martedì 7 febbraio 2017

Vite periferiche, Enzo Scandurra


Enzo Scandurra, aveva già dato prova del suo talento narrativo con un libro su Roma, Vite periferiche (2012). Un testo che combinava originalmente descrizioni e riflessioni su quartieri e spaccati urbani della capitale con frammenti intensi e sorprendenti di racconti vita. Ora ritorna più decisamente sul versante letterario con una sorta di diario pubblico, che mescola sapientemente autobiografia con la storia della sua generazione, rivissuta attraverso alcuni flashback particolarmente significativi.
FUORI SQUADRA (Castelvecchi, pp. 118, euro 17,50), il titolo del nuovo lavoro, è anche la chiave di tutta la storia, una espressione che rinvia alla condizione di disadattamento e di spiazzamento vissuta dal protagonista per tutta una vita. L’immagine, spiega l’autore, ha origine dal compito di disegno nella facoltà di Ingegneria che imponeva agli allievi di squadrare il foglio prima di elaborarvi all’interno il disegno proposto dal docente. Ma l’espressione «il tempo è fuori squadra» è sulla bocca di Amleto, allorché scopre l’uccisione del padre ad opera dello zio. Il tempo fuori squadra è il corso naturale delle cose uscito dai cardini, precipitato in un disordine imprevisto.
«ESPRESSIONE quella di Amleto – scrive Scandurra – adeguata allo stato d’animo che provavo quasi quotidianamente di fronte al processo di imbarbarimento del presente: che tutto il mondo procedesse in un vortice di autodistruzione senza che nessuna autorevole voce gridasse alla vergogna, allo scandalo planetario». In questo «diario», tuttavia, il fuori squadra è innanzitutto una condizione psicologica del protagonista, una costante esistenziale che costituisce la traccia profonda di confessione e di verità messa sotto gli occhi del lettore. È la sensazione persistente di disagio, un sentirsi fuori posto, che ha origini nell’infanzia, vissuta in un quartiere periferico di Roma e che continua nell’adolescenza e nella prima giovinezza, quando i rapporti con gli amici si sentono sbagliati, estranei alla propria sensibilità e vocazione. Un fuori posto che ha un avvio istituzionale, destinato a influenzare la futura vita professionale e dunque tutta la vita: l’iscrizione all’Istituto tecnico industriale. Per un adolescente che amava le letture solitarie di Proust, Kafka, Dostoevskij instradarsi a quel tipo di studi per volontà paterna era qualcosa di più che fare uscire di squadra il proprio tempo.
UNA CONDIZIONE di estraneità e disadattamento continuata anche con l’iscrizione e la frequenza a Ingegneria, che, pur affrontata con successo e coronata infine con la docenza, era vissuta come una impresa estranea al fondo più genuino del proprio sentire e della propria vocazione. È con gli ultimi decenni che il fuori squadra privato si fonde con quello pubblico, con un sentirsi fuori posto rispetto alla comune storia del mondo che abbiamo sotto gli occhi.
Il libro non è un racconto lineare, c’è un andirivieni temporale che tuttavia non impedisce al lettore di seguire una storia coerente. Anche perché esso si compone, quasi cinematograficamente, per quadri. Sono rievocazioni molto vivide di persone, luoghi, eventi: la conoscenza fortuita di Pasolini nel suo quartiere e poi a Fiumicino, il processo a Braibanti, momenti del ’68 e il volantinaggio davanti alle fabbriche, gli amori della giovinezza, un ritratto per drammatico di Carla Ravaioli, i funerali di Ingrao. Tutti fatti, persone, vicende che Scandurra – con la naturalezza dell’urbanista insopprimibile che è in lui – riesce sempre a raccontare negli scorci sontuosi o degradati (palazzi, vie, piazze) di quella scena senza uguali che è la città di Roma.
QUESTI QUADRI non costituiscono, tuttavia, un mosaico in disordine. Non solo perché sono tenuti insieme dal «fuori squadra», da questo sentimento costante di inadeguatezza che dà il colore a buona parte delle esperienze raccontate. C’è un altro filo rosso che tiene insieme le vicende disparate della biografia: è l’ombra della malattia, l’onnipresenza del cancro.
È con questo evento che ha inizio l’autobiografia di Scandurra, raccontata con doloroso coraggio nella sua portata di mutilazioni e di sofferenze, negli stati d’animo della paura e dell’angoscia. In queste, pagine scritte come in una estraniata confessione, c’è in fondo la ragione di tutto il libro. La minaccia della morte costringe a guardarsi indietro e intorno, a fare bilanci, a valutare il senso di un percorso personale dentro la grande storia che abbiamo attraversato.
E in questo bilancio non c’è nessun autocompiacimento introspettivo e nessuna autoassoluzione, c’è il racconto di un continuo sforzo di entrare nel quadro, di mettersi in sintoia con gli altri e con il proprio tempo.
Perciò, malgrado l’incombere costante della malattia, a emergere nel libro è in fondo la strenua volontà di farla rientrare negli accidenti temporanei di un percorso, all’interno di una tensione più generale, che è la mai dismessa lotta per dare il proprio contributo solidale, un qualche frammento di senso alla propria e alla nostra comune storia.
[Piero Bevilacqua 7/02/2017]

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