Ecco la sapiente presentazione che Rossella ci ha fatto dell'ultimo libro letto insieme
Ho proposta la lettura del libro “Il barman del Ritz” di Philippe Collin per due ragioni. La prima, più importante, perché mi è sembrata interessante la prospettiva storica: non si parla direttamente né di vittime né di carnefici, ma di persone che si sono trovate in mezzo agli eventi, che hanno risposto in modo forse opaco, ma che non si sono abbandonate del tutto al collaborazionismo, che hanno mantenuto una dignità. Persone normali, come tante forse. Ci è chiesto di non giudicare. La seconda ragione sta nella scorrevolezza e nella semplicità del testo che si legge in modo veloce (Collin è un divulgatore storico, esperto di media).
L’autore sceglie la forma del romanzo per narrare la vita di Frank Meier, famosissimo barman, personaggio reale. In questo modo si concede la libertà di costruire i suoi pensieri e anche di inventare alcune figure (come quella di Luciano). Alterna narrazione in terza persona a passi del “presunto” diario di Frank e ad alcune inserzioni, molto brevi, scritte in corsivo, che rappresentano in modo esplicito pensieri o parole del protagonista; si tratta di una modalità di scrittura che oggi mi pare piuttosto in voga. Secondo me le parti in corsivo consentono all’autore anche di presentare il proprio punto di vista, perché contribuiscono a creare un’immagine positiva di Frank, a farne sentire la dissidenza, cosa che dai gesti esterni spesso non traspare.
La storia è centrata sugli anni dell’occupazione nazista di Parigi vista dall’osservatorio dell’hotel Ritz in cui si sono istallati gli alti ufficiali tedeschi e in cui lavora il barman già da molti anni. Ci sono però numerosi flash back che attraverso i ricordi di Frank Meier ricostruiscono il periodo storico antecedente la guerra, anzi le guerre. Infatti c’è una sorta di nostalgia per il periodo folle e felice dei primi del novecento, interrotto bruscamente dalla Prima Guerra Mondiale. Sia Frank che il suo collega George sono dei reduci delle terribili guerre di trincea e si portano dentro ferite mai rimarginate. Frank ha inizialmente molta stima di Petain perché ne ricorda il comportamento durante la Prima Guerra Mondiale, quando era stato sottufficiale agli ordini del Maresciallo. Nel corso del romanzo si viene a creare una vera contrapposizione tra il lussuoso hotel di Place Vêndome e il resto della città che sprofonda sempre più nella fame e nel freddo, mentre in albergo si susseguono cene raffinate e si continuano a servire liquori e vini pregiati. Questo comporta sensi di colpa e imbarazzo in Frank ( “Con l’Ausweis in tasca e il posto di lavoro al Ritz, è al riparo dai guai, ma non dagli scrupoli. Che lo raggiungono all’altezza della porte Dauphine, quando pensa a tutti quelli che hanno la pancia vuota e vivono nella rassegnazione. Se fossi in loro troverei detestabile uno come me, medita”p. 181). I fatti principali della guerra vengono con vari artifici inseriti nella narrazione, anche se in modo abbastanza veloce e superficiale. Più attenzione è dedicata a quanto avviene all’interno dell’elite nazista e dell’esercito in particolare: c’è una profonda frattura che oppone le SS e le loro ambizioni, le rapine, l’avidità al resto dei militari e di alcuni civili. Dalla Parte Terza del romanzo la questione ebraica diviene la più importante. Anche la preparazione dell’attentato a Hitler del luglio ’44 ha un notevole spazio. E’ trattata un po’ in forma di giallo attraverso lo sguardo di Frank, che scopre solo all’ultimo di essere stato inconsapevole strumento di comunicazione tra cospiratori. Infine i sottotitoli alle singole parti mi sembra che abbiano un duplice significato: descrivono le fasi della Guerra, ma al contempo rappresentano anche quanto sta avvenendo dentro hotel Ritz
Questa la cornice storica. Il nostro personaggio mi è sembrato interessante, perché rappresenta non un eroe, neppure un vile collaborazionista, ma un uomo normale, che ha cercato di barcamenarsi in una situazione molto difficile, rischiosa per lui, che è di origini ebraiche, e per le persone che ama. Lo ha fatto muovendosi tra legalità e illegalità, con le sue scarse conoscenze politiche, sfruttando gli agganci che le relazioni istaurate dentro il bar gli hanno offerto, sempre pieno di dubbi, di incertezze, di debolezze anche, ma con il desiderio di non venir meno alla sua dignità, alla sua coscienza. E’ venuto a patti con il compromesso, ha vissuto nella continua menzogna per salvare un poco di umanità. Questo l’ho trovato molto coinvolgente. L’autore vuole farci riflettere su questo: cosa avrei fatto io al suo posto? Frank è di origini ebraiche, Luciano è ebreo, Blanche pure e c’è una intensa attività di costruzione di passaporti falsi per mettere al sicuro e far emigrare degli ebrei. Frank tira le fila di questo spaccio: ciò potrebbe farlo sembrare eroico, ma così non è. Nella maggior parte dei casi Frank si fa pagare, e molto; la sua attività poi è motivata da un giusto risentimento, ma soprattutto da un sentimento amoroso: quello che prova –in incognito – verso Blanche, a cui non sa negare mai alcun aiuto. In alcune circostanze però è anche capace di fermezza, di atti coraggiosi.
Tra i molti personaggi che affollano il romanzo spicca appunto quello di Blanche Auzello a cui il libro è dedicato. E’ l’unica dichiaratamente ed esplicitamente antinazista. Cosa pensa, cosa prova non lo sappiamo; l’autore entra infatti solo nella mente di Frank. Lei, personaggio storico, ebrea americana, nata Rubenstein, fornita di falsi documenti per salvarsi dalle persecuzioni antiebraiche, resta una figura sfumata, misteriosa per certi aspetti, affascinante. E’ piena di fragilità, alcolizzata, dipendente dalla morfina, ma capace di grandi generosità, di coraggio. Si sa che entrò a contatto con la Resistenza insieme alla sua amica, la ballerina russa K., fu catturata dalla Gestapo, sopravvisse alla prigionia, a differenza dell’amica, ma portò per sempre le stigmate di quella terribile esperienza. Nel romanzo salva degli ebrei, è in contatto con l’aviazione inglese, fa fuggire un pilota caduto. Leggendo le pagine a lei dedicate si ha l’impressione di sentirne la voce, come un sussurro, di misurare la sua figura esile, che sparisce nei cappotti, ma che è capace di grande seduzione.
Sono anni difficili a Parigi, in cui la gente è disorientata, impaurita. Occorre tenere nascosti i pensieri, non fidarsi di nessuno, mentire, anche a se stessi. A questo proposito ci sono nel romanzo citazioni di Mazzarino e molteplici riflessioni messe nella mente del protagonista sulla doppiezza, sulla menzogna, sulla guerra interiore. Mi sono sembrate molto illuminanti.
Radio-Paris mente ai francesi, Parigi mente ai tedeschi, tutti mentono a tutti. Almeno non mentire a te stesso, si ripromette Frank tirando fuori una nuova giacca bianca dall’armadio. p. 105
Eccola, la vera guerra, pensa Frank. Una guerra che si combatte in tutti i campi, e dentro ognuno di noi. p.153
“Ci sono sempre due persone in Frank Meier. Quella che si rifugia nell’autorità e nella disciplina. E l’altra, costantemente tentata dall’irriverenza e dalla libertà. Non è l’unico, lo sa. La tossica quotidianità in cui il destino l’ha sprofondato da tre anni non fa che esacerbare quel vecchio conflitto. Un giorno fa un favore ai tedeschi e il giorno dopo aiuta delle famiglie ebree a fuggire.” p. 232
Il senso del libro è nell’ultima pagina del diario di Frank che contiene la bellissima citazione di Fitzgerald che è riportata anche nel retro-copertina.
Ormai siamo sul bordo di un precipizio, dovremo badare a contenere la voracità degli uomini. Sapranno approfittare di quest’occasione per ritrovare la dignità della vita umana? “Occorre sapere che le cose sono senza speranza ed essere tuttavia decisi a cambiarle” mi aveva detto Fitzgerald prima di lasciare Parigi nel 1938. In queste parole è riassunta tutta la mia vita. p. 369
Infine a leggere l’Appendice si può apprezzare il lavoro storico fatto da Collin e anche, direi, la sua umiltà.