giovedì 22 dicembre 2016

Mi piace camminare sui tetti, Marco Franzoso

Gli ultimi due romanzi di Marco Franzoso, Il bambino indaco in particolare, ma anche Gli invincibili (entrambi pubblicati per Einaudi), hanno indicato un percorso inedito per il narratore veneziano, un salto in parte ancora sospeso all’interno delle dinamiche famigliari. Un discorso intimo e pubblico tutto italiano che nel suo ultimo poderoso lavoro, Mi piace camminare sui tetti (Rizzoli, pp. 348, euro 19) sembra risolversi con un taglio che per certi versi ribalta la retorica famigliare denunciandone sì i soffocanti confini, ma liberandola – finalmente – di quell’ottundimento tutto novecentesco che poco rilievo e forma ha oggi nella società italiana.
La famiglia è nella narrazione di Marco Franzoso l’assente perenne, l’ostacolo invisibile capace di tramutare relazioni e dinamiche amorose in un luogo indicibile, segnato dalla scomparsa come filo conduttore di un’esistenza che da inquieta si fa piatta.
Ed è partendo dalla vita dei due figli, con continui slittamenti temporali e spostamenti quasi da macchina cinematografica, che Franzoso realizza una brillante congiunzione fra passato e presente ricostruendo con sapienza il senso più profondo di una contemporaneità che vive le tracce del tempo con un dominio spesso assoluto della nostalgia. Un romanzo sociale per una presunta epoca post-ideologica che sconta a tratti il limite di contorni e di definizioni troppo rigide per una liquidità impalpabile.
Alle volte la costruzione dei personaggi risente di un’eccessiva bidimensionalità che già si poteva ritrovare nei romanzi precedenti. La differenza, e non da poco, in Mi piace camminare sui tetti la fa il tempo che viene a completare finemente la struttura narrativa donandole nuovo slancio. Un tempo che si fa protagonista e non più semplicemente sfondo o banale luogo degli accadimenti. Un vero e proprio oggetto percettivo ad uso dei personaggi.
Marco Franzoso innova brillantemente il concetto di famiglia, senza cadere nei tranelli di un Novecento oggi improponibile se non in forma macchiettistica o peggio ancora cercando di imitare dinamiche storiche che spesso hanno infestato una letteratura italiana troppo debole per camminare sulle proprie gambe e quindi bisognosa spesso di pezze d’appoggio.
Siamo nel 1980 il benessere non è più un’aspirazione, ma una necessità, una strada obbligata che tutto attraversa comprese le fragilità relazionali. Siamo alla vigilia di un mondo in disfacimento che però nonostante le mille avvisaglie si crede fortemente legato ad un’idea progressiva di successo e di ovvia felicità. Un tempo però compreso istintivamente proprio dai corpi che da assenti si fanno compulsivamente presenti con il loro malessere. Marco Franzoso ricostruisce le linee di un’intima inquietudine che diviene affettiva e poi sociale. Un’espansione che tracima nella quotidianità di gesti che divengono antiquati e inadatti al tempo stesso.
La famiglia finisce così sullo sfondo mentre a permanere è un sentimento agrodolce di vicinanza. Ciò che resta è l’incapacità di stare uniti su quello che sembra sempre più una barca alla deriva. Un naufragio contemporaneo in cui i legami perdono la forma consueta e si liberano da nomi desueti e ormai privi di senso. Romanzo nodale che affronta il disfacimento intimo e sociale del nostro tempo non nelle sue conseguenze ancora ben lungi dall’essere del tutto rivelate, ma nel suo movimento, una corsa emotivamente vibrante che Franzoso persegue con mestiere e godibile semplicità.
[Giacomo Giossi 22/12/2016]

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