lunedì 28 novembre 2016

Matteo ha perso il lavoro, Gonçalo M. Tavares

Dopo Lor signori, sorprendente rassegna di «caratteri» strambi messi alla prova dalle molteplici e incontrollabili contingenze dell’essere al mondo (Il signor Calvino, il signor Kraus, il signor Walser, il signor Valéry), l’editore nottetempo torna a pubblicare di Gonçalo M. Tavares un altro libro, uscito in portoghese nel 2010, che si inscrive nella stessa vena filosofica (condita da un obliquo e inquietante humour) del ciclo del Barrio in cui si muovevano i «signori»: Matteo ha perso il lavoro (pp. 230, euro 16,00, tradotto con l’abituale acume da Marika Marianello) è un nuovo catalogo di stranezze, un altro ironico esercizio di combinatoria narrativa.
La sua struttura è tripartita. Nella prima sezione seguiamo le disavventure misteriose di una serie di personaggi evocati solo per cognome: Aaronson ogni mattina percorre senza sosta, e senza apparente motivo, il perimetro di una rotonda stradale; Cohen è perseguitato da tic osceni di ogni tipo che si calmano soltanto con la scrittura, l’unica pratica che non lo faccia vergognare del proprio corpo; il maestro Diamond insegna in una scuola gradualmente invasa dall’immondizia, che tracima dalle finestre, e la sua forza di resistenza farà dei suoi ventidue piccoli alunni i ventidue custodi del senso, gli uomini che in futuro impediranno al mondo di soccombere. Goldstein, cieco e ossessionato dalla tavola periodica di Mendeleev, la farà tatuare in Braille sulla schiena del giovane prostituto Gottlieb. E così via, secondo una inflessibile trama di collegamenti e salti imprevisti. Fino ad arrivare a Matteo, titolare di una storia più lunga che comprende tutta la seconda sezione, e l’unico chiamato per nome. Matteo dovrà adeguarsi a un lavoro molto particolare che minerà le sue certezze e la sua stessa personalità. Perché la non accettazione della realtà comporta che il rifiuto gettato via dalla porta rientri dalla finestra della mente: voler salvare tutto, infatti, significa perdere tutto. Chiude il testo una postfazione dell’autore che si rivela essere il vero fulcro del libro, dove le tante forze in campo troveranno uno scioglimento provvisorio.
I cognomi dei personaggi di Tavares, di sapore vagamente familiare anche se provenienti da lingue diverse, potrebbero essere intercambiabili: ogni protagonista è identificato non dal nome che porta ma dalla sua speciale forma di bizzarria. Ai diversi quadri narrativi legati alla sfilata dei personaggi si inframmezzano fotografie di Diogo Castro Guimarães e Luis Maria Baptista, che rappresentano bambole, volti di pupazzi, hollow men modulari pronti a divenire figure della fungibilità universale in cui siamo immersi tutti.
Ogni nome in grassetto, che si sussegue in ordine alfabetico facendo germinare una nuova historiette da un dettaglio feriale della precedente, è un’ennesima funzione di una possibile pazzia. Una pazzia quotidiana, serena, raccontata in modo piano e imperturbabile. E giocata anche con la «narrativizzazione», o la trasformazione in apologo, di locuzioni, metafore e modi di dire («avere la scimmia», «perdersi nel labirinto», «spazzatura»).
L’osservazione di Agamben
In un esergo finale sta l’osservazione di Giorgio Agamben sul processo romano e sulla delatio nominis (la denuncia del nome dell’accusato) che ne rappresentava l’inizio. Un altro click scatta nella mente del lettore. Ma certo, ogni nome di quei personaggi è un dito puntato, ad avvertirlo che anche qui si parla di lui.
Lo scrittore fa l’appello delle loro sparse possibilità di esistenza ma l’appello è incompleto: grazie al disordine e all’impredicibilità del mondo, la serie alfabetica non si conclude, e anche al suo interno, quasi di soppiatto, si verifica un clandestino salto all’indietro.
Tavares sta sempre dietro le sue invenzioni con un sorriso indefinibile, e il lettore è una cavia felice finché dà corda alle sue allusioni enigmatiche. Si capisce, allora, come il fulcro del gioco sia stavolta la fiducia nell’ordine, così come la fiducia nelle ventidue lettere dell’alfabeto che filtrando una realtà disordinata la rendono comunicabile.
La preda di cui vanno alla caccia questi contes philosophiques sarà dunque ancora una volta la logica e il caos che la circonda, l’esattezza e il suo sabotaggio. «Quel che disturba è l’esattezza: la morte». L’ordine preciso dei tic e delle convenzioni collettive può essere stravolto da un semplice «no», come quello di Kashine, che porta «lo scompiglio nel mondo attraverso l’inequivocabile».
La postfazione, con cui Tavares si autointerpreta, è un luogo tutt’altro che marginale: è in verità il momento in cui davvero si annidano le acquisizioni di maggior peso in questa esperienza di scrittura. «Esitare è sempre stato un progetto di vita per qualcuno. Essere in grado di continuare a esitare a oltranza, ecco la difficoltà». O ancora: «Il problema è sempre questo: sei tu a essere in possesso delle domande – la mia libertà è, dunque, nulla. Posso solo rispondere. La comune idiozia è: pensare di essere liberi perché si può rispondere, perché si può scegliere. La grande differenza è questa; sei obbligato a scegliere».
Come in altre occasioni sfuggenti e audaci della sua opera, Tavares crea una macchina per pensare deragliando dalle logiche binarie, seguendo terze vie: qui lo scopo palese, e infine falso, è la descrizione della pazzia; lo scopo autentico (e latente) è una meditazione sull’imperfezione. Su cosa significa essere umani e doversi muovere in un mondo caotico sentendosi immotivatamente «al sicuro pur nel più aspro pericolo».
[Fabio Pedone 27/11/2016]

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