martedì 26 aprile 2016

"Ruggine" di Anna Luisa Pignatelli

Vincitrice nel 2010 del "Prix des lecteurs du Var", l'autrice toscana che attualmente vive in Guatemala è al suo secondo romanzo


In un borgo toscano una donna anziana vive sola e con la schiena piegata da un dolore ai lombi continuo e quasi malefico.
La donna è soprannominata Ruggine e la sua solitudine è risanata solo dalla presenza di un gatto da lei chiamato Ferro. Ruggine vive parlando con se stessa, al proprio passato e dei propri incubi e malanni a chi occasionalmente la incrocia tra le strade sghembe del paesello.
La realtà per Ruggine non conta perché la sua dimensione è quella di un stato di perenne presenza, di contemporaneità assoluta che trasforma le sue paure e suo il dolore in un perfetto connubio in cui anima e corpo si intrecciano senza possibilità di slegarsi, di distinguersi.
Il romanzo di Anna Luisa Pignatelli si intitola come la sua protagonista. Ruggine (Fazi editore, pp. 150, euro 16) è la storia minima di una donna che resiste alle angherie ipocrite e beghine dei propri compaesani opponendo loro la durezza e l’asprezza di una vita ostinata. Una donna povera, vedova ormai da molti anni, piegata da una salute malferma si oppone a un conformismo di comunità che è al solito la prima forma di muro, la prima barriera a issarsi contro la diversità e contro chi come lei pretende di vivere a modo suo o ancor più semplicemente fa della sua vita una forma di aspra resistenza alla morte che tutti considerano imminente.
Il corpo e l’anima di Ruggine vengono ripetutamente violati dalla volgarità come dalla presunzione del sapere, dai giovani come dai vecchi.
Il suo destino è di opposizione alla durezza di un mondo che si fa forte delle proprie stesse paure a cui la donna dà forma: la solitudine, la follia, la morte e certamente la vecchiaia.
Il libro ha la densa unità di un racconto la cui sensibilità è specificatamente femminile, il personaggio vive una forma di resistenza minoritaria che si sviluppa in un anfratto della società italiana, ma che ha origine nel cuore di una cultura maschilista che seppure spesso ormai si esprime attorno ai bordi delle cose, nei margini della società è comunque a livello di linguaggio imperante e sostanzialmente dominante.
Ruggine è un romanzo che ha la rara forza di svelare il doppiogiochista di un paese la cui modernità è sempre legata a una costruzione arcaica del pensiero come della società che vi si sviluppa intorno.
Anna Luisa Pignatelli scrive con una lingua rarefatta, lontana da effetti stranianti o costruzioni ardite. Il suo linguaggio è una pasta che cresce indurendosi e dando forma a spigolature affascinanti come anche a fragilità retoriche spesso un po’ troppo convenzionali, ma che fanno comunque parte di un prisma che è materia compatta, inscindibile. L’autrice si pone ben oltre lo schematismo impressionista di Elena Ferrante ed evita accuratamente una più generale mistica del dolore oggi molto di moda.
Un libro appartato e anche per questo importante che definisce un percorso che parte da una storia condivisa eppure estranea: Ruggine non è altro che l’elemento irriducibile di un paese e di una nazione che mai è stato popolo, ma solo comunità diffidente.
[Giacomo Giossi 26/04/2016]

venerdì 22 aprile 2016

Addio Prince, genio iconoclasta del funk

Nessuno come Prince. Solo Ray Charles, Michael Jackson. Rogers Nelson, Prince, ha riscritto la musica afroamericana. Impossibile immaginare la musica degli ultimi trent’anni senza Prince. Le innovazioni introdotte da Prince nella musica pop sono state cataclismatiche. Talento precocissimo, multistrumentista, reinventa il funk e il soul alla fine degli anni Settanta. Gli bastano due dischi, peraltro ottimi, For you e l’omonimo album del 1979, per sconquassare il mondo con Dirty Mind. Basta leggere le memorie di Ahmir «Questlove» Thompson, batterista dei Roots, per comprendere, in profondità, come Prince abbia contemporaneamente spostato il baricentro della musica afroamericana verso il pubblico bianco, l’introduzione dell’elettronica, e allo stesso tempo radicalizzato l’approccio erotico, transessuale, al funk.
Prima che i Repubblicani costringessero l’industria discografica ad appiccicare etichette di autodenuncia sui dischi, Prince dava vita a sensuali jam erotiche, groove sessuali di disumana potenza, dove l’ondulare del ritmo annunciava una nuova era della percezione erotica del performer.
Se Michael Jackson è stato il folletto lunare e apollineo, Prince ha reintrodotto il puro dionisiaco nel soul. Funk (ossia l’odore del sudore dei corpi) e il soul (l’anima) che anela a Dio ma che, grazie a Dio!, resta ancorata alla terra attraverso un groove che non perdona. Dal 1980 al 1982, nell’arco di tre dischi inimitabili prepara il terreno per il capolavoro, la pietra angolare della musica degli anni Ottanta. Purple Rain. E mentre il mondo della musica, teso fra spasimi post-punk, ritirate più o meno geniali nella tradizione rock e sperimentazioni e contaminazioni, sembra parlare soprattutto a se stesso, Prince con Purple Rain riscopre la vocazione messianica, universalista del soul. Come solo la grande musica afroamericana ha saputo fare. Come solo Louis Armstrong, Duke Ellington e Charlie Parker hanno saputo. Restare nella tradizione ma ritrasformarla in cosa viva, scoperta pulsante del presente. Al punto quasi da oscurare, con la sua stessa trascendentale genialità, la propria creazione ridotta, grazie alle enormi vendite, a un luogo comune della musica.


Un luogo comune del calibro di Thriller, per intenderci. Prince, però, non ha mai inteso ripetersi. Ed è li che nascono i problemi e le incomprensioni. Tutti ad aspettarsi il seguito di Purple Rain e Prince invece è già lontanissimo. Around the World in a Day (1985) è il suo omaggio all’era psichedelica. Un disco a colori, lontano dal melò al neon del suo capolavoro. Prince, come una fantasmagorica macchina divora musica, si reinventa nell’arco di un disco, lasciando tutti a bocca aperta. Non mancano le critiche, ma Prince ha già pronta la prossima mutazione. Si. Prince è stato il Bowie del soul. Lo Ziggy Stardust del funk. Parade (1986) si presenta con un singolo epocale. Lo scheletrico ritmo metronomico di Kiss che lascia tutti senza fiato. Il meglio, però, doveva ancora venire. Ancora una volta, a un solo anno di distanza, Sign ‘O’ the Times (1987), impossibile capolavoro doppio, sbaraglia concorrenza e critica. Un disco di quelli che, davvero, lasciano il segno nel tempo e diventano ponte per il futuro. Prince scippa mercurialmente alla cultura rock «bianca» il concept dell’album doppio e la conduce alle sue estreme conseguenze. The Cross, poi, brano dal titolo inequivocabile, fornisce indicazioni su una spiritualità e contradditoria.
Sino alla musica composta per il Batman di Tim Burton, Prince non sbaglia un colpo. All’inizio degli anni Novanta, i conflitti insanabili con la Warner. Lui cancella il suo nome con un simbolo impronunciabile e inizia a sperimentare le sue «directions in music», seguendo la lezione di Miles Davis. La critica musicale, si stanca. Non segue più Prince o se lo fa, ne scrive con accondiscendenza. Colpa gravissima. Prince si presenta come schiavo dell’industria musicale. Gli scribacchini, per lo più bianchi, ironizzano che uno schiavo ricco come lui non si è mai visto. Lui se ne frega. Boicotta la Warner con dischi «bellissimi»: Gold Experience (1985), Chaos and Disorder (1996) e soprattutto il triplo Emancipation (1996).


Instancabile, lavora contro l’industria musicale seguendo la sua musa ondivaga. Recupera Larry Graham e Chaka Khan, George Clinton e Sly Stone. Gioca a tutto campo, dettando regole e legge. I duemila si inaugurano con The Rainbow Children (2001), disco segreto della sua opera. Jazz raffinatissimo, ma si preferisce puntare il dito sul suo essere diventato un testimone di Geova. E poi. Di fronte all’avanzata inarrestabile dell’hip-hop, Prince rilancia il primato della musica suonata. Magistralmente. E della sperimentazione. Dare un ascolto a N-E-W-S per farsene un’idea o alla magnifica raccolta di «scarti» Crystal Ball (1998). Ed è proprio nel ruolo di alfiere della tradizione che il musicista si reinventa. Musicology (2004) (evidente omaggio a Bird), il micidiale 3121 (2006) e lo splendido Planet Earth (2007) che promuove con un mese di concerti all’O2 londinese.
Come un jazzman della vecchia guardia, riempie il puntuto O2 sera dopo sera. E ogni sera è una musica nuova e diversa. Mai quello che si aspetta il pubblico, ma mai come Bob Dylan che gode a far soffrire il pubblico. Prince offre in chiave e veste nuova le canzoni più famose. Suona in media tre ore e oltre a notte. E, in una notte particolarmente incantata, offre una versione al fulmicotone di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. E When Doves Cry non l’ha mai negata. E Purple Rain non l’ha mai fatta mancare.


E quando stavamo tutti in piedi a cantare con lui, con le lacrime agli occhi, non avremmo mai pensato che in un qualsiasi 21 aprile del 2016, sarebbe venuto a mancare per una stupida influenza, ucciso dal più criminale sistema sanitario del mondo. Ecco, ancora una volta con le lacrime agli occhi, ti chiedo, con le tue parole, How can you just leave me standing? Alone in a world that’s so cold? (come puoi abbandonarmi? Solo in un mondo cosi freddo)?
[Giona A. Nazzaro dal "il Manifesto" del 22/04/20156]

venerdì 15 aprile 2016

Seduta accanto ad un'altra donna


Sotto la fermata della metro di Istanbul, nei pressi di Sultanahmet, proprio nel quartiere del centro storico dove è avvenuto l’attentato terroristico del 12 gennaio scorso, campeggia una gigantesca immagine a carboncino di una supereroina che, almeno dal punto di vista dell’immaginario, è capace di sconfiggere qualsiasi mostro. Nei dintorni, i muri che costeggiano gli antichi viottoli pavimentati di ciottoli sono pieni di graffiti e murales della writer Elif Nursad che si riappropria degli spazi metropolitani disegnando enormi gatti.
Volti di donne, uomini, figure a volte rabbiose, altre rassicuranti, sono i soggetti che compongono la «pinacoteca» che Elif – questo il suo logo – dipinge anche su tela e che vende durante le sue esposizioni e nello shop online. Figlia d’arte (suo padre Ilhami Atalay è una personalità ad Istanbul e un pittore consolidato a cui è stato sgomberato, in tempi recenti, l’atelier per far posto a un hotel di lusso proprio nel cuore di Sultanahmet), Elif Nursad Atalay è l’ultima di tre fratelli, tutti pittori; è anche una graphic novelist che ha collaborato per lungo tempo con il magazine umoristico Bayan Yani, (in turco vuol dire «seduta accanto a una donna» e si riferisce alla tradizionale usanza che impone a una ragazza che acquista un biglietto dell’autobus per un viaggio di lunga distanza, l’obbligo di sedere accanto a un’altra persona del suo stesso sesso), gestito esclusivamente da donne. I suoi fumetti sono fonte di ispirazione per tantissime turche impegnate a rivendicare i propri diritti, così come i suoi murales sparsi un po’ ovunque a Istanbul.
È considerata tra le artiste più promettenti della nuova ondata underground , e assieme al collettivo Avalerer (nome ispirato ai quaranta ladroni) e gli Ha Za Vu Zu, può essere considerata una tra le figure più rappresentative della protesta turca.
In Italia si è fatta conoscere per la partecipazione al videoclip del brano hip hop Parte tutto quanto, estratto dal secondo album Hardcorebaleni (2015) dei fratelli baresi Tenko e Scriba. Una collaborazione che non sorprende: il writing ha legami con la sottocultura hip hop sin da quando è nato, oltre quarantacinque anni fa i vagoni della metro di New York. Nel filmato, girato tra le vie di Istanbul dal regista Orcun Behram, Elif rappresenta se stessa mentre dipinge, su un testo che parla di odio razziale. Ma l’hip hop non è l’unica passione che la writer e pittrice post-graffitista condivide con i due rapper baresi: con loro ha in comune anche l’idea di un’arte intesa come strumento di impegno politico e sociale capace di veicolare messaggi, diffondere ideali, sprigionare passione. L’arte come missione, per abbattere i confini materiali (territoriali) e simbolici (culturali, religiosi, razziali,) di genere e di classe.
«Attraverso l’hip hop – racconta Elif – riesco a esprimermi. Anni fa ho anche disegnato l’animazione di un video. Non mi piace uscire. Ricordo che lo scorso agosto sono stata rinchiusa dentro casa per tutto il mese e con quel caldo cocente non ho fatto altro che ascoltare musica e dipingere in maniera maniacale. Il ritmo e la velocità fanno parte del mio dna e divento una macchina senza sosta quando ascolto hip hop».
Lei è pittrice, writer e fumettista e i soggetti dei suoi quadri, disegni, fumetti e murales raffigurano spesso animali e apparizioni inumane (la serie di felini, di cani, etc). La metropolitana di Istanbul ospita un suo murales gigantesco con una supereroina. Cosa rappresentano queste figure?
Ho sempre dipinto, sin da bambina, ma quindici anni fa ho iniziato a lavorare con i fumetti, conosciuti come la «quarta arte». È un mestiere duro e complicato e richiede molta devozione e motivazione. Non è sufficiente saper disegnare: devi avere una bella storia ed essere in grado di riprodurla. E’ necessario usare un proprio stile, un linguaggio originale e farlo in maniera tale che gli interlocutori lo possano comprendere. Bisogna avere una mente brillante. I disegni e i fumetti sono due discipline differenti; mi ritrovo spesso a un bivio in cui devo scegliere su cosa puntare per comporre la mia narrazione. Mi piacciono molto anche i murales: è però difficile oggi che riescano a sorprendere e incantare. Eppure possono creare un mondo, essere potenti e incisivi nel comunicare un concetto. I murales di protesta, con la loro forza e l’immediatezza dell’esecuzione (che non permette errori), sono la base solida di espressioni spontanee. La mancanza di regole, lo spettacolo, l’energia che trasmettono sono gli elementi che più apprezzo in questa forma d’arte.
Quale significato assume la street art in città come Istanbul?
Io intendo la street art come una prova eccitante della mia stessa esistenza, del mio respiro: aiuta a mettere da parte ciò che è falso e volgare, sepolto in anime inaridite e cementificate dal profitto. I graffiti, trovandosi in strada, hanno la capacità di comunicare e riaccendere l’animo dell’essere umano. Se vivi rinchiuso nel tuo palazzo, non puoi lasciar travolgere il tuo spirito da questo tipo di arte. Quindi, scendere in strada assume un potere simbolico. Il writing fa parte del mio lavoro, ma ritengo sia meglio esprimermi restando nell’ombra. Agire in segretezza consente di conservare un fascino indicibile.
Come fumettista lei ha collaborato con il magazine umoristico «Bayan Yani», diretto da sole donne che ha ospitato per lungo tempo la tua storia «My father & My Master». Lei si batte anche per l’uguaglianza dei diritti e l’empowerment delle donne turche. Qual è la condizione delle donne in Turchia? Esistono movimenti femministi?
Bayan Yani, con cui ho lavorato per anni, ha dato l’opportunità e il coraggio, sia a me che a altre fumettiste e fumettisti di esprimersi. Non è in grado però di superare il cliché che descrive le donne come vittime ed è circoscritto a una tipologia femminile disegnata e voluta secondo canoni maschili. Pertanto, non crea vero potere. Contrariamente all’opinione diffusa, credo che le donne turche abbiano la stessa concezione di libertà ed emancipazione di quelle che vivono in altri paesi europei. Noi turche veniamo percepite come individui con minore consapevolezza a causa di un fraintendimento culturale e dei precetti della religione musulmana. In realtà, la subordinazione e l’uccisione delle donne – che è una piaga sociale in Turchia – aumenta in maniera inversamente proporzionale rispetto al livello di istruzione. Viviamo in un’epoca in cui le donne, in generale, sono molto svalutate. Molte, a mio avviso, non hanno coscienza di sé e sono molto meno libere di quello che credono: sono giocattoli in mano ai media che contribuiscono ad edificare ruoli e stereotipi. Sono troppe a non avere rispetto né per il loro corpo né per il loro cervello.
[Grazia Rita Di Florio 15/04/2016]

domenica 10 aprile 2016

L’ultimo raccolto strappato alla paurae

Vite esemplari. "Al giardino ancora non l'ho detto", di Pia Pera: in forma di diario, l’epilogo di una vita allenata ai distacchi necessari per concedersi, in esclusiva, al più amato dei beni: il proprio spazio verde

Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera (Ponte alle Grazie, pp. 216, euro 15,00) è un finale di partita, la cronaca di una malattia inesorabile, l’ultima immagine del mondo elaborata da un essere vivente che sente arrivare la fine. L’unica forma possibile del libro era quella del diario, proprio perché questa immagine del mondo è mutevole e sfrangiata come una nuvola, e non smette di cambiare e di arricchirsi col passare del tempo, mentre le cose continuano ad andare di male in peggio.
Come la selva oscura di Dante, la malattia è un luogo e una condizione di cui è difficile riferire precisamente come ci si sia entrati. Anche la prima avvisaglia è in realtà una manifestazione dell’irreparabile. Un giorno qualcuno fa osservare a Pia che cammina zoppicando leggermente. Quel minimo atto di consapevolezza è una frattura che inaugura un tempo del tutto diverso da tutto ciò che può essere presentito, immaginato, appreso dall’esperienza di altri. Non solo perché la mente deve adattarsi a un’emergenza. Questo adattamento infatti è di per sé sempre provvisorio, ogni giorno che passa portando ulteriori difficoltà, erigendo nuove barriere fra l’io e il possibile.
Presto diagnosticata, la patologia è di quelle che peggiorano e basta, il massimo della scienza medica consistendo nel rallentarla e poco altro. Il decorso prevede la perdita progressiva dell’uso del proprio corpo: arti, organi volontari, tutto. Non c’è nulla che renda in qualche modo preparati all’appuntamento con la propria sorte. E Pia ci arriva troppo presto, tra i cinquanta e i sessanta, nel pieno delle forze. Ormai da molti anni, si era dedicata completamente a una passione che per molti è un semplice hobby e che per lei era diventata una filosofia e una vera e propria forma integrale di vita. Molte cose della sua vita precedente lasciandosi alle spalle, infatti, Pia Pera ha inventato e accudito uno splendido giardino, nella campagna di Lucca.
È un luogo indimenticabile, in cui ogni minimo dettaglio possiede una storia e un significato ben precisi, ma dove tutto, in virtù di un supremo e definitivo artificio, è dotato della potente, ammaliante bellezza del selvatico. I libri e gli articoli che intanto andava scrivendo, le conferenze, le interviste hanno presto fatto di Pia un’autorità internazionale in quest’arte del giardino che sta conoscendo (a differenza di moltissime altre arti) un’epoca d’oro sia in Italia che in America, tra innovazioni sorprendenti e meditati ritorni alle più antiche tradizioni.
Il giardino esige un accordo fondamentale tra la mente che inventa, proiettandosi nel futuro, e il corpo che esegue, adagiandosi ai ritmi delle stagioni e alle leggi, al tempo stesso immutabili e sorprendenti, della vita vegetale. Questa è la castastrofe che Pia Pera ci racconta nel libro: il progressivo sfinimento che le impedisce dapprima di piegarsi per raccogliere un cespo d’insalata nell’orto, e che finirà per costringerla a faticose visite in sedia a rotelle in quello che fino a poco tempo prima considerava quasi come un’estensione del suo corpo, o il frutto di una simbiosi. E proprio nel momento in cui ciò che aveva progettato per la sua vita, tagliandosi alle spalle molti ponti, si rivela rapidamente impraticabile, giunge all’autrice il soccorso di una poesia di Emily Dickinson, il cui primo verso, «I haven’t told my garden yet», fornisce al suo libro il titolo.
Quella di Emily Dickinson è una grande meditazione sulla mortalità. Se è vero che presto, troppo presto anche lei «penetrerà dentro l’Ignoto», come farà l’amato giardino a comprendere che la sua giardiniera non verrà più a curarlo? Meglio nascondergli la verità, meglio nasconderla anche all’ape che ronza fra i cespugli, alle foreste e alle praterie dove Emily ha amato passeggiare. Che non si faccia parola della morte, insomma, la cui coscienza lancinante è un appannaggio esclusivamente umano. Che il giardino non venga turbato dalla notizia che chi tanto l’ha amato e accudito è prigioniero di un destino ben diverso dal suo.
Sarà importante osservare, a questo punto, che molti libri affini per l’argomento a quello di Pia (libri anche molto belli e capaci di scuotere profonde emozioni) ci raccontano di una saggezza, o perlomeno di un nuovo e faticato accordo con la vita, che seguono alla scoperta della malattia e delle sue conseguenze. Tutto ciò che viene prima del trauma potrà essere rimpianto, ma ormai è relegato nel regno dell’inconsapevolezza, dell’approssimazione, della mancata capacità di decifrare gli eventuali segnali provenienti dal futuro. Il grande archetipo dei racconti di malattia è quello della caduta sulla via di Damasco, non perché necessariamente venga implicata una conversione, ma perché quell’evento genera una metamorfosi radicale, come un’iniziazione e dunque una seconda nascita conseguente a una morte simbolica.
Pia Pera, però, si porta dietro un’esperienza umana e artistica che la costringe a sovvertire questo schema classico. In qualche modo, che sicuramente non è stato del tutto cosciente, tutta la sua vita, anche quella trascorsa in salute, è consistita in una serie di rinunce e di distacchi, a partire dalla sua identità di scrittrice e di traduttrice di tanti capolavori della letteratura russa (citerò solamente le sue memorabili, efficacissime versioni dell’Onegin di Puškin e di Un eroe del nostro tempo di Lermontov).
Il giardino, in questo percorso d’esistenza, ha assunto il ruolo di manifestazione concreta di un desiderio di solitudine che non escludendo l’amore per il prossimo, concedeva allo spirito quella libertà che si ottiene solo sciogliendo o allentando gli innumerevoli vincoli sociali e psicologici che sono le sbarre delle nostre prigioni. E dunque si potrebbe pensare che Pia sia sempre vissuta pensando alla morte, come si propone di fare Prospero alla fine della Tempesta. Ma nessuno ci dirà mai se Prospero in questo modo sia arrivato più sereno di fronte al grande salto.
La verità è che l’unica saggezza sembra consistere nel renderti conto che ogni saggezza, alla prova dei fatti, possiede la stessa forza di chi l’ha coltivata. «Com’è che tutto questo non è stato chiamato col suo nome, paura della morte?», si chiede Pia mentre ripensa a sogni ricorrenti e molto lontani ormai nel tempo. «Com’è che avevo sempre creduto di non averne paura?». Durante le notti che sembrano interminabili, questa paura sembra dilagare come un’onda densa e scura nella mente di Pia. E noi pian piano, pagina dopo pagina, ci rendiamo conto che una filosofia, una terapia, una pratica di meditazione che pretendessero di annullare la fragilità di uno spirito affacciato sul vuoto non sarebbero altro che chiacchiere di fanatici.
È proprio perché non sa essere saggia fino in fondo che Pia può regalarci le sue lancinanti intuizioni terminali, può comunicarci qualcosa della «limpidezza dell’essere soli al mondo». Leggendo questo libro, ho immaginato la nostra vita come un grande transatlantico, con tanta gente che lavora, o mangia nelle sale ristorante, o dorme inconsapevole in cabina. E ho pensato a Pia, ancora su questa grande nave, ma al limite estremo della prua, affacciata sull’aperto, investita dalle raffiche della tempesta. Ancora ama ciò che ha amato, ancora ha paura, e se fosse in grado di scegliere l’ultimo pensiero, questo andrebbe a Macchia, la sua adorata cagnolina, molto più che a Dio, o al Nulla, o a una delle tante parole di cui ci riempiamo la bocca senza che significhino realmente qualcosa.
Prima o poi, tutti noi che viaggiamo in questa nave prenderemo il posto di Pia. E chi ha letto il suo libro gliene sarà grato come di un dono personale, di un amuleto, di una mappa per evadere dal recinto della disperazione.
[Emanuele Trevi 10/04/2016]

martedì 5 aprile 2016

Lo stupore contro la banalità

Uno dei libri che erano in scaletta e avremmo letto il prossimo mese, proposto da Silvia era  «L’uomo sulla bicicletta azzurra» di Lars Gustafsson

Ritratti. Lo scrittore-filosofo Lars Gustafsson, i cui romanzi sono tradotti in Italia da Iperborea, è morto sabato all'età di 80 anni. Ossessionato dal tema dell'identità del soggetto, fautore della meraviglia al posto della realtà, è autore di un ciclo americano ambientato in Texas, di «Morte di un apicultore» e «L’uomo sulla bicicletta azzurra»
Il linguaggio è creatore di mondi, spiegava solerte Popper alla fine degli anni Settanta quando all’universo delle entità fisiche (il cosiddetto «Mondo 1») e degli stati mentali (il «Mondo 2») affiancava quello relativo alle creazioni della mente umana, il «Mondo 3», la cui realtà ha uguale dignità e diritto d’esistenza di quella degli altri due. Ma la natura di questo mondo terzo è appunto linguistica, e Lars Gustafsson, che non era solo un letterato e scrittore, ma anche un puntuale studioso di filosofia del linguaggio – si formò a Oxford con Gilbert Ryle alla fine degli anni Cinquanta –, lo sapeva bene e proprio per questo, da «abitante di un universo in cui non si sentiva di casa», come il Lars Lennart Westin, morituro apicultore di genio del romanzo del 1978 (Morte di un apicultore, traduzione italiana di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea, Milano 1989), con il suo linguaggio di mondi ne creò infiniti, esercitando quella salvifica «arte di poter diventare qualcun altro» (L’uomo sulla bicicletta azzurra, Iperborea 2016) che lo caratterizzava nel profondo.
Lars Gustafsson che, come tutti i protagonisti del suo universo narrativo, era nato nel 1936 nel Västerås, Svezia centrale, due giorni or sono ha definitivamente abbandonato il Mondo 1 e 2 lasciando però ancora nel Mondo 3 tutte le maschere con cui volle rivestire il volto di quel se stesso che amava chiamare Chiunque.
Poeta, prolifico romanziere, giornalista e filosofo, insegnò fino al 2006 – per ben ventidue anni – Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, dove ambientò tra l’altro il suo magnifico «ciclo americano» (Storia con cane, 1994; Windy racconta, 1999 e Il decano, 2003, tutti tradotti da Giorgetti Cima ed editi da Iperborea) col quale riuscì a restituire con forza la desolazione di un deserto assolato e dimentico la cui voracità non è riuscita a spegnere la vitalità del suo pensiero.
Le sue storie e i suoi personaggi sembrano nascere infatti come immagini volatili attraverso la fessura degli occhi che scrutano un miraggio. Ossessionato dal tema della detestabile identità del soggetto, a cui dedicherà diversi romanzi (uno tra tutti La vera storia del signor Arenander, 1966), preferiva sentirsi e vedersi in absentia attraverso i diversi effetti che procurava sugli altri con la scrittura, piuttosto che apparire in prima persona: «Volevo dimostrare di essere vero, reale. E questo lo si può attestare in un unico modo: provocando un effetto su un’altra persona».
Attento lettore di Paul de Man, originale osservatore degli Yale Critics, è stato uno strenuo sostenitore delle grandi potenzialità che il linguaggio ha di trasmettere soprattutto esperienze, non soltanto concetti. La scrittura era per lui incapace di stare al passo con la velocità della realtà; per questo era convinto che il naturalismo in letteratura restasse sempre un passo indietro rispetto alla vita e che soltanto l’immaginazione, la visione onirica, fossero in grado di rendere ragione dell’accadere reale, e che i concetti si potessero spiegare mostrandoli in azione.
«Nulla è più brutale di un dato di fatto», mise in bocca al protagonista di uno dei suoi ultimi romanzi, è «come un sasso che affiora quando l’acqua – informe, e perciò capace di assumere mille colori e mille forme senza però mai snaturarsi – si ritrae», per questo non resta che rifugiarsi nell’immaginazione, la sola capace di produrre davvero dei cambiamenti nella realtà che viviamo. Immaginazione e meraviglia, quello stupore dinanzi alla realtà che non abbandonò mai lo scrittore-filosofo, sempre capace di distinguere nella trama della quotidianità quelle sporadiche epifanie che non sono che strappi attraverso i quali emerge un senso.
Perché è ancora e pur sempre lo stupore dinanzi all’essere ciò che distingue il filosofo, uno stupore a cui Lars Gustafsson è riuscito a dar voce attraverso lo sguardo di tutti i suoi personaggi, la cui caratteristica è sempre stata quella di interrogarsi, non darsi mai per vinti dinanzi alla spesso gravosa banalità del quotidiano.
Questo interrogarsi continuo assunse nella tecnica narrativa dello scrittore svedese un nome preciso, come lui stesso dichiarò in una recente intervista: «estetica della distrazione». I personaggi messi in scena dallo scrittore divagano infatti in modo inesausto, tanto che spesso le opere di Gustafsson sembrano un susseguirsi di libere associazioni, il cui flusso però non riesce mai a risultare noioso per il lettore, perché in quei personaggi interroganti egli si ritrova e vede rispecchiata una realtà che ha dentro, ma alla quale non riesce a dar voce. E si abbandona così al flusso di un narrare pacato, meditativo, come il movimento di una barca che dondoli sul lago calmo di Amänningen, nel Västmanland, sulle cui sponde lo scrittore ha scelto di vivere gli ultimi anni della sua esistenza.

venerdì 1 aprile 2016

Palcoscenico multiforme per l’orgoglio dei libri

Bookpride. Dopo il successo dello scorso anno, c’è molta attesa. Tra gli ospitit Ginevra Bompiani, Luisa Muraro, WuMing1, Gad Lerner, Francesco Remotti e Tommaso Pincio
bookpride
«Tanti altri mondi», così recita il sottotitolo della seconda edizione di Book Pride che designa anche quest’anno il proposito si stare al passo con i tempi presenti. Attualità, saggistica, narrativa, poesia e teatro, si schiuderanno lungo un programma nutrito. 
Da oggi a Milano a raccontarsi sono i luoghi possibili della letteratura, quelli delle frontiere e delle guerre, del lavoro – anche editoriale – che può riconnotarsi attraverso l’immaginazione. Scritture che traghettano fra le migrazioni discusse e narrate da Khalid Chaouki, Kaha Mohammed Aden e Frank Westerman o negli spazi dei rifugi e «santuari» animali presenti nel territorio italiano con Valentina Sonzogni, Sara D’Angelo e Leonardo Caffo. Sono tanti i mondi a disposizione, dalla indagine narrativa e d’inchiesta del libro di Simone Pieranni, Settantadue, che indaga il territorio della dialisi fino ad arrivare in Cina, quella «mutante» dello scrittore A Yi presente alla kermesse milanese.
In molti tuttavia si confronteranno, sia attraverso le numerose presentazioni di libri previste (Massimo Recalcati, Alessandro Bertante, Rossella Milone, Piero Dorfles, Shady Hamadi, Giuseppe Genna, Lidia Ravera, Laura Lepetit e altri), sia per quanto concerne gli incontri professionali; per esempio sul mercato digitale con il dibattito fra Marco Ferrario, Eugenio Trombetta Panigadi e Alessia Rastelli; inoltre sulla promozione della lettura insieme a Stefano Parise, Marco Zapparoli, Annarita Briganti, Gioacchino de Chirico e Marco Rossari; poi un incontro con Slc – Cgil in cui verrà presentata la Carta dei diritti universali del lavoro e infine «Nuove norme per garantire le pari condizioni», ovvero un approfondimento sulla legge sul libro sostenuta da Odei, con Sandra Zampa e Francesca Puglisi. Per la prima volta anche la discussione sul protocollo d’intesa editori-traduttori Odei-STradE.
Un ampio spazio viene dedicato anche all’editoria indipendente per ragazzi, «Book Young», provvisto di letture animate, laboratori creativi, poesia, e teatro delle ombre.
Per il programma completo si può consultare http://www.bookpride.net/programma/

domenica 27 marzo 2016

L’irriducibile Paolo Poli

[Gianfranco Capitta da "Il Manifesto" del 27/03/2016] 
Ritratti. L’attore fiorentino, scomparso venerdì a 86 anni, ha raccontato in scena attraverso la sua cultura multiforme e sterminata, l’Italietta e le sue istituzioni, i pregiudizi e i suoi comportamenti fascisti. Dagli esordi con la compagnia genovese la Borsa d’Arlecchino agli incontri romani, l’amicizia con Laura Betti e la lunga parentesi televisiva. Dai ’60 assurge a grande star del palcoscenico nazionale, con storie comiche, eppure di respiro intellettuale e politico


Se ne è andato con discrezione Paolo Poli, un mese dopo che un ictus l’aveva costretto al ricovero nell’ospedale romano Fatebenefratelli, dove la sua fibra fortissima era riuscita anche a superare una broncopolmonite. Stava per compiere 87 anni (era nato nel maggio del 1929), ma era ancora un «ragazzo», asciutto e scattante, lasciati da due anni i palcoscenici perché era difficile tenere in piedi una compagnia quando anche un teatro di quelli cosiddetti primari, non gli aveva pagato i cachet, pur dopo un mese di sala esaurita. Non era impossibile fino ad allora, incrociarlo su qualche marciapiede ferroviario attorniato da un bel numero di valigie e borsoni. Gli piaceva assai fare l’attore, e addossarsene fatiche e difficoltà, anche quelle di spostamento.
Ora che non ci colpirà più con le sue battute, sferzanti come frustate, forse qualcuno si dedicherà a studiarne seriamente lo straordinario talento, la cultura multiforme e sterminata, l’arte ipnotica con cui ha fatto polpette di istituzioni e nazionalismi, pregiudizi e comportamenti fascisti, esibizioni machiste e valori consolidati sui ruoli e sui poteri. Tutto questo, pur rivolgendosi in maniera privilegiata ad abbonati ed abbonate dei teatri più tradizionali, platee di giacche scure e pellicce fresche di parrucchiere, cui lui solleticava gli istinti più privati e inconfessabili, ne scopriva i limiti piccoloborghesi cantando canzonette d’epoca. Usando per altro la cultura più «seria» e la letteratura più amata, da cui lui poteva far scaturire il veleno moschicida dei buoni sentimenti falsamente intesi.
Del resto quel giovane fiorentino laureato su un drammaturgo francese, Henry Becque, e già avviato all’insegnamento (come la mamma, mentre il padre era carabiniere), aveva tutti gli strumenti per maneggiare i materiali più delicati. Ma l’amore per il teatro e l’intraprendenza civile lo fanno muovere già alla fine dei ’50 verso la Borsa d’Arlecchino genovese animata da Aldo Trionfo, e poi a Roma spinto da altri toscani come Franco Zeffirelli prima e poi Mauro Bolognini. Qualche parte in teatro, e tanti incontri cruciali ed elettrizzanti in quegli anni di boom anche dei costumi. Con Laura Betti divide addirittura la casa a via Margutta, e insieme scandiscono attraverso La ballata del pover’uomo lo sceneggiato tv tratto dal romanzo di Fallada. Con la Masiero fa le operette, ma con Sandra Mondaini fanno una pestifera coppia di bambini birignao. Filiberto ed Arabella.


Si apre per Poli la strada maestra della tv dei ragazzi, distaccamento milanese della Rai dove si trova a lavorare con Claudia Lawrence sublime maestra di mimo, Jacqueline Perrotin enciclopedica maestra musicale capace di frugare nelle canzonacce pre e postfasciste come nella grandeur militarista francese; e con loro collaborerà poi per tutta la sua vita in palcoscenico, come con Santuzza Calì per i costumi sfolgoranti, Lele Luzzati per i meravigliosi fondali da sillabario, e Ida Omboni per le incursioni letterarie più deliranti.
Dagli anni ’60 infatti Paolo Poli assurge a grande star del palcoscenico nazionale. Capace di costruire un teatro fatto di grandi storie con piccoli mezzi, di citazioni classiche che non distinguono tra scrittura alta e bassa, ma sono sempre impregnate di rivelazioni stupefacenti e di allusioni spesso e volentieri inferte sotto la cintura. Un teatro irresistibilmente comico, eppure di grande respiro intellettuale. Un teatro che è stato capace di essere aggressivamente «politico» ma senza volerla dare a vedere. Con effetti fragorosi sorprendenti, rappresentando il mitico futurismo marinettiano e «fascista» di Marinetti come Suggeritore nudo (letteralmente, appena velato da una calzamaglia a pelle), oppure scoprendo i deliri sacroerotici di Rita da Cascia, che gli valse denunce e censure.

Perché bisogna ricordare che una scuola di alta formazione è stata per Poli la mitica compagnia D’Origlia-Palmi, ultimo esemplare di ditta «all’antica italiana», di cui l’attore fu prima avido spettatore e poi reinventore originale. Così come lo fu, è notorio, l’altro asso del nuovo teatro italiano, Carmelo Bene: ci andavano tutti la domenica pomeriggio al teatrino di Borgo Santo Spirito, magari assieme alla suddetta Betti e ad altre future signore della scena, a bearsi e dannarsi dall’invidia e dalle risate, davanti a quelle vibranti «vite delle sante». Del resto era quasi un omaggio forever a Bianca D’Origlia quella Nemica in travesti di Nicodemi che consacrò poco dopo Paolo Poli signora per sempre di un teatro capace di rappresentare buoni sentimenti e nefandezze, i vizi e i pregiudizi della nuova Italietta scudocrociata, mammona e crudele.
Da allora ogni anno, al massimo due, il beato Paolo che aveva ormai perso il pudore dell’ipocrisia, divenne un appuntamento imperdibile per pubblici diversi: quello degli abbonati che i teatri allora tenevano in attivo, e quello di giovani generazioni che scoprivano la possibilità di un teatro divertente e irriverente, ma in grado di infliggere sonori manrovesci ai valori costituiti, ai loro potentati, alle polizie da grand guignol che ne erano custodi. Per di più partendo da una ispirazione letteraria di alto e altissimo livello: gli autori di culto del Poli lettore raffinato e multiforme, dal prediletto Palazzeschi (dalla cui invocazione «Lasciatemi divertire» nasceva il titolo della trasmissione tv dell’attore dello scorso anno) a Queneau, da Parise ad Apuleio, da Savinio alla Ortese, da Swift a Pascoli tra i molti. Ma anche quelli superpop, da Dumas a Carolina Invernizio, per altro rispettata anche da Gramsci. Racconti fantastici e spesso gotici, capaci di dare nella loro essenzialità brividi insieme di inquietudine e di ilarità. Riscattati nei finali e nei bis da certe canzoncine «peccaminose» d’inizio ’900: La lattaia, La petite tonkinoise, e altre piacevolezze pornomilitariste.
Cantate con qualche malizia e molta crudeltà, magari assieme a Jole Silvani che come Milena Vukotic per un periodo lo hanno accompagnato in scena. E masticate dal coro del pubblico devoto di tutte le età.
Lì si chiudeva il sipario (dopo il suo ineluttabile gesto della mano che indicava l’uscita, anche questo condiviso con Carmelo Bene) e da lì bisognerebbe ripartire per dare dignità e spessore a un teatro che non è stato mai visto in profondità. Spesso, anche nei primi commenti e ricordi sui giornali di ieri, si è finito per dare più importanza alla sua omosessualità e alla sua passione maniacale per il travestimento femminile. Che sono state appariscenti, anche perché Poli si divertiva a rispondere a quelle morbose curiosità sparandole ancora più grosse. Come quando approfondiva l’importanza estetica dei pompieri in servizio sul palcoscenico, o quando scegliendo il titolo per un libro di memorie, lamentava di aver avuto «tanti fiori, ma non il fioraio».
Irresistibile nella sua perfidia, crudele nella sua analisi antropologica, Paolo Poli era poi un fantastico narratore di favole per i bambini, e acutissimo nocchiero tra le ricette di Artusi registrate in un magnifico audiolibro. Ci ha insegnato e ci ha donato davvero molto; con la sua arte e col piacere che ci ha dato in tutti questi anni, bisognerà davvero fare i conti e rendergli i dovuti onori.

lunedì 21 marzo 2016

85 anni dalla nascita di Alda Merini


A tutte le donne
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra

Mi sento un po' come il mare: abbastanza calma per intraprendere nuovi rapporti umani ma periodicamente in tempesta per allontanare tutti, per starmene da sola.

La sensibilità non è donna, la sensibilità è umana. Quando la trovi in un uomo diventa poesia

È necessario che una donna lasci un segno di sé, della propria anima, ad un uomo perché a fare l'amore siamo brave tutte!

giovedì 10 marzo 2016

Ragazze all'infinito



Siamo ragazze volanti, nude, liberate. Non abbiamo timore di metterci in mostra ma non abbiamo perso la vergogna, siamo timide ma perverse, allegre seppure introverse. Ci scambiamo i cappelli, le chiome, gli sguardi, siamo una nessuna cinquecentomila, ci perdiamo tra le note, tra le rose, ci ritroviamo in altri mondi, dentro i caratteri tipografici di un volume ingiallito, in trasparenza tra i petali violacei di un iris. Stiamo in posa delicate, un piedino alzato, la caviglia sottile, come sui tacchi ma scalze, la terra ci è lieve come nuvola, ci torciamo avvitate verso un desiderio inaudito e inesaudibile, siamo gocce, essenze di fiori intensi, potenti come veleno radioattivo, lucenti tra sfumature scarlatte. Siamo bamboline mascherate su una torta di panna, siamo tappezzeria da suite azzurra di un albergo in decadenza, siamo decapitate dalla parola ma pensanti dai mille volti femminili.
Siamo donne, femmine, bambine, seduttive e smargiasse, smaglianti e teatrali, occhi racchiusi nel preciso disegno di un eye-liner da cui possono uscire raggi di fuoco, petali di rosa, lacrime di coccodrillo. Siamo farfalle circensi, moderatrici, immodeste modelle da accademia d’arte, uniche e imprescindibili, acrobate sguiscianti incomprensibili, motori di assassinii, natanti affacciate sul vuoto, belle natiche esposte con disinvoltura, forse maschile, ai passanti sulla via.
Ci distendiamo sul monte di Venere perché possediamo le doti dell’amore, la simpatia, la musica, la grazia e la passione. Ci massaggiamo le bianche dita dei piedi accovacciate sul monte di Apollo perché siamo focose brillanti artiste felici di successo. Perché laddove qualcuno ci dirà qualcosa di diverso ci mentirà, tradendo la fiducia concessagli, ferendoci il seno con un’aspide, in quell’istante preciso tondo unico saremo pronte a colpire, ad azzannare, a trasformarci da dolci figurine bidimensionali a virago predisposte ad uccidere. Nulla di tutto ciò diverrà verbo, nulla di tutto ciò accadrà se una equilibrata convivenza basata sul rispetto delle diversità rimarrà reale e fattiva.
Tra peonie e bulbi siamo le ragazze di Gauguin impallidite dalla non esposizione al sole, tra albicocche e frutto della passione non sappiamo cosa scegliere, ci rilassiamo in morbidezze petalose, vellutezze solleticanti la punta dei piedi o la mezzaluna della coda di sirena. Perdiamo lo sguardo nell’infinito ma non perdiamo la testa neppure se la vediamo allontanarsi senza meta e senza permesso verso un altrove. Siamo modelli arcaici, siamo senza tempo, evanescenti e pure, impalpabili eppure palpate e papabili, fisicità e destino, genesi e decomposizione, gioia massima e addii.
Portatrici di fortune e disgrazie, di bellezza a tripudio e di ossessione mortale. Vorremmo nascere e sparire, tornare a vivere e rinascere all’infinito, senza che uno scrittore posi mai la penna sul tavolo con la consapevolezza di una fine. Vorremmo non sparire mai.
Ci chiamiamo Odile Lucile Carmen Sonia Elise Armande Colette Lili Rose Arielle Henriette Martine Marthe Elsa Viviane Irene Blanche Louise Lise Sissy Camelia Angèle Clémentine Anna Alice Giselle Julie Ruth Adèle. Cognome paterno: Simenon.
(«Simenon», Rossella Fumasoni; Galleria Diagonale, Via dei Chiavari 75, Roma)
[Fabiana Sargentini da "il manifesto" del 10/03/2016]

mercoledì 2 marzo 2016

Alla conquista dei futuri lettori

Claudio Giunta, Il Sole 24 Ore, 29 febbraio 2016,
"E come è stato il suo di tempo?"
"Tutto sommato fortunato: Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano "Omero". Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri."
Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. E' difficle dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell'istruzione: trasmettere l'amore per i libri, libri di ogni genere, perchè questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così?
Ora, una delle buone idee del secondo Novecento è che l'amore per i libri non dev'essere trasmesso soltanto ai pochi predestinati che, come Scola, hanno un nonno che quei libri li ha letti, ma a tutti quanti, perchè tutti quanti hanno il diritto di entrare in contatto, per qualche anno della loro esistenza, con nozioni, idee, immagini, parole che non hanno una finalità pratica, come la coltivazione dei campi o la ginnastica, ma che "ci hanno detto e ci crediamo ancora" servono a vivere la vita in maniera più consapevole.
La scuola dovrebbe assolvere questo compito attraverso buoni insegnanti e buoni libri, e chiunque sia stato a scuola sa che i primi sono più importanti dei secondi, e che il mediatore (l'essere umano che parla in classe) conta più della cosa mediata (ciò di cui si parla in classe).
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sabato 20 febbraio 2016

ciao Umberto

LEGGERE
Chi non legge, a settant'anni avrà vissuto una sola vita. Chi legge avrà vissuto 5000 anni
CREDERE
I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti ad indagine.
CHI SCRIVE
Ognuno dovrebbe morire dopo aver scritto per non disturbare il cammino del testo.
SFOGLIARE
I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare.

mercoledì 17 febbraio 2016

Il lettore collettivo

Si riuniscono, condividono un libro per giorni, poi lo discutono insieme Da vicino. Parallelamente ai social, crescono sempre più i circoli letterari. In Italia solo quelli “ufficiali” sono più di 400. E non hanno nulla di virtuale
Il lettore collettivo
Chi sceglie i titoli da affrontare? Una somma di nomination o i consigli di un leader riconosciuto
MICHELE SMARGIASSI



Lo schema è semplice semplice. «Biscottini. Poi ci scanniamo. Poi, altri biscottini». È successo ormai un centinaio di volte, in sei anni, sempre qui, nella sala da tè di un bel bed&breakfast nel centro di Bologna, nido del gruppo di lettura Bookies&Cookies. Un libro al mese, una serata al mese di discussione bollente come un tè, «a volte fino alle lacrime». Più è calda e agitata, meglio è. «Sulla Ferrante è stata moscia, eravamo tutte d’accordo. Su Anna Karenina a momenti si arrivava alle mani». L’avvocata, la farmacista, l’impiegata, la mamma. Uomini zero, esclusi per statuto: «I lettori maschi», spiega Ilaria Zucchini, fondatrice, «cercano il palcoscenico ». Mentre è un’altra cosa, né raduno di critici letterari, né vanitoso social network. Ma cosa sono, allora, i gruppi di lettura? Oggetti culturali non identificati. Eppure tutt’altro che inediti, forse addirittura secolari, tutt’altro che invisibili, anzi studiatissimi, coccolati dalle biblioteche, lusingati dagli editori, analizzati dai sociologi. Oggetti che sembrerebbero impossibili, anacronistici nell’era del libro immateriale e della condivisione online. Però esistono, e non sono mai stati così tanti. Il portale Biblioclick promosso dal sistema bibliotecario Milano Nord-Est ne cataloga 408 in Italia, ma è una mappa a iscrizione libera e basta qualche verifica a campione città per città per realizzare che in realtà sono almeno quattro o cinque volte tanti. Con una media di una trentina di lettori a gruppo, fanno circa sessantamila italiani (italiane: la preponderanza femminile è schiacciante), lettori accaniti, che quando arrivano alla quarta di copertina non sono ancora soddisfatti. Vogliono di più. Lo cercano, e lo trovano, negli altri lettori. «Finora il gruppo ha letto oltre duecento romanzi», proclama con orgoglio quello che si ritrova alla biblioteca di Segrate.
Ma come, «il gruppo ha letto»? Sembra un paradosso. Nulla di più individuale della lettura, no? Almeno, da quando anche nei conventi non si legge più ad alta voce in refettorio. «Ma il precetto della lettura solitaria è rispettato », spiega Luca Ferrieri, bibliotecario di Cologno Monzese, pioniere e luminare riconosciuto del fenomeno, «solo in rari casi si fa lettura comunitaria ad alta voce. I gruppi sono uno spazio sociale intermedio, sospeso fra l’intimità sacra del rapporto fra autore e lettore e la collettività».
Ciascuno se lo arreda come crede, quello spazio. Non c’è una tipologia stabile. Costante è solo la prevalenza assoluta della narrativa. Ad ampio spettro però, classici e novità volentieri alternati. Rare le monomanie: una setta di solo-Jane-Austen a Bologna, una lobby rigorosamente proustiana a Milano. Più diffusi i gruppi di genere: gialli, libri di viaggio. Certi ammettono nuovi soci solo a invito, altri sono come autobus dove si sale e si scende a piacere. Il mondo web li corteggia, ma con suo probabile disappunto non riesce ad inglobarli: Anobii, ora sotto l’ala di Mondadori, con 300 mila utenti solo in Italia, è rimasto un sito di mutui consigli di lettura. Facebook ha lanciato un anno fa il suo gruppo “A Year of Books” (un libro proposto ogni due settimane), ha 617 mila followers, in fondo pochini. Del resto, alcuni gruppi ignorano del tutto il web, altri fanno uso intensivo ma complementare dei social network, mentre i gruppi solo online sono pochi e rischiano di essere bacheche di vanitosi aspiranti critici.



La lettura condivisa resta tutto sommato ben radicata nel mondo fisico. Molti gruppi si appoggiano alle biblioteche pubbliche. Ci sono grandi strutture come il Circolo dei lettori di Torino, autentica business class della lettura, sale eleganti, budget da 2 milioni di euro sostenuto da una fondazione, tutor professionali, duemilacinquecento soci, centottanta eventi al mese. Ed esperienze micro-garibaldine come “Viola legge” (dal nome della più piccola frequentatrice), qualche centinaio di lettori catalizzati dalla libreria editrice Kindustria in un paese di diecimila abitanti, Matelica, entroterra marchigiano. In mezzo, l’Italia carbonara dei “lettori forti” (bastano dieci libri l’anno, in Italia, per far parte dell’élite) che cercano altri lettori forti e fondano microsocietà di uomini-libro, dai nomi un po’ pedanti, “Gruppo di lettura di…” o viceversa romantici, “Club dei gatti libidinosi”, “Club dei lettori ispirati”. Non più clandestini, a Bologna il Festival dei lettori li ha per la prima volta portati su un palcoscenico lo scorso settembre. A Fahrenheit, la trasmissione bibliomane di RadioTre, Loredana Lipperini li sta convocando al microfono uno ad uno, ogni lunedì, scoprendo «un mondo di lettori resistenti a molte sirene, che difendono la lettura come puro piacere».
Tecnicamente, l’unico impegno del “lettore sociale” è di leggere lo stesso libro che leggono i consoci entro la data della discussione. Chi sceglie i titoli? Una somma di nomination, o viceversa il consiglio di un “leader” più o meno riconosciuto.
A Cervia, la biblioteca comunale ha formalizzato la figura del “maestro di gioco”, un po’ stimolatore, un po’ arbitro, che svela la natura dei gruppi come strani ibridi fra seduta di autocoscienza e role game. Talvolta, le discussioni si concludono con un voto. Tra le Bookies bolognesi, il medagliere vede in cima la Trilogia del- la città di K della Kristof e in fondo Sottomissione di Houllebecq, «buona intuizione, cattiva scrittura ».



Il mondo ufficiale del libro guarda con curiosità, ma anche con perplessità. I gruppi non hanno un progetto razionale di lettura, è il presunto difetto che qualche biblioteca cerca di correggere con percorsi guidati, a volte rovinando tutto. Lo spontaneismo è sacro. I gruppi sono un po’ presuntuosi, si sussurra nei convegni, pensano di poter fare a meno dei mediatori professionali, i recensori.
Sono un «fai-da-te della competenza », ha scritto Valerio Magrelli, poeta e saggista, che pure li apprezza come «profughi dalla desertificazione dei diserbanti televisivi ». Tutto vero. Ma sono proprio questi i loro punti di forza. «Non dobbiamo diventare dei critici per amare un libro», concordano le Bookies bolognesi. È l’orgoglio del lettore che rivendica la propria necessità, la propria specularità creativa rispetto all’autore, quasi su un piano di parità, sulla base del principio: un libro senza lettore non è compiuto. Se è la “cooperazione interpretativa”, per dirla con Umberto Eco, che realizza il senso di un testo, i gruppi di lettura ne sono la versione socialmente organizzata. Questo invadente lector in fabula incuriosisce e sconcerta gli autori stessi. «Ho condotto un gruppo di lettura su Dürrenmatt ma mi imbarazzerebbe partecipare a una discussione su un mio libro », ammette Ugo Cornia, scrittore.
Piccole minoranze forti, cultori orgogliosi della parola inquieta. Solo questo? Nella sala da tè bolognese, altro giro di biscottini. «Alla fine», medita Cristina, «il libro fa quel che ha sempre fatto, fa incontrare persone distanti, l’autore e il lettore, e i lettori fra loro. Il vero scopo in fondo è quello. Vede molti altre occasioni di incontri umani, in giro?».



Da “Pickwick” a Gadda il fascino discreto del club
MICHELE MARI

La Macchina del Tempo di Wells si apre con una lunga discussione fra l’inventore e una serie di personaggi tanto incuriositi quanto scettici: un editore, un giornalista, uno psicologo, un medico, un politico e diversi altri. Autorevoli rappresentanti dell’opinione pubblica vittoriana, essi compongono quel pubblico scelto che decreta il successo o l’insuccesso di qualsiasi “novità”: da questo punto di vista l’inventore wellsiano non è diverso da Bel-Ami o Dorian Gray, poiché come loro deve uscire vincitore da un confronto ravvicinato con i propri giudici, che egli dovrà sedurre prima ancora che convincere.
Il corrispettivo istituzionale di questa situazione, in cui si aggiornano le antiche accademie, è il “circolo”, declinato dai romanzieri nei modi più diversi: se per Wells è una riunione settimanale in un salotto privato, per Dickens è fondamentalmente una società itinerante (il circolo Picwick è ovunque tranne che nella propria sede), mentre per Conan Doyle o Conrad è piuttosto un club di fumatori; per i russi, quando non sia un covo di cospiratori, è spesso una società letteraria, dove i sentimenti patriottici e le tentazioni occidentali possono confliggere liberamente: diventerà poi, soprattutto in Italia e in Francia, il caffè letterario, luogo di affratellamento esistenziale e di accanite discussioni. Ma se al “caffè” associamo quasi automaticamente l’idea di avanguardia, il circolo è prevalentemente una roccaforte dei valori tradizionali: «Le prospere condizioni commerciali della città nostra», si legge nello statuto fondativo del Circolo Filologico Milanese (1872), «esigono un’istituzione di tal natura. Vogliamo avere un luogo dove ci riuniremo per studiare le lingue con la scorta di valentimaestri, ove troveremo giornali e libri italiani ed esteri; vogliamo che il Circolo diventi ritrovo della gente colta, garbata e studiosa. Letture e conferenze: feste no».
Feste no: fra chi trasse giovamento dalla frequentazione di un luogo così serio ci fu Carlo Emilio Gadda, al quale la riconoscenza non impedì tuttavia di satireggiarlo, per la sua pompa “trombonesca”, insieme ad altre due illustri istituzioni di quella Milano, il Conservatorio Giuseppe Verdi e il “noster Politèknic”.
Con tutto ciò, nella nostra immaginazione, il circolo rimane qualcosa di essenzialmente anglosassone. Ircocervo di ristorante, caffè, sala da biliardo, sala di lettura e
fumoir, il club è quella zona limbica in cui non si è né al lavoro né a casa, né totalmente in pubblico né in privato; è per eccellenza il luogo dell’abitudine (il proprio tavolo, la propria poltrona, il proprio sigaro, “il solito” da bere) e di quelle pubbliche relazioni che vogliano essere anche un po’ private; dunque, di necessità, anche dell’understatement. Ci sono scrittori che qui hanno saggiato le proprie trovate narrative, al punto da tematizzare il circolo stesso come cornice di un romanzo, di un racconto o di una serie di racconti: Kipling, Conrad, James, Conan Doyle, Wilkie Collins ci fanno ascoltare personaggi che chiacchierano di altri personaggi, a volte trasmettendoci un senso di frivola dispersione, a volte (come per il Marlow conradiano) di morbosa fissazione. E tuttavia il caso più esplicito di interiorizzazione narrativa di un circolo va cercato in Francia, in quelle Serate di Médan (1880) che raccolgono le novelle di sei scrittori ospitati e coordinati da Zola: e forse fu proprio per rinnegare un così impegnativo battesimo consociativo che qualche anno dopo uno di loro, Huysmans, scrisse il libro più solipsistico e asociale dell’Ottocento, À rebours.



Michele Mari è uno scrittore, tra i suoi romanzi Di bestia in bestia e Roderick Duddle pubblicati da Einaudi

mercoledì 27 gennaio 2016

Giorno della Memoria

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case, 
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è un donna,
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

mercoledì 13 gennaio 2016

Il digiuno culturale

Oggi su “la Repubblica” è comparso un articolo di Laura Montanari dal titolo Il digiuno culturale che presenta uno spaccato sulle abitudini degli italiani che non leggono libri, non vanno ai concerti o a teatro. Ignorano le rassegne ed il cinema (1 su 5) per scelta.
I “no-cult” non sono marziani e nemmeno abitano in una riserva indiana, sono nell’Italia di oggi calati nelle città e soprattutto nei piccoli comuni sotto i duemila abitanti dove il teatro è chiuso da tempo, il cinema o la sala parrocchiale da qualche anno, la cartolibreria ha tirato giù le saracinesche ancor prima della crisi per far posto a un negozio di abbigliamento o di telefonia. Vivono più al sud che al nord tanto per ribadire l’Italia a due velocità. Sono tanti i “no-cult” quando i capelli imbiancano parecchio dai 60 anni in su. Lì lo strapotere della tv  non si argina.
Come dice giustamente Fabrizio Tonello docente di Politica comparata all’università di Padova e autore de “L’età dell’ignoranza” magari non hanno comprato il giornale ma lo hanno letto al bar, magari non sono andati al cinema ma hanno visto alla televisione un film di Woody Allen. Oppure scaricano web series, musica, libri o posso aggiungere la mia esperienza sottolineando che non sempre si compra un libro ma lo si prende in prestito alla Biblioteca, non si va spesso al cinema ma si noleggia un film in videoteca.
Il divario Nord-Sud resta abbagliante. Il problema è politico, servono incentivi e contenuti dice Stefano Massini drammaturgo e consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano.
Mi riallaccio ad un articolo comparso domenica su “Il Sole 24 Ore” di Franco Matticchio che parla delle scrittrici canadesi: quelle degli annoi 30 (da Munro a Atwood) e quelle degli anno 60.
Negli anni 60 il governo centrale canadese cominciò una politica di sostegno alla letteratura, con finanziamenti, borse di studio, residence per scrittori. Forse non un aiuto all’ispirazione ed al talento, ma certo un contributo alla possibilità a concentrarsi sul mestiere di scrivere e un riconoscimento della sua importanza e della necessità di un contesto favorevole.
La politica deve rendere fruibile la cultura – riprende Massini – è una missione bisogna decentrare. Per fare un esempio in Toscana ed Emilia e altri posti gli spettacoli vengono programmati dalle Regioni nei piccoli Comuni.
Se si reputa il patrimonio artistico una fonte di ricchezza - dichiara Natali ex direttore degli Uffizi – bisogna incentivare la Storia dell’arte a scuola. Solo lo studio genera conoscenza e risveglia l’interesse.
In un paese dove la tv tocca il 92 per cento degli spettatori, libri e giornali arrancano: il 2015 almeno è l’anno in cui si ferma l’emorragia dei lettori. I libri sono snobbati dalla metà delle donne che comunque leggono più degli uomini. Tra chi si dedica alla lettura poi, il 45.5% ammette di leggere al massimo tre libri all’anno e sono in particolare i giovani.
Mariapia Veladiano  sostiene che leggere non è questione di tempo. Il report annuale 2015 di We are social racconta che mediamente gli italiani passano quattro ore e 28 minuti si internet, due ore e 30 minuti su piattaforma social, due ore e 39 minuti davanti alla tv. I più teledrogati d’Europa. Dentro questo oceano di ore un libro all’anno o uno spettacolo teatrale non sono questione di tempo.
Cultura e potere hanno viaggiato insieme a lungo e chi non frequenta libri e giornali soffre ancora di un moderato  disagio. Poco poco, perché il potere si sta emancipando con fiera baldanza dalla cultura e da Tremonti in poi si sa che “con la cultura non si mangia” e ormai non essere laureati è quasi un requisito per far carriera politica.
A parte la scuola, e infatti l’Istat dice che sono proprio i bambini e i ragazzi i principali fruitori culturali, non c’è molto del nostro ordinario mondo quotidiano che racconti che la cultura è importante. Ogni paese ha le sue storie. La nostra dice che libri, musei e teatro sono per ora cose di scuola. Non basta, ma graziealcielo c’è la scuola.

venerdì 1 gennaio 2016

Odio il Capodanno, Antonio Gramsci

Stamane ascoltando RAI3 citavano un articolo che Antonio Gramsci scrisse nel lontano 1 gennaio 1916, sull'Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole. Lo stesso articolo venne riportato il 31 dicembre 2014 su Internazionale:

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. 
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo