Carissim*,
Questo blog accoglie la nuova avventura di quelli di Sguardi d’Altrove, e il Reverendo Dogdson, con i suoi dubbi sulla realtà, si aggiunge al nostro olimpo di numi tutelari. Non dimentichiamo gli autori che più spesso ci hanno accompagnati nel viaggio di Sguardi d’Altrove, anzi, da loro ripartiamo. Quindi, un pensiero affettuoso e ammirato, in particolare, ad Alan Bennet a alla sua Sovrana Lettrice, mantenendo ben fermo il principio che ragguagliare non è leggere.
mercoledì 3 agosto 2022
Buone vacanze e buoni libri
giovedì 14 luglio 2022
Non solo d’aria vivono i protagonisti dei romanzi
Sul New York Times c’è una rubrica, By the book, che ruota intorno a un’idea semplice e non originale, ma condotta con garbo ed efficacia: autrici e autori – a volte molto noti, a volte meno – vengono intervistati nella loro veste di lettori: cosa stanno leggendo, quali titoli li hanno segnati in modo particolare da giovani, come sono cambiati i loro gusti letterari nel tempo, chi sono gli autori contemporanei che trovano più interessanti. Le domande sono brevi, dirette, e le risposte di solito pure, ma quasi ogni volta ne vengono fuori informazioni utili e spunti di approfondimento.
Così di recente è stato per la rubrica dedicata alla scrittrice messicano-statunitense Erika L. Sánchez, autrice di raccolte di poesie, di un romanzo destinato a un pubblico adolescente (I Am Not Your Perfect Mexican Daughter) e di recente di un memoir, Crying in the Bathroom. Sánchez dice che il suo libro preferito è Storia dell’occhio di Georges Bataille e consiglia fortemente The Love Songs of W.E.B. Du Bois, il romanzo d’esordio di una poetessa afroamericana, Honorée Fanonne Jeffers, uscito lo scorso anno per Harper Collins.
La risposta più stimolante, però, è a una domanda di carattere generale – «Di quali temi vorrebbe che gli autori scrivessero di più?» – e vale la pena di riportarla quasi per intero: «Il denaro. Gli autori bianchi spesso scrivono di denaro (o non ne scrivono) in un modo che non tiene conto della realtà della maggior parte delle persone… Ricordo di aver letto Paura di volare di Erica Jong tanti anni fa e di essermi arrabbiata quando la protagonista va in Europa per mesi senza preoccuparsi dei soldi o di un lavoro. Ho pensato che faceva affidamento sul denaro della famiglia, ma questo non viene mai detto esplicitamente. È un elemento che mi ha allontanato dal testo, non riuscivo a capacitarmene, forse perché sono cresciuta nella classe operaia e il denaro era un fattore importante in tutto ciò che facevamo. Le persone emarginate non potrebbero mai, nei loro sogni più sfrenati, compiere questo tipo di scelte».
Già, il denaro, e forse più ancora la classe: fantasmi che si incontrano di rado nei romanzi contemporanei occidentali e che pure sono stati un asse portante della narrativa di uno o due secoli fa. Senza scomodare i casi più evidenti, Balzac o Dostoevskij, tutti i romanzi di Jane Austen hanno come vero motore narrativo patrimoni, eredità, disparità sociali. Oggi questo non esiste più?
Comunque, a proposito di soldi, nei giorni scorsi Porter Anderson ha pubblicato su Publishing Perspectives i dati più recenti del mercato editoriale tedesco, quelli relativi al 2021 e alla prima metà del 2022, e la situazione complessiva non sembra per niente buona: anche se l’anno scorso il fatturato totale del settore è aumentato del 3,5%, il rapporto del Börsenverein des Deutschen Buchhandels avverte – come del resto era prevedibile – che «gli ultimi due anni sono stati molto impegnativi per il settore dal punto di vista economico» e soprattutto che il mercato del libro «adesso si trova ad affrontare nuovi ostacoli legati alle strozzature negli approvvigionamenti, alla crescente pressione sui costi e agli effetti dell’attacco russo all’Ucraina».
Ostacoli che si riflettono nei dati semestrali del 2022: rispetto al 2019, tra gennaio e giugno di quest’anno si registra in Germania un calo di vendite nel commercio librario locale dell’11,1% nel commercio librario locale e del 3% in tutti i canali di vendita, comprese le vendite online. E a osservarli da vicino, i dati sono anche più sconfortanti: per citare un solo esempio, il prezzo della carta a maggio 2022 è cresciuto del 58,2% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso.
Chissà, forse c’è materia per un romanzo.
[Maria Teresa Carbone 14/07/2022]
sabato 11 giugno 2022
prossima lettura
sabato 28 maggio 2022
incontro 1 giugno
Scusandomi per la comunicazione dell'ultimo minuto, ci troviamo da Rossella mercoledì 1, solita ora, per L' Evento di Annie Ernaux, presentato da Ida.
domenica 6 febbraio 2022
incontro del 15/02/2022
Carissim*,
domenica 30 gennaio 2022
«Paolo Gioli è morto, che spreco!».
Avrebbe compiuto 80 anni Paolo Gioli, ma già da qualche
tempo aveva smesso di lavorare e di sperimentare, reduce da un male che
lo aveva colpito qualche anno fa. Isolato con sua moglie Carla e con i
suoi numerosi gatti, a pochi metri dal fiume Adige in provincia di
Rovigo, questo artista cineasta ha sempre condotto una vita ritirata.
Lontano dal mondo e dal sistema dell’arte che, da parte sua, lo ha
ignorato per decenni, salvo riscoprirlo tardivamente in una Biennale
veneziana di qualche anno fa.
Del resto, Gioli era una figura piuttosto inclassificabile: pittore
prima, cineasta e fotografo a partire dalla fine degli anni ’60: Commutazioni con mutazione e Tracce di tracce sono i suoi primi esperimenti filmici, mentre gli ultimi, Quando i corpi si toccano o Natura obscura
risalgono a pochi anni fa. In totale, i suoi film sono poco meno di
quaranta, tutti in 16mm (a parte un paio di video) poiché è rimasto,
fino alla fine, un artista profondamente analogico.
MA FOTOGRAFO E CINEASTA Gioli non lo è mai stato nel
senso classico del termine, poiché ha sempre innovato i dispositivi,
inventandosi modi inediti di realizzare polaroid, ricorrendo a
procedimenti che rendevano le sue immagini, in molti casi, fortemente
pittoriche: dal foro stenopeico al fotofinish, dalla stampa a contatto
ai trasferimenti da un supporto all’altro. E per fare questo non si
stancava di creare macchine duchampianamente «celibi», che esercitavano
un loro fascino anche come oggetti: lo schermo multiplo con pannelli
lignei scorrevoli su cui proiettava le immagini, le cinecamere
stenopeiche, gli otturatori manuali per scattare fotografie e girare
film assolutamente personali. Ma che contengono riferimenti al passato e
ai suoi pionieri: Marey, Muybridge, Cameron, Eakins, Nièpce, Talbot e
Bayard vengono citati e ripensati all’interno delle sue polaroid e dei
suoi film, per il loro incessante lavorio di trasformazione
dell’immagine e del movimento insito in esso.
Gioli è stato spesso protagonista più all’estero che in Italia. Per
diverso tempo unico artista italiano ad avere i propri film in pellicola
nella collezione del Pompidou (dove gli è stata dedicata una mostra nel
1983), mentre negli Stati Uniti il suo cinema è stato spesso proiettato
in festival e rassegne e, qualche anno fa, l’università di Harvard gli
ha tributato un importante omaggio. Ma anche per quanto riguarda le
pubblicazioni: un importante volume, Impressions sauvages, costellato di testi critici di studiosi internazionali, è uscito un paio di anni fa in Francia, pubblicato da La Sorbone.
Non sarebbe tuttavia neppure giusto attribuire a Gioli l’antico adagio
nemo profeta in patria. Negli ultimi tempi si sono susseguite in Italia
mostre a lui dedicate, iniziative editoriali (tra cui la pubblicazione
in un triplice dvd della sua opera filmica integrale). E altre ne
sarebbero seguite, grazie soprattutto all’impegno di quello che in molti
considerano il suo alter-ego, ovvero Paolo Vampa, l’amico e il
finanziatore-collezionista di quasi tutta la sua opera, la metà
«imprenditoriale» di un artista che si è sempre dedicato alla creazione,
lasciando all’amico il compito di occuparsi della diffusione e della
valorizzazione della sua arte. Vampa, in questo momento, è il primo a
piangerne la scomparsa, dopo aver attraversato con lui oltre mezzo
secolo di vita e carriera.
SINTETIZZARE L’ESTETICA di un artista come Paolo
Gioli risulta difficile, per la complessità e la ricchezza del suo
immaginario, anche se – ed è forse una delle peculiarità che salta agli
occhi – non sempre si possono ripartire cronologicamente fasi e periodi
del suo lavoro. Anche a distanza di decenni, infatti, Gioli ritornava su
un tema, perfino su uno stesso materiale, producendo nuove opere, sia
fotografiche che filmiche. Pensiamo solo alle polaroid su corpi e volti,
a serie come le Vessazioni, alle Maschere, ai torsi, ai nudi, agli omaggi a san Sebastiano.
Certo, nei primi anni ’70 ha per esempio realizzato cartelle
litografiche (Ispezione e tracciamento sul rettangolo, Immagini
disturbate da un intenso parassita) o tele serigrafate (una sessantina
circa), tecniche e supporti che ha poi abbandonato. Così come si è
dedicato nel 1985 a una serie sugli etruschi in occasione di una mostra
curata da Fagone a Volterra. Ma per il resto Gioli tendeva a non
chiudere mai dei «cicli», ossessionato da motivi iconografici che lo
hanno indotto a continue variazioni sul tema. Questo anche in quel
territorio ibrido in cui cinema e fotografia si incontrano. È il caso
degli scatti e delle riprese di un fotocineamatore trovate da un
rigattiere nei primi anni ’70 che all’epoca originarono Anonimatografo,
un lavoro di found-footage su cui poi ha ri-lavorato anni fa, creando
nuove opere come I volti dell’anonimo e un’altra serie ancora.
Tutto il cinema di Gioli è all’insegna dell’instabilità pellicolare,
dalle visioni stenopeiche a quelle ottenute attraverso fessure (i lavori
basati sul principio del fotofinish). L’immagine, colta nella sua
continua metamorfosi, è pulsante, sfarfalleggiante, stroboscopica,
dissolta e dissolvente, sdoppiata (il ricorso frequente all’immagine
speculare come in Hilarisdoppio e Traumatografo),
indecisa tra positivo e negativo, reale e virtuale, tendente alla
frammentazione, all’incorniciamento alla ripartizione in finestre,
riquadri, ma anche votata al conflitto con altre textures mediali.
Quando l’occhio trema del 1991, sembra essere quasi un film-manifesto in
questo senso: l’occhio – uno dei simboli ricorrenti dell’avanguardia
storica, da Redon a Dalì – è il dispositivo ottico che informa l’intero
cortometraggio, richiamando, attraverso il modulo del cerchio, altri
elementi circolari, altre immagini fagocitate da questo organo
intermittente e tremolante che sembra essere la continuazione di Un Chien andalou: l’occhio tagliato da Buñuel viene ricucito da Gioli.
LA FERITA DELLO SGUARDO viene sanata, ma è solo un
gioco, in realtà la frattura resta. È la frattura del cinema
sperimentale stesso, un cinema che deve lacerare lo sguardo dello
spettatore per consentirgli paradossalmente di vedere meglio, di vedere
oltre. Gioli è riuscito, da vero poeta visuale, a ricondurre la
complessità dello sguardo, il meccanismo illusorio della percezione
nell’alveo del «naturale», non semplificandolo, anzi, semmai svelandone
tutte le sfaccettature. Filmare così come fotografare è stato per lui
come respirare. Respiro, battito, scansione, emulsione: attività
corporea e creazione fotocinematografica si sviluppano di pari passo.
In questo senso Gioli non può separare la sua attività di artista da
quella di scienziato, conoscitore del mondo e delle cose che lo
circondano, attento osservatore e ricreatore di fenomeni. La figura
umana, nel senso rinascimentale del termine, oltre a essere, comunque,
al centro di ogni sua immagine rappresenta la misura di tutte le cose,
trait d’union tra figurazione e astrazione e soprattutto tra terra e
cosmo.
Qualche mese fa Gioli, con la sua solita irriverenza ed ironia, aveva
dettato al suo amico Michele Sambin (artista anche lui) il suo
epitaffio: «Paolo Gioli è morto, che spreco!».
giovedì 18 novembre 2021
martedì 12 ottobre 2021
Si riparte
Inauguriamo la stagione lunedì prossimo, 18 ottobre, dalle 21.15.
Grazie a Chiara, che ancora una volta ci offre ospitalità.Non parleremo di un singolo libro, ma di tanti, partendo dalla parola DIARIO, come suggerito da Ida. Pensate ai vostri diari preferiti, reali o inventati e, perché no, ai vostri personali. ... Qualcuno sta già scrivendo un memoir?A presto
lunedì 9 agosto 2021
"Orizzonti perduti, orizzonti ritrovati» Eric Salerno
Se il giornalismo rimane anche un mestiere che si «ruba» Eric Salerno ci invita a farlo pescando nei suoi ricordi di viaggio rivisti e aggiornati con l’attualità più stretta, una belva feroce e incalzante, tra guerre e massacri, che interpreta e quasi «addomestica» per farla comprendere al meglio. Il lettore si diverte e riflette, mentre il giornalista frettoloso che deve scrivere un pezzo di Africa, Medio Oriente, Asia, trova sicuramente qualche spunto per un articolo. Insomma nessuno butta via il suo tempo ascoltando questi racconti sapientemente giocati tra passato e presente.
IL SUO È UN GIRO del mondo, nella storia, anche quella più antica, e nel presente, in poco più di 200 pagine. Orizzonti perduti, orizzonti ritrovati
(Il Saggiatore, pp. 232, euro 22), è l’ultimo libro del giornalista,
scrittore e inviato di guerra Eric Salerno: una sorta di guida ai suoi
libri precedenti e ai reportage presentata in forma di racconto quasi
colloquiale ma precisa fino al dettaglio. E chi ha la fortuna di
conoscerlo può sentirne persino la voce e assaporarne le pause
intriganti.
Non meraviglia che l’autore ci consegni una sorta di manuale per
interpretare passato e presente – lo ha sempre fatto molto bene sia che
scrivesse di Medio Oriente o del colonialismo italiano _ ma forse
qualcuno rimarrà sorpreso nel sapere che è stato il primo, sicuramente
tra gli italiani, a dare alle stampe alcuni decenni fa una Guida per il
Sahara. Che un po’ tutti abbiamo saccheggiato per orientarci tra
Algeria, Marocco, Mali, Senegal, Mauritania, Chad, Camerun e Sahel in
generale, dove già ti perdi soltanto guardando la mappa, inseguendo
confini reali e fittizi.
Così quando partiamo per questo viaggio sappiamo di essere in buone
mani, e assai esperte. Con una storia personale alle spalle per questo
ragazzo che viene dal Bronx, come in ogni film americano che si
rispetti. Con una variazione non da poco sul tema: suo padre e sua madre
comunisti a New York, tenuti d’occhio dagli agenti e infine espulsi nel
dopoguerra, con lui, seduto su un carretto che innalza, bambino, un
cartello di protesta sul molo del porto. Si ricomincia da un altro suo
libro Rossi a Manhattan, per tornare ancora nel Bronx, più
volte e in diverse epoche, per scoprire come è cambiata New York. Quando
fa paura anche scendere dal taxi per rivedere la casa e la scuola
dell’infanzia o per tornarci qualche anno dopo e scoprire che la gente
lì vive pure bene. Ma sempre con la paura.
RICORDANDO una frase di Vance Packard: «Abbiamo il
paradosso di una società che invia uomini sulla Luna mentre milioni di
residenti nelle sue città non osano camminare soli di notte nelle strade
e o nei parchi vicini alle loro case».
Soprattutto, ci sono le piste nel deserto, le tracce effimere ma
affidabili percorse nei millenni da viaggiatori berberi, tuareg e
occidentali. Ecco gli «orizzonti perduti», rotte che non si possono più
percorrere tra il Sahel e il Sahara, costellate di avamposti militari
impegnati contro i jihadisti e talvolta nella lotta ai trafficanti di
essere umani. Oggi in certi luoghi del Sahara si arriva solo in aereo,
non con un’ansimante Giulia bianca, moglie e due figli, come fece Eric
Salerno tanto tempo fa. L’autostrada del deserto, faticosamente
asfaltata negli anni Settanta, se l’è in gran parte ripresa la natura.
Dune, voragini, acacie con spine capaci di bucare un pneumatico, l’hanno
resa impraticabile. E fuori dalle oasi, dove un tempo la gente
accoglieva Salerno con pasti caldi e giacigli ospitali, senza scorta non
si esce: troppi attentati, rapimenti e richieste di riscatto. I confini
degli stati sono crollati. È qui che l’autore comincia a riscrivere e
aggiornare la sua guida del Sahara e del Sahel dove a Niamey stanno per
mettere in piedi una consistente base militare anche gli italiani.
Poi, naturalmente, ci sono frontiere che cambiano, che si fanno sempre
più profonde, definite e sanguinanti. Quaranta anni fa quando Eric
arriva la prima volta a Gaza il confine esisteva solo sulla carta mentre
gli israeliani facevano spese nella Striscia dove frutta e verdura
costavano meno che sotto casa. Oggi ci sono il Muro, che si è rubato la
terra dei palestinesi, reticolati elettrificati, uno slalom tra check
point e blocchi di cemento, tra divieti e soprusi che ha portato diritto
anche alla guerra di quest’anno, con altri morti e altre distruzioni.
MA CI SONO ANCHE gli orizzonti ritrovati. Il Sud asiatico non puzza più di napalm, quell’odore che inebriava il colonnello americano di Apocalypse Now.
Sul delta del Mekong le canoe dee turisti _ oggi interrotte dal Covid –
torneranno a incolonnarsi disciplinatamente, così come si affolleranno
di nuovo gli stabilimenti balneari sul Mar Rosso, forse uno degli esempi
più eclatanti del turismo mordi e fuggi, volutamente ignaro delle
violenze che si compiono a pochi chilometri di distanza.
Eric Salerno ha cominciato presto a girare e capire il mondo, direi fin
dall’infanzia cacciato da quel Bronx che il maccartismo voleva ripulire
dai comunisti. Poi da inviato sono arrivate le botte, quelle vere, i
pericoli scampati, la paura in guerra con i fucili puntati nello
stomaco: tutto comunque ha fatto molto meno male di quel rifiuto subito
nell’infanzia.
Si viaggia soprattutto con l’anima, l’unico vero bagaglio che ci
portiamo dietro fino alla fine sulla terra. Come ammonisce un cartello
sull’Uluru, la montagna sacra degli aborigeni australiani: «Calpestate
con leggerezza».
[Alberto Negri 10/08/21]
venerdì 25 giugno 2021
Prossimo incontro martedì 29
Carissime e carissimi-pochissimi,
Commenti
il 28/02 Ida ha commentato Grazie Roberta per aver riaperto il blog.Trovo che è un modo per uscire dalla solitudine delle letture personali.Scrivere e leggere accanto, trovo che è un bel modo per parlarci e parlarmi. su Chi siamo




