sabato 6 maggio 2017

Ahmed Naji, Vita: Istruzioni per l’uso

Per raccontare lo squallore dei bassifondi è necessario servirsi del linguaggio sordido della strada, fatto di oscenità e depravazione. È quanto insegna il romanzo dell’egiziano Ahmed Naji, Vita: Istruzioni per l’uso (traduzione di E. Rossi e F. Fischione, illustrazioni di Ayman al-Zorqani, Il Sirente, pp. 266, euro 18). Questo testo, visionario e sperimentale, è una distopia sulla città del Cairo, rivoluzionata da un comitato di urbanisti senza scrupoli. L’autore non risparmia dettagli scabrosi, né cerca di proteggere il lettore da uno shock emotivo. Anzi: costruisce tutta la narrazione sulla successione sincopata di eventi e dialoghi al limite del surreale. Nel 2016, a soli 31 anni, Ahmed è stato condannato a due anni di carcere per oltraggio al pudore dal tribunale di Bulaq per il contenuto – definito osceno – del sesto capitolo del suo libro. Ahmed ha trascorso un anno di prigione al Cairo e il 7 maggio (domenica) saprà se la sua condanna sarà confermata. Quando lo contattiamo su Skype, la connessione è disturbata: l’Egitto ha di nuovo limitato l’accesso ad alcuni social.
Il suo libro «Vita: Istruzioni per l’uso» è un’utopia rovesciata che forse possiamo leggere anche come denuncia all’operato di al-Sisi?
Molti hanno voluto vedere nel mio libro una critica politica. La verità è che non esiste alcuna relazione tra il romanzo e al-Sisi, la politica o la scena corrente. Ho scritto la prima versione nel 2010, quindi senza la rivoluzione. Il manoscritto definitivo è arrivato nel 2011, prima dell’ascesa dei militari. Non m’interessa la politica e certamente non voglio farla con i miei libri.
In Egitto la censura non è una novità, ma lei è il primo scrittore a essere stato arrestato. Come vive questo spiacevole primato?
Sono triste, mi sento molto a disagio. Per quanto possa essere razionale, non riesco a sentirmi diversamente dopo aver trascorso un anno in prigione. Il mio Paese mi ha ritenuto un pericolo per la comunità, un rischio per l’ordine sociale. Secondo le accuse, il mio romanzo rappresenta una vera e propria minaccia al modello di famiglia egiziano; distrugge i valori che stanno alla base della società. Ma soprattutto incoraggia l’immoralità.
Il 7 maggio lei saprà se tornerà o meno in carcere per le accuse che le sono state rivolte. La prospettiva la spaventa?
Non vivo sensazioni di paura; il male è già accaduto. Sono impaziente. Mi annoio e mi auguro che questo capitolo della mia vita venga presto archiviato, perché sono giovane e ho in progetto tante altre cose.
Durante il periodo di prigionia che ha già trascorso, qual è stata la cosa che più la angosciava?
Sono tante le cose per cui si soffre in carcere. Di certo, una delle peggiori è la totale mancanza di privacy, unita alla scarsa alimentazione e alle condizioni igieniche precarie: di notte, la cella si affollava di scarafaggi. Ho sofferto di artrosi, di dolori muscolari molto intensi, sudorazione e congestioni provocate da una vita priva di qualsiasi cura. E poi mi mancava terribilmente il sole. Ma quel che più tormenta qualsiasi prigioniero è la noia, il lento scorrere del tempo e infine la speranza: un fantasma che perseguita ogni detenuto.
Davvero il sesto capitolo del suo libro è così scandaloso?
Non resterei ancorato al contenuto di un solo capitolo: l’intero libro può essere devastante per i nervi e per le menti fragili. Soprattutto, non è raccomandabile alle persone con i cuori deboli o che nutrono sentimenti gentili.
In qualche modo la rivoluzione urbanistica di cui il libro parla è una metafora dell’estremismo religioso?
Come non mi occupo di politica, così non scrivo di religione. Non sono interessato al tema dell’estremismo islamico, né alle sembianze dell’uomo d’affari nel mondo arabo che prega e fa beneficenza. Se cercate un vero quadro degli effetti del fondamentalismo islamico sul vuoto urbano e sulla formazione della città, Dubai è il posto giusto. Quello è il prodotto delle idee di fondamentalisti islamici nella sua forma migliore: una città senza democrazia, senza elezioni né rappresentanza politica; eppure, nell’immaginario comune, è una realtà in cui si vive bene. L’angolo di mondo in cui le persone cercano l’islam moderno, dove viene aperta una filiale del Louvre e la casa d’aste Christie’s vende opere d’arte, ma non dipinti di nudo.
I disegni rafforzano molto lo stile sperimentale della scrittura. Com’è nata la collaborazione con al-Zorqani?
Ho scritto il romanzo per intero. Non avevo considerato la parte grafica. Poi mi è venuta l’idea di aggiungere inserti a fumetti. Ho visto e parlato con diversi artisti, tra cui l’entusiasta al-Zorqani. Ma la rivoluzione e alcuni eventi personali hanno rallentato i tempi. Abbiamo impiegato tre anni perché il libro assumesse la forma che ha oggi.
La prima cosa che farà da uomo libero?
Andrò a trovare mio padre in Kuwait: non lo vedo da un anno e mezzo.
[Francesca Del Vecchio 6/05/2017]

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