martedì 3 gennaio 2017

Habemus Corpus


Fra i molti itinerari che ci si può costruire nei giorni di festa, che sono tali perché privi di incombenze e orari, uno dei miei preferiti è l’ozio apparente, quella condizione che, vista da fuori, dà l’impressione di estremo sfaccendamento mentre, in realtà, si lavora tantissimo.Per diventare dei veri oziosi apparenti servono pratica, curiosità, fiducia nella pagina bianca anche metaforicamente parlando, tempo e il luogo adatto. L’ozio apparente ha infatti bisogno di un alto tasso di solitudine che non è l’isolamento totale dal mondo, ma la capacità, e possibilità, di stranirsi dal contorno con i pensieri. Se si vive in una comunità familiare o amicale chiassosa, si parte svantaggiati perché serve tapparsi le orecchie e non sempre è facile riuscirci.
Ai bambini di solito l’ozio apparente viene benissimo ed è una condizione che i grandi chiamano, con sommo disprezzo o sufficienza,«Andare in oca». Lo sguardo si fissa in un punto senza realtà vederlo, si entra in una specie di trance, il corpo si immobilizza mentre i pensieri cavalcano. Quando l’ozio apparente funziona, fa riscoprire, o scoprire, il piacere di inventarsi la giornata rimescolando azioni e orari. È meno semplice di quanto si creda, anche perché le insidie sono tante. Ci sono i sensi di colpa, i pensieri sulle incombenze che incombono, la disabitudine a spettinare le regole, il cellulare che ci riporta continuamente al presente, le notizie che arrivano da questo sbrindellato e massacrato mondo.

In questo passaggio di anno, mentre da una parte si festeggiava con i fuochi d’artificio e da altre si continuava a sparare, il mio ozio apparente mi ha portato sulla strada di Franz Kafka e Jonathan Swift. Leggendo Come non educare i figli. Lettere sulla famiglia e altre mostruosità scritte da Kafka alla sorella Elli, alla fidanzata Felice e al padre (L’Orma Editore), mi sono imbattuta nell’elogio di Swift e della teoria sull’educazione dei figli che lo scrittore irlandese racconta ne I viaggi di Gulliver a Lilliput.

Nel tentativo di convincere la sorella a mandare il primogenito Felix in una scuola pionieristica a Hellerau, Kafka fa suo il pensiero sulla natura ‘animale’ della famiglia messo in pratica a Lilliput. Secondo Swift, e i lilliputiani: «Dato che l’unione dei sessi si fonda sulla grande legge della Natura per propagare e continuare la specie, sostengono che uomini e donne si uniscano né più né meno che come gli altri animali, seguendo l’effetto della concupiscenza; l’affetto per i figli deriva dallo stesso principio naturale. Per questo non sfiora loro il cervello che un figlio debba sentirsi in obbligo verso il padre per averlo generato o verso la madre per averlo messo al mondo; la nascita, se si considerano le miserie della vita, non è, in sé, né un beneficio né un atto di volontà dei genitori, in tutt’altre faccende affaccendati nei loro convegni amorosi.
Per questi e simili ragionamenti, è loro opinione che i genitori siano gli ultimi a cui si debba affidare l’educazione dei figli». Kafka perfeziona quel pensiero aggiungendo che: «Dipendendo solo da se stessa, ogni famiglia non può uscire da sé e unicamente da sé non può creare un nuovo uomo; quando tenta di farlo tramite l’educazione famigliare commette una sorta di incesto spirituale». E ancora, sottolinea come sia impossibile ottenere un equilibrio giusto all’interno di questo animale-famiglia: «Per la disparità delle sue parti, ossia l’enorme superiorità della coppia di genitori sui figli, una superiorità che si protrae per anni». Consiglio di rileggere I viaggi di Gulliver. La presentano come una fiaba per bambini, in realtà farebbe un gran bene a molti adulti.
[Mariangela Mianiti 3/01/2017]

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