore quotidiano Louis Armstrong, erano convinti fumatori. Chissà se i ritmi pigri e un po’  trasognati di tanto jazz di New Orleans non risentano proprio di questo. Il brano fa pendant con l'altro grande hit sulla droga che è Stardust, Polvere di stelle, di Hoagy Carmichael. Maria e pigrizia dei negri, Coca e nevrosi dei bianchi? Chissà ? anche perché Carmichael, georgiano, era assai cool. In ogni caso la cosa mi ha divertito molto ( ascolti eventuali su you tube, of course, come gli altri di cui vi parlerò).
Poi è uscito un CD a firma Stefano Bollani il cui titolo è bellissimo:  "Joy in spite of everything", la gioia nonostante tutto. L'album è molto bello ma è proprio il titolo che  colpisce. Un uomo di straordinario talento e dal multiforme ingegno che, finalmente, non se la tira adducendo rovelli esistenziali e la drammaticità dell'esistenza. La cosa curiosa è che i brani, a parte il primo che è un calypso straordinario e l'ultimo che dà il titolo alla raccolta, sono tutti piuttosto malinconici (ma si sa i clown hanno sempre un fondo di tristezza).  A dirla tutta io con Bollani ho sempre avuto questo problema. Gli ho sempre riconosciuto un enorme talento ma anche una sostanziale superficialità (coperta dal scintillio). E se mi fossi sbagliato? Se  fossero proprio le superfici ad essere interessanti? Non è un pensiero che ho da oggi, il titolo bollaniano funziona un po' da catalizzatore. Perché di due cose sono abbastanza convinto. E cioè che difficilmente è credibile il lamento di un uomo bianco occidentale nato dopo il 1945 ( e questo ancora oggi, nonostante la crisi). In secondo luogo non è mai stato così  vero come negli ultimi 60 anni che, sempre nella nostra assai piccola porzione di mondo, la forma estetica più utile per leggere il mondo sia  quella della commedia. Provo a  fare  un'affermazione paradossale. Dopo Auschwitz ed Hiroshima, dopo l'enormità, tutto quello che ci è accaduto non può che essere "ridicolo" (resta fondamentale, perciò, non filmare Auschwitz, non filmare Hiroshima, con buona pace di Benigni) . E d'altra parte mi pare che proprio il witz ebraico ce l'abbia insegnato. Insomma sembra sempre più vera l'affermazione di Marx, Karl non Groucho, sulla storia come farsa e come tragedia.
Un'ulteriore conferma ci è stata data da un film molto bello che ha chiuso degnamente il 2014 e si chiama  "L'amore bugiardo" ed è diretto da David Fincher. da recuperare assolutamente se non l'avete visto.
 "L'amore bugiardo" è una commedia di rimatrimonio e quindi Howard Hawks, girata un po' come Psyco e/o Vertigo, e quindi sir Alfred Hitchcock, con una forte riflessione sulla maschera come condizione amorosa e direi più in generale esistenziale, e quindi Billy Wilder ma anche, se preferite, Pirandello. Con in aggiunta un sottotesto satirico assai acido sulla c.d. Tv del dolore che anche in America la fa da padrona. E si ride, ci si angoscia, ci si emoziona, si sospende l'incredulità, insomma ci si diverte molto e alla fine non se ne salva nessuno (in senso metaforico, non vi ho assolutamente svelato il finale) a partire dalla società americana ovvero, ancora per il momento, occidentale.
Discorsi un po' lunghi e forse un po' sconclusionati. Sono abbozzi di pensiero su cui da un po' mi interrogo. Per cui attendetevi, a parte, un qualche altro approfondimento un po' più argomentato. ( anche le "Lulu" stanno continuando anche se con una certa fatica). 
Certo il disco di Bollani è molto bello anche perché ha riunito una band strepitosa con due danesi e due americani. Vi risparmio i nomi salvo uno, il chitarrista Bill Frisell che da ormai una ventina d’anni è uno dei più grandi produttori di suoni che sia dato ascoltare. Nel disco in questione è particolarmente jazzistico. Ma lui riesce a suonare veramente di tutto. In particolare vi vorrei segnalare uno dei suoi  ultimi CD che si intitola “Testament Of Solomon”. Vi ricordate “Shir Hashirim” l’album per sole voci femminili composto da John Zorn che vocalizzava il Cantico dei cantici? “Testament Of Solomon” è la sua coda o meglio il suo controcanto. Anche qui musiche composte da Zorn ispirate al Cantico ma eseguite da un ensemble,  che si chiama “Gnostic trio”, costituito da Frisell alla chitarra, un signore che si chiama Kenny Wollensen al vibrafono e una straordinaria arpista dal nome di Carol Emanuel. Musica indefinibile - né jazz, né fok, né classica-  il cui effetto è una specie di carezza al cervello ( oltre che alle orecchie). Un altro chant of the weed? 
Certo però che Bollani è proprio un bel tipo.
Oltretutto man mano che incide (o quando lo seguo in televisone a parlare di musica) mi rendo conto che ha un immaginario musicale fatto da tutte le cose che mi piacciono. Il jazz ovviamente, il musical americano, Gershwin, Ravel, Prokoviev e – tanto - il Brasile (anche Carosone e certa musica leggera italiana tra gli anni 30 e i 60 e qui lo seguo un po’ meno).
Ma fermiamoci sul Brasile su cui val la pena di aprire un’altra parentesi.
Per quanto mi riguarda uno degli eventi culturali fondamentali del 2014 è stata la scoperta di Amado e la lettura di “Dona Flor”. Sono ancora qui che mi chiedo come ho fatto a mancarlo ormai (però!) 30 anni fa. Però è anche consolante fare scoperte ancora alla mia età.
In ogni caso ho rispolverato la mia raccolta di CD brasiliani – si sa che i jazz fan amano tutti anche la musica brasiliana. Ed inoltre c’è stata l’uscita quasi contemporanea dei due nuovi dischi dei vecchi eroi “tropicalisti”. Gilberto Gil ha pubblicato “Gilbertos Samba” e l’amato Caetano Veloso addirittura un CD dal vivo  “Multishow Ao Vivo Abracaco” che contiene una canzone “Homen” in cui compaiono questi versi destinati all’immortalità, quantomeno pop: “Non invidio la maternità, né l’allattamento/ non invidio la fedeltà/ invidio solo la durata dell’orgasmo multiplo/ io sono uomo, pelle spessa sopra i muscoli/ peli duri nelle narici…”.
Queste considerazioni velosiane mi portano, a questo punto, a parlarvi di quello che è stato per me l’avvenimento più clamoroso degli ultimi mesi. Sabato scorso, 17 gennaio 2015, alle ore 21,34,  ho scoperto di essere gay.
Vi racconto com’ è andata.
Sabato avevo uno dei soliti malanni da anziano che mi capitano sempre più spesso e me ne sono rimasto a casa. Così ho scoperto che il sabato sera non fanno un cazzo in TV salvo la vecchia trasmissione “Che tempo che fa”. A un certo punto il conduttore, Fazio, ha intervistato Alessandro Gassman che presentava il nuovo film, diretto dalla Archibugi, che è il remake di una commedia francese di qualche anno fa. Si racconta di una cena tra vecchi amici che si trasforma in una furibonda litigata. Una delle cause scatenanti è che uno dei personaggi, un musicista single, scopre che gli amici da sempre pensano che sia omosessuale. E quando gli amici gli spiegano perché gli recitano una specie di decalogo dei sintomi che indicano che un maschio è inequivocabilmente gay.
Ebbene sono i seguenti:
1)      Il presunto gay (d’ora in poi p.g.) ama profumarsi. Io non solo amo profumarmi ma adoro tutti i profumi. Un tempo li ho anche studiati a lungo.
2)      Il p.g. ama anche profumare la casa e soprattutto bruciare bastoncini d’incenso. Io adoro bruciare oltre all’incenso qualunque legno profumato. Come aggravante adoro i fiori recisi. A casa mia in stagione c’è sempre un mazzo di calle fresche che acquisto personalmente (passione che condivido con il compagno comunista e amico Vittorio Rubello, parrucchiere di Katia Ricciarelli e mio). Ho anche provato a coltivare le gardenie ma è difficilizzimo.
3)      Il p.g. ama accompagnare le figlie piccole degli amici alla scuola di danza. Io non l’ho mai fatto ma solo perché le fanciulle in questione non hanno mai fatto danza. Però le accompagno al cinema. In particolare, un tempo, a vedere le Twinks. Mi ero anche scelto una Twinks con cui identificarmi che era una negretta. Io accompagnerei anche i piccoli ma poi un po’ si annoiano. I bambini amano parlare di sport e di automobili. E io, di che parlo? Di sport non capisco un cazzo. Mi piacciono solo la boxe e il calcio giocato dai brasiliani ( non a caso i due sport che più assomigliano alla danza). Quanto alle macchine, puzzano e io amo fondamentalmente i taxi.
4)      Il p.g. adora Maria Callas e Billie Holyday. Che la Callas fosse l’icona gay per eccellenza lo sapevo. Io non amo la lirica ma sono sempre travolto dalla sua voce. Il problema è che idolatro Billie che considero la più grande cantante di tutti tempi e l’unica cantante veramente jazzista. Ne possiedo la discografia integrale e almeno una volta alla settimana “devo” ascoltare un suo album.
5)      Il p.g. usa biciclette con la pedalata assistita. Questa manca ma, hai visto mai?
Ma soprattutto
6)      Al p.g. piace John Wayne. E qui c’è stato il crollo. Sì è vero ho un ritratto di John Wayne in ufficio (è insieme a Ford e ad altri attori), ma non è questo. Il fatto è che nel mio salotto, e qualcuna di voi l’ha anche visto, troneggia un bellissimo ritratto del Duca. E’ la riproduzione di un’opera di Wahrol che mi sono addirittura fatto arrivare da New York, tanto mi piaceva. Una foto degli anni’60 ritoccata con  deliziosi violetti e rosa. La cosa mi sembrava ironica, la pop art che prendeva per il culo (appunto) il macho e invece…John Wayne è come la Callas, un’icona gay. E, poi, nella mia lunghissima scelta di film chi c’è tra i primi 10, se non  “Sentirei selvaggi” e “Rio bravo”. E vogliamo dimenticare “Hatari” o “Rio Lobo” o “Il fiume rosso” o ….
Insomma è andata così.
Naturalmente ho provato ad avere altri riscontri. Le mie colleghe - io lavoro solo con donne – hanno simpaticamente cambiato discorso.  Mia moglie ha fatto il sorriso della Gioconda. La più cara è stata mia madre. La simpatica vegliarda mi ha detto “Ma Andrea sono anni che ti dico che sei una checca. D’altra parte in ogni famiglia uno più o meno gay c’è sempre. E’ toccata a te”. Ho ringraziato. Insomma non solo arricchimenti intellettuali alla mia età. Ci rifletterò.

Bene mi resta il problema di concludere dopo il coming out. E lo farò, come spesso, con qualche aforisma su cui invitarvi a meditare. Tema, e come poteva essere altrimenti, l’amore.

“ Quando si è innamorati, si comincia con l’ingannare se stessi e si finisce con l’ingannare gli altri. E tutto questo il mondo lo chiama poesia (romance)”. Di Oscar Wilde a questo punto, direi, scontatamente. Ma il prossimo è ancor più bellino.

“Amore è donare quello che non si ha a chi non lo vuole” Jacques Lacan.

Buona notte e buona fortuna.

Andrea        

venerdì 16 gennaio 2015

Yoshe Kalb, I.J. Singer


 
Scritto dal fratello di Isaac Bashevis Singer (premio Nobel per la letteratura 1978), a partire da una storia vera, Yoshe Kalb, apparve dapprima a puntate, in yiddish sul "Jewish Daily Forward" nel 1932 (e il successo fu così clamoroso che ne venne tratta una non meno acclamata pièce teatrale), poi in volume, a Varsavia, nello stesso anno; nel 1933 fu tradotto in inglese con il titolo The Sinner.
C'è un filo sottile che lega Israel Joshua Singer a Yoshe Kalb ed è, paradossalmente, quello della rottura, del cambiamento. Per l'autore, questo romanzo (datato 1932 e ora riedito da Adelphi, con prefazione di Isaac Singer e traduzione di Bruno Fonzi, a cura di Elisabetta Zevi) ha rappresentato il ritorno all'uso della lingua Yiddish e anche una rinascita personale.
Anche Nahum, il protagonista dell'opera, è un elemento di discontinuità con il mondo in cui vive e incarna un rapporto complesso con l'ebraismo e l'ebraicità. Questo giovane chassid è diviso tra gli studi sacri e cabalistici e la passione carnale. In lui convivono fragilità, anche fisica, come si intuisce dalle lunghe descrizioni, e determinazione, vitalità e introspezione.
Il romanzo è un affresco ricco e raffinato che descrive con pennellate precise il cosmo ebraico dell'epoca. Lì convivono santi e rabbini, stolti e truffatori, donne pie e peccaminose, intellettuali e mercanti e, soprattutto, fedeli devoti che sfuggono ai matrimoni combinati cercando travolgenti passioni fisiche. Tutti raccontati con un registro che oscilla sapientemente fra tragedia e ironia, un'alternanza tipica del mondo chassidico ed ebraico.
Nahum/Yoshe è l'ebreo errante, in viaggio alla ricerca di sé e della propria identità, e ben rappresenta i conflitti interiori che la psicoanalisi aveva cominciato a raccontare da qualche decennio prima dell'uscita del libro.

mercoledì 17 dicembre 2014

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado

 
)...Un amore così grande che resiste oltre la mia vita disastrosa, così grande, che, dopo di non essere, sono tornato ad esistere, e sono qua. Per darti gioia, sofferenza e godimento, sono qui. Ma non per restarti accanto, essere la tua compagnia [...]per questo no, amore mio. Questo è compito del mio nobile collega di letto.....e migliore di lui non ne troverai...io sono il marito della povera dona Flor, colui che viene a risvegliare la tua ansia, a mordere il tuo desiderio, nascosti nel fondo del tuo essere, dietro al tuo ritegno...lui si occupa della tua virtù, del tuo onore, del tuo rispetto...lui è il tuo volto mattutino, io sono la tua notte, l' amante di fronte al quale non hai né possibilità di fuga, né forza. Siamo i tuoi due mariti, i tuoi due volti, il tuo sì e la tua negazione. Per essere felice hai bisogno di tutti e due. Quando eri sola con me, avevi il mio amore ma ti mancava tutto, e quanto soffrivi! Poi avesti solo lui: avevi tutto, non ti mancava nulla, e soffrivi ancora di più. Ora, si, sei dona Flor intera, come devi essere......(

mercoledì 10 dicembre 2014

rassegna stampa


Sull'ultimo numero dell'Espresso c'è una bella intervista alla poetessa svizzero tedesca  Mariella  Mehr in occasione della pubblicazione nella collana bianca dell'Einaudi di una antologia delle sue poesie.  Quasi nello stesso periodo la città di Berna le ha concesso un vitalizio "per permetterle di continuare a scrivere" ( la Mehr è oggi considerata una delle voci più alte della poesia tedesca degli ultimi cent'anni).
Al di là della scoperta di una nuova autrice la cosa è interessante perché la Mehr è una zingara Rom.
Una Rom che venne strappata bambina  alla sua famiglia e affidata ad una famiglia svizzera che la educasse al "decoro" locale. ( carini gli Svizzeri non pasticcioni e corrotti come noi ).
La sua poesia non tratta però di questi temi su cui lei ha scritto una autobiografia (edita in Italia da Effigie). Parla in modo, per così dire,  assoluto del dolore e della morte ( e curiosamente della paura dei lupi) tanto da essere stata paragonata a Paul Celan e a Sylvia Plath.
Peraltro - lei spiega nell'intervista -  il suo legame  particolare con Celan risale all'adolescenza  ed è dovuto sia al fatto che è anche lei,  in parte,  di origine ebraica sia dalla lettura adolescenziale del poeta ebreo tedesco , consigliatole dal suo compagno di allora (di trent'anni più vecchio di lei),  che era a sua volta ebreo e reduce da Dachau. Insomma una che non si è fatta mancar niente. La raccolta si intitola "Ognuno incatenato alla sua ora".
Mariella dice molte cose interessanti nell'intervista e ricorda il fatto che i Rom hanno portato in Europa gran parte della cultura indiana. La musica dei Rom, ad esempio,  viene dall'India.
Già la musica.
Nel numero di Musica jazz di novembre, in occasione della pubblicazione di un cofanetto di 10 CD con l'integrale delle incisioni in studio, c'è un lungo saggio su uno dei grandi musicisti del '900: il chitarrista belga e zingaro sinti Django Rehinardt. L'artista che ha rivoluzionato, anche prima degli americani, l'improvvisazione chitarristica  e ha per primo indicato una sorta di "via europea" al Jazz. E Django, anche se magari non lo sapete, lo conoscete tutti. Sia lui che il cosiddetto jazz manouche (assai di moda anche a Rovigo) sono imprescindibili per qualunque  colonna sonora che voglia evocare la Parigi degli anni tra il 30 e il 40. Anche se, secondo qualcuno, Django è, ancor di più, il perfetto evocatore della Roma liberata dai fascisti (mica vero, come stiamo imparando in questi giorni e come da tempo hanno imparato, tra gli altri, propri gli zingari di Roma) e festante del 1949.
Se, a forza di sentirmene  blaterare, vi è venuta una qualche curiosità per il Jazz vi consiglio un bel libro che:
a) potrebbe essere una buona guida ad una prima discografia di base (ma anche a qualche ascolto su you tube);
b) è, comunque, divertente e bello da vedere e da leggere perché tra un jazz e l'altro parla anche  di tutto un po'.
Si tratta di   "Ritratti in jazz" di Murakami Haruki.   Il libro è composto da cinquantacinque schede che, a partire dal ritratto di un musicista dipinto dall'artista Wada Makoto, commentano un disco storico. Ogni scheda, nelle mani di Murakami, diventa un piccolo racconto, un frammento di memoria autobiografica o il fulmineo ritratto di un artista, di un'epoca.
La cosa buffa è che Wada Makoto ha scoperto il jazz da adolescente nello stesso modo in cui l'ho scoperto io, vedendo il film "Venere e il professore" di Howard Hawks con, ahime, Danny Kaye  ma anche con Louis Armstrong, Benny Goodman, Lionel Hampton ecc. ecc. E, inoltre, io ho fatto anche il giro al contrario. Ho scoperto Murakami (e naturalmente Makoto che è un grande disegnatore) leggendo il libro in questione. 
In ogni caso uno dei ritratti più belli del libro è proprio quello di Django di cui viene ricordata una incisione dal vivo, con il violinista  Stephane Grappelli, fatta da un amatore in un club di Roma nel 1949. E questo, questo swing  è, per il giapponese Murakami, la colonna sonora dell'Europa felice e piena di aspettative del dopoguerra. Il CD è intitolato "Djangology".
Restiamo in una Europa ancora più felice, quella degli anni prima della crisi del '29, anzi precisamente del 1928 , prima a Berlino, in un kabarett, dove appare Ute Lemper travestita da Marlene Dietrich, poi in Costa Azzurra accompagnati da "Do you something to me " di Cole Porter. Parlo del già ricordato "Magic in the Moonlight" ultimo film di Woody Allen che è quasi impalpabile ma molto, molto carino. Sembra di vedere una nuvola.
Peraltro per Woody, che ha scritto le note di copertina di una delle sue tante antologie, Django  è stato il chitarrista più grande di tutti i tempi. E gli ha pure dedicato, anche se indirettamente , uno dei suoi film più belli degli anni '90 "Accordi e disaccordi".
Django divenne famoso con un gruppo, le Quintet dell'hot club de France, di soli strumenti a corda a Parigi negli anni '30 ma, come dicevo, era un sinti nato in Belgio.
Jazz e Belgio, quindi?  Ma naturalmente.
La settimana scorsa su Il Manifesto è uscito un lungo articolo accompagnato da una altrettanto lunga intervista al cantante belga David Linx che recensiva un CD dell'anno scorso intitolato "A Different Porgy & Another Bess" . Si tratta di una rilettura per due voci e orchestra jazz dell'immortale opera di George e Ira Gershwin "Porgy and Bess".
Sarebbe tutto molto lungo da spiegare. Mi limito a dire che l'opera - uno dei vertici del teatro musicale del '900 - al di là del valore musicale indiscutibile è sempre stata, giustamente, accusata, pur avendo un cast tutto di neri,  di razzismo, per la quantità di cliché, a partire dall'americano messo loro in bocca (tipo "badrone" per capirci), con cui i neri sono raccontati. 
La cosa interessante è che, nonostante questo, è stata fatta, in qualche modo propria anche dagli artisti di colore e dai jazzisti. Cito per tutte le versioni degli anni '50, quella  di Miles Davis e Gil Evans (solo strumentale) e quella, anche cantata, di Louis Armstrong e Ella Fitzgerald.
L'operazione che fa David Linx è quella di un aggiornamento dei testi delle canzoni, riportate ad un americano corretto, una accentuazione della drammaticità della storia, anche attraverso l’interpretazione vocale e  un nuovo arrangiamento  della parte musicale con l'inserimento di ritmiche moderne, a tratti  funky in alcuni passaggi, e l'uso di strumenti anche elettrici. L'operazione è pienamente riuscita,  l'opera ci appare come rinfrescata.
Ma la cosa che più mi ha colpito è la storia di Linx  che racconta nell’intervista  la sua "legittimazione" ad intervenire.
Linx è figlio di un operaio belga ed è nato in una famiglia assai modesta  piena di fratelli e sorelle. Un bel momento che fa, però, il padre? Pianta il lavoro e fonda la Maison du Jazz belga e il piccolo David cresce sulle ginocchia del fior fiore dei jazzisti afroamericani di passaggio per Bruxelles. A ciò va  aggiunto che a 18 anni va a vivere a Parigi, fino alla morte di lui, con  il grande scrittore  afroamerciano espatriato (comunista e omosessuale) James Baldwin anche lui un fecondo grumo di contraddizioni, conoscitore finissimo della cultura, soprattutto poetica, bianca americana e non solo.
Proprio dalle discussioni con Baldwin e Miles Davis gli nasce l’idea di una rilettura “corretta” di “Porgy and Bess”
David Linx è belga e fa Porgy. E Bess? La interpreta una cantante portoghese, una delle grandi voci  del jazz di oggi, Maria Joao. L'orchestra è la Brussels Jazz Orchestra. La globalizzazione, ogni tanto, mi piace molto.
Last but non least la copertina del CD,  che è bellissima. Devo dire che, anche riportata in bianco e nero sul giornale, è la prima cosa che mi ha attratto. Eccola qui, a colori   

 

Ci sono, credo per tutti,  delle affinità elettive, delle passioni immediate e indiscutibili e non spiegabili,  delle sintonie misteriose. Io, se ho incominciato ad apprezzare la fotografia, a studiarla e un po' anche a farla è per l'ammirazione incondizionata, la sintonia immediata, con le immagini (a cui, sia chiaro non mi sono mai nemmeno una volta anche lontanamente avvicinato) di uno dei grandi fotografi del '900 che conobbi, assolutamente per caso,  per merito di una piccola e perfetta mostra organizzata ai tempi del (mio) liceo dall'Accademia dei Concordi.
Parlo di Werner Bischof, l’autore della foto del CD,  fotografo svizzero nato nel 1916 e morto in un incidente automobilistico sulle Ande nel 1954. Bischof che aveva iniziato, ed era già famoso, come fotografo di moda e pubblicità in Svizzera, subito dopo la II guerra mondiale, sconvolto dalle immagini fotografiche della guerra,  si dedicò integralmente al reportage giornalistico per Life illustrando il dopoguerra in Europa: Francia, Germania,  Italia, Polonia, Ungheria, Inghilterra. Subito dopo  la decolonizzazione in India , in Cina, in Corea, nel Sud Est asiatico. Poi il Giappone e, dopo una lunga preparazione,  intraprese un viaggio nelle Americhe. A Nord, New York, la foto che sto commentando è stata fatta a New York nel 1953 e si intitola “Canyon stradale”, Chicago, San Francisco e poi  a Sud, Messico e Perù dove ebbe l'incidente.
Non c'è lo spazio per parlarne più a lungo ma, insomma, diciamo che quello che mi colpì allora e ha sempre continuato a colpirmi è l'estrema pulizia ed eleganza delle immagini, la mancanza di ogni effettismo, unite ad un evidente amore per l'uomo (a tutte le età. Sono straordinari i suoi ritratti di bambini di tutti i paesi che ha visitato), ad una immediata  empatia, sia nei momenti più tragici che in quelli più sereni. Unita ad  una passione per il paesaggio, sia naturale che urbano, anch'esso in qualche modo sempre visto in una sorta di armonia con l'umanità. Un grande umanista e, lo capiamo meglio oggi, un grande utopista.
Forse da quest'altra fotografia, fatta A Cuzco, che è la sua più famosa e una delle ultime, si riesce a capire ancora meglio quello che voglio dire         


La grande sorpresa, che ho appreso indirettamente dal Cd,  è che, oltre che un maestro del bianco e nero come tutti fotografi della sua generazione, è stato anche un grande maestro del colore. Mantenendo anche a colori le stesse caratteristiche di eleganza e di meraviglia di fronte alla bellezza, comunque, del mondo e della vita. E alla capacità, della bellezza,  di manifestarsi – il senso dell’epifania -  anche nelle situazioni più impensate.
Per chiudere un consiglio. Se vi piacciono le fotografie andate a cercarle in rete, ad esempio nel sito dell’Agenzia Magnum (di cui Bishop fu uno dei fondatori) dove sono riprodotte in dimensioni più giuste.
Poi due considerazioni. Due grandi artisti svizzeri che mi fanno venire in mente in aggiunta Paul Klee, Giacometti, il dadismo, Hans Arp e la battuta di Orson Welles- Harry Lime sul fatto che gli svizzeri in 500 anni di storia hanno creato solo gli orologi a cucù. Anche i geni a volte sparano cazzate.
Seconda considerazione. Siamo passati dalla Svizzera alla Svizzera passando per: Parigi, la Costa azzurra, Kioto, Roma,  il Belgio, Broadway, Harlem e Lisbona. Che meraviglia, a volte, la globalizzazione, e la gente e anche internet. In fondo questo di/vagare è la grande lezione degli Zingari.
Buona settimana.   

lunedì 1 dicembre 2014

rassegna stampa

Cominciamo dalla fine.
Domenica su "Repubblica" la pagina culturale si apre con la notizia che gli eredi Crepax hanno deciso di pubblicare, a dieci anni dalla morte, gli inediti del padre disegnati durante l'ultima fase della malattia ( che ho scoperto essere una sclerosi ). Crepax, pare, fosse sfiduciato sul permanere nel pubblico dell'interesse per Valentina e anche della bontà del suo tratto, diventato sempre più spigoloso, proprio a causa della malattia. Però ha disegnato fino all'ultimo. Nel volume, che dovrebbe essere uscito oggi, e si intitola semplicemente "Inediti", ci sono rivisitazioni di Valentina, l'inizio di una riduzione a fumetti de "Il Castello" di Kafka ( Crepax aveva già disegnato un bellissimo "Processo" assai praghese), un omaggio a Bogart, una riduzione della novella "Doppio sogno" di Schnitzler, tavole ispirate al "Piacere" di D'annunzio e a "Anna Karenina" e chissà cos'altro. Vi sarò più preciso prossimamente.
Restando in tema di miti femminili, devo confessare che al di là di Lulu e Ava e Claudia ( sono in arrivo nuove puntate sempre più di/vaganti) il mio grande amore di celluloide è e sarà sempre Julie Andrews. E non per Mary Poppins e nemmeno per "Tutti assieme appassionatamente" ( anche se credo di essere il più preparato esperto rodigino sulle vicende della famiglia Von Trapp). Ma per un piccolo musical intitolato "Millie" ( Modern Millie in originale) girato nel 1967 da George Roy Hill in cui la Andrews interpreta Millie una burina texana che si trasforma, nella New York degli assai ruggenti anni '20,  in una sofisticata flapper. E di contorno musiche bellissime ( vinse un oscar) , abiti elegantissimi, case lussuosissime e un sacco di bella gente. E soprattutto Lei che mi spezzò per sempre il cuore. Il film lo vidi a 9 anni al cinema estivo del Lido degli Estensi e non l'ho più rivisto. La notizia è che ne ho trovato finalmente una versione in DVD ( mercato tedesco) con doppiaggio e soprattutto sottotitoli in italiano. Sono in trepidante attesa sperando che, dopo tanti anni, non sia una delusione.
Non so se è per colpa della crisi economica ma che nostalgia dei mai vissuti anni'20. Ce l'ha anche Woody Allen di cui sta per uscire "Magic in the moonlight" ambientato in Costa Azzurra ( e ditemi voi se non ci avevo visto giusto nel proporvi il capolavoro coltorosa "Il tango della vecchia guardia"?). Il film narra la vicenda di un illusionista assunto per smascherare una supposta medium. Metafore in arrivo. Ci ha, comunque, pensato Woody stesso paragonando l'attività di illusionista a quella di regista. Maghi, prestigiatori e illusionisti sono peraltro presenze costanti nel suo cinema ( come in quello del suo maestro dichiarato Fellini e del suo maestro segreto Orson Welles) e lui , come dice nell' intervista di presentazione del film , ha avuto fin da bambino l'hobby della prestidigitazione. Nell'intervista rivela anche una cosa più seria che, si parva licet, condivido con lui: il fatto di essere ateo dall'età di 7 anni. Poi aggiunge che forse cinema e illusionismo gli hanno funzionato da surrogato. Io, di mio, vado al cinema e credo nei fantasmi. E nei doppelganger.
Trovati altri due.
Uno è svedese, si chiama Ulf P. Hallberg e ha scritto un libro edito ( of course) da Iperborea che si chiama "Trash europeo". Hallberg nel libro racconta la vita del  padre raccontando tutto quello che il padre ha raccolto e catalogato in vita : dipinti, carte, fotografie, ritagli di giornali, cianfrusaglie, un caleidoscopio di storie, dalla Garbo al neorealismo italiano a Blade Runner, da Walter  Benjamin ai pittori Bager e Nemes. Un patrimonio di arte e pensiero che non ha alcun valore economico, ma a cui lui ha dedicato l’intera vita nel totale rifiuto del denaro, del successo e dell’apparenza. L'ho iniziato da poco, lo leggo a spizzichi, ma mi sembra che stia mantenendo quello che promette.
L'altro "fratello" sembra essere uno scrittore, che si chiama Tanpinar Ahmet H. ed è considerato uno dei più importanti scrittori della Turchia moderna. Scomparso nel 1962 è stato docente di estetica, storia dell'arte e mitologia e anche membro del parlamento turco fra il 1942 e il 1946. A mia conoscenza questo è l'unico suo libro attualmente  tradotto in Italia.
Il romanzo, che è d'impianto satirico, narra la vicenda di un musiliano "uomo senza qualità" o bergheriano "piccolo grande uomo" che è diviso tra due concezioni del tempo e dai due usi dell'orologio: quello del muezzin che usa e fa usare l'orologio perché i fedeli non si dimentichino di pregare alle ore giuste e quella del fondatore de "L'istituto per la regolazione degli orologi" che con l'istituto vuole introdurre in Turchia la regolazione "occidentale" moderna e "ordinata" del tempo. E in cui il protagonista si impiega.
Il libro mette in scena - traggo questa annotazione dalla prefazione, il libro non l'ho ancora letto è in arrivo - la dialettica, tipicamente novecentesca tra il caos del mondo e il  tentativo da parte del romanzo di trovargli un qualche ordine. E cerca di sfatare l'illusione che l'abisso si possa dire, il Tempo calcolare, lo Spazio  misurare.
Dopo queste vette, mi abbasso un poco e vi parlo di un mondo (apparentemente) più semplice e ordinato: quello del West. Chi mi conosce sa che sono un discreto conoscitore di film western. Ma forse non sa che il mio film western preferito non è un John Ford o un Anthony Mann. E' un Howard Hawks ( considerato, tra l'altro   da molti un'opera minore)  che si intitola "Il grande cielo", anno 1952. Il film è la storia di una spedizione nel 1830 di un gruppo di barcaioli - mercanti francesi e trapper americani lungo il fiume Missouri per raggiungere il territorio che oggi si chiama Wyoming e per aprire un via commerciale con i nativi Piedi neri. Per farlo liberano e si fanno accompagnare da una principessa indiana di cui si innamorano i due protagonisti ( e amici) del film. Chi sceglierà la fanciulla?
Girare il film fu di per se una avventura, venne addirittura costruita ex novo una pista e oggi il tutto si trova in uno dei parchi naturali più belli degli Stati Uniti, quello del Gran Teton.
Il film ha la purezza dell'avventura disinteressata ( Eric Rohmer, che ne era un grande estimatore, lo paragonava ad una novella di Robert Louis Stevenson) e il fascino dell'utopia non realizzata: quella di un'altra storia, della convivenza e dello scambio tra razze e culture. Un'America sufficientemente grande per tutti quanti. Molti temi sono poi stati ripresi da Leslie Fiedler. In primis quello dell'amore - amicizia tra i due compagni d'avventura e dell'attrazione sessuale, qui pienamente e "sanamente" realizzata, per la donna "nativa".
Perchè ve ne parlo? Intanto perché è un bel film e poi perché è tratto da un romanzo scritto nel 1947 del premio Pulitzer A.B. Guthrie, uno dei grandi scrittori di western,  che è appena stato finalmente,  tradotto in italiano.
Direi un buon raccolto per questa settimana.
Alla prossima.
Andrea

mercoledì 15 ottobre 2014

Alcune note sulla serata "rosa"


I contributi sono stati tanti e molto vari, interessanti e divertenti. Abbiamo discusso di rosa e di rose,viaggiando nello spazio e nel tempo.
Ecco una lista dei testi letti (se dimentico qualcosa, invito i miei compagni di lettura a correggermi e a completare):




  •  Hamid Ziarati, Il meccanico delle rose
  • Vita Sackville-West, Passaggio a Tehran
  • Andur Ava Olafsdottir, Rosa Candida
  • Victor Hugo Vieille chanson du jeune temps
  • William Shakespeare, Romeo e Giulietta e Sonetto 130
  • W.B.Yeats, Rosa Alchemica
  • William Blake, La Rosa Malata
  • Robert Burns, Il mio Amore è come una Rosa Rossa Rossa
  • Alberto Arbasino, America Amore; Grazie per le magnifiche rose
  • Emily Dickinson , N.19
  • Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio
  • Michele Mari, Cento Poesie d'Amore a Ladyhawke; Roderick Duddle 
  • e per concludere la serata, Roberta ci ha trascinati in un viaggio nel romance, nei suoi diversi aspetti, dal rosa al gotico, nei suoi sviluppi e nelle sue degenerazioni.



Se questa lista riaccende la vostra memoria letteraria, contribuite con un'altra/un altro ROSA. Non c'era più tempo quella sera, ma nel blog c'è posto per altri mille libri!

(S)

mercoledì 8 ottobre 2014

rassegna stampa

Carissime dopo un lungo silenzio mi rifaccio vivo quantomeno per farvi sapere che sono vivo.
Ritorno assai traumatico dopo i fasti della mia prima partecipazione ufficiale  come studioso di cinema alla Biennale Cinema e dopo le ferie siciliane, assai appaganti. Lavoro, moltissimo e assai complicato: ultimi colpi di coda della morente Provincia.
Ma soprattutto aspra battaglia politica per la "conquista" del PD di Rovigo che si è conclusa, dopo rondò, minuetti, grotteschi e arabeschi, e  nonostante anche l'aiuto di alcune di voi che ancora ringrazio,  con una sonora sconfitta.
Ma no, non abbiamo paura di chiamare le cose per nome, con una brutale sodomizzazione. E vabbè domenica si ricomincia ( è il mio cote masochista).
D'altra parte se vincevo/vincevamo-  noi i buoni - ,  magari pioveva e invece abbiamo avuto ancora alcune belle giornate di sole.
Dopo il breve riassunto mi scuserete se questa rassegna sarà un po' in minore. Ma qualcosina di buono da segnalare, in ogni caso c'è.
Ad esempio se avete fremuto o rifremuto quest'estate alla lettura delle vicende di Jane Eyre  vi do la bella notizia che hanno finalmente individuato la magione e soprattutto la "prigione" dove viene  rinchiusa   la moglie fuori di testa del protagonista. E' la soffitta della villa di Northon Conyers sita nei dintorni della cittadina di Ripon nel Nord dello Yorkshire. Northon ha deciso di aprirla al pubblico, a pagamento, per fare un po' di sterline desinate al restauro della villa.   
Più sfiziosa è l'uscita del nuovo romanzo del caro Percivall Everett, intitolato "Percivall Everett di Virgil Russell". E' la storia di un figlio che va a trovare il padre morente  all'ospizio e a cui il padre racconta  un sogno da cui si dipartono altri sogni, pensieri, divagazioni, affabulazioni. Il tutto a partire da "Jacques il fatalista" di Diderot, passando per Derrida e Wittgestein, per arrivare a Bertrand Russell. Perché poi i temi "forti" del romanzo pare siano il razzismo o meglio l'identità razziale e il linguaggio. Vedremo. Ma si ha già la sensazione di una boccata di aria fresca, tra illuminismo e filosofia analitica, dopo tutta questa invasione di religioni, papi buoni, mussulmani fanatici, israeliani imperialisti e razzisti. ( vi confesso che tra Italia e Mondo l'unica vicenda che seguo veramente con passione è la rivolta di Hong Kong).
Ma il vero colpo editoriale è l'uscita, oggi, da Bompiani di "Divorati" primo romanzo del grande regista canadese David Cronenberg.
Si tratta, a quanto pare, di un horror grottesco in cui il maestro, probabilmente perchè lo ha iniziato 8 anni fa, ritorna in modo diretto ai temi prediletti del suo primo cinema. Per cui deformazioni del corpo e della mente, sesso bizzarro, invadenza della tecnologia, cospirazioni, insomma riflessione filosofica in forma di Grand Guignol. La storia inizia con la parodia di una coppia di filosofi, ispirati a Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir,  che praticano un sesso metaforicamente cannibalesco. Poi la pseudo Beauvoir viene effettivamente mangiata in un gioco erotico un po' spinto e poi....   
C'è una bella intervista a Cronenberg sull'ultimo Venerdì di Repubblica in cui un bel momento il nostro, assai più serio di quel che appare,  fa una affermazione che mi ha acceso la classica lampadina : " Il libro è una avventura filosofica, un viaggio per capire in cosa consistono l'essere umano e la condizione umana. Sono sempre stato convinto che il corpo è la prima ed essenziale dimostrazione della nostra esistenza. Molto di quello in cui crediamo o che inventiamo è un tentativo di evasione da questa consapevolezza. Quasi tutte le religioni sminuiscono il corpo e spingono a trascenderlo per indurci a sperare che possiamo sfuggirgli e che la morte non è la morte. Questo succede anche nell'arte e nella politica: cos'è che da coraggio a un kamikaze imbottito di esplosivo?".
Eccola là. Ecco perché sono ateo dall'età di 7 anni. Ecco perché non mi fido e mi spaventano le 4 grandi religioni nate dal deserto: Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo e Marxismo ( seppur con qualche contraddizione, come tutti. Una qualche passione per Marx ancora ce l'ho e,poi, l'avrete capito, un'innata simpatia per gli ebrei. Considero l'antico testamento uno dei libri più appassionanti mai scritti. E mi piacciono molti gli ebrei atei o, perlomeno dubbiosi. Che so Walter Benjamin, Groucho Marx, Woody Allen, Sigmund Freud. E, scontatamente, anche David Cronenberg  è un ebreo di Toronto). Ma il cristianesimo, con tutto quel sangue, per carità.  
Ho avuto, lo confesso, una certa passione per il Buddismo più che altro per il te, gli aforismi dei monaci zen, l'arredamento giapponese, e perché, credo, sia l'unica religione in cui, per lo meno,  non è previsto dio. Ma poi una sera a cena mentre mangiavo un rombo ai ferri accompagnato da Cartizze un'amica, tutta entusiasta, divorando cruditè, mi ha spiegato che la meditazione e il raggiungimento del Nirvana si ottengono non pensando molto, come credevo, ma svuotando la mente e annullando il desiderio.
Ma scherziamo? Abbiamo un corpo con 5 sensi, vari orifizi e un cervello. Non so se ci sarà un motivo,  ma certo, dal momento che ci sono, vanno usati tutti e al massimo delle potenzialità. Questo io credo. D'altra parte, è seccante dirlo, ma se  abbiamo una certezza è quella che moriremo. Per cui viviamo! Quantomeno per spirito di contraddizione. 
Ultima notizia: ho finalmente individuato, nel caso mi intervistassero,  il mio disco per l'isola deserta. Si tratta del triplo CD con l'integrale delle incisioni al Village Vanguard  del trio di Bill Evans, Scott La faro e Paul Motian, anno 1961. Dal momento che, purtroppo Motian è scomparso anche lui pensavo che potrebbero anche diventare le musiche da suonare ( data la lunghezza) alla mia veglia funebre. Vedremo.
Per intanto un abbraccio e un saluto e come sempre grazie per la pazienza.
Andrea   

P.S. E' in arrivo Lulu/7. Ma, come vedrete, di mio questa volta c'è moto poco.     

giovedì 11 settembre 2014

Il ballo di Sceaux, Honorè De Balzac

Il ballo di Sceaux" o "Il pari di Francia", pubblicato per la prima volta nel 1830, è un’opera giovanile di Honoré de Balzac.
E' un breve racconto imperniato sulla descrizione delle vicende di Emilia Fontaine giovane e ultimogenita del conte Fantaine che, arrivata all'età per sposarsi, con il suo carattere viziato e altezzoso rifiuto tutti i giovani che la chiedono in moglie, perché si sposerà solo con un pari di Francia.
L'altezzosa ragazza, superficiale, colma di pregiudizi, sprezzante con i genitori, ma anche con le sorelle e i cognati adduce ogni possibile pretesto per rifiutare ogni giovane che si offre o perché ha delle gambe grosse oppure perché è grasso (un grande difetto!!!) oppure perché è biondo ecc.ecc.
Quando l'inverno è terminato tutta la famiglia si sposta in campagna e anche Emilia - perché ogni damigella che si rispetti trascorre la primavera in campagna e lei non potrebbe essere da meno.
Partecipa anche lei al Ballo di Sceaux, frequentato da contadini del posto e da borghesi, che disprezza perché non hanno un titolo nobiliare. A questo ballo una sera ella è attratta dalla presenza di un giovane che rispecchia in tutto e per tutto il suo ideale di innamorato. Con la collaborazione dello zio riesce a fare la sua conoscenza e riesce a frequentarlo per tutta l'estate e sboccia tra loro l'amore.  Emilia cerca di capire quale mestiere svolge il giovane, ma lui è la discrezione in persona anche se sa ben conversare, canta divinamente, sa cacciare, spara con precisione, cavalca in maniera elegante, insomma la perfezione, ma né lo zio né il padre riescono a scoprire cosa faccia nella vita.
L'ultima sera prima di ritornare in città, Emilia gli chiede se è nobile, lui risponde che attualmente non lo è ma tra poco tempo potrà entrare a far parte dei pari di Francia e potrà mantenere la donna che ama con dignità. Emilia accetta la risposta e si separano.
Passa del tempo ed Emilia un giorno esce di casa con le due cognate per comprare una stola ed entrando in un negozio di stoffe incontra il suo amato, ma è sconvolta vedendolo maneggiare delle stoffe, lei che era convinta delle sue nobili origini, in realtà scopre che è un semplice commerciante e sprezzante esce dal negozio.
La ragazza abbandona l'innamorato e sposa l'anziano zio, il conte Kergarouët. Dopo parecchio tempo Emilia incontra Massimiliano in un salotto di Parigi, egli a causa della morte del padre e del fratello, è divento pari di Francia.
In questo delizioso romanzo di Balzac il tempo sembra non esser mai trascorso tanto i caratteri, i vizi e i pregi umani sembrano restare pari a se stessi nel corso dei secoli.
Il ballo di Sceaux o Il pari di Francia, così è il titolo per esteso; ma forse potrebbe piuttosto chiamarsi "Come non sposare un pari di Francia", perché proprio questo è in realtà il motivo conduttore del racconto: una storia di amore e vanità con l’umorismo sottile e il garbo pungente del grandissimo narratore.
 
 
 
 
 
 
 
  

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo