mercoledì 11 ottobre 2017

Delitto di una notte buia,

«Lei stava morendo; era morta; e lui rimase lì, in ginocchio, immobile. Gli portarono la figlia maggiore, Ellinor, disperati, perché non sapevano cos’altro fare per ridestarlo. Non pensarono alle conseguenze che la cosa avrebbe avuto sulla piccola, che era stata chiusa nella stanza dei bambini nel corso di quell’intensa giornata di confusione e di paura. La bambina non aveva idea di cosa fosse la morte, e suo padre, inginocchiato e con gli occhi asciutti, non era per lei motivo di sorpresa o di interesse più della madre, che giaceva immota e bianca, e che non volgeva il viso per sorridere al suo tesoro».
SIAMO QUASI AGLI INIZI di uno tra i romanzi meno noti di Elizabeth Gaskell, eppure estremamente ricco di spunti di riflessione e di fascino: Delitto di una notte buia (edizioni Croce, a cura di Francesco Marroni, traduzione di Mara Barbuni, pp. 280, euro 19,90). È un libro atipico, non per quanto riguarda la scrittrice – anzi si rivela altamente rappresentativo della sua poetica connotata da un preciso e asciutto realismo che non scende mai a compromessi con il sensazionalismo – ma per quanto riguarda il presunto genere di appartenenza.
Il titolo farebbe pensare ad ammiccamenti al romanzo post-gotico, e in effetti, come ben spiega il curatore in una esaustiva e accurata introduzione, l’aggettivo buia fu aggiunto da Dickens prima della stampa, per via di bieche considerazioni di cassetta. Di fatto, Gaskell è una scrittrice più interessata ai percorsi e sentieri oscuri dell’animo che alle labirintiche trame del romanzo di suspense. In questo, ricorda più il Dostoevskij di Delitto e castigo che un Wilkie Collins de La pietra lunare o La donna in bianco.
La sua è una narrazione eminentemente psicologica, e ciò rispondeva alle intenzioni dell’autrice ancor prima che ai suoi interessi di osservatrice attenta alla realtà che la circondava. Il che vale per i suoi cosiddetti romanzi sociali, ma anche e soprattutto per questo racconto che ha al centro un delitto.
Un delitto compiuto per esasperazione, per sfinimento, lo sfinimento del protagonista, un avvocato di provincia, che perde gradualmente interesse per la sua professione e, dandosi all’alcol, vive una degradazione morale che in qualche senso ricorda echi wildiani dalle scene più dark del Dorian Gray.
IL PROTAGONISTA è affiancato dalla figlia e da un giovane collega, entrambi figure del silenzio: il silenzio della crisi in cui si rifugia Ellinor, scosso all’occorrenza da una visita in Italia, e quello di Dunster, l’assistente dell’avvocato che gradualmente diviene sempre più influente nelle dinamiche dello studio. Il suo di silenzio ricorda anche la renitenza ad esprimersi di un Bartleby, ed è forse lontanamente apparentato a quello in cui si rifugia Iago, bensì, come spiega Marroni, «sarebbe del tutto fuorviante immaginare Mr. Dunster come la classica figura del cattivo che trama contro gli altri, che porta scompiglio e, alla fine, produce solo devastazione, dolore e morte. Dunster non rientra in tale tipologia. Non è un villain né è un repellente e untuoso Uriah Heep. Rispetto ai molti discorsi che circolano a Hamley, l’impiegato è una figura che pratica il silenzio come strategia, senza mostrare eccesso di ossequiosità o ipocrisia».
A differenza di Dunster, Ellinor ha attraversato il dolore della perdita e dell’abbandono, acuito dal percorso di autodistruzione intrapreso dal genitore. Quello di Elizabeth Gaskell è realismo psicologico che punta sulle omissioni e sui sensi di colpa, e mette in secondo piano altri aspetti che hanno reso importante il genere della narrativa incentrata su crimini e misfatti. Il suo crime novel è interessato agli sbandamenti e alle peregrinazioni della mente, rivelandosi modernissimo nel tentativo di rappresentare la realtà anche attraverso una disamina della sua parte invisibile e indicibile.
Un tipo di narrazione del non detto che però non rinuncia all’ambizione di coinvolgere il lettore, ovviamente. Tuttavia, vuole incontrare il suo interesse non indulgendo in tecniche se vogliamo ascrivibili al facile sensazionalismo.
CIÒ È EVIDENTE nella primissima parte del romanzo. Il lettore riconosce immediatamente di essere di fronte a una narrazione che si rifiuta di pescare nel torbido del mistero. È il caso persino della descrizione stessa del fattaccio, ma soprattutto del modo in cui, molti anni più tardi, ne verrà incriminato un innocente, prima della soluzione finale affidata a un messaggio inatteso e chiarificatore.
VA DETTO CHE RISPETTO al romanzo gotico, qui la suspense non è generata dal riconoscimento lento e graduale di quel che accade sulla scena, ma dalle complicazioni sul piano psicologico. Si tratta di uno stratagemma realista, ovviamente, ma anche rischioso, e Elizabeth Gaskell dimostra grande coraggio nel non soggiacere alle regole del genere, e a quelle che oggi chiameremmo le sirene del mercato.
Come tanti romanzi inglesi del periodo non manca poi un finale rassicurante, sebbene la comparsa finale di due bimbi descritti come folletti – e si ricordi che in inglese i fairies possono anche essere spiritelli malvagi – lascia probabilmente il campo aperto a speculazioni meno consolatorie.
[Enricop Terrinoni 11/10/2017]

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