lunedì 4 luglio 2016

La notte dimenticata dagli angeli, Natsuo Kirino

Chi si accinge a leggere Natsuo Kirino, regina del noir giapponese e scrittrice popolarissima nel suo paese, deve armarsi di pazienza e soprattutto di fede. La sua non è una di quelle penne capaci di trascinare in poche pagine il lettore. Ha uno stile quasi piatto, a prima vista monotono. Adora i dettagli e li descrive con minuzia. I dialoghi, lunghi, sempre privi di guizzi, hanno essenzialmente la funzione di far progredire la narrazione, quasi mai quella di mettere in luce la psiche dei personaggi o di rivelarne qualcosa in più. Però, se si va avanti nella lettura, si scopre come proprio questo stile che rifiuta ogni tentativo di brillare, che procede lento e inesorabile a mo’ di una macina, sia in realtà avviluppante. Natsuo avvolge poco a poco il lettore e lo trasporta, senza quasi permettergli di accorgersene, nel suo torbido universo, fino a che non ci trova completamente immerso.
Il nome vero della autrice, nata nel 1951, è Mariko Hashioka, ma tutti i ventiquattro romanzi e le quattro raccolte di racconti sono stati firmati con lo pseudonimo di Natsuo Kirino. Il suo modello di noir è in superficie molto fedele all’hard-boiled classico, soprattutto nei romanzi che hanno per protagonista fissa l’investigatrice Murano Miro, ma sotto pelle è traversato da temi più eclettici e da cifre stilistiche molto meno tradizionali di quanto non appaia a prima vista. Ancora più dei maestri americani, l’autrice giapponese mira a raccontare la realtà sociale del suo paese, in particolare nei suoi aspetti più nascosti, dall’underworld criminale alla condizione delle sue fasce più povere. Ma lo fa sempre da un punto di vista femminile, facendo delle donne non solo le protagoniste ma anche il vero motivo portante e fisso della sua narrativa. Sono le donne il vero oggetto d’indagine di Natsuo Kirino, femminista libera da qualsiasi tentazione agiografica o retorica: Natsuo racconta, descrive e indaga le donne del suo paese nelle relazioni tra loro e con gli uomini, nelle pieghe inconfessate della loro sessualità, nelle debolezze che si prestano a essere sfruttate dai maschi, nella morbosità dei rapporti con le famiglie.
La formula «femminismo noir», adoperata spesso per indicare la sua narrativa, non va intesa solo come allusione a un genere, perché proprio le zone d’ombra della femminilità sono il suo campo, e gli stessi personaggi maschili sono usati sempre in funzione del medesimo scopo: servono a mettere più nitidamente a fuoco le aree più intime e spesso oscure della femminilità.

Famosissima in Giappone già dagli anni novanta, Natsuo è diventata un caso internazionale dopo la traduzione in inglese del suo libro certamente più celebre, intitolato nella traduzione italiana Le quattro casalinghe di Tokio e negli Stati Uniti è diventato una specie di classico moderno, Out, il romanzo che sintetizza meglio il mondo e lo stile narrativo della scrittrice. Parla di quattro comunissime, e comunemente maltrattate, donne di mezza età una della quali osa farsi giustizia uccidendo il marito persecutore. Le altre si trovano a dover decidere se aiutarla a farla franca, diventando così a tutti gli effetti complici ma anche muovendo un passo sulla strada della loro stessa liberazione. In questo modo, Natsuo costringe i lettori e soprattutto le lettrici a immedesimarsi nei personaggi, interrogandosi sul come reagirebbero nella stessa situazione.
Questa sua cifra narrativa torna anche nel ciclo più fedele al canone dell’hard-boiled classico, costituito sinora da quattro romanzi e un racconto con protagonista l’investigatrice Murano Miro. La private-eye di Tokyo è comparsa per la prima volta nel romanzo d’esordio che nel 1993 ha lanciato la scrittrice in Giappone, Pioggia sul viso. Il secondo romanzo con la detective, uscito nel 1994 ma pubblicato solo ora in Italia da Neri Pozza, che sta traducendo l’intera opera di Natsuo, è La notte dimenticata dagli angeli (traduzione dal giapponese di Gianluca Coci, pp. 442, euro 18.00).
Murano Miro – il cognome prima del nome secondo l’uso giapponese – ha trentadue anni, un padre a sua volta ex investigatore tanto cool quanto è trasandata la figlia. A modo suo è un personaggio estremamente marlowiano: sola, povera, fondamentalmente sentimentale. Ma Miro è una donna piena di bisogni affettivi e si muove nella Tokyo di fine secolo, non nella Los Angeles degli anni quaranta: dell’aura romantica che circondava il detective di Chandler in questa epigona del Sol Levante resta ben poco.
Miro viene incaricata da una strana e matura femminista, impegnata in una personale crociata per garantire diritti sindacali alle attrici di film porno, di rintracciare la protagonista di una scena di stupro tanto realistica da destare il fondato sospetto che non si tratti solo di recitazione. L’obiettivo della femminista è sollevare un clamoroso caso mediatico. La storia, va da sé, si rivela presto molto più complicata e pericolosa. Rinvia alla morte sospetta di una rockstar in disuso degli anni settanta, poi a un secondo video nel quale la stuprata in questione sembra aver filmato il proprio suicidio, senza contare le organizzazioni più o meno legate alla Yakuza che col porno fanno miliardi. Anzi ne facevano.
Dal punto di vista del plot, infatti, il romanzo di Natsuo è irrimediabilmente datato: troppo recente per essere d’epoca, troppo vicino per non apparire vecchio. Ora che l’industria del porno è stata sgominata dalla rete e dalla miriade di coppie che se la godono a spedire gratis filmati homemade sempre più estremi, fa una certa impressione ricordare come appena due decenni fa fosse invece un’industria fiorente. Allo stesso modo, buona parte delle faticose ricerche che occupano le giornate della detective verrebbero sbrigate oggi in pochi minuti, tanto che il lettore odiremno si ritrova a pensare: «ma perché non usa Internet?», dimenticando che in quegli anni non troppo lontani la Rete non c’era.
Nulla di datato, invece, nella storia profonda che Natsuo racconta. Una vicenda di cui sono protagoniste le donne, e in cui gli uomini, anche quando sembrano figure di primo piano, restano sullo sfondo: sono oggetti del desiderio femminile, oppure soggetti di uno sfruttamento a volte brutale ed esplicito, altre volte subdolo e strisciante, ma nella sostanza identico. L’indagine di Miro riguarda non tanto le donne in genere ma le donne giapponesi, colte in uno specifico momento storico e nel quadro di un ambiente come quello del mercato del sesso, che porta immediatamente in superficie pulsioni e ossessioni di solito dissimulate o nascoste.
La notte dimenticata dagli angeli è anche una storia di figlie in cerca di madri e di madri che non sanno o non vogliono accettare quel ruolo; è una vicenda di amanti che non trovano negli uomini ciò di cui hanno disperatamente bisogno, ma che in questa ricerca scoprono il fianco e si espongono a essere usate e adoperate come strumenti. Capita anche a Miro.
Natsuo opera infatti una torsione poco appariscente ma radicale nella struttura della detective story. Di solito l’investigatore, poco importa se privato o in divisa, rimane sempre «esterno» rispetto alla trama sulla quale indaga. Se rischia la pelle, è perché si avvicina troppo alla verità, ma molto raramente diventa a sua volta una pedina su quella scacchiera, allo stesso tempo occhio esterno che osserva la matassa ma anche uno dei fili che la compongono e la imbrogliano. Del resto, nulla di diverso potrebbe accadere in un romanzo di Natsuo Kirino, che proietta nell’occhio di Miro il suo proprio sguardo sulle donne giapponesi, dalle quali trae il principale tra i modelli che le permettono di raccontare la vita dei suoi personaggi.
[Andrea Colombo 3/07/2016]

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