martedì 4 luglio 2017

Addio Paolo Villaggio

Paolo Villaggio se n’è volato via, ora è libero, ha detto sua figlia. E se n’è andato come ha vissuto, senza crearsi troppi crucci, incurante di un diabete subdolo e dispettoso.
Paolo Villaggio non era alto ma aveva un panzone esagerato, forse perché da qualche parte doveva custodire la mole spropositata di talento e genialità che ha contraddistinto la sua vita prima ancora della sua carriera.
Paolo è stato il cantore  iperbolico dell’italica miseria, della necessità di sopravvivere in un mondo popolato di gran mascalzon cav grand uff lup mann pezz di merd. Lui non ha mai visto di buon occhio i potenti. A partire da quella cialtronesca amicizia con Fabrizio De André che ha fruttato anche un paio di canzoni: Il fannullone e Carlo Martello dove il re di ritorno dalla battaglia di Poitiers decide di concedersi una pausa erotica con una donna che poi scopre mercenaria del sesso. Quella tra Faber e Villaggio è un’amicizia genovese e duratura tra due ribelli, nati in famiglie benestanti ma irrispettosi delle gerarchie, pronti a salpare sulle navi da crociera. Due scapestrati anarchici, all’epoca ancora sconosciuti ma già nel mirino della censura per il testo di Carlo Martello.
Per un breve periodo Villaggio (che aveva frequentato bambino la scuola Diaz) lavora in una grande azienda e si occupa di eventi. Sa guardarsi intorno e, vero o falso che sia, lì incontra il ragionier Bianchi. Bianchi non lavora in un ufficio ma in un pertugio rimediato in un sottoscala, quando Villaggio tende la mano per presentarsi e dice «permette?» quello si alza in piedi e allora il nostro gli chiede il perché. Risposta:«Credevo che volesse ballare». Fantozzi è nato, anche se ancora non lo sa.
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Forte di alcune esperienze nella compagnia goliardica Mario Baistrocchi (dove sono passati anche De André e Carmelo Bene) Villaggio si esibisce poi a teatro presentando un prestigiatore maldestro e aggressivo nei confronti del pubblico. E fa ridere. Molto. Al punto da essere mandato a Roma da Maurizio Costanzo, dove il suo cabaret folgora Ennio Flaiano e poi al mitico Derby di Milano. Lì si forma davvero tra Cochi e Renato e Giorgio Gaber, a Tirar mattina con Umberto Simonetta.
Di lì a poco  lo scoprono la radio e la tv dove irrompe come professor Kranz con l’immancabile cammello di pelouche e soprattutto Giandomenico Fracchia, perennemente convocato dal gran capo megagalattico , costretto a non trovare pace sulla poltrona sacco, devastato dalla salivazione azzerata e costretto a riconoscere «come è umano lei» mentre gli «si sono intrecciati i diti».
L’effetto è dirompente anche perché Villaggio inventa un lessico destinato a restare nel tempo. Fantozzi è lì, in agguato con i suoi pantaloni ascellari, i suoi congiuntivi inarrivabili, il basco e il servilismo iperbolico. Prima appare sull’«Europeo», poi in libro, infine in film. Il successo è smisurato: alla fine si conteranno cinque libri e dieci film con il ragionier Ugo Fantozzi bistrattato dal mondo, con tanto di nuvola personale che lo segue puntuale. Ma non si creda di poter liquidare con una scrollatina di spalle il fenomeno Villaggio e la sua più (s)fortunata creatura. Tra il primo e il secondo libro di Fantozzi pubblica il geniale Come farsi una cultura mostruosa (Bompiani, prefazione di Umberto Eco), tradotto in russo ottiene il premio Gogol, anzi Evtushenko interrogato sugli autori italiani preferiti cita «Vigliacchio» perché gli ricorda sia Gogol che Cechov.
Serviti gli schizzinosi comincia l’immensa trionfale cavalcata di Villaggio attraverso il cinema con Monicelli, Gassman (grande amicizia), Corbucci, Samperi, Loy, Ferreri, Comencini, Avati, Salce naturalmente, Neri Parenti, Castellano e Pipolo, Mogherini, Ponzi, Olmi, Wertmüller, Salvatores e naturalmente Fellini che in questo modo lo consacra definitivamente al di là del personaggio, in quanto attore. Infatti arriva anche un leone d’oro alla carriera alla Mostra di Venezia, grazie a Pontecorvo (primo comico e ricevere questo riconoscimento), poi anche a Locarno. Contemporaneamente trionfa con la tv, la radio, l’editoria, il teatro, tra l’altro con un Avaro di Molière per la regia di Giorgio Strehler.
Impossibile ripercorrere tutte le tappe della carriera magistrale di un individuo ruvido, a tratti scorbutico, assolutamente non compiacente, basti citare i titoli di un paio di suoi libri: Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda e Siamo nella merda. Pillole di saggezza di una vecchia carogna.
In anni non sospetti (primi ’80) Villaggio, a lungo sostenitore del Pci, si era schierato con Democrazia Proletaria, in tempi recenti aveva invece simpatie per il suo concittadino Grillo. Come il suo grande estimatore Fellini anche Villaggio è diventato un aggettivo, meglio la sua creatura: fantozziano è presente nei dizionari. Non capita a tutti, meno che mai ai comici. Anche se Villaggio era davvero molto di più, infatti era già presente nei vocabolari col suo stesso nome, seppure con significato diverso.
[Antonello Catacchio 04/07/2017]

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Commenti

il 12/08 SR ha commentato Non credo che D'Avenia possa far parte del nostro blog. Certo i suoi libri sono best-sellers tra gli adolescenti, e probabilmente hanno il merito di avviare qualche giovane alla lettura, ma la banalità delle situazioni e del linguaggio non permettono di considerare questi testi letteratura. Diciamo che sono testi "di servizio", nella migliore delle ipotesi. su Prossimamente
il 14/05 SR ha commentato Purtroppo J.K.J. non sembra più funzionare con le ultime generazioni: un tentativo di leggere a scuola Three Men In a Boat è finito miseramente in noia. I ragazzi non capivano cosa c'era da ridere e io non capivo perché non capivano. Tristissimo. Jerome per me è finito in quell'armadio dove tengo gli autori speciali che voglio proteggere dagli studenti... su Jerome K. Jerome, fare ridere l’uomo moderno, spaventato
il 29/02 Ida ha commentato A proposito di classifiche: "Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove." Anch'io,come U.ECO sono andata al cinema nel modo ricordato e quindi io amo ricordare e vorrei tanto poter fare liste di su Chi siamo
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo