venerdì 20 gennaio 2017

Behind the Mountains, Ragnar Axelsson

Il ghiaccio è malato: parole che colpiscono Ragnar Axelsson (detto anche Rax), quando per la prima volta – oltre vent’anni fa – le sente pronunciare da un vecchio nella città più a nord del Circolo Polare Artico. Da quel momento, quella che è una fascinazione per il paesaggio artico quasi irreale e le persone che lo abitano (prevalentemente Inuit) diventa una missione per Rax (Kopavogur, Islanda, 1958).
Conosciuto per le straordinarie fotografie che parlano di sfida, sopravvivenza, orgoglio e anche di un silenzio millenario – tra i suoi libri più noti Faces of the North (2004), Last Days of the Arctic (2010) e Behind the Mountains (2013) – Axelsson ha scelto di continuare a documentare negli anni il destino del grande Nord per sensibilizzare l’umanità sui problemi che investono tutti: dalle repentine trasformazioni economiche e sociali a quelle climatiche. Tematiche affrontate in occasione della mostra Artico. Ultima frontiera (a cura di Denis Curti) alla Casa dei Tre Oci di Venezia (fino al 2 aprile) in cui il lavoro dell’allievo di Ingibjörg Kaldal e di Mary Ellen Mark è affiancato dai reportage dell’italiano Paolo Solari Bozzi e del fotografo-biologo danese Carsten Egevang.
Passione o ossessione? È dal 1987 che l’Artico è il soggetto delle sue fotografie…
In realtà ho cominciato prima, ma dall’87 ho iniziato a fotografarlo sistematicamente. Ci torno ogni anno per almeno due settimane ma posso restare anche quattro o cinque. Dipende dal luogo di destinazione. In principio, mi hanno portato lì le vecchie storie dei grandi esploratori che avevo letto. Stavo anche imparando a volare. Il mio primo viaggio in Groenlandia è stato su un’aeroambulanza. Ero copilota, ci occupavamo del soccorso di persone in pericolo. Andammo a recuperare un paziente che si era fatto male, ma per due o tre ore non riuscimmo a trovarlo perché era ubriaco. Quello che avevo visto non mi era piaciuto; più tardi, trovai i miei grandi eroi nei cacciatori Inuit che vivono nel ghiaccio da così tanto tempo.
Qual era il confine tra la sua immaginazione e la realtà?
Volevo conoscere chi viveva in un posto del genere, così diverso da quello in cui vive chiunque di noi. La realtà? Faceva freddissimo. Allora non pensavo certo al cambiamento climatico o cose del genere: in ogni momento mi congelavo. Ho verificato le difficoltà che dovevano affrontare le persone del luogo per poter vivere in quelle condizioni, cacciando da centinaia di anni per sopravvivere. È una lotta. Ora i tempi sono cambiati, ma la loro era una vita affascinante, così lontana dall’immaginazion e destinata a svanire: le nuove generazioni si rifiutano di cacciare. Vogliono confrontarsi con uno stile di vita diverso.
Nelle sue foto vediamo anche le donne. Hanno un ruolo particolare in quella società?
All’inizio non le riuscivo a fotografare. Diversamente dai cacciatori non trascorrono molto tempo fuori. Stanno spesso in casa e non amano farsi fotografare. Con gli uomini, poi, è più facile, perché non si pongono il problema se vengono bene o se hanno il vestito giusto. Ora, però, mi sto occupando di più delle donne in Groenlandia e in tutto il resto dell’Artico. Anche loro sono delle eroine.
Come fotoreporter del quotidiano «Morgunblaðið» – per cui lei lavora dal 1976 – è abituato a fotografare a colori, ma per il progetto dell’Artico ha sempre utilizzato il bianco e nero…
Da ragazzo sono cresciuto leggendo e guardando riviste come Life, Stern, Paris Match, dove le immagini erano in banco e nero. Ho iniziato anche a fare pratica nella camera oscura di mio padre, che fotografava parecchio. La fotografia in bianco e nero è stato un passaggio naturale. Tutte le immagini del mondo sono a colori, ma il bianco e nero lascia spazio per l’immaginazione. Poi, soprattutto quando si è in Groenlandia, in mezzo alla neve, il bianco è l’unico colore. A volte, c’è anche l’azzurro. Il bianco e nero in camera oscura permette di aggiungere qualcosa dei propri sentimenti.
Viaggiare nell’Artico comporta delle difficoltà. Le è mai capitato di sentirsi in pericolo, di sperimentare la paura?
Come fotoreporter ho vissuto momenti difficili. Quando ci si trova in paesi come la Groenlandia, o anche l’Islanda, si combatte contro il tempo atmosferico, contro il freddo. Non c’è altro che il ghiaccio e questo può venire giù. O improvvisamente può alzarsi la bufera. È una questione di minuti, dieci minuti e la tempesta si abbatte su di te. Non penso mai al pericolo, ma il rischio è palpabile. Del resto se ci pensassi, non mi muoverei più. Con l’età che avanza, si diventa più accorti. A 25 o 30 anni, la vita è infinita. Ma credo che se si è positivi, nel giusto stato d’animo, si affrontano meglio le situazioni. Un cacciatore, una volta, mi ha detto che il sole sorride a chi esce felice, senza preoccupazioni. Credo sia così per qualsiasi cosa della vita. Almeno per me lo è.
La potenza della natura è al centro delle sue fotografie, ma allo stesso tempo ne viene sottolineata la vulnerabilità con i drammatici grandi cambiamenti climatici…
Sì, sta succedendo velocemente. All’inizio non ne ero consapevole. Un vecchio che ho incontrato a Thule, la città più a nord del Circolo Polare Artico, quando passavo davanti a lui – ci passai ogni giorno, nei cinque che sono stato lì – annusando l’aria mi indirizzava frasi che non capivo, finché non ho chiesto a un amico di tradurre le sue parole. «C’è qualcosa di sbagliato – diceva – Non dovrebbe essere così. Il grande ghiaccio è malato». Cominciai a pensare a quelle parole, perché venivano da qualcuno che sapeva cose che altri non potevano conoscere. Mi chiedevo cosa realmente stesse accadendo. Quella è stata la mia prima considerazione sul cambiamento climatico e tutto, poi, si è succeduto repentinamente. Sulla parete, qui accanto, ci sono due immagini con un iceberg, che ho scattato nel fiordo di Sermilik, dallo stesso punto ma a una distanza di vent’anni l’una dall’altra – nel 1995 e nel 2015 – nello stesso periodo dell’anno. Immagini che mostrano quanto sia spaventoso quello che sta succedendo: nella seconda, infatti, il ghiaccio è quasi del tutto sparito. Ecco perché ho deciso di continuare a fotografare l’Artico, pubblicare libri e fare mostre. È diventata una missione per le generazioni future. I ghiacciai si stanno sciogliendo e tra duecento anni non ci saranno più.
C’è una ricetta culinaria islandese – l’Hakarl con lo squalo fermentato – molto simile al Kiviaq degli Inuit: foca farcita di gabbiani e altri uccelli marini lasciati a decomporre…
In Groenlandia la foca viene riempita con gli uccelli e poi interrata. È terribile! (ride). Non l’ho mai assaggiata, però ho mangiato lo squalo. Il Kiviaq è un piatto tradizionale che appartiene al passato legato alla sopravvivenza, perché era un modo per mettere da parte del cibo quando non si era in grado di cacciare. È tipico del nord, dell’area di Thule, in altre zone non è diffuso.
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SCHEDA

«Artico. Ultima frontiera. Fotografie di Paolo Solari Bozzi, Ragnar Axelsson, Carsten Egevang (a cura di Denis Curti), realizzata in collaborazione con Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie alla Casa dei Tre Oci di Venezia (fino al 2 aprile) è un racconto sincero e corale attraverso 120 scatti in bianco e nero che conducono nel lungo silenzio d’inverno, sospeso nella dimensione atemporale della neve e del ghiaccio che si anima con lo scatto di un cane, la velocità di una slitta, la mano di un cacciatore, il verso delle foche, l’odore del bue muschiato. Ma la mostra è, soprattutto, un grido d’allarme, come ricordano i documentari che accompagnano l’esposizione – «Chasing Ice» (2013) di Jeff Orlowski, «Sila and the Gatekeepers of the Arctic» (2015) di Corina Gamma e «The Last Ice Hunters» (2016) di Jure Breceljnik & Rožle Bregar
[Manuela De Leonardis 20801/2017]

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