Eresia della felicità


Le cinque giornate di Milano furono insurrezione. E non ci riferiamo a quelle di marzo del 1848, ma a quei giorni dello scorso luglio – dal 21 al 25 –, durante i quali, a dispetto della canicola, sotto la Torre del Filarete, al Castello Sforzesco, infuriò la tempesta nell’aria. A scatenarla le liriche urlanti di Majakovskij, fatte vibrare da un plotone di duecento ragazzi, coinvolti da Marco Martinelli – regista e drammaturgo, fondatore con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe – in una quotidiana creazione a cielo aperto chiamata Eresia della felicità.
Un titolo che per essere compreso chiede, a chi gli si pone di fronte, di tornare all’etimo, facendo tabula rasa dalle incrostazioni di senso sedimentatesi sulle parole. Risalendo quindi alla sua origine, «eresia», nel greco classico, significa «presa, scelta, elezione, inclinazione verso qualcuno o qualcosa». Volendo potremmo quindi parafrasarlo così: scelta della felicità; un progetto piuttosto che uno spettacolo, volutamente provvisorio, in costante e inquieta trasformazione; un lavoro per solo coro in corso di costruzione, all’insegna della non-scuola, perché, come ci ricorda Martinelli, «scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, dove si diventa quello che non si è. La scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società».
A dare testimonianza di ciò che è stato c’è oggi un documentario, omonimo al progetto teatrale, realizzato da Alessandro Penta, proiettato all’interno del festival «Da vicino nessuno è normale», negli spazi dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Penta ha scelto di immergersi dentro alla vita di Eresia. È stato da mattina a sera, e poi la notte con i ragazzi: in quel gruppo di duecento trasformatosi in pochi giorni in coro; e ha seguito Martinelli in tutte le fasi del suo lavoro.
Il documentario è strutturato in cinque capitoli, tante quante sono state le giornate di questo assalto al cielo ben spiaccicato per terra, conclusosi con l’irruzione al centro della città, dove si è gridato, per dirla con le parole del poeta, il bisogno di «forme nuove/ un’arte nuova/Che possa trarre fuori/La Repubblica dal fango». La forza del film di Penta è quella di riuscire a catturare la bellezza dei corpi incolti, quella, come raccontato da Martinelli, dei «bambini pieni di grazia», e degli «adolescenti sgraziati in bilico tra l’età dell’oro e l’età del grigio»; e si capisce che solo quei corpi, quelle facce, quelle voci non ancora segnate dai livori rancorosi dell’età adulta, possono permettersi di urlare la vita brada, spregiudicata e furiosa, lo spirito di rivolta, la dolorosità, ma sopra o più di ogni altra cosa l’amore della poesia majakovskijana, quell’amore che è il cuore di tutte le cose. Martinelli non nasconde ai ragazzi la realtà dei fatti, e cioè il suicidio del poeta; un gesto che stride se messo in relazione ai suoi versi che invece divorano la vita con appetito insaziabile. Ed Eresia, infatti, comincia dalla fine, da alcuni frammenti della lettera d’addio di Majakovskij, dove del resto già lui metteva in discussione il valore del proprio gesto – «Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta». L’immagine chiave per il regista è quella della «barca dell’amore spezzata contro il quotidiano». E l’idea scandalosa di questa creazione è quella di fermare la barca prima dello schianto. Da qui il bisogno degli adolescenti, i soli che ancora hanno la forza e la leggerezza di credere a una realtà diversa da com’è, e che perciò possono essere contagiati dall’irriducibile estremismo della poesia.
La proiezione del doc di Penta è stata preceduta da una lettura pubblica tenuta da Martinelli dal titolo Farsi luogo. Varco al teatro in 101 movimenti – che è anche una pubblicazione edita Cue Press -; un atto d’amore, una dichiarazione di poetica in cerca d’interlocutore – «l’altro che mi si para davanti, l’ingombro, la sfinge. Può mentirmi? Può tradirmi? Certo che può. Posso tradirlo? Certo che posso. Ma se voglio salvezza non ho scampo, da lì debbo passare, da quella stretta porticina, disarmato. E abbracciarlo in silenzio, il mio assassino». Una necessaria introduzione, che aggiunge valore all’emozione: in questi 101 movimenti verso il teatro è inscritto il senso del creare delle Albe, e di conseguenza anche di questa creazione a cielo aperto. Tra i molti momenti, quelli forse più significativi quando Martinelli dice del coro: «Il Novecento che abbiamo alle spalle è un secolo monologante, riflesso di un solipsismo sempre più disperato, della perdita di identità nella società di massa, della perdita di che cosa significhi essere comunità. A me sembra che pensare il coro, oggi, agirlo al centro della scena, possa far ritornare drammaturghi e registi alla questione politica per eccellenza, al legame di sangue del teatro con la società. Riflettere sul coro significa riflettere su quel proverbio senegalese prendendolo alla lettera: io sono noi».

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