sabato 30 dicembre 2017

Yeruldelgger, Ian Manook

Dei tratti somatici di Yeruldelgger non conosciamo quasi nulla, tranne la forza e la grandezza delle sue mani, ma sappiamo che è cresciuto a contatto con i nomadi della steppa prima di diventare commissario della polizia di Ulan Bator. E che nella sua vita il dolore e la violenza hanno lasciato tracce così profonde e inconsolabili da non farlo recedere di un solo passo, nemmeno di fronte al pericolo, mentre indaga su politici e imprenditori corrotti, mafiosi e neonazisti che imperversano nella Mongolia di oggi, sospesa tra tradizioni millenarie e minacce criminali tutte attuali.
Primo fortunato romanzo di una saga poliziesca giunta in Francia, dove ha già venduto oltre 200 mila, al suo terzo capitolo, Yeruldelgger. Morte nella steppa (Fazi, pp. 524, euro 16,50) è firmato da Ian Manook, pseudonimo di Patrick Manoukian, classe 1949, un viaggiatore, scrittore e giornalista di origine armena già attivo nel settore pubblicitario e dell’editoria per ragazzi.
Vincitore del premio Quai du Polar 2014 e considerato come uno dei nomi più interessanti del noir transalpino degli ultimi anni, Manook sarà ospite questa sera alle 21 del festival Letterature in corso alla Basilica di Massenzio a Roma.
«Yeruldelgger» è il primo noir mongolo di cui si abbia memoria. Perché scegliere proprio questo paese e un commissario cresciuto nella steppa per un romanzo scritto e pubblicato in Europa?
Ho cominciato a viaggiare per il mondo quando ero poco più che un adolescente, a metà degli anni Sessanta. Prima è venuta New York, quindi il classico coast to coast tra Stati Uniti e Canada, quindi l’Islanda, la Groellandia, il Brasile, l’Alaska e la Mongolia. Ho vissuto nel Bronx e, per più di un anno, nella foresta del Mato Grosso. E ancora oggi che ho più di sessant’anni ho conservato un spirito vagabondo e fricchettone. Ho scritto diverse cose prima di Yeruldelgger, libri di viaggio, racconti per bambini, anche un romanzo un po’ troppo serioso che infatti è rimasto in un cassetto. Perciò, quando mi sono convinto a scrivere finalmente un romanzo in cui potessi mettere un po’ delle mie passioni e delle mie esperienze, cercando di divertirmi nel farlo e di divertire e, se possibile, conquistare i lettori, ho subito pensato alla Mongolia che tra tutti i paesi che ho visitato e quello che mi ha stregato di più, mi ha fatto innamorare per i suoi paesaggi, la sua cultura e i suoi straordinari abitanti. Inoltre ho capito subito che tra le realtà che avevo conosciuto era quella più adatta per ospitare una storia fatta di omicidi e misteri: l’eredità vivente dello sciamanesimo che è ancora ben presente tra i mongoli mi avrebbe infatti consentito di sovvertire un po’ i codici abituali del giallo relativamente alla morte, alla violenza, al destino. C’erano tutti gli ingredienti per un lavoro appassionante.
Quanto alla genesi di questo libro, lei ha spiegato più volte di non essere mai stato particolarmente attratto dal genere poliziesco, quanto piuttosto dall’idea di mescolare il giallo e il suo inconfondibile ritmo narrativo con il romanzo d’avventura e di viaggio, con le storie picaresche, a volte al limite anche del western, e l’apparente paradosso di una terra per molti versi ancora misteriosa e sconosciuta, per quanto al centro di intrighi e mire economiche internazionali. Possiamo riassumere il risultato parlando di una sorta di noir dell’età della globalizzazione?
Andiamo con ordine. In effetti la mia frequentazione di questo tipo di romanzi si è fermata ai classici, e piuttosto al genere delle spy-story di Ludlum, Forsyth e Le Carré. Ho invece continuato ad amare le serie tv e i film polizieschi che mi sono serviti da ispirazione per la forma narrativa del libro, basato su un ritmo serrato e su capitoli brevi. In realtà, forte di queste suggestioni cinematografiche, avevo già immaginato di scrivere qualcosa su uno sbirro newyorkese, burbero e taciturno: una prima traccia di quello che è poi diventato il commissario Yeruldelgger. Però è vero che ho scritto il libro pensando ad un romanzo d’avventura e attingendo unicamente ai miei taccuini di viaggio in Mongolia: solo in qualche occasione ho dovuto aggiornare le informazioni sul paese e gli abitanti che avevo raccolto di prima mano. E allo stesso modo ho sempre avuto ben chiaro il piano per così dire «geopolitico» che doveva fare da sfondo all’indagine, che si trattasse di imprenditori stranieri senza scrupoli, di lavoratori cinesi, di neonazisti locali, degli speculatori immobiliari di Ulan Bator come dei nomadi della steppa. Perciò si, c’è anche qualcosa di molto globale nel mio primo thriller mongolo!
Nel romanzo non manca l’eco della tradizione mongola che ci è stata tramandata dalla storia, il tutto è però affrontato con grande lucidità, al punto che il commissario risponde così a un assassino che cerca di ammantare i propri crimini come il desiderio di un ritorno alla gloria del passato: «Credi di essere il nuovo Gengis Khan? Ma lo sai che se lui vivesse ai nostri giorni non sarebbe altro che un Kim Jong-un. Un dittatore squilibrato pronto a uccidere i propri figli solo per rafforzare le sue fantasticherie assassine». Voleva evitare il ricorso a facili mitologie identitarie?
Assolutamente. Siamo tutti il risultato di una qualche storia e tradizione culturale o famigliare, ma non necessariamente il prodotto di un luogo determinato. Io sono nato in Francia, ma in una famiglia armena e dietro di me c’è quella nozione di diaspora che gli armeni condividono con altri popoli che per la maggior parte della loro storia non hanno avuto un posto preciso dove vivere. E chi è cresciuto nella diaspora ha maturato un’altra idea di cosa rappresenti una civiltà, rispetto a chi lega il proprio essere ad un luogo preciso, ad uno specifico pezzo di terra. Che sia in Patagonia come in Siberia, se incontro un altro armeno so che sono le nostre tradizioni comuni, nel senso di abitudini e comportamenti quotidiani, a legarci: una sorta di filo collettivo che è sopravvissuto ai quattro angoli del mondo e nonostante tutto. Ed è con questo stesso sguardo che mi sono avvicinato ad un popolo e ad una storia che al contrario sono sempre rimasti legati, e talvolta anche prigionieri, della loro steppa.
La storia degli armeni è indissolubilmente legata al tentativo di genocidio perpetrato contro di loro dai turchi a partire dal 1915 e che questi ultimi continuano a negare contro ogni evidenza storica. Il testo inedito che lei leggerà questa sera a Roma verte sulla «costruzione della memoria»: si può davvero combattere per questa via il pericolo del negazionismo come quello dell’oblio?
Devo essere sincero, dopo che il mio editore italiano, Fazi, mi ha mandato una mail con il tema scelto per la serata, ho riscritto il mio intervento almeno tre volte. Non ero certo di aver capito bene, di aver inquadrato fino in fondo l’argomento. Alla fine ho optato per un testo più emotivo che ragionato, un testo a più voci, dove dopo un po’ non deve essere più chiaro se a parlare è una nonna, un figlio o una nipote. Sono partito dalla differenza che a mio avviso esiste tra i ricordi e la memoria: i primi sono come delle immagini fisse che si possono condividere, mentre la seconda riguarda il modo in cui tutto ciò si trasmette. Per essere più preciso: i ricordi sono come palloncini colorati che possiamo guardare mentre si levano nel cielo, la memoria è lo spago con cui decidiamo di tirarli a noi o di passarli a chi ci sta accanto. Solo attraverso quello spago i ricordi anche più lontani possono essere trasmessi a chi non ha l’età per averli vissuti e tornare ad essere materia vivente anche a distanza di tanto tempo. Quindi non credo che in realtà la memoria possa davvero essere «costruita» a tavolino, deve fluire liberamente, passare da una generazione all’altra, da un individuo all’altro. Ma quando questo avviene, quando quei palloncini passano di mano non una ma migliaia e migliaia di volte, allora credo proprio che l’oblio e chi vuole cancellare anche solo il ricordo di ciò che è accaduto non possano che essere sconfitti.
[Guido Caldiron 30/06/2017]

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