Dario Fo


Novant’anni compiuti pochi mesi fa; una vita vissuta certo «pericolosamente» (sempre all’opposizione di ogni potere costituito), ma anche piena di grandi soddisfazioni, perfino quelle planetarie come il premio Nobel; sempre impegnato a intrecciare l’arte con la politica in modo che si rafforzassero e motivassero l’una con l’altra, per generazioni sempre nuove di spettatori.
Un impegno che, come la padronanza di linguaggi artistici diversi (dalla recitazione alla scrittura al disegno, con studi originari di architettura e di belle arti a Brera) era a tutto campo. E il fatto non marginale di essere l’autore italiano contemporaneo più rappresentato al mondo. È stato davvero un uomo da record Dario Fo, morto ieri a Milano. Aveva appunto 90 anni (nato il 24 marzo del 1926 in provincia di Varese) che certo potevano trasparire a vederlo fuori dal palcoscenico, mentre scomparivano del tutto nella grinta che lo possedeva quando era in scena, ancora pochissimi mesi fa sotto il cielo dell’Auditorium romano per migliaia di spettatori. O negli interventi appassionati e virulenti, anche recentissimi, contro chi attaccava i 5 Stelle per i quali si era schierato.
Il suo sodalizio con Franca Rame (figlia d’arte, bellezza strepitosa e vamp del teatro brillante), nato nei primi anni ’50, ha costituito un unicum nella storia culturale del nostro paese. Ne ha attraversato tutti i settori, sempre con una maestria (e un affiatamento tra loro) che faceva stupire solo chi li invidiava, in un orizzonte sempre più vasto, che dal teatro comico si è allargato alla musica e alle canzoni con Jannacci o Fiorenzo Carpi (entrate nei modi di dire del linguaggio comune), alla commedia musicale e al kolossal (i titoli apparentemente astrusi che riempivano l’Odeon a Milano e il Sistina a Roma), e ancora l’affondo nella canzone popolare naturalmente schierata, con il pubblico tradizionale prima sconcertato e poi affascinato dalle melodie di Ci ragiono e canto, che raccoglieva le meglio voci da piazza e da cortile di tutta Italia. Fino alla grande svolta degli anni attorno al ’68, se svolta si può dire.
Perché già tutta la loro storia era stata «schierata» e manifesta: dal Dito nell’occhio che lui con Franco Parenti e Giustino Durano infilava nelle visioni credulone che immaginavano facile la rinascita del dopoguerra, alle commedie brillanti che già dal titolo non la contavano giusta: Settimo ruba un po’ meno, Chi ruba un piede è fortunato in amore, Isabella tre caravelle e un cacciaballe ovvero Cristoforo Colombo a rapporto col potere, La signora è da buttare, che alludeva neanche a dirlo alla strapotenza americana.
In compenso ebbero una sorta di proscrizione nazionale, sul palcoscenico già molto politicizzato della Rai. Chiamati a condurre la Canzonissima del 1962, furono cacciati e radiati per molti anni dalle trasmissioni televisive: si erano ostinati a voler parlare di morti sul lavoro. E ottennero di essere censurati per motivi squisitamente politici (fino a quel momento era successo solo per motivi «morali», se non letteralmente sacramentali, da Mina a Pani, da Volonté alla Gravina). Dario e Franca torneranno sul piccolo schermo soltanto a Rai riformata, nel 1977, quando sul secondo canale andò in onda Mistero buffo, con un boom di ascolti.
Poi sono stati protagonisti di molte serate importanti: ancora in queste settimane su Rai5 Fo legge le grandi opere d’arte, prima tra tutte la pittura rinascimentale, dando inusitate chiavi di lettura, e aprendo scenari e intrecci davvero affascinanti. Un episodio che forse qualcuno non ricorda, a fine anni ’80 nel remake dei Promessi sposi sceneggiati, è il suo azzeccatissimo Azzeccagarbugli, in un cast stellare che andava da Burt Lancaster a Helmut Berger.
Si era aperta alla fine degli anni ’60 la fase del loro teatro che li ha portati nella storia civile del nostro paese, e nei botteghini di tutte le sale del mondo. Con tutto il loro bagaglio di tecniche artistiche (tempi, canto, mimica, commedia dell’arte), scelsero di farlo ardere assieme alla loro coscienza civile. Lo facevano da sempre, ma c’era necessità di trovare nuove forme e nuovi spazi dove quella scintilla scoccasse contemporaneamente anche nel pubblico. Fuori quindi dai teatri e dai circuiti ufficiali, con la loro gloriosa Comune teatrale disegnarono una vera mappa altra dei luoghi di spettacolo nelle città. Ancora adesso, chi allora c’era, può continuare a ripercorrere quelle serate eroiche in cui ci si ritrovava in migliaia: cinema di periferia, capannoni abbandonati, strutture che andavano in degrado.
E si imparava a ridere anche dentro i ragionamenti più maledettamente seri. L’ironia e la satira di Fo e Rame non avevano limiti, ma neanche la loro umanità. Solo con i loro spettacoli era possibile capire, davanti ai muri e ai depistaggi alzati dalla magistratura e dai servizi, quello che poteva esserci dietro a la strage di piazza Fontana, o gli attentati sanguinari ai treni e alle stazioni. Quegli spettacoli così «teatrali» eppure così civili quanto a impegno, hanno costituito un fenomeno unico nel 900 italiano, e non solo, in un insuperato mix di farsa e Brecht, di surrealismo e tradizione medievale. Tanto da arrivare al verdetto della giuria di Stoccolma, nel 1997, che in una stringata sintesi racchiudeva per il Nobel il segreto di quella sterminata profusione artistica: «Nella tradizione dei giullari medievali, fustiga i potenti e ridà dignità agli oppressi».
E non c’è stato campo cui quella artistica magia non si sia applicata. E ogni titolo può evocare tanti sorrisi quanto altrettanti pensieri e ragionamenti: Mistero buffo innanzitutto, nelle sue innumerevoli riscritture; il programmatico L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone; il sempre attuale Morte accidentale di un anarchico ovvero Giuseppe Pinelli; Fedayn; Pum pum chi è? La polizia; Non si paga non si paga; Il Fanfani rapito, irresistibile; L’opera dello sghignazzo; Tutta casa letto e chiesa, nato dal dolore e dalla violenza, veri, subiti da Franca e divenuti manifesto di tutte le donne. Tanti titoli (e ce ne sarebbero tanti altri), che alleviano la commozione per la sua scomparsa. Perché ci garantiscono che la sua lezione teatrale e politica resterà sempre ben presente.
[Gianfranco Capitta 14/10/2016]

Franca, c’era sempre Franca. In ogni discorso. Dario Fo l’ha amata tantissimo e continuava ad amarla ormai disperatamente, tutti dovevano saperlo anche adesso che lei non c’era più. Parlava di tutto, lo interrogavano su tutto, ma sembra quasi che non avesse voglia di parlare d’altro. Ogni volta che ricordava Franca Rame sembrava un pezzo di teatro, lo sguardo sognante quasi per tornare a confessarglielo, che lei era bellissima, che era una donna forte e affascinante. Che l’amava ancora. Gli ultimi tre anni senza Franca Rame sono stati molto dolorosi per Dario Fo. Lavorava freneticamente, anche per continuare a vivere senza di lei.
Un dolore maturo ed esibito che quasi faceva invidia, perché in tanti avrebbero voluto vivere una lunga storia d’amore così. Una storia vera, sofferta, scandalosa anche, come è stata tutta l’opera e la vita di questa coppia straordinaria. Più di sessant’anni insieme. Quasi non si può nominare Dario Fo senza aggiungere Franca Rame, come se fossero la stessa persona. Si sono presi, si sono lasciati, hanno sofferto e si sono ritrovati, lo stesso Dario Fo si è raccontato a cuore aperto in occasione del suo novantesimo compleanno tornando sul dolore, sulla passione e sui tormenti di una coppia speciale eppure maledettamente qualunque – “mi ha lasciato due volte e aveva sempre ragione lei” ricordava Dario Fo.
Il palco è stato la loro casa, lo abitavano insieme, è stata una recita lunga mezzo secolo, una gara impossibile a chi fosse il più bravo (o la più brava). Non erano solo spettacoli, ma impegno civile, militanza e anche il luogo dove trovare il coraggio di elaborare pubblicamente la tragedia della violenza sessuale di gruppo (fascista) subita da Franca Rame nel 1973. Quella è stata una lezione di vita e una prova di forza dedicata a tutte le donne e a tutti gli uomini, Dario Fo lo ricordava sempre con grande dolore.
Sono passati tre anni dal funerale in piazza di Franca Rame e forse ce ne siamo accorti solo oggi che Fo non c’è più: quell’urlo che il Maestro ha rivolto al cielo per chiudere lo struggente monologo dedicato a sua moglie è destinato a diventare un pezzo di storia indimenticabile. “C’è una regola antica nel teatro, quando è concluso non c’è bisogno che tu dica altre parole, saluta e pensa che quella gente, se tu l’hai accontentata nei sentimenti, nell’affetto e nel pensiero, ti sarà riconoscente: ciaooooooo”. Domani, in piazza Duomo, al marito chi gliela recita una cosa così?
[Luca Fazio 14/10/2016]

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