venerdì 20 gennaio 2017

Mi è capitato, a cura di Aldo Colonnello


Nato ad Andreis, un piccolissimo paese friulano vicino a Pordenone, nel 1949, Federico Tavan è morto nella stessa Andreis nel 2013 dopo aver vissuto una vita difficile, fatta di ricoveri periodici dentro strutture psichiatriche – a partire dall’adolescenza – e di povertà, salvo usufruire negli ultimi anni dei benefici della legge Bacchelli. Era un poeta, Federico Tavan (a volte scriveva in italiano, più spesso in dialetto): un irregolare, nel senso che non rispettava precise logiche formali e non conosceva l’ortodossia del verso, e tuttavia possedeva una propria musicalità e un proprio stile.
LE SUE POESIE erano spesso personali, muovevano cioè dalle sue condizioni materiali di vita, come fossero – o potessero diventare – un osservatorio speciale sul mondo. Il mondo contro cui spesso si scagliava, con una rabbia e una indignazione simili a quelle di certe poesie politiche di Pasolini, di cui non a caso invocava il ritorno «in questo tempo» perché sentiva «il bisogno fisico/ di qualcuno che ritorni/ a sporcare». Nessun cliché o percorso scontato, certo si deve fare attenzione ad anteporre l’eccentricità alla sua scrittura. Tavan era infatti un poeta a prescindere dal suo disagio mentale, capace di fissare immagini fortissime pur nella loro scarna immediatezza.

DI LUI CI RESTANO alcune raccolte, alle quali ora si aggiunge la sua preziosa autobiografia, Mi è capitato (pp. 88, euro 15), appena pubblicata a cura di Aldo Colonnello e con la prefazione di Paolo Medeossi dalla casa editrice Forum di Udine (in collaborazione con il Circolo culturale Menocchio). E si tratta di un’opera cui può essere attribuito a sua volta carattere poetico a tutti gli effetti, al di là dei dati di verità che contiene.
Ciò che viene raccontato è una parabola biografica parziale, comincia dall’infanzia ma si interrompe nel 1968 – pur essendo stata scritta nel 1982.
All’interno di questo circoscritto spazio temporale Tavan riesce a dire tutto, anche cose tremende, e a farlo in poche pagine: la «vecchia, molto cattiva» che in paese chiamavano tutti strega e che, prima che Tavan nascesse, a sua madre incinta aveva preannunciato la nascita di un «mostro», di «qualche cosa che non è nostro», quasi prefigurandone le future difficoltà di vita, la nonna che parlava sempre, il padre che non si apriva mai, la solitudine fin da bambino, a scuola, poi il collegio, i rapporti con le donne, i ricoveri.
EPPURE, nonostante le vicissitudini dolorose, il tono è sempre lieve. L’immagine che ne emerge corrisponde bene a quella che di Tavan, con parole molto belle, aveva fornito Danilo De Marco (le cui foto peraltro arricchiscono il libro, insieme a quelle di Mario Dondero e di Paolo Medeossi): un uomo indifeso, che proprio grazie a questo era capace di dire, di essere e di fare quello che spesso non è capace di dire, essere o fare chi erge invece barriere fra sé e il mondo.
[Niccolò Nisivoccia 20/01/2017]

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