domenica 9 luglio 2017

Quando Dio ride, Jack London

Sebbene la sua fama sia dovuta, ancora oggi, alle celebri «storie di cani» di Zanna bianca e Il richiamo della foresta, la critica ha spesso osservato che il Jack London artisticamente più convincente è quello della narrativa breve. Sono molti, infatti, a vedere in Accendere un fuoco il suo capolavoro, perché sintetizza, in pochissime pagine, quella visione «naturalista» dell’esistenza (condivisa con i contemporanei Dreiser, Norris e Crane) sullo sfondo del suo scenario più classico, quello dello spietato Grande Nord. Questo ambiente è invece assente nei racconti di Quando Dio ride (prefazione di Alberto Del Bono, pp. 272, € 19,00 ) che Lindau ripropone nella traduzione classica di Gian Dàuli, per nulla invecchiata nonostante risalga a quasi un secolo fa.
Le short stories di cui si compone il volume sono solo in minima parte riprese dal testo originale americano pubblicato nel 1911 con lo stesso titolo, altre provengono da Racconti dei mari del Sud, altre ancora da Nato di notte. Nel loro insieme offrono non solo un ottimo spaccato dei temi, degli ambienti e dei tipi di personaggi più cari a London, ma soprattutto un saggio delle sue abilità di narratore. In piccoli gioielli come «La razza di McCoy», «Una bistecca», «Il Messicano», lo scrittore crea figure intense e memorabili con una economicità di linguaggio che anticipa il miglior Hemingway, trovando il giusto equilibrio tra visione deterministica e quel di più di carica simbolica che dà agli eventi un respiro universale.
In «La razza di McCoy», per esempio, nonostante London indugi sulla violenza degli elementi e soprattutto del fuoco «infernale» scatenatosi a bordo di un bastimento carico di grano, assegna un ruolo particolare a un uomo mite e profondamente buono come McCoy, convincente figura cristologica che non solo porta alla «salvezza» nave e equipaggio, ma redime la sua stirpe, essendo un mezzo sangue discendente da uno degli ammutinati del Bounty.
La raccolta mette in evidenza tanto la poliedricità tematica e stilistica di London, che indovina sempre il giusto punto di vista narrativo, quanto la sua ben nota contraddittorietà sul piano politico e culturale. Se in alcuni racconti riecheggia quella visione razziale (e per alcuni razzista) che sta dietro la sua spesso citata affermazione circa il suo essere «prima di tutto un uomo bianco e poi un socialista» (penso a racconti peraltro avvincenti come «La pazzia di John Harned» e «Le terribili isole Salomone»), tanto in «La razza di McCoy» quanto nel «Pagano» e soprattutto nel «Messicano», gli eroi non sono bianchi, e si dimostrano più generosi, più forti, più pronti al sacrificio della razza dominante.
«Il Messicano» non è solo un racconto su un ragazzo che si fa boxeur per sostenere la Rivoluzione, ma è uno studio sulla fallacia di certe percezioni consolidate. Qui non è la nietzschiana bestia bionda a trionfare, bensì un ragazzo dalla pelle scura il quale non vede i diecimila «gringo» che gli tifano contro, ma li percepisce trasfigurati nei fucili per la rivoluzione che potrà comprare con la ricca borsa dell’incontro. Come in altre storie, non è solo il tema a essere motivo d’interesse, ma soprattutto il modo in cui quel tema si fa racconto, a dimostrazione di quanto London, pur partendo dalle sue esperienze dirette, fosse del tutto consapevole che per trasformarle in letteratura occorreva anche quell’astuzia tecnica che tanto ammirava nei suoi boxeur, nei suoi marinai coraggiosi, nei suoi «selvaggi» pescatori di perle.
[Giorgio Mariani 09/07/2017]

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