venerdì 22 giugno 2018

Non dite che non abbiamo niente, MADELEINE THIEN

Madeleine Thien – canadese di origini sino-malesi – è l’autrice di Non dite che non abbiamo niente (66th and 2nd, traduzione di Maria Baiocchi, Anna Tagliavini, pp.484, euro 22), romanzo finalista al Man Booker Prize del 2016 e grande rivelazione anche sul mercato italiano.
Il suo romanzo si basa su tre vicende umane intersecate fra loro attraverso i momenti culminanti delle proteste del 1989. Tra i tanti pregi del libro quello più potente riguarda la struttura: protagonista del volume è la musica, quella proibita durante la Rivoluzione culturale e quella resa vivida dall’incastro voluto dalla scrittrice; Thien crea un congegno narrativo volutamente sinfonico: non si può comprendere l’intreccio del romanzo se non si «prende» il ritmo della scansione decisa dall’autrice. Noi lettori siamo uno strumento di questa orchestra.
Il prossimo 26 giugno, Madeleine Thien sarà ospite al Taobuk, Festival internazionale del libro di Taormina.
A proposito del 1989, uno dei temi del suo libro. Lo scrittore cinese Yu Hua ritiene che sia stato l’ultimo momento davvero politico in Cina. Da allora solo economia, soldi e fine della categoria della «politica»: è d’accordo?
Gli anni ’80 in Cina sono stati un periodo di transizione e di cambiamento stupefacente, in cui il futuro sembrava a portata di mano per chiunque. Dopo le tragedie della dittatura di Mao Zedong, le persone sentivano che finalmente c’era più spazio, più libertà per discutere dell’attualità della Cina e di come una nuova realtà potesse essere. Nel 1978 Wei Jingsheng scrisse: «Non vogliamo più dèi né imperatori, né salvatori di alcun tipo…la democrazia, la libertà e la felicità sono gli unici obiettivi del processo di modernizzazione», e fu spedito in prigione per 14 anni. Uno degli striscioni alzati durante le manifestazioni del 1989 era «Una nuova strada si sta aprendo: la strada che molto tempo fa abbiamo mancato». L’economia e il denaro hanno prevalso a partire dal massacro di Tienanmen, ma le vecchie idee, i desideri di un tempo non sono venuti meno.
Il «libro dei ricordi» del suo libro ricorda lo «Shiji» del celebre storico cinese Sima Qian. Lui però venne evirato e il suo libro fu tenuto nascosto per paura delle ire imperiali: in Cina è così difficile annodare i fili storici?
Penso che seguire il filo della storia sia difficile in molti Paesi – in Cina, negli Usa, e anche nel mio paese, il Canada. Molti stati distorcono la propria storia in modo da adattarla a ciò che vogliono credere – o far credere ai propri cittadini – nel presente. Il governo cinese è convinto che la storia eserciti una profonda influenza emotiva e intellettuale nel presente, è molto soggetto alla forza di persuasione della storia.
Louisa Lim descrive la Cina in modo memorabile e molto potente come la «Repubblica Popolare dell’Amnesia». Tenere una commemorazione per il massacro di Tienanmen del 1989 o menzionare, sulla carta stampata o online, le manifestazioni di Tienanmen è un atto illegale. Penso che il tentativo del Partito comunista cinese di legiferare «dimenticando» serva solamente a ricordarci una volta in più quanto incisive siano state quelle manifestazioni. La memoria viene dimenticata fino a quando non diventa sicuro ricordarla nuovamente pubblicamente.
A volte si ha la sensazione che si parli di Xi Jinping e del potere cinese, ma in realtà i cinesi pensano soprattutto a gestirsi al meglio le proprie vite. È anche per questo che difficilmente potrà esserci ora un altro 1989?
Penso che dieci anni fa davvero poche persone credessero che Xi Jinping avrebbe intrapreso l’attuale svolta dura e nazionalista. La Cina rimane imprevedibile. Penso sarebbe sciocco cercare di riassumere o semplificare lo spettro di desideri, credenze e aspirazioni di milioni di persone – come paese ci sorprenderà sempre perchè le sue possibilità sono vaste e complesse. Il China Labour Bulletin ha registrato 2774 scioperi nel 2015. I diritti dei lavoratori e le condizioni lavorative, le espropriazioni di terreno e il degrado ambientale fanno tutti parte del dibattito nazionale. Nel 2008 il governo cinese smise di fornire dati statistici sui numeri delle proteste diffuse su tutto il territorio nazionale, ma il numero riportato per il 2008 è stato di oltre 100mila. Altre fonti ne hanno registrate più di 180mila nel 2010. Come in ogni altro luogo, le persone sono coinvolte nella vita della propria nazione, nella sua istituzione e nei loro diritti, e non penso che questo cambierà molto presto.
Come le è venuta in mente la struttura del suo romanzo, «Non dite che non abbiamo niente»: i diversi piani, la voglia di lasciare la storia con la S maiuscola frammentaria e nascosta tra le pieghe dell’immaginazione. Ha pensato anche ad altre strade da un punto di vista stilistico?
La struttura di Non dite che non abbiamo niente è debitrice alle Variazioni Goldberg di J.S. Bach nel motivo solo apparentemente semplice che dà vita a una forma via via più complessa. Riguarda anche l’idea di Piazza Tienanmen vista come il «punto zero» dagli architetti cinesi che la hanno ridisegnata nei primi anni Cinquanta, il punto da cui tutto ha origine. Questo punto nel libro è rappresentato dalle manifestazioni del 1989, il momento cui tutti gli altri, prima e dopo, sono in qualche modo connessi.
La parola «rivoluzione», oggi: che sentimenti le scatena?
Il termine «rivoluzione» oggi è usato in riferimento a una grande varietà di movimenti sociali, dalla Brexit a MeToo, dalla Primavera araba alla presidenza Trump, e molti altri ancora. Penso che evochi la deposizione di un gruppo da parte di un altro che, a ragione o a torto, si sia sentito marginalizzato, in una posizione periferica rispetto al potere e insignificante. Mao notoriamente ha scritto che una rivoluzione non è una cena, è un’insurrezione, un atto di violenza attraverso il quale una classe prevarica su un’altra.
I dieci anni che ho speso scrivendo di rivoluzione – in Cina e in Cambogia – mi hanno resa diffidente rispetto alla rivoluzione come metodo di cambiamento sociale. Il potere ha tentacoli ovunque e non è facilmente eliminabile; le rivoluzioni mettono le persone le une contro le altre, spesso legittimando gli orrori della violenza, lasciando al contempo intatta la struttura generale del potere. Forse non è tanto nella rivoluzione che non ho fiducia, quanto nella violenza che adottiamo nella convinzione che possa essere mondata dalla correttezza dell’ideologia o dalla giustezza morale.
Pensando alla Cina: il termine rivoluzione di solito si associa subito a «culturale» o le viene in mente altro istintivamente?
Per me non è istintivamente legata a «Rivoluzione culturale». Tutto il Novecento in Cina è stato segnato dal cambiamento rivoluzionario. Quello del 1911 ha segnato la fine di 2000 anni di governo imperiale, e il Movimento del 4 Maggio 1919 continua a risuonare con forza. Le sei settimane di protesta in Piazza Tienanmen nella primavera del 1989 – che hanno richiamato un milione di persone in Piazza, persone da ogni classe e background – hanno dato il via a un’ondata di proteste in Europa che ha trasformato per sempre il nostro scenario politico.
Infine: la Cina è stata spesso criticata dalla stampa occidentale, tanto che a Pechino si parla spesso di «China bashing» dei media occidentali. Oggi però viene spesso descritta come unica potenza responsabile e si dimenticano i sui tanti «problemi interni»: perché secondo lei?
Penso che la complessità della Cina sia qualcosa che molti media occidentali non sanno come approcciare, o non hanno il tempo di farlo. Sicuramente in Nordamerica la Cina è spesso ritratta in modo unitario, il che è assurdo se si considera la vastità e la diversità della popolazione, con oltre duecento dialetti e paesaggi che vanno dal deserto del Gobi alle pianure alluvionali dello Yangtze e del Fiume Giallo, le vaste regioni montuose, e quelle tropicali del Sudovest.
C’è una vita, e un’esperienza di vita, eccezionale lì. Come ovunque, le persone desiderano vivere le loro vite e crescere la propria famiglia in relativa sicurezza e prosperità; e la nostra comune tragedia è che le persone in tutto il mondo vedono sempre più i governi autoritari – e la paura dell’altro, la paura reciproca – come la strada per questa stabilità. Credo che tutti noi abbiamo una responsabilità nell’enunciare come dovrebbe essere un mondo giusto, e come lo possiamo ottenere per più persone possibile. Abbiamo il dovere di persuadere – di discutere, dibattere e convincerci gli uni gli altri che le nostre società meritano confronti complessi e reazioni umane.
[Simone Pieranni 22/06/2018]

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